Àndalas de prendas in camineras de ainaltu Solchi di preziosi in sentieri che corrono verso l’alto di Giovanna Elies
“ Che cos’è un’isola in una vastità di mare?
Ė qualcosa che sotto certe prospettive o angolature, da un continente, per esempio, non può essere precisamente fissata.
Che non si può vedere in orizzonte quando i cieli sono sereni.
E immaginate se è possibile quando i cieli si incupiscono”. ( Enzo Espa)
Isole si nasce. Doppiamente isole si diventa, nel corso dei secoli: “ in sos temporios”.
Quanto più il cielo si oscura, si assestano e restano vane le possibilità di vedere, di percepire, di pensare, di capire e sentire la terraferma.
L’isola è -dunque- un segno, un punto solitario nell’orizzonte ma è anche un sogno dove riposano le nostre malinconie.
L’isola, spesso lontana dalle vicende del mondo, è per natura una terra dove meno che in altre si avverte la contaminazione, dove tutto sembra destinato a rimanere immobile, sotto il sole incalzante che feconda e brucia, ama e distrugge…
Il mare, dunque, rappresenta l’orlo “s’orìzu”, la materia prima che presiede alla parte più delicata , di un abito o di un territorio ed ha il compito di contenere e salvaguardare tutto ciò che all’interno vi sta e vive.
Ed è ancora il mare ad occuparsi di quell’isolamento geografico che rende ancora più complessa e quindi più accattivante e stimolante la storia geologica dell’isola .
Anche il mare, ha origini lontane, lontanissime, forse paleozoiche e da allora custodisce tutto ciò che tra capovolgimenti, eruzioni, erosioni, si è prodotto all’interno: pianure, valli, avvallamenti, colline, montagne, boschi e tutto quel paesaggio vegetale che, dopo milioni di anni, è arrivato intatto fino ad oggi, fino a noi.
Non sembra, eppure è una bella responsabilità vivere in una terra così antica e forse così unica: sicuramente la più antica del Mediterraneo e fra le più antiche d’Europa.
“ Sardegna, quasi un Continente” ebbe a dire Marcello Serra e fino ad oggi non esiste una voce che possa smentire questa affermazione.
“Melchiorre Carta saliva la montagna, ritornando al suo ovile. (…) Il cavallino saliva con prudente lentezza, scuotendo la testa tenuta alta dal freno. Dopo le falde sassose, olezzanti di cespugli aromatici, dalle quali si scorgeva Nuoro e un panorama di valli selvagge e di montagne lontane, il pastore s’inoltrò nei boschi d’elci. (…) Il cavallo riprese a salire (…) su per le chine rocciose, dalle quali il vento aveva spazzato le foglie e denudato le grandi radici degli elci, rossastre, contorte e avviluppate come serpenti(…). Dopo le chine s’aprivano silenziose radure (…) Qua e là rocce accavalcate parevano enormi sfingi; alcuni blocchi servivano da piedistalli a strani colossi, a statue mostruose, abbozzate da artisti giganti.(…) Dopo le radure, di nuovo il bosco: sentieri umidi, piccoli corsi d’acqua, profumo di giunco, erbe calpestate da greggi e armenti e sempre ombra” ( Il vecchio della montagna, G. Deledda)”.
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