13 Ottobre 2008
- Categoria:
storia
Questa breve monografia a cura di Giovanni Spano sul canonico Antonio Manunta offre uno spaccato sia su come i Savoia utilizzassero gl’intellettuali sardi per le riforme sia sulla loro libertà di attingere presso il Lombardo Veneto più avanzato forme e contenuti delle riforme da attuare in Sardegna.
Giovanni Spano
La Gazzetta Popolare, nel numero 23 del mese di Gennajo del corrente anno, annunziava la morte del cav. canonico Antonio Manunta, accaduta nella mattina del 22 dello stesso mese, in età di 90 anni, mesi 9, e giorni 2, chiamandolo uomo di grande ingegno, di esperienza e tutto filantropo. E soggiungeva che la sua operosa vita meritava una distesa biografia che non si addiceva alle colonne di un giornale. Non credo che mal si appose, perché se avesse voluto descrivere minutamente la vita operosa e straordinaria di questo benemerito e filantropo cittadino, non sarebbero state sufficienti tante colonne d’esso giornale.
Ecco dunque che io compio i suoi voti, esponendo in semplice stile quanto di più virtuoso e straordinario brillò nella lunga vita di quest’uomo singolare, vissuto sempre in movimento per veder migliorata la sua patria. Ed intanto mi vi accingo in quanto che io lo avvicinava più degli altri, e fui testimonio ed ammiratore del suo fare, del suo vivere e dei suoi pensieri.
Egli nacque in Osilo nel 20 del mese di Aprile dell’anno 1776 dai coniugi Matteo ed Antonina Crispo, persone agiate ed oneste, e quanto savie altrettanto religiose . Fu il primo figlio, e perché aveva sortito da natura ingegno svegliato e precoce, mente aperta e memoria sorprendente, che conservò sino agli ultimi giorni di sua vita, la cura dei genitori fu intenta alla di lui prima educazione letteraria e religiosa.
Dopo che nelle domestiche mura, da un dotto suo zio, dello stesso di lui nome , apprese i principj di lettura ed i precetti di grammatica, fu inviato a Sassari per intraprendere il corso degli studj classici nei quali si distinse sempre fra i suoi compagni, con molta soddisfazione dei precettori, i quali si auguravano grandi cose da lui per la sua vivacità e prontezza d’intuito.
Terminati gli studj filosofici, fu indeciso nella carriera da prendere, attesa la volubilità che dimostrò in ogni suo proposito. Applicò allo studio della medicina, della teologia, della fisica, delle matematiche dell’agronomia, del commercio; ma appena faceva in queste scienze qualche progresso, se ne infastidiva, e ruminava qual’altra via avesse da prendere formando castelli nella sua mente, e mostrando fin d’allora che doveva riuscire un vero progettista e riformatore della società. Finalmente una fortuna di mare che lo colse, volendo trasportare certe mercanzie nella Corsica, lo decise di seguitare gli studj, facendo voto d’iniziarsi nella via sacerdotale. Fu ammesso per allievo nel Seminario Tridentino di Sassari, ultimò il corso della Teologia nella R. Università, fu in essa laureato nel 1799, e poco dopo fu elevato al sacerdozio.
Ma la di lui anima irrequieta non poteva contenersi in quella sola scienza che sentiva d’esser troppo positiva, cosicché dalla natura era inclinato a slargarsi in più astratte sfere, quindi si applicò esclusivamente alla fisica ed alle matematiche in cui riusciva valente ed ammirato: perlochè, senza esser ammesso nel corpo dei dottori del collegio filosofico, il Magistrato sopra gli studj lo invitava sovente a supplire quelle scuole in assenza, o per malattia dei titolari, ed alle sue lezioni intervenivano molti dotti estranei, ed alcuni degli stessi membri del Magistrato, facendo plauso alla vastità della sua dottrina.
Ma né manco la cerchia di quelle scienze progressive era sufficiente per soddisfare le mire del suo vasto intuito. Perciò è che non vi fu scienza o arte che egli non tentasse. Dava mano a tutto, egli musico e cantante, perché dotato dalla natura d’una sonora e simpatica voce che conservò sino agli ultimi anni della vecchiaja: egli economista, meccanico, statista, umanitario, frenologo, pubblicista, ed agronomo: intelligente di tutto e dando mano a tutto, ma infelicemente mai fissava in una determinata cosa; che se lo avesse fatto, fosse pure nella musica, sarebbe riuscito un raro professore di Orchestra, ed il suo nome avrebbe fatto special onore alla patria, ed anche fuori rinomato.
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