10 Febbraio 2014 - Categoria: filologia, toponomastica

Artemide e la prostituzione sacra in Sardegna di Massimo Pittau

Serdiana

Serdiana

 Nella Lidia in Asia Minore – terra di origine dei Sardi, dalla cui capitale Sardis hanno derivato il loro nome – era venerata come una divinità nazionale Artemide, alla quale era dedicato un famoso santuario nella capitale Sardis (Artemide Sardiana) e uno ancora più famoso ad Efeso (Artemide Efesia); quest’ultimo era tanto grandioso e splendido che veniva incluso nel novero delle «Sette Meraviglie del Mondo». Efeso era diventata una colonia greca della Ionia, ma in precedenza era stata una città della Lidia, come fa intendere anche Erodoto (I, 142)(fig. 3).

In Sardegna alcuni riscontri toponomastici ci suggeriscono con grande verosimiglianza che anche nell’Isola era conosciuto e praticato il culto della lidia Artemide. Il primo consiste nella denominazione del villaggio di Assèmini, situato nell’apice nord-occidentale della laguna di Santa Gilla di Cagliari, che nel medioevo si diceva Arsemine\1\. Nei tempi antichi, prima che la laguna venisse parzialmente interrata dai detriti dei fiumi Mannu e Cixerri, Assemini costituiva un centro marittimo assai importante, perché risultava il più avanzato nella direzione della pianura del Campidano e della vallata del Cixerri.

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7 Febbraio 2014 - Categoria: cahiers de doléances, storia

I. Vita quotidiana e morte a Chiaramonti nell’anno del Signore 1826 (agosto dicembre) di Angelino Tedde

 Premessa

WaterlooDopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo (1814), i sovrani europei avevano imposto, con fini strategie, la restaurazione del potere assoluto e l’alleanza fra il Trono e l’Altare.

Un’altra  Europa sotterranea però covava come il fuoco sotto la cenere: massoni, carbonari e altre società segrete oltre che giovani pensatori del livello di Giuseppe Mazzini (Genova 1805-Pisa 1872) e giovani combattenti per la libertà come Giuseppe Garibaldi ( Nizza,1807- Isola di Caprera 1882) allo scopo di rovesciare i sovrani dai troni e imporre la democrazia sperimentata durante la rivoluzione francese.

L’Italia era divisa in 7 Stati: Regno di Sardegna (gli Stati dei Savoia), Regno lombardo Veneto (Austria), Ducato di Parma e Piacenza (Maria Luisa d’Austria, moglie di Napoleone) Ducato di Modena e Reggio(Asburgo d’Este), Granducato di Toscana (Asburgo Lorena), Stato della Chiesa (Pio VII), Regno delle Due Sicilie (Ferdinando I di Borbone).  Da questa divisione dell’Italia erano passati 11 anni.

Chiesa San Matteo al Monte ChCo Foto A.T.

Chiesa San Matteo al Monte ChCo
Foto A.T.

I Savoia, che già possedevano il Ducato di Savoia, il Principato del Piemonte, la Contea di Nizza, il Genovesato,  dal momento in cui erano diventati re di Sardegna (1720), continuavano a governarla per mezzo di vicerè che si avvicendavano di triennio in triennio con residenza Cagliari. Tra i più noti e attivi viceré, dal 1735 al 1738, si era contraddistinto, per la sua determinazione repressiva Carlo Amedeo Battista Marchese di San Martino, d’Aglié e di Rivarolo, già severo comandante delle sabaude galere. Non se ne stette a dare ordini da Cagliari, ma a capo di un discreto contingente militare, visitò i villaggi più turbolenti dell’Isola, gettò nelle carceri ben 3000 pregiudicati, ne fece impiccare con rituali efferati 400 ed esiliò anche gl’intoccabili nobili divisi tra fautori della Spagna, dell’Austria e nuovi fautori del Piemonte. Le visite ai paesi dell’Anglona e della Gallura lo videro severo nei confronti dei capifazione di Nulvi e di Chiaramonti (i Tedde e Delitala) che mandò al confino per un biennio. Più tardi ci volle l’opera missionaria del gesuita piemontese Giovanni Battista Vassallo dei Conti di Castiglione che abbandonato l’insegnamento universitario a Cagliari si diede a predicare la parola di Dio tutti i villaggi della Sardegna e a promuovere le paci tra famiglie rivali, tra le quali i Tedde e i Delitala di Chiaramonti e Nulvi, e altre della Gallura. Tra l’altro compose un catechismo e dei gosos ai santi patroni in sardo logudorese. Chiudiamo, per ora, questa finestra sul Settecento e torniamo all’Ottocento a cui si riferiscono gli atti notarili

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5 Febbraio 2014 - Categoria: memoria e storia, storia

Minatori e Miniere in Sardegna di Paolo Amat di San Filippo

Paolo Amat di San Filippo

Paolo Amat di San Filippo

Sorvolando la storia e gli eventi minerari del periodo nuragico, punico e romano, accenneremo ad alcune notizie sull’attività mineraria del periodo pisano, che sono state importantissime per Iglesias, anche perchè sono riportate nell’importantissimo documento storico che è il Breve di Villa di Chiesa.

E’ noto a tutti gli Iglesienti che il Breve è stato compilato quando Villa di Chiesa, così si chiamava anticamente Iglesias, era feudo del conte Ugolino Donoratico della Gherardesca.

La famiglia dei Della Gherardesca è molto antica, di origine longobarda, il presunto capostipite è il conte Ghisolfo discendente dei duchi del Friuli.

In Toscana possedettero molti territori; Gherardo I conte di Volterra è il primo capostipite certo di questa famiglia.

A seconda del castello nel quale elessero la loro dimora, i Della Gherardesca si articolarono nei rami dei conti di Castagneto, conti di Campiglia, conti di Segalari e conti di Biserno.

Poiché il nome Gherardo si ripetè nelle successive generazioni, l’intera prosapia venne denominata, prima dei Gerardeschi, e successivamente dei Della Gherardesca.

Sull’origine del cognome Donoratico si formulano due ipotesi: la prima, meno probabile deriverebbe dal termine “Dominus hieraticus” riferito all’antenato San Wilfredo, vissuto nell’VIII secolo; la seconda dal termine “Domo-raticus”, ossia “Residenza dei Signori”, riferita al grande castello eretto da questa famiglia fra il X e l’XI secolo sopra uno sperone collinare prospiciente al mare a sud di Castagneto, castello che costituì sempre il simbolo del loro potere, in quanto si trovava baricentrico rispetto ai territori di loro pertinenza compresi tra i fiumi Cecina e Cornia.

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3 Febbraio 2014 - Categoria: eventi straordinari

Francesco Manconi, il noto storico sardo se n’è andato prematuramente

Manconi 2A circa 73 anni se n’è andato il collega Francesco Manconi dell’Università degli Studi di Sassari, lasciando una testimonianza di grande studioso di storico moderno, vissuto tra gli archivi dell’Italia e della Spagna e di altre nazioni per scavare e scrivere sulla storia della Sardegna Moderna durante l’impero spagnolo. Famosa la sua opera sulla peste barocca in Sardegna.

“Con viva partecipazione al dolore della famiglia, il Rettore annuncia la scomparsa del carissimo prof. Francesco Manconi, già professore di Storia moderna nella Facoltà di Lettere e Filosofia del nostro Ateneo.”

Prof. Luciano Caimi della Cattolica di Milano  ci scrive:- Con Francesco non ho avuto rapporti intensi, però lo ricordo come persona cordiale, oltre che come studioso di valore.”

Lo storico moderno sardo Salvatore Loi, commenta:- Mi è mancato un amico e un sostegno. Mi mancheranno le periodiche lunghe converszioni al telefono nelle quali si instaurava un rapporto che andava oltre l’aspetto culturale, acuistando toni e caratteri non solo di stima ma anche di cordialità e amicizia.-

I funerali si svolgeranno a Calangianus, domani 4 febbraio, dove lo storico era nato e vi aveva frequentato le scuole elementari.

Noi unendoci al cordoglio della famiglia inseriamo la scheda del bravissimo storico da lui medesimo compilata e a disposizione degl’internauti:

Era stato professore ordinario di Storia moderna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Sassari. È stato delegato rettorale per l’organizzazione dell’Archivio generale d’Ateneo. È delegato di Facoltà per il progetto Socrates-Erasmus. Era presidente dell’Associazione italiana di Studi catalani. È stato direttore nell’amministrazione degli Archivi di Stato italiani. Ha coordinato per conto del Consiglio regionale della Sardegna la collana editoriale “La civiltà del popolo sardo”. Dirigeva la collana di storia e scienze sociali “Clio” della casa editrice EDES di Sassari.
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31 Gennaio 2014 - Categoria: filologia

L’Odissea e la Sardegna nuragica di Massimo Pittau

UlisseNell’antico mondo greco, già in epoca classica e dopo in quella postclassica, riguardo ai poemi omerici e soprattutto riguardo all’Odissea si determinò un movimento esegetico-culturale molto caratteristico: numerosi interpreti, commentatori, storici e geografi si diedero da fare per indicare la rotta esatta del viaggio fatto da Ulisse nel suo peregrinare da una terra all’altra del Mediterraneo e più precisamente per individuare le diverse tappe da lui fatte e cioè le terre da lui toccate. La motivazione di fondo di questa affannosa esegesi di carattere geografico stava nel fatto che – come tutti sappiamo – i due poemi omerici costituivano ormai i “libri” per eccellenza della etnia greca, la loro Bibbia nazionale, gli strumenti essenziali della paideia dei Greci e cioè della loro educazione e della loro cultura. Quelle identificazioni delle varie «tappe» del viaggio di Ulisse pertanto erano promosse dal desiderio di dare decoro e gloria alla propria patria locale, alla propria isola, alla propria città o regione, decoro e gloria che scaturivano appunto dall’essere stata essa raggiunta dall’eroe di Itaca.

Senonché la identificazione di quelle tappe non risultava affatto univoca, bensì variava da interprete a interprete, ovviamente in funzione ed a vantaggio delle rispettive patrie locali; col risultato finale che circa la identificazione di alcune tappe, perfino di quelle fondamentali, venivano indicate decine di differenti località…\1\ Il quale modo di procedere dei vari interpreti fu criticato e anche deriso dal grande filologo e geografo Eratostene di Cirene, con la seguente frase che ci viene tramandata da Strabone (I, 2, 15): «Si ritroverà dove Ulisse ha navigato, quando si troverà il pellaio che ha cucito l’otre dei venti» (evidentemente quello datogli da Eolo). Senonché questa critica e questa derisione di Eratostene non fu affatto recepita dagli interpreti successivi, nemmeno dallo stesso Strabone che ce l’ha tramandata; e molti ancora continuarono nelle loro identificazioni delle varie tappe del viaggio di Ulisse: nel mondo greco, fino al suo trapasso in quello bizantino, e anche nel mondo romano, dopo che Livio Andronico nel secolo III a.C. Aveva proceduto a tradurre in latino l’Odissea.

Non solo, ma i tentativi di ricostruire l’esatto itinerario del viaggio di Ulisse vennero ripresi in epoca moderna, a iniziare dall’età umanistica, di secolo in secolo, fino ai giorni nostri, con innumerevoli e purtroppo assai differenti proposte di identificazione. In epoca recente c’è stato persino chi ha localizzato qualche episodio del viaggio di Ulisse nello Jutland e chi addirittura ha pensato di costruirsi una barca alla foggia di quella usata da Ulisse e, munito di perfezionati apparecchi fotografici, ha deciso di ripercorrere e di fotografare l’itinerario dell’antico navigatore, ovviamente finendo col giurare che quella effettivamente era stata la precisa rotta del peregrinare dell’eroe itacense…

Ma a prescindere da queste amenità, per i tempi recenti sia sufficiente citare due opere molto impegnate, alle quali i rispettivi autori hanno voluto dare tutti i crismi della acribia scientifica: Victor Bérard, Les Navigatione d’Ulysse\2\, e Hans-Helmut & Armin Wolf, Der Weg des Odysseus. Tunis-Malta-Italien in den Augen Homers, con nuova edizione dal titolo Die wirkliche Reise de Odysseus. Zur Rekonstrution des Homerischen Weltbildes\3\. Senonché soprattutto quest’ultima opera dei fratelli Wolf, nonostante ed anzi proprio per l’impegno esegetico profuso nella loro ricerca, si è attirata una sostanziale condanna da parte dei filologi\4\.

D’altra parte il tema della “ricostruzione della rotta del viaggio di Ulisse” è ormai diventato un topos della stampa quotidiana e periodica, tanto che non passa anno in cui non si annuncino le strabilianti “ricostruzioni scientifiche” fatte dagli immancabili capitani di mare o navigatori o ingegneri od avvocati… E tutto questo ha pure avuto le sue ovvie conseguenze pratiche: ad esempio, «nel 1974, il Golfo di Squillace è stato denominato, in base alla localizzazione wolfiana, “Riviera di Nausicaa”, con tanto di lapide nel luogo del fatidico incontro tra Odisseo e la figlia di re Alcinoo»\5\. E pure la nostra Sardegna ha fatto la sua parte: evidentemente a seguito delle indicazioni di Victor Bérard, che aveva localizzato la terra dei Lestrigoni nella Sardegna settentrionale, nella insenatura di Porto Pozzo, di recente è stato ufficialmente trovato e battezzato un «Porto di Ulisse»…

Dal modo in cui ho finora condotto il mio discorso sarà apparso chiaro che io non credo affatto alla “scientificità” dei tentativi di ricostruzione del viaggio di Ulisse; io non ci credo per una grossa difficoltà che espongo subito.

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30 Gennaio 2014 - Categoria: versi in gallurese

“La to’ falci di luna” “La tua falce di luna” di Maria Teresa Inzaina

 

Querce 3Hai  adducatu pà sempri
lu farru di trabaddhu
culvu
comme falci di luna.
Eri mastru a ritaglià
corria crecia di suara
calpita da lu ghjelu
cripulata da stasgioni assititi.
M’ammentu una colti
illa calura di lu statiali
la to’ mani sigura
la lama c’affundàa
lu sùaru a zicchirri
ma da chissu lamentu
s’alzàani a celu
bizarri muntoni
passizeri piramidi
a lu ‘entu e a la spiranza
und’andàani pa’ camineri
chi éu no cumprindia
trigghjli fili di frummichi rui.
Cumpagna di la to’ fatica
in silenziu ascultàa
fremiti di cilachi
sighìa, lassenditi una risa,
lu tremulu di li calor
ill’aria, lu profilu ‘ncrispatu
di la caldiccia groga contr’a sol
Ed erani innuttuli parauli.
Bastàa a pacà lu sudori
a me’ presenzia chietta
e lu to’ amori.
Tantu longhi
li dì dì l’arrinecu
e la ‘ita appena un bolu:
hai adducatu pa’sempri
lu farru in chiss’agnólu.
Ma illa colti fiurita
undi drommi
t’è cumpagna
li notti sileni di qualtu
fideli una falci di luna.

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29 Gennaio 2014 - Categoria: cristianesimo, cultura, eventi straordinari

“I rotoli di Marega e i primi cristiani in Giappone” di Asianews

I Rotoli di Marega “importantissimi non solo per la Chiesa, ma per tutto il Giappone”

GiapponeL’ambasciatore di Tokyo presso la Santa Sede, Teruaki Nagasaki, commenta ad AsiaNews l’accordo fra Giappone e il Vaticano per tradurre e catalogare i documenti sulla presenza e sulla persecuzione dei cristiani nel Sol Levante: “Atti di enorme rilevanza storica. L’anno prossimo celebriamo i 150 anni dalla riemersione dei ‘cattolici nascosti’. Speriamo che il Papa festeggi con noi questo avvenimento!”.

Roma (AsiaNews) – L’accordo fra la Biblioteca vaticana e il governo giapponese per tradurre e catalogare i Rotoli di Marega “è importantissimo non solo dal punto di vista dei cattolici, ma anche da un punto di vista storico. Sono molto felice di questa decisione: penso che in Giappone ci siano molti ricercatori che aspettano questi testi per gettare una luce migliore su quel periodo. E ovviamente è molto bello che sia nata questa collaborazione”. È il commento rilasciato ad AsiaNews dall’ambasciatore nipponico presso la Santa Sede, Teruaki Nagasaki, sulla decisione presa ieri dagli enti interessati.

I “Rotoli di Marega”sono una raccolta di circa 10mila documenti, che descrivono la presenza e la persecuzione della comunità cattolica in Giappone. Coprono un periodo temporale che va dal 17mo al 19mo secolo, e furono portati in Vaticano dal missionario italiano Mario Marega negli anni ’40 del 20mo secolo. Da allora sono rimasti negli archivi vaticani fino al 2010, quando sono stati ritrovati dal ricercatore Delio Proverbio.

I documenti sono scritti su carta di riso, talmente delicati che devono essere toccati solo con guanti speciali. Mons. Cesare Pasini, prefetto della Biblioteca apostolica vaticana, li ritiene “la più ampia collezione di documenti di questo tipo”. L’accordo durerà 6 anni ed è stato stipulato fra la Biblioteca e 4 Istituti storici giapponesi.

 Il primo dei testi è datato 1719, e parla dell’arrivo del cristianesimo in Giappone nel 1549 grazie ai missionari gesuiti. Per descrivere quanto si fosse diffusa la fede cristiana nel Paese, in uno dei testi ritrovati si legge che quattro nobili giapponesi si recarono a Roma nel 1585 per assistere all’elezione di papa Sisto V. Ovviamente una larghissima parte dei documenti parla della persecuzione ordinata dallo Shogunato contro la nuova comunità, e descrive nei particolari il martirio dei 26 cristiani di Nagasaki che portò al bando del cristianesimo nel 1612.

Proprio l’esempio dei cristiani giapponesi è stato da poco ricordato da papa Francesco, che durante l’udienza generale del 15 gennaio ha detto: “La storia della comunità cristiana in Giappone è esemplare. Sentite bene: essa subì una dura persecuzione agli inizi del secolo XVII. Vi furono numerosi martiri, i membri del clero furono espulsi e migliaia di fedeli furono uccisi. In Giappone non c’era più nessun prete, tutti sono stati espulsi. Allora la comunità si ritirò nella clandestinità, conservando la fede e la preghiera nel nascondimento, e quando nasceva un bambino, il papà e la mamma lo battezzavano, perché tutti noi possiamo battezzare. Quando, dopo circa due secoli e mezzo, i missionari ritornarono in Giappone, migliaia di cristiani uscirono allo scoperto e la Chiesa poté rifiorire. Erano sopravvissuti con la grazia del loro battesimo!”.

 Per l’ambasciatore Nagasaki, queste parole “sono molto belle e molto importanti. Siamo stati molto felici di sentire le parole del Papa sui cristiani giapponesi! Tra l’altro, proprio l’anno prossimo festeggiamo i 150 anni della riemersione dei ‘cristiani nascosti’, i “kakure kirishitan” di cui parla Francesco. La comunità cattolica e il Giappone in generale sarebbero molto felici di ricevere una visita del Papa, e questo anniversario è molto importante. Sappiamo che ha ricevuto tanti inviti, ma speriamo lo stesso in un suo viaggio in Giappone”.

http://www.asianews.it/notizie-it/I-Rotoli-di-Marega-importantissimi-non-solo-per-la-Chiesa,-ma-per-tutto-il-Giappone-30163.html

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28 Gennaio 2014 - Categoria: filologia, onomastica

Sardi Nuragici, Pelasgi ed Etruschi di Massimo Pittau

Nuragici

Nuragici

“4. Da più di trenta autori antichi, greci e latini, vengono chiamati Pelasgi/Pelasgói “naviganti e pirati” che risultavano segnalati in quasi tutta la Penisola italiana e poi in quella greca e infine in molte località del Mar Egeo.

Nel mondo antico correva una etimologia di questo vocabolo: Pelasgós = pelargós «cicogna» (uccello migratore); ma in realtà questa non era altro che una paretimologia o “etimologia popolare” (cioè errata), conseguente al fatto che i Pelasgi si spostavano spesso dal Mar Tirreno a quelli Ionio, Adriatico ed Egeo. E come dimostra soprattutto il fatto che i Pelasgi o Pelasgói sono citati dagli autori antichi, greci e latini, quasi sempre e soltanto in questo esatto modo.

A mio avviso, invece, Pelasgus/Pelasgós significava anch’esso «costruttore e abitante delle torri, torrigiano, turritano», derivando dalla glossa latino-etrusca fala «torre di legno, torre d’assedio» (DELL). E c’è da precisare che dell’appellativo fala i Glossari latini riportano pure la variante phala e inoltre che le alternanze delle vocali A/E e delle consonanti F/PH/P sono ampiamente accertate nella lingua etrusca (DICLE 13; LIOE, LLE Norme).

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