Categoria : politologia

Italia.Nel caos della stampa(e della politica) italiana quale spazio per l’Europa? di Michele Marchi

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L’estate 2010 dell’informazione politica italiana non ha voluto invertire il trend degli ultimi anni: da «Bancopoli» del 2005, passando per i rumors sulle presunte frequentazioni più o meno intime del Presidente del Consiglio dello scorso anno, ora si è arrivati ai problemi patrimoniali e famigliari dell’attuale Presidente della Camera dei Deputati, il tutto all’interno della lotta per aggiudicarsi la leadership del declinante centro-destra berlusconiano. Il gossip politico, la polemica al vetriolo, le prime pagine insultanti e la «brutta versione» del giornalismo d’inchiesta hanno, anche quest’anno, fatto rimpiangere i bei tempi degli «anemici» quotidiani agostani, impeccabili nella loro scarsità di pagine, d’abitudine piene di eventi di cronaca, feuilleton a puntate, calciomercato e trionfi di «cultura e spettacolo». Ebbene, nonostante l’ennesima sciagurata recita messa in piedi dal «teatrino della politica nazionale» e forse a dimostrazione che la dimensione europea ha pervaso anche il nostro provinciale Paese, non sono mancate nei mesi di luglio e agosto alcune interessanti riflessioni su tematiche direttamente riconducibili al dibattito europeo. In particolare l’attenzione dei commentatori italiani si è concentrata su due temi: la questione immigrazione (sull’onda della «querelle Rom» esplosa in Francia) e la prepotente ripartenza economica della Germania. Al contrario nessun interesse hanno riscosso i dati, peraltro piuttosto significativi, dell’ultima indagine Eurobarometro.

1. Immigrazione: se l’Europa latita, gli Stati fanno la “voce grossa”

Tutto è cominciato sul finire di luglio, quando un Presidente francese in drammatico calo di consensi ha cercato di risalire la china tornando all’origine, ovvero vestendo i panni del “primo poliziotto di Francia” e insistendo su uno dei temi chiave (insieme alla disoccupazione) per la confusa e smarrita opinione pubblica francese: la sicurezza. Per motivi oggettivi, e per altri meno razionalmente spiegabili, sicurezza e immigrazione sono oramai una coppia inscindibile all’interno di tutti i più complessi dibattiti nazionali e sovranazionali. Insomma in maniera magari un po’ rude è indubbio che la proposta di Sarkozy di revocare la cittadinanza ai giovani cittadini francesi figli di immigrati macchiatisi di gravi reati contro le forze dell’ordine ha comunque riacceso i riflettori sul tema chiave dei criteri di concessione della cittadinanza nel contesto europeo (1). Tema se possibile reso ancora più decisivo dopo la pubblicazione degli ultimi dati relativi alla crescita demografica dell’Unione. Se il 2009 è stato un anno di grazia, infatti il trend della decrescita si è interrotto con un saldo positivo di 1,4 milioni di abitanti, osservando da vicino il dato ci si rende conto che il 60% di questo aumento è dovuto a cittadini immigrati. Ma vi è un ulteriore dato preoccupante. Gli immigrati in arrivo nel Vecchio Continente si stanno pericolosamente «europeizzando» (perlomeno sul fronte della procreazione) e il tasso di fertilità femminile è drammaticamente in calo anche tra le donne immigrate (2). Come troppo spesso accade quando si affronta la questione immigrazione è facile passare dall’alto della disquisizione su ius solis, ius sanguinis e ius domiciliis al basso della più populistica ricerca del consenso, laddove dominano gli istinti meno nobili e più irrazionali. È da Parigi che ancora una volta è partita la scintilla. Anche in questo caso un oggettivo problema, quello della complicata convivenza con la minoranza Rom, si è tramutato in motivo di forte, pregiudiziale e populistica polemica politica. Sulla stampa italiana il tema ha assunto una triplice dimensione. Da un lato si è sottolineata la generale inefficienza europea nel trattare i temi della cittadinanza (la maggior parte dei Rom è di nazionalità bulgara o romena, dunque comunitaria) e dell’immigrazione (3). Dall’altro molto clamore ha sollevato l’intervento del ministro degli Interni, il leghista Roberto Maroni. Chiamato a commentare i provvedimenti di espulsione decisi da Sarkozy, il titolare del Viminale ha rivendicato una sorta di “copyright originario” nelle politiche di espulsione dei cittadini che non rispettano i requisiti richiesti dall’Ue per chi vive in un Paese membro. Insomma una sorta di “non siamo noi a dover imparare da Sarkozy, ma è lui che ci sta copiando” (4)!

Numerosi commentatori hanno sottolineato quanta demagogia offusca il tema, distribuita equamente sia tra chi accusa Bruxelles di non risolvere un problema sul quale si sono costruite oramai decennali successi elettorali, sia tra chi finge di non rendersi conto di quanto il tema della lotta all’immigrazione clandestina e in generale il suo controllo sia ritenuto prioritario dalle opinioni pubbliche europee. In uno scenario già piuttosto intricato sono poi giunte le critiche (verso Parigi ma implicitamente anche verso Roma) provenienti da autorevoli ambienti vaticani (addirittura l’Angelus del Papa del 23 agosto) proprio a proposito delle espulsioni (5). Nel clamore delle polemiche al solito da Bruxelles sono arrivati richiami all’ordine e ammonimenti più o meno duri a Francia e Italia. L’impressione che ne è emersa è però che sul tema si navighi ancora a vista, senza coordinamento alcuno. Di conseguenza temi così determinanti non possono che avere come destino quello di tramutarsi in combustile utile solo per aumentare la polemica politica (6).

2. Riparte la locomotiva tedesca e il resto dei vagoni?

Se sul fronte immigrazione/espulsioni/cittadinanza l’Unione sembra unita solo nei problemi e non nelle soluzioni per risolverli, notizie altrettanto contraddittorie giungono anche dal fronte economico. Da questo punto di vista il tema dell’estate è stato senza dubbio la significativa ripartenza dell’economia tedesca. I dati hanno impressionato i più autorevoli osservatori nazionali. + 3,7% di aumento tendenziale e +2,2% di incremento congiunturale, con l’aggiunta di un surplus commerciale di 60 miliardi di euro. La locomotiva tedesca è sena dubbio tornata a correre, grazie al suo export e agli aiuti di Stato successivi alla crisi del 2008, ma non certo grazie al solito anemico mercato interno (7). Proprio a partire da questa considerazione si sono alzate alcune voci critiche a proposito dell’exploit tedesco. Da un lato dopo aver reso merito ad un sistema, quello tedesco, che riesce ad unire produttività e competitività, ci si è soffermati ad osservare il rovescio della medaglia di questa nuova ripartenza. Il rischio è che la Germania abbia importato nell’Ue una sorta di «sindrome da esportazione», cioè l’idea che l’economia si stimoli solo nella competizione per la conquista dei mercati e non con la crescita interna. Il risultato deleterio potrebbe essere che i Paesi forti in questo ambito mantengano una certa crescita, mentre quelli più deboli continuino a non crescere. Insomma la spinta ad esportare a tutti i costi potrebbe accentuare quel decoupling che si tramuterebbe nell’Europa a due velocità, una a del «nord» che corre ed esporta (Germania, Svezia, Finlandia), e una del «sud» (Spagna, Italia, Grecia) che arranca appesantita da debito pubblico e scarsa competitività (8). L’altra lettura piuttosto originale è stata quella offerta dall’ex Presidente del consiglio italiano ed ex Presidente della Commissione di Bruxelles Romano Prodi. Egli non fa altro che prendere atto di una serie di comportamenti delle principali élites governanti del Paese. Berlino rappresenta l’asse portante economico dell’Ue. Questa grandezza economica si accompagna però ad una sorta di «nanismo» politico. Più diventa forte economicamente più la Germania si chiude in se stessa penando di poter fare da sola, pensando forse di essere troppo grande per l’Europa, ma sforzandosi di ignorare di essere troppo piccola per contare veramente in un mondo globalizzato. Anche la Grande Germania ha bisogno di una più Grande Europa (9).Le parole dell’ex Presidente della Commissione a proposito della “fuga dalle responsabilità politiche” di Berlino sembrano trovare totale consonanza nel punto di vista espresso dall’attuale primo inquilino di Palazzo Berlaymont. “Mi lasci però dire la verità: i problemi non si risolveranno fino a che ogni Nazione non vede il progetto europeo come il suo progetto” (10). In realtà proprio i due temi che hanno occupato le pagine della stampa italiana durante questa estate 2010, immigrazione e ripresa economica tedesca, hanno mostrato una costante carenza di progettualità nell’approccio europeo e una speculare e pericolosa tendenza alla loro rinazionalizzazione. Economia ed immigrazione occupano da anni i primi posti nelle preoccupazioni dei cittadini dell’Ue. L’assenza di progettualità europea per cercare soluzioni comuni e condivise appare ancora, purtroppo, piuttosto evidente.

3. Europa 2010: il declino?

Romano Prodi insistendo sulla necessità che si dispieghi un nuovo protagonismo tedesco, Manuel Barroso invitando i Paesi membri a tenersi lontani da atteggiamenti egoistici, in realtà lanciano il medesimo grido d’allarme: la tendenza è quella di un’involuzione del progetto integrativo e di conseguenza il rischio sempre più concreto di un inevitabile declino dell’Ue nel contesto globale. Un’impressione simile sembra condivisa dal noto esperto americano di relazioni internazionali Charles Kupchan. Dalle colonne del «Washington Post» è giunto il suo monito all’Europa in declino che, anche considerata la vicinanza dell’intellettuale con i centri di potere del Paese, assomiglia molto ad un grido d’allarme lanciato dai declinanti Stati Uniti a quello che nel corso del Novecento è stato senza dubbio il suo più saldo alleato, insomma un commento interessato e preoccupato. Il catalogo dei problemi europei appare allo stesso tempo scontato ed inequivocabile: rinazionalizzazione delle politiche, crisi di consenso, problemi economici e carenza di leadership volontariste (11). A peggiorare un quadro già fosco giungono poi i dati primaverili (pubblicati nel mese di agosto e forse per questo scarsamente considerati) della nuova rivelazione Eurobarometro. Ancora una volta la media dei cittadini europei che ritengono positiva l’appartenenza all’Ue è in calo, questa volta di quattro punti, dal 53% le risposte positive sono scese al 49%. Insomma meno di un cittadino su due ritiene positiva l’appartenenza all’Ue. Il dato italiano addirittura scende sotto la media Ue-27, passando dal 49% al 48%. Ma quello forse più preoccupante riguarda la Germania, che critici e sostenitori identificano come l’ultima risorsa europea a livello di leadership. La crisi economica e la querelle sul salvataggio della Grecia hanno inciso in maniera significativa sull’opinione pubblica. Oggi solo un tedesco su due ritiene positiva l’appartenenza del proprio Paese alla Ue, con una perdita netta di 10 punti percentuali rispetto al precedente sondaggio (12). La sentenza della Corte costituzionale di Karlsruhe del 2009, ma anche le reticenze tedesche prima di dare il via libera al salvataggio della Grecia, hanno definitivamente chiarito una tendenza avviatasi a partire dal “no” referendario francese del 2005: le basi della legittimità democratica rimangono nazionali e non sono europee. Come possono i differenti primati dell’interesse nazionale essere armonizzati e tramutarsi in comuni interessi per la crescita, la stabilità, la promozione della democrazia e il protagonismo internazionale europeo? La gestione dell’immigrazione e quella delle minoranze, così come il tentativo di giungere a politiche economiche integrate, hanno riproposto anche nel corso dell’estate questo dilemma. La criticità delle opinioni pubbliche nei confronti dell’integrazione e il dilagare di un larvato populismo anti-europeo troppo spesso veicolato da élites politiche in cerca di consensi, fanno parte della stessa sfida: riuscire a fornire risposte coerenti all’impellente necessità di sovranazionalità senza dimenticare che il punto di origine della legittimità democratica, sulla quale si incardinano i principi dell’obbligazione politica, resta ancora la dimensione nazionale (13).

(1) M. Ferrera, Una nuova politica della cittadinanza eviterà il dilagare della xenofobia, Il Corriere della Sera, 02-08-2010

(2) A. Simoni, Europa, gli stranieri non bastano per frenare il declino, La Stampa, 06-08-2010

(3) S. Romano, L’Europeo, Panorama, 27-08-2010

(4) L. Salvia (int. a R. Maroni), “Giusto espellere i rom. Saremo più duri di Sarkozy”, Il Corriere della Sera, 21-08-2010

(5) A. Panebianco, I principi e la realtà, Il Corriere della Sera, 23-08-2010

(6) G. Ruotolo, L’Europa sgrida Francia e Italia. Attenti alle regole, La Stampa, 24-08-2010

(7) A. Quadrio Curzio, Export e Germania trascinano l’Europa, Il Corriere della Sera, 14-08-2010.

(8)D. Taino, Ma non aiuta un’Europa a due velocità, Il Corriere della Sera, 28-08-2010

(9) R. Prodi, Se la grande Germania sapesse quanto è piccola, Il Messaggero, 29-08-2010

(10) R. Bagnoli (intervista a J.M. Barroso), “Troppi Paesi individualisti e miopi”, Il Corriere della Sera, 31-08-2010

(11) C. Kupchan, As nationalism rises, will the European Union fall?, Washington Post, 29-08-2010

(12) http://ec.europa.eu/public_opinion/index_en.htm

(13) C. Bastasin, Questo secolo può ancora essere europeo, Il Sole 24 Ore, 02-09-2010.

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