“Di quella giornata mi resta che avevo deciso di farmi i segni di guerra indiani sulla faccia con la crema” di Sarah Savioli

Sarah Savioli

Ieri, cercando la foto di uno dei cani del mio cuore, ho trovato questa.

E’ la foto della festa all’asilo per il mio quinto compleanno, un’antesignana della situazione a mezzobusto “maglia elegante-braghe del pigiama” che viviamo oggi nelle riunioni in chat.
Infatti, a parte il vano tentativo di mia madre di chiudere i miei capelli anarchici in un’acconciatura decente, il vestitino è da grandi occasioni (lo odiavo, maledetto, lui e i suoi accidenti di pizzi e bottoncini che tiravano ovunque!), ma nella parte che non si vede avevo entrambe le gambe avvolte in grosse fasciature spesse due dita.
Qualche giorno prima infatti avevo avuto la brillante idea di scendere una rampa di scale con i pattini ai piedi.

E sotto quelle eroiche croste da professionista della minchiata artistica, ne avevo una ancora non del tutto guarita sul ginocchio destro, dovuta alla ferita profonda che mi ero fatta giocando in un frutteto e contro una canna tagliata di sbieco. Sulla caviglia sinistra invece ancora il cerottone a proteggere dove mi ero riempita di sassolini con una grattugiata fattami scivolando sulla ghiaia in un luogo dove non dovevo stare a un orario nel quale sarei dovuta essere altrove, e che dunque avevo coperto astutamente con una foglia di vite, tornando a casa senza dire nulla con conseguente infezione, febbre e raffica di patacche.
Insomma, il giorno della foto, visto che il mio angelo custode era appena stato messo a riposo per esaurimento nervoso, mi era stato messo a guardia probabilmente un personaggio di prima fila nelle schiere angeliche, perché, con tutto quello che ho continuato a combinare anche dopo, non si spiega altrimenti come io possa essere ancora qui.
Fatto sta che avevo cinque anni, più cicatrici di un reduce della guerra, sognavo di giocare a rugby, creare e vivere in una città di casette sugli alberi e fare lo speleologo-geologo-naturalista rivoluzionario che hasta la victoria siempre.
Ma la foto sta sbiadendo, si perde e si scioglie in un tempo che sgrana momenti presenti uno dietro l’altro e non si ferma mai.
Chissà quante volte mi sono ripromessa di portare tutte le vecchie foto da qualcuno che le salvi, ma, per quante volte siano, per altrettante me ne sono poi dimenticata.
È strano come gestiamo la memoria.
O forse è la memoria che gestisce noi.
Di quella giornata mi resta che avevo deciso di farmi i segni di guerra indiani sulla faccia con la crema, finendo per sporcare il vestito e fottendolo definitivamente con mia grande gioia, che la stessa cosa avevano fatto anche i miei amici portando a un’apoteosi di disperazione maestre e mamme, perché quelli non erano tempi nei quali lo sporcarsi e sporcare i vestiti venisse preso con leggerezza.
Mi rimane negli occhi la faccia fiera di un amico che mi aveva regalato un anello che però aveva rubato dal portagioie di sua madre. Alla sera la madre in questione era venuta a riprenderselo con lui tenuto per un orecchio e che, in un colpo solo, aveva ottenuto il risultato di prendere una valanga di sberle da sua mamma e il giorno dopo fare a botte anche con me che comunicavo così disappunto, gioia, arrabbiatura e affetto ed ero, a prescindere dall’anello donato e poi tolto, per il “se gli vuoi bene, tiragli un pugno”.
Ma mi restano anche molti ricordi bui di quel giorno. Molti.
Però so che stanno con gli altri difficili e accumulati negli anni, fanno parte integrante della pasta che mi compone, mattoni della mia materia dei quali non posso fare a meno, ma che ho deciso che mi costruiscano e non che, sciolti da me e liberi ma sempre lì, mi distruggano.
Perché c’è poco da fare, siamo fatti in gran parte del nostro passato, la nostra materia prima è quella che è, e su questo fronte ci possiamo fare poco.
Però possiamo lavorare sulle nostre architetture.
Ed è ben difficile che le strutture leggere che resistono al tempo e alle cose, poggino su materiali delicati e che non sono mai stati messi alla prova.

 

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