Categoria : narrativa

Otto Marzo. Festa internazionale della donna. “La figlia dei fiori” di Mario Nieddu

Erano passati quasi vent’anni dall’ultima volta in cui avevo visto Giulia, e mi ci volle un po’ per riconoscerla e ricordare il suo nome e i bei tempi, alla fine degli anni ’60.

In quel periodo ero più che mai grato a Dio di avermi creato maschio,  eppure invidiavo quella ragazza libera da tutte quelle convenzioni ottocentesche che invece ancora mi tenevano prigioniero. Lei aveva totale consapevolezza del diritto alla libertà del suo pensiero e del suo agire. Aveva poggiato saldamente i piedi sul proprio tempo, quell’epoca  che presentava come convenzioni la famiglia, il matrimonio, lo studio, che proclamava tabù la verginità, il sesso,  che affermava la stupidità di credenze come l’anima e l’inferno, che condannava come paternalismi l’autorità, i comandamenti e le leggi, che tacciava di oscurantismo chi non si allineava… Per coerenza, era libera di gestire sé stessa e il proprio corpo. Non si preoccupava minimamente del giudizio altrui sul suo mondo, le sue frequentazioni o sulla sua persona. Era veramente libera ed io la invidiavo, ma non avevo le forze di imitarla.

A me non concesse mai le sue grazie, nonostante le distribuisse con prodigalità…Forse mi giudicava inferiore perché schiavo dei miei antiquati principi o forse perché non avevo la personalità del figlio del Magnifico Rettore, Riccardo, il quale era in possesso di due doti fondamentali, la contestazione plateale del genitore e una spider rossa decapottabile. Spesso li vedevi sfrecciare con i capelli al vento o accoccolati sulle scale della Sapienza avvolti dal fumo.

Giulia era molto femminile, ma sfoggiava modi di fare e linguaggio riservati un tempo ai ragazzi più disinibiti. Non indossava mai la gonna, ma i jeans che non nascondevano le sue forme prosperose e desiderabili.  Il Femminismo era il suo pane, il suo mestiere. In possesso di intelligenza vivida e di parlantina coinvolgente, ovunque si recasse assumeva il ruolo di capobanda. L’ultima volta in cui la salutai, dirigeva una Comune nella zona della Tuscolana…

Ed eccola davanti a me, appesantita, gonna lunga e capelli odorosi. Non è la ragazza che ricordavo e che aveva occupato la mia fantasia. Il suo sorriso non maschera le tristi espressioni del volto, scavato più da lacrime e sofferenza che dagli anni.

Non aveva finito l’Università. Riccardo si era laureato con lode, aveva occupato da subito un posto di rilievo in un Ministero e l’aveva piantata. Poi tutti gli amici e anche la giovinezza l’avevano abbandonata e aveva girovagato per l’Italia. I suoi sogni si erano sciolti nell’ alcool e nel fumo. Anche i suoi innamoramenti. Aveva dovuto abortire, poiché non avrebbe saputo a quale partner affibbiare la gravidanza. Non fu facile prendere una simile decisione, convinta come era di aver un bambino in grembo. -Ma quale bambino !?- Le aveva detto una docente.  -Sei rimasta legata ai dettami di Pio IX ? La Breccia è caduta, e da tanto !… Il bambino! Il bambino…sarà un coso grande quanto la mia unghia del mignolo- Poi le aveva messo una caramellina bianca in mano, appena più grande di una lenticchia e le aveva detto di buttarla per terra. Lei aveva eseguito. –Vedi com’è insignificante ?!- le aveva detto la docente. Da allora ogniqualvolta la assaliva il rimorso, pensava a quella caramellina bianca e insignificante sul marciapiede…L’aborto, però, eseguito da mani crudeli, le aveva compromesso il corpo per sempre…

Prima di salutarmi mi confidò anche che mi aveva sempre invidiato, ci volevano attributi per affrontare la vita e gli studi senza soldi e senza lasciarsi trascinare dalle varie correnti che attraversavano come scosse telluriche quell’epoca.

Non volle neanche che le invitassi un caffè, aveva fretta, mi abbracciò e se ne andò.

Qualche anno fa, è stata trovata senza vita in un sottopassaggio di una grande città.

Quella città che la vide piena di vita, di entusiasmo,  di sogni e di speranze; quella città pronta a venderti tutto, ideologie, illusioni, corpi  e certezze; quella città diretta dalle ideologie della Lobby del momento; quella città che sacrifica per ragioni politiche, o meglio di partito, uomini e donne capaci di sacrificio e operosità, di famiglie che lottano per tenersi unite; quella città abitata da donne in carne e ossa consapevoli che il divorzio e l’aborto non sono uno slogan, conoscono bene infatti la sofferenza  dell’assenza e del fallimento.

Mario Nieddu

 

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