“E quello che abbiamo ora, è una situazione dalla quale possiamo uscirne solo mettendo a frutto e a disposizione la parte migliore di noi.” di Sarah Savioli

Quando ero piccola me ne innamorai perdutamente, lui fu davvero il mio primo amore.
Era alto e bellissimo.
Il fatto poi che lo vedessi di rado, aggiungeva alla sua figura splendida un non so che di mitico, lo proiettava in una dimensione dove il mio supereroe inarrivabile chissà cosa faceva e tutto diventava spazio per la fantasia.
Un giorno, assolutamente a sorpresa, venne a prendermi alla scuola elementare: era lì all’uscita e mi sorrideva mentre lo guardavo ferma, incantata, emozionata e fiera. Uè ragazzi, visto che roba eh?
Visto che sorriso? Visto com’è alto, com’è bello? Che occhi luminosi che ha? Lui aspetta me!
Lui è mio zio. Mio zio…
Mio zio che ora ha ottant’anni ed in ospedale, infetto, in isolamento e sta tanto tanto male.
Non so se anche lui diverrà un numero che si aggiungerà ad altri, se sarà fra coloro che svaniscono così, con il tintinnio leggero di una piccola biglia di vetro che cade in un sacco di biglie di vetro tutte uguali, rassicurandoci con la loro anagrafica fragilità in un moto d’animo comprensibile per quanto amaro.

Perché morire a ottant’anni è diverso che morire a otto o a diciotto, anche quando chi se ne va è una parte importante della tua vita e del tuo cuore… E ti trovi a vivere il tuo dolore in tempi nei quali anche la sofferenza diviene qualcosa di contingentato, di misurato secondo un nuovo concetto di strettamente necessario.
Quando ieri l’ho saputo, mi ha preso alla bocca dello stomaco una rabbia feroce… ma vergogna a tutti questi scalmanati imbecilli in giro e se ne fregano, vigliacchi non saremmo messi così se, se se se, incoscienti… se, se, se…
Tutto in una palla densa di sdegno furibondo e di ricerca di colpe da appioppare come fossero sacchi di sabbia contro i quali scorticarsi le nocche di pugni fino a farli sanguinare.
Ma ora sediamoci…
Sediamoci.
Sediamoci.

Ci siamo comportati male.
Ma molti ormai hanno compreso le loro sventatezze, anche se tardi. Di sventatezza nella vita ne abbiamo fatto tutti e questo non è alibi per nessuno, sia chiaro. Ma forse dovremmo anche pensare al fatto che noi a nostro tempo siamo anche stati perdonati.
Alcuni, invece, cos’è giusto fare non lo capiranno mai e allora ci sarà chi di dovere che prenderà le opportune civili misure coercitive volte al bene comune. E quelle saranno le uniche cose funzionanti in casi irrecuperabili, non i nostri strali che la storia ci ha insegnato possono diventare con molta facilità sassaiole indistinte che non portano niente a nessuno, se non ricordi dei quali vergognarsi e da nascondere per il resto della vita.
Non arrendiamoci al pensiero che parlare e spiegarci non serva a nulla, non arrendiamoci al sentire profondo e naturale in un momento così duro che sia tutto inutile, che siamo solo una specie di bestie senza meriti e senza speranza.
Siamo tutti chiamati davvero a fare la differenza, anche da chiusi in casa, anche ora che ci sentiamo impotenti, anche ora che il mondo ci cambia attorno e cambiamo noi, cambiano i nostri cari, i nostri sogni si schiacciano come plastilina e il domani diventa un orizzonte davvero sconosciuto del quale sappiamo solo che, se saremo fortunati, dovremo tirarci su le maniche e fare davvero una gran fatica!
Ora però il fatto che dolore e paura non divengano solo rabbia, ma una più empatica partecipazione al nostro disastrato e minuscolo genere umano è una scelta solo nostra.
E quello che abbiamo ora, è una situazione dalla quale possiamo uscirne solo mettendo a frutto e a disposizione la parte migliore di noi.

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