Categoria : memoria e storia

Giovanni Battista Manzella (1855-1937) c.m. missionario in Sardegna (1900-1937) di Pietro Meloni, vescovo emerito.

Del sig, Manzella, (un tempo i Preti della  Missione, li si chiamava signori e da non molto, padri) esiste un’ampia bibliografia a partire da quella stilata dal padre Sategna, da altri suoi confratelli, dagli storici della chiesa sarda e da altri storici dell’educazione, compreso lo scrivente, in vari contributi collettanei, come lo schedario degli articoli pubblicati sul bollettino “la Carità” 1924-1937. Qualche anno fa, a cura dei padri Antonello e Lavera è apparse l’epistolario, mentre ora sono stati pubblicati gli articoli che le sue figlie  dell’Istituto suore dei Getsemani hanno diligentemente trascritto in digitale e pubblicati a cura di padre Erminio Antonello.
Aspettiamo con pazienza che la Chiesa lo porti sugli altari anche se bisogna dire che i santi non hanno fretta dei ritardi burocratici del Dicastero dei Santi, ora presieduto dal nostro cardinale pattadese Angelo Becciu. Anch’io sentii parlare del santo fin da bambino sebbene la mia famiglia non fosse praticante e anch’io ho fatto in tempo a nascere in gennaio, prima che nel 1937 il 23 ottobre padre Manzella lasciasse questo mondo per l’altro.
Tanto lui quanto un altro grande missionario della Sardegna, Padre Giovanni Battista Maria Vassallo, gesuita, (Dogliani,1661-Cagliari,17
75) meritano gli onori degli altari, il Vassallo percorse l’Isola dal 1726 alla sua morte 1775, per  quasi 50 anni. Dobbiamo al prof. Fabio Pruneri, docente Uniss, un ampio contributo apparso sugli “Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni educative”  Giovanni Battista Maria Vassallo e le missioni popolari nella Sardegna sabauda 1726-1775  “Annali di storia dell’educazione”,  19, (2012) pp. 47-66 . accademiasarda.it “recensione”.

  1. Padre Manzella missionario in Sardegna.

Viviamo in questo mese di ottobre [1996] l’atmosfera missionaria della “nuova evangelizzazione” e torniamo con gioia all’appuntamento annuale della commemorazione del “Signor Manzella” nel giorno 23 ottobre anniversario del suo “dies natalis”. Il nostro Papa Giovanni Paolo II, celebrando undici anni fa la “Giornata Missionaria Mondiale” in Sardegna, il 19 ottobre 1985, nella sua omelia allo stadio della città di Sassari ricordò che nel Seminario Provinciale Turritano, quando nell’anno 1926 nacque il primo germoglio della Giornata Missionaria, tra i Padri Vincenziani “spiccava per zelo apostolico il Padre Giovanni Battista Manzella”.
È stato proprio il nostro Mons. Salvatore Isgrò, nella celebrazione del 23 ottobre 1985, a mettere in risalto le parole che il Papa qualche giorno prima aveva dedicato al Padre Manzella, definendolo nel discorso di Cagliari il 20 ottobre “l’apostolo della Sardegna, che per quasi quarant’anni percorse infaticabilmente”. È significativo che il ricordo del Padre Manzella sia stato unito a quello di suor Maria Gabriella Sagheddu di Dorgali che – disse il Papa – “ebbi l’onore e la gioia di dichiarare beata”, e della Madre Maria Giovanna Dore di Olzai “fondatrice delle Benedettine Mater Unitatis”.
La celebrazione eucaristica annuale in questo Santuario del SS. Sacramento, elevato sulla tomba del Padre Manzella e custodito nella adorazione perpetua dell’Eucaristia dalle sue predilette Suore del Getsemani, è un inno a quella umile santità che la gente di Sardegna vide con i propri occhi e ora coltiva devotamente nella memoria e nella preghiera. Il santuario nato sul sepolcro dell’apostolo della Sardegna riverbera sulla nostra terra quel profumo di santità che attirava i cristiani alle tombe dei martiri e preannunziava la resurrezione: “È una profezia fatta alla Chiesa – possiamo dire con il grande teologo Origene – che la incoraggia a credere nella promessa futura, e alla comunità che attende il tempo della resurrezione grida: Risorgi!” (Sul Cantico3,227). E tutte le persone credenti, nel clima dell’amore sponsale del Cantico dei Cantici, possono cantare a Cristo con l’ardore del vescovo Sant’Ambrogio: “Attiraci a te! Noi correremo verso il profumo delle tue vesti per respirare il profumo della resurrezione” (I misteri29).
Offrire una parola di elevazione e di testimonianza in questa 59ª ricorrenza del transito al cielo del Padre Manzella è impegno assai arduo, sia perché solo un santo dovrebbe parlare di un altro santo, sia perché nell’annuale commemorazione hanno recato la loro testimonianza molti vescovi e sacerdoti e laici che con il Padre Manzella hanno avuto una speciale confidenza e familiarità. È per me però un debito filiale verso il Padre Manzella accogliere il dolce invito delle sue vergini consacrate, e dell’arcivescovo della mia Chiesa di Sassari, a riaccendere qualche raggio dello splendore divino che brillava sul volto umano del nostro apostolo.
Avevo due anni e due mesi quando il Padre Manzella morì, e forse ero presente anch’io tra le braccia di mio padre alla festosa celebrazione della sua morte nella Chiesa Cattedrale di Sassari, nella quale io ero nato alla fede nel Sacramento del Battesimo. Il vescovo Mons. Enea Selis ha scritto che quel giorno “al passaggio della salma la gente applaudiva e gridava: Viva Signor Manzella, viva Santo Manzella”. “Dire ‘viva!ad un morto non è cosa comune … ed applaudire al passaggio di una bara è cosa per lo meno inusitata”, osservava Don Enea (Le Suore del Getsemani, p. 17). Oggi gli applausi in simili occasioni sono meno rari, ma chissà se sgorgano sempre per esaltare la santità.
Nella mia famiglia io respirai fin da bambino il profumo della santità di Padre Manzella. Mio padre Lussorio, che era nato nel 1900 tre mesi prima che il Padre Manzella giungesse in Sardegna, mi raccontava i suoi incontri con il santo missionario, ed anche le sue corse per poter tenere il passo del suo calessino, mentre andava di fretta perché lo attendevano i poveri: “quando l’asinello corre bisogna lasciarlo correre!” gridava dal carretto il missionario. Mia madre Lucia, la cui famiglia aveva ospitato nella casa di Luogosanto il Padre Manzella quando predicava la Novena per la “Festa Manna” di Maria Bambina, era stata incaricata di riordinare il lettino del missionario, ma spesso lo trovava già in ordine perché lui aveva forse dormito sulla sedia. Mia mamma, che poteva avere allora quindici anni, dopo la partenza trovò nella stanza un fazzoletto con le iniziali G. B. M. ricamato a mano e lo custodì diligentemente come una reliquia fino ad oggi.

        Nei racconti familiari a me pareva di vedere con i miei occhi il riflesso luminoso della vita del santo. E spesso mi recavo alla sua tomba, alla quale da giovane ritornavo anche per domandare la grazia del buon esito nelle interrogazioni e negli esami, e poi per scrutare nel silenzio la strada della mia vocazione. E non mi lasciavo sfuggire l’occasione di servire la Messa nella Chiesa della Missione dei suoi Vincenziani.
Ecco. Il mio piccolo “vanto” è che ho fatto in tempo a nascere prima che il Padre Manzella morisse. Ora, per ripercorrere con voi la sua vita e i suoi miracoli debbo appellarmi alle narrazioni degli storici e soprattutto degli autentici testimoni. Al più significativo tra di loro, che tra i viventi mi pare Don Enea Selis, possiamo strappare l’immagine perfetta della personalità del Padre Manzella: egli è stato “il più grande e geniale evangelizzatore di tutti i tempi della nostra Isola” e anche “l’anticipatore della rinascita sociale ed economica dei sardi” (Le Suore del Getsemani, p. 12). Il grande missionario, “percorrendola fino ai paesi più lontani e sperduti”, si accorse che “la Sardegna era veramenteterra di missione”; per questo se ne fece “zelante evangelizzatore” e “artefice di promozione umana” con la sua umanità “ricca di umorismo e di allegria” ( pp.9-21).

2. Il Padre Manzella a Nuoro

Padre Manzella aveva una predilezione per i sacerdoti e alle “vocazioni sacerdotali e religiose … si è dedicato con singolare fervore” (p. 13). “Egli mi ha insegnato – dice don Enea – che bisogna apprezzare le piccole cose, che occorre vedere il Signore presente in ogni uomo, che ci si santifica in mezzo alle cose materiali … scoprendo quel qualche cosa di divino che è nascosto” (p. 20). “Gli anni passano – conclude Mons. Enea Selis  – ma la sua figura, per noi che lo abbiamo conosciuto ed amato, è sempre viva” (pp. 28-29). “Il modo migliore di ricordarlo” è “farlo conoscere alle nuove generazioni” (p. 29).

 Se è vero, come scrisse il Papa Paolo VI nellaEvangelii Nuntiandi, che “l’ uomo del nostro tempo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri … e se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (c. 41), le nuove generazioni di Sassari e della Sardegna devono sapere che il Padre Manzella era un maestro e insieme un testimone del Vangelo. “Era l’ incarnazione della bontà, della carità e della misericordia”, disse il vescovo Mons. Arcangelo Mazzotti nell’orazione per la sua morte (CommemorazioniI, p. 18).

       Egli passava per le strade della Sardegna “con un viso luminoso di candore, in cui gli occhi azzurri avevano un riflesso di paradiso”, affermò il Padre Antonio Sategna nella biografia scritta a quattro anni dalla morte (Il Signor Manzella, p. 6). “Spesso, passando, distribuiva la medaglietta dell’Immacolata, detta miracolosa, di cui aveva sempre ripiene le tasche e che diffondeva come una semente di bontà e di grazia … Era amico di tutti … Nella casa della missione, in Sassari, era un continuo accorrere di bisognosi da tutte le parti della Sardegna … Somigliava nella vita straordinariamente al santo fondatore della sua congregazione, il santo della carità, Vincenzo de’ Paoli. E chi non conosceva questo santo, rassomigliava … il Signor Manzella allo stesso Gesù” (pp. 6-8).

       Era sacerdote da sette anni il Padre Giovanni Battista Manzella, che era nato nella terra lombarda di Soncino ed era missionario nel Piemonte, quando all’età di 38 anni sbarcò in Sardegna a Golfo Aranci per raggiungere la sua nuova missione a Sassari. Iniziava all’alba del nuovo secolo la sua prodigiosa avventura missionaria, che avrebbe contribuito a donare alla Sardegna un volto nuovo con la testimonianza del Vangelo della carità.

       Il ventesimo secolo si era aperto nel 1900 con il Giubileo dell’Anno Santo, nel quale il Papa Leone XII, giovane di 90 anni in quel tempo e rinnovatore del mondo attraverso l’Enciclica “Rerum Novarum”, aveva proposto alle regioni d’Italia l’ innalzamento sulle più alte montagne della statua di “Cristo Redentore” per ricordare il 2° Millennio della Redenzione. Padre Manzella era in Sardegna da nove mesi quando il 29 agosto 1901 il vescovo di Nuoro Mons. Salvatore Angelo Maria Demartis, nativo di Sassari e docente dell’Università Turritana, innalzò sul Monte Ortobene la statua del Redentore perché proteggesse le popolazioni di tutta la Sardegna, tutti i vescovi dell’isola invitando i fedeli alla preghiera e contribuendo all’edificazione della statua con l’offerta di 100 lire.
Sei mesi dopo il Padre Manzella fu invitato a Nuoro, dove tenne nella Chiesa del S. Rosario un Corso di Esercizi Spirituali per le “Figlie di Maria” e un anno dopo nel mese di agosto 1902 tornò nella capitale barbaricina per guidare la “missione” in preparazione alla Festa del Redentore nel primo anniversario dell’elevazione del simulacro sul Monte Ortobene. Nel diario della missione una breve annotazione sulla sua riuscita dice che i Nuoresi “solo sul finire si mossero a confessarsi” (Cabizzosu, Chiesa e Società, p. 131). Maggiore frutto dovevano aver portato gli Esercizi Spirituali alle Figlie di Maria, e forse nacque allora, o nella “missione” a Bitti nel 1906, quel canto ironico di qualche buontempone, che poi divenne ritornello popolare:
«Cun dulze alegria / in s’oru de s’altare / bi calat un’istella: / sas fizas de Maria / non potene ballare / ca non cheret Manzella».
Terra di poeti è stata sempre la Sardegna e soprattutto la Barbagia. E mentre agli inizi del secolo il poeta sassarese Salvatore Ruiu cantava che “in ogni borgo oscuro e in ogni casa … arde il mistico coro al Redentore”, era ancora vivo il vaticinio del poeta nuorese Sebastiano Satta: “E tu, terra del nostro sogno, Barbagia … tu vedrai dal tuo Monte, che ha soglie sacre d’argento, scender la Gioia”. Padre Manzella apprezzava i poeti e conosceva la Sardegna descritta nei romanzi di Grazia Deledda; e a lui – come al suo confratello Padre Sategna – dispiaceva che “il Premio Nobel” nuorese non avesse esaltato “il vero volto della Sardegna … la Sardegna vera e migliore” (Sategna, p. 188).

3.   Padre Manzella, cuore e cultura grandi

È certo che il Padre Manzella scoprì i tesori più belli della terra sarda e l’amò profondamente. “La fece nel sangue di Cristo sua unica sposa”, disse il grande storico Mons. Damiano Filia commemorando il santo missionario nel trigesimo della morte il 26 novembre 1937. Egli “giungeva in uno dei momenti più drammatici della vita isolana”, e dopo i suoi viaggi apostolici “anche i sassi lo conoscevano, ed egli riconosceva tutti, nell’amore. Pellegrino di Cristo, voleva giungere alla porta di ogni peccatore … mangiò il pane d’orzo dei pastori … I rosari cantati della Barbagia e del  Campidano, i Gosos dei Santuari, il Deus ti salvet Maria intonato nell’attesa della sua parola, lo estasiavano” (Commemorazioni I, pp. 21-37).
Padre Manzella amò la popolazione della Sardegna come la sua vera famiglia. “Amò le anime, s’intende – precisa il biografo Padre Sategna – ma anche la terra, il cielo, i mari, i monti aspri e selvaggi, come le valli profonde” (Sategna, p. 187). “Lo videro passare – dice il sacerdote poeta Pietro Casu – i piccoli paeselli aggrappati sulle rupi come nidi d’aquila” (CommemorazioniI, pp. 65-73). Egli, esclamava nella sua biografia Remo Branca, “Si era posto in cammino e non aveva mai sostato, a piedi, a cavallo, in carro, in automobile, in treno … non aveva mai rinunziato al cavallo di San Francesco” (Sategna, p. 87).
I racconti della sua vita sono a tutti noti, e ben li conoscete voi che di anno in anno tornate alla su doverosa commemorazione. Eppure i cuori semplici desiderano sempre riascoltare le imprese dei santi, come i nostri padri correvano ai panegirici dei martiri patroni, come gli antichi sardi volevano sentire sempre gli stessi canti, come i bambini desideravano ascoltare dalle nonne e dai nonni sempre le stesse fiabe. Noi conosciamo la predilezione che il Padre Manzella nutriva per i piccoli e per i poveri, per i seminaristi e per i sacerdoti, per gli anziani e per gli ammalati, per i giovani e le giovani che aspiravano a consacrare la loro vita al Vangelo. Le persone che lo hanno conosciuto, personalmente oppure attraverso i libri e le testimonianze, debbono comunicare le emozioni della loro fede alle generazioni nuove, perché appaia la “novità di Cristo” nell’immagine di questo missionario che aveva “il cuore di Dio”.
Padre Manzella era un sacerdote di grande cuore e di grande cultura. Per un cristiano infatti la cultura è fatta di sapienza e di umiltà. Il suo maestro San Vincenzo de’ Paoli gli aveva insegnato che “i sacerdoti dotti e santi sono il tesoro della Chiesa”. E lui nel giorno della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta nella Cappella del Seminario Arcivescovile di Torino, aveva firmato la sua “promessa”: “Queste risoluzioni tendono alla vita più perfetta, all’acquisto del terzo grado di umiltà, per conformarmi a Cristo povero, disprezzato, crocefisso” (Sategna, p. 66). Giunto a Sassari, nel suo ministero di “Direttore del Seminario Provinciale”, che allora era Facoltà di Teologia, conquistò tutti con la sua semplicità e la sua umiltà, ma visse anche un “martirio nascosto” – come dice Damiano Filia – nel silenzio e nella preghiera, ai quali si univa “l’aroma prezioso delle sue lacrime amare” (Sategna, p.82). “Tutti i sacerdoti che lo ebbero padre nella loro giovinezza … devono al suo influsso il meglio che è in loro” (Sategna, p. 83).
La sua evangelizzazione divenne cultura e comunicazione soprattutto quando capì che doveva incoraggiare e sostenere la Chiesa di Sassari nel fondare un giornale per la fede. In una lettera del 1909 domandava una mano al fratello sacerdote Don Ezechiele: “Sono in faccende per il settimanale cattolico in Sassari, per far fronte alla Nuova Sardegnaquotidiano e alla Vitasettimanale, radicale l’uno, socialista l’altro … 3.000 lire basterebbero” (Sategna, p. 102). La domenica 13 Marzo 1910 lo scopo era raggiunto ed usciva gloriosamente il 1° numero del Settimanale Diocesano “Libertà”.

4    Il Padre Manzella e le missioni popolari

L’ evangelizzazione che tenne il primo posto nella vita del Padre Manzella, soprattutto quando lasciò la direzione spirituale del Seminario, fu quella delle missioni popolari. Egli si inseriva in una tradizione già presente in Sardegna, come ricorda don Tonino Cabizzosu dicendo che “nel maggio 1879 ebbe inizio la presenza di quattro Figli di S. Vincenzo a Sassari” (Padre Manzella, p. 119). I vescovi sardi “hanno preso a cuore e favorito in molteplici maniere le missioni popolari, a cui spesso presenziavano durante l’apertura o la chiusura”. “Quante le missioni date dal signor Manzella in circa quaranta anni di apostolato in Sardegna?”, si chiede Padre Sategna. E risponde: “A centinaia, a decine di centinaia” (Sategna, p. 83). Don Cabizzosu precisa che i Padri Vincenziani dal 1900 al 1935 “predicarono nell’isola 342 missioni popolari” e il Padre Manzella “predicò, prevalentemente nelle Province di Sassari e di Nuoro, 93 missioni popolari” (pp. 125 e 133). E Mons. Paolo Carta nella commemorazione del 1967 affermò che “ovunque passava lasciava sempre tracce del suo genio e della sua carità, fondando istituti per l’infanzia abbandonata, per i vecchi derelitti, per i ciechi, per i carcerati, compagnie di carità, asili e ricoveri” (CommemorazioniII, p. 16).
Nel 1922 egli fu invitato a Tempio da Don Salvatore Vico, parroco della Cattedrale, a predicare un triduo in onore di S. Vincenzo de’ Paoli. Padre Vico, presentando al missionario gli orfani Francesco e Liberata, gli chiese di ospitare i due bambini a Sassari. Padre Manzella rispose: “Facciamolo qui un orfanotrofio”. Nacque così l’Istituto S. Francesco di Tempio e si rafforzò la vocazione caritativa del Padre Vico. L’Anglona e la Gallura divennero campo prediletto della sua azione apostolica. A Nulvi incontrò un ragazzo e gli disse: “tu diventerai sacerdote”; e quel ragazzo divenne sacerdote. A Castelsardo passeggiava lungo la spiaggia per cercare un piccolo “paradiso terrestre” per le sue opere di carità. Ad Arzachena celebrò la sua ultima Santa Messa. A Luogosanto il Manzella descrisse il temperamento della gente: “Questa popolazione di pastori è intelligentissima, buona, mite, ospitale … Le case sono pulite, col pavimento lucidato … La gioventù è proprio buona”; in una scampagnata ad una vigna “i giovani cantavano canzoni religiose e patriottiche, e discorrevano di congressi di azione cattolica” (Sategna, p. 190).
Ben presto il Padre Manzella scoprì il fascino della terra di Barbagia e un giorno giunse ai piedi del Monte Gonare a Orani, che apparteneva alla Diocesi di Alghero, in una stagione di grande siccità. Gli uomini seduti nella piazza, che egli invitò a prepararsi al precetto pasquale, gli dissero: “Abba cherimus, no’ paraulas”. Se voleste l’acqua “vi mettereste in fila e su, a Nostra Signora di Gonare, a chiedere la grazia”, rispose il missionario. La sfida venne raccolta, e suonate le campane tutti salirono al Santuario in preghiera. E al ritorno ecco la provvidenziale discesa sotto la pioggia scrosciante. Un piccolo miracolo, al quale dopo qualche anno ne seguì uno più grande a Nuoro nel 1934; lo racconta il Can. Mauro Sale descrivendo il Padre Manzella al capezzale di un moribondo: “Signor Manca, si faccia animo, mi dia la mano e preghi con me … Domani vi alzate da letto. Al mio ritorno da Olzai verrò a visitarvi. Intanto vi preparate a fare una buona Confessione e una santa Comunione” (Sategna, pp. 321-322). E il Signore Pietro Manca guarì.

     A Nuoro tornò spesso e una volta, predicando il “Ritiro ai sacerdoti”, li infiammò il santo fervore per il pane eucaristico, come testimonia Padre Sategna che era presente. In Barbagia e in Baronia tenne molte missioni: a Bitti nel 1906, a Orune nel 1922, a Orotelli nel 1925. La presenza personale del Padre Manzella non sempre è registrata con sicurezza nelle fonti d’archivio, ma è documentato che i Padri Vincenziani predicarono le Missioni Popolari a Bitti nel 1900, a Orani nel 1901, a Nuoro nel 1902, a Fonni nel 1903, a Bitti nel 1906, a Nuoro, a Olzai, a Orani, a Mamoiada e a Orotelli nel 1907, a Sarule, Orosei e a Galtellì nel 1908, a Olzai e a Ollollai nel 1911, a Olzai nel 1914, a Orani nel 1915, a Orune e a Lodine nel 1922, a Siniscola, a Orosei e a Orotelli nel 1925, a Oliena, a Nuoro, a Bitti, a Lula e a Onifai nel 1926, a Olzai nel 1927, a Galtellì, Onifai, Irgoli, a Lula, a Orosei e a Torpè nel 1929, a Lollove, a Posada, a Oniferi e a Onanì nel 1930, a Orgosolo nel 1931, a Orune nel 1933.

     Nella Barbagia e nella Baronia il Padre Manzella predicò Novene, Tridui, Esercizi Spirituali in tutte le città e i villaggi. Non fu presente nel 1930 a Oniferi, la cui missione vincenziana è descritta dal parroco Don Salvatore Merche: “Nonostante il mal tempo, la neve e il gelo, la popolazione intervenne in massa alle prediche e alle funzioni religiose … nella chiesa di Sant’Anna … Oltre 450 persone (su 800) si accostarono ai sacramenti” (Cabizzosu, Padre Manzella, p. 198). Nel paese di Olzai ai primi di novembre 1933 fece il “presbitero assistente” alla messa del sacerdote novello Don Pietro Maria Marcello, che è felicemente vivente e vicario generale della Diocesi di Nuoro.
Sarebbe doveroso ora parlare della fondazione delle “sue” suore, che si univano alle sue prime collaboratrici le Figlie della Carità. Parla ogni giorno la loro presenza e la loro testimonianza. E la migliore attestazione desidero attingerla dalla voce di Mons. Paolo Carta, grande ammiratore del Padre Manzella e delle Manzelliane: “Al pari del suo Padre S. Vincenzo … Anche il Padre Manzella ebbe accanto a sé un’anima votata all’amore del Signore e allo zelo per le anime: la Madre Angela Marongiu. Insieme a lei pose le fondamenta di quell’Istituto altamente benefico e benemerito della nostra Isola che noi tutti conosciamo col nome di Suore Manzelliane e che egli denominò: Suore del Getsemani” (CommemorazioniII, p. 21). Le sue figlie  spirituali, che tengono accesa la lampada della sua missione e pregano perché la santità del loro fondatore sia autorevolmente riconosciuta dalla Chiesa, sono il segno visibile della presenza del santo nel nostro tempo.
Tertio millennio adveniente, nel pellegrinaggio verso il Giubileo dell’Anno 2000, domandando a Cristo Redentore a grazia della santità, tutti i Sardi debbono ricordare il Padre Manzella con gioiosa gratitudine. Egli elevò la cultura della Sardegna facendo risplendere la “dignità della donna”, come oggi fa la Chiesa Universale sospinta dal Papa Giovanni Paolo II. Egli fece risplendere la vocazione dei Sardi all’amicizia e all’ospitalità. La sua memoria – disse Mons. Isgrò 11 anni fa – “è sempre viva, e sempre suscita in noi slanci di bene, pensieri di pace, impegni di riconciliazione, generosità di servizio ai fratelli sotto il segno dello Spirito” (CommemorazioniII, p. 146).
Tutti gli uomini che hanno conosciuto il Padre Manzella lo hanno amato perché riconoscevano in lui il volto di Gesù. Le generazioni nuove debbono essere guidate amorevolmente a conoscerlo e ad amarlo, per imparare da lui quella fede e quella “perfetta letizia” che lo condusse a chiudere l’ultima giornata terrena esclamando: “Sono l’uomo più felice di questo mondo”.

In “ALMANACCO GALLURESE”  Sassari, 2017-2018 pp. 205-2014

 

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