Categoria : assistenza

Le Figlie della Carità e l’arte dell’educare di Angelino Tedde

    Grazie ai promotori della nuova storia, la storiografia occidentale ha ampliato enormemente nuovi settori d’indagine. Gli storici dalla ricostruzione dei grandi avvenimenti sono passati a ricostruire anche i piccoli avvenimenti e particolarmente la storia di tutti quelli che parevano esclusi da essi come i combattenti che s’immolavano sui campi di battaglia, le donne che dovevano sopportare il peso dell’allevamento dei figli e del lavoro quotidiano per sostentarli.

Essi hanno cercato di ricostruire la storia del movimento contadino e operaio, la storia del movimento cattolico, la storia delle donne, dei poveri, dei diseredati, ma anche della vita materiale dell’uomo in tutti i suoi momenti di sanità e di malattia, di nascita e di crescita e di morte.

La storiografia di orientamento cattolico, ma non solo quella, ha affrontato l’indagine sugli operatori religiosi e laici contemplativi in azione. Essi accanto alle vicende della vita materiale hanno saputo cogliere i segni della spirituale, dei carismi e dell’ascesi.

In questo ambito storiografico, a giusto titolo, rientrano le protagoniste delle quali oggi si festeggiano i 150 anni di promozione umana e di evangelizzazione in Sardegna: la Compagnia delle Figlie della Carità, accanto alle quali non possiamo ignorare i Preti della Missione, la Compagnia delle Dame della Carità e i signori delle Conferenze, aggregati dal beato Federico Ozanam, professore dell’antica e prestigiosa università parigina della Sorbona.

Quest’ammirevole Famiglia Vincenziana non si arrese alla decimazione dei Preti della Missione causata dalla malaria nella prima esperienza sarda ad Oristano tra il 1836 e il 1866. Ritornò nella seconda metà dell’ottocento man mano, come un esercito di pace, di compassione e di empatia, come si usa dire oggi, senza frastuono, senza farsi annunciare da squilli di trombe; ritornò armato delle sole doti della contemplazione e del servizio degli umili.

Cercò di dare risposta ai bisogni dell’infanzia in abbandono o a disagio, ai picciocus de crobi di Cagliari, ma anche ai pizzini pizzoni di Sassari, ai mignons de carrer di Alghero, a sos fizos de nisciunu di tanti paesi di quest’isola, eterna periferia di un’Italia governata da uomini spesso ostili alla loro presenza come avvenne a La Maddalena dove il sindaco Alibertini, grande fratello dell’oriente d’Italia, voleva impedire loro di rispondere ai bisogni dell’infanzia e dell’adolescenza, a cui pensava di dare risposta soltanto con la fratellanza massonica. La tempra battagliera delle Figlie della Carità capeggiate da suor Gotteland, soprannominata più tardi L’Ammiraglia, s’impose senza tentennamenti: e le fanciulle e le giovinette, grazie alle strutture attivate, mutarono la società maddalenina.

L’interinabile schiera delle Figlie della Carità diede risposta ai bisogni degli ammalati privi di assistenza materiale e spirituale negli ospedali dell’Isola. Educò e plasmò migliaia di adolescenti e di giovinette povere, ma non trascurò di fornire un’educazione civile e cristiana anche a quelle benestanti: quelle che oso chiamare la classe dirigente femminile ante litteram; le componenti di questa classe dirigente si formarono all’Orfanotrofio delle Figlie di Maria di Sassari, fine di essere degne spose e madri cristiane, brillanti direttrici delle opere di assistenza e di beneficienza, accoglienti e generose dame che sapevano far salotto non per la vanità della loro condizione sociale, ma per soccorrere gli umili e progettare le opere co le quali sapevano dare adeguate risposte agli strati sociali più disagiati.

La schiera delle figlie della Carità soccorse gli anziani e i moribondi, curandoli con dedizione e amore. Organizzo strutture educative e formative per ragazze e ragazze senza famiglia, non semplicemente strutture “custodialistiche”, rette da un “caritatismo” di maniera come sostengono certi storiografi e sociologi che umilmente invito ad affinare meglio le loro ricerche, liberandosi da radicati pregiudizi anticattolici che pare non vogliano passare mai di moda.

Tante generazioni di bambini e bambine, di adolescenti di entrambi i sessi, le donne a disagio, di ammalati, di miseri di tutta la Sardegna hanno avuto concrete risposte dal formidabile esercito della Famiglia Vincenziana, e particolarmente dalle Figlie della Carità. Esse hanno dato opportunità di promozione umana e, su quella promozione, hanno predisposto lo spazio per il grande dono della fede.

 Sulla terapia e cura dei corpi, sull’istruzione, sull’educazione, sulla prevenzione e sulla formazione degli animi e degl’intelletti si è profuso il loro impegno in questi 150 anni. La loro cultura educativa si è servita di tempo in tempo delle più avanzate metodologie. Si vedano a riguardo le piccole biblioteche degli archivi delle loro opere in cui sono rimaste tracce della loro metodologia ispirata alla teoria e alla prassi dei illuminati educatori quali Ferranti Aporti, Froebel, Maria Montessori, le sorelle Agazzi per le strutture educative per l’infanzia abile e per quella disabile. Non dimentichiamo inoltre il loro riferimento formativo di matrice francese. Si vedano poi le metodologie utilizzate per l’istruzione ai non vedenti, ai sordomuti a i disabili e finalmente si prenda atto che non si trattava di “caritatismo custodialistico”, ma di un’autentica e illuminata educazione umana e cristiana.

Solo chi non ricerca, chi è offuscato dai pregiudizi oggi non può capire la lezione che in 150 ci hanno dato le Figlie della Carità.

Che dire della scuola magistrale da loro diretta fin dal 1927 per la formazione delle maestre d’asilo della Sardegna e delle scuole d’infermeria per la formazione delle infermiere di Cagliari e di Sassari! Le future maestre d’asilo e di scuola elementare della riforma Berlinguer, fornite di laurea breve, dove pensate che vadano a fare il tirocinio? Dalle Figlie della Carità, un tempo ignorate dall’autosufficienza degli accademici che vanno ancora oggi chiedendosi amleticamente se possa essere o non essere educazione e formazione.

Che dire, infine, dell’avviamento al lavoro degli orfani e delle orfane, inseritisi nella società come tanti figli di famiglia e che hanno percorso tutta la gamma delle carriere pubbliche e private.

Dal 1856 al 2006 sia pure con i condizionamenti derivanti dalle vicende che hanno attraversato la storia del mondo, dell’Italia e della Sardegna, questo stuolo innumerevole di Figlie della Carità col meritevole e fraterno supporto dell’intera Famiglia Vincenziana ha concorso a cambiare il volto della Sardegna, a dare a tante generazione di sardi quell’educazione e formazione alla solidarietà sociale che ci contraddistingue tra le regioni italiane.

Le Figlie della Carità a ben vedere sono state fautrici dell’ammodernamento educativo nelle più sperdute comunità della Sardegna insieme alle altre congregazioni religiose femminili venute da fuori o fondate in Sardegna tra Otto e Novecento.

Lo storico però è chiamato anche a vedere le contraddizioni, i limiti di ogni azione umana, di ogni uomo, di ogni donna, di ogni aggregazione laica o religiosa.

Chi erano dunque le Figlie della Carità? Giovani donne appartenenti ad ogni strato sociale, figlie di famiglie nobili, di commercianti, artigiani, operai, contadini, pastori, ma anche orfane, donne tutte che hanno fatto una scelta fondamentale di vita: servire i poveri per amore di Cristo, anzi vedere nel povero la stessa persona di Cristo, vedere nel povero il loro maestro. Non sono scelte che possono farso con leggerezza, sono scelte che impongono mete umane e ascetiche conseguentemente percorsi tortuosi, momenti di stanchezza con conseguente visibilità dei difetti e delle umane debolezze che le fanno apparire comuni mortali, con i residui delle appartenenze sociali e conseguenti limiti. Questi limiti, spesso, sono stati rimarcati e sono serviti a scandalizzare chi vedendo un povero, ha affrettato il passo, allontanandosi; chi vedendo il povero lo ha schernito; chi vedendo il povero gli ha in modo sacrilego bruciato anche gli ultimi poveri cenci.

Certo le Figlie della Carità sono anche esseri umani, ma sono soprattutto madri, sorelle, figlie che in Sardegna, in questi ultimi 150 anni, hanno saputo dare risposta, con amore, con dedizione a chi non aveva più niente, a chi era piccolo e indifeso, a chi era ammalato e sofferente, a chi spirando in abbandono ha teso una mano e ha trovato chi gliela stringesse mormorando una parola di conforto.

Partecipando come figlio spirituale a questo centenario delle Figlie della Carità non posso che augurare loro lunga vita al servizio dei nuovi poveri anche a nome dei miei numerosi compagni e compagne che hanno conservato nella mente e nel cuore l’educazione umana e cristiana da loro ricevuta.

Grazie

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