Categoria : storia

La “sorte” degli esposti di Cristina Sotgia

1) Lo stato di salute dei trovatelli.

bimboNei primi decenni dopo l’unità d’Italia l’assistenza all’infanzia abbandonata, in ambito nazionale, veniva migliorata attraverso nuove misure ritenute più incisive per fronteggiare il costante aumento delle esposizioni e, soprattutto, della mortalità infantile.

Una di queste misure riguardava l’abolizione della ruota[i] e la sua sostituzione con un ufficio di consegna nel quale si doveva fare dichiarazione dell’origine del bambino, delle condizioni e delle modalità del suo affidamento all’istituto.

I figli legittimi non venivano più accolti e la beneficenza pubblica si restringeva solo agli illegittimi, dichiarati tali esplicitamente, e ai bambini abbandonati.

Tuttavia, la soppressione della ruota non era generale, in quanto nessuna legge in Italia ne imponeva la chiusura . In realtà la sua abolizione avveniva gradualmente e sempre in seguito a deliberazioni isolate delle varie Deputazioni provinciali[ii].

Un altro intervento teso a consentire maggiori possibilità di sopravvivenza agli infanti esposti era costituito dal pronto collocamento dei lattanti a baliatico esterno da parte di tutti i brefotrofi[iii].

Questi ultimi divennero solo un luogo di raccolta momentaneo dei bambini che non venivano più allevati all’interno ma consegnati a balie esterne (per lo più di campagna), pagate dalle amministrazioni degli istituti.

Questo perché il sovraffollamento degli ospizi e la conseguente carenza di nutrici e di attrezzature igienico-sanitarie adeguate erano diventate tra le cause principali dell’altissima mortalità dei bambini assistiti[iv], non solo in Italia ma anche in altre nazioni come la Francia e l’Inghilterra (almeno fino alla fine del XVIII secolo per queste ultime)[v].

Per queste ragioni si riteneva più opportuno affidare i trovatelli subito alle balie esterne disposte ad allevarli a casa propria, con la prospettiva, tra l’altro, di vederli per sempre sistemati in famiglia.

Nei vari ospizi rimanevano solo i neonati deboli o infermi, quelli che erano stati restituiti dalle nutrici perché malati in modo grave e quelli ritirati dall’amministrazione per estrema povertà, cattiva condotta o malattia delle balie cui erano affidati[vi].

In definitiva, le nuove misure contribuivano ad una diminuzione degli abbandoni e ad una limitazione dei legittimi assistiti, anche se si continuava ad accogliere quelli i cui genitori si trovavano in particolari condizioni di miseria o di incapacità fisica, ad esempio per mancanza di latte della madre.

Non tutte le province avevano brefotrofi[vii]. Ne erano infatti sprovvisti molti Comuni dell’Italia meridionale e, come già detto, la provincia di Sassari.

In questa zona i bambini venivano consegnati immediatamente a balia esterna su disposizione delle amministrazioni comunali, al fine di provvedere con sollecitudine alle prime necessita dei piccoli esposti che sicuramente erano venuti al mondo in condizioni difficili e, sottoposti all’abbandono, si presentavano in uno stato fisico precario. La loro sopravvivenza era dunque legata alla possibilità di avere in tempi relativamente rapidi una nutrice che sostituisse la madre naturale nell’allattamento.

Non è infatti da sottovalutare l’importanza che rivestiva per la salute del trovatello la scelta della balia che lo avrebbe allevato, considerando che crescere in un ambiente familiare, seppure di condizioni modeste, gli avrebbe consentito maggiori opportunità di sopravvivenza. Tuttavia non sempre la consegna ad una nutrice esterna costituiva per il bambino abbandonato un sicuro punto di salvezza nella sua travagliata vicenda umana ed affettiva.

Infatti potevano verificarsi varie contingenze come malattie contagiose del bambino o della balia (ad esempio la sifilide), esigenze familiari o di lavoro della stessa nutrice (nuova gravidanza o emigrazione) che provocavano il cambiamento e l’affidamento a nuova balia.

Come disposto nel Regolamento della provincia di Sassari, il trovatello doveva essere sottoposto, insieme alla sua nutrice, a visite trimestrali da parte di una speciale Commissione di vigilanza (della quale faceva parte anche il medico condotto o “pei poveri”), istituita dalla Deputazione provinciale. (Vedi documenti 17 e 18 in appendice).

Una relazione stilata dal medico provinciale di Sassari in data 15 ottobre 1908, su richiesta del Ministero dell’Interno, avente per oggetto la generale situazione sanitaria degli esposti nella provincia di Sassari[viii], (si veda documento N. 29 in appendice) ci illustra in maniera chiara ed esauriente le condizioni di salute dei trovatelli, mentre qualche dubbio insinua sulla effettiva pratica delle visite trimestrali di cui si parla nel regolamento.

Il medico provinciale informa il Ministero che le condizioni di salute degli esposti “sono normali” e che la mortalità è relativamente bassa in rapporto a quella delle altre regioni in quanto “…ciò evidentemente dipende dalla quasi assenza della sifilide ereditaria…”. Ciononostante, suggerisce a chi legge di non dare “soverchia” importanza alle cifre contenute nei prospetti annessi alla relazione stessa, e ciò perché “…la vigilanza degli esposti è scarsa dovunque”. Questo naturalmente comporterebbe, sempre a parere del medico, una mancata valutazione delle malattie a cui vanno soggetti più frequentemente i trovatelli.

A conferma di quanto, detto egli descrive i risultati delle sue visite effettuate tutti gli anni sui bambini bisognosi di bagni di mare perché affetti da “scrofolosi”, sottolineando come un numero rilevante di questi è dato dagli esposti, molti dei quali presentano sintomi anche di “tubercolosi”.

In proposito il medico pone l’accento sulla “proclività” che a tali malattie hanno gli esposti e sulla pericolosità di diffusione del contagio all’intera famiglia che li alleva.

La soluzione che, a suo parere, si impone, per “…ovviare a tale inconveniente, dato dalla mancanza di luoghi di cura dove si dovrebbero ricoverare quando si ammalano, non essendo sufficiente quella che viene loro apprestata nelle case dei poveri contadini dove sono allevati”, sarebbe stata l’istituzione negli ospedali di ogni Circondario di sale idonee alla cura stessa.

Una conferma ulteriore di quanto descritto nella relazione del medico provinciale è data (seppure in maniera non dettagliata e completa) dalle numerose richieste delle balie che allevavano esposti infermi (corredate di certificati medici attestanti lo stato di infermità fisica del fanciullo), inoltrate alle autorità competenti per l’ottenimento di sussidi straordinari che venivano corrisposti per la durata della malattia del bambino. (Si vedano in merito i documenti N. 16 e 19 in appendice).

La domanda da parte della balia era infatti consentita dalla disposizione contenuta nell’art. 12 del Regolamento esposti, che prevedeva, in caso di infermità o malattia del fanciullo, un prolungamento del baliatico al compimento degli otto anni d’età (limite massimo per beneficiare del salario mensile) o la possibilità di ricevere un sussidio straordinario fino all’accertata guarigione del fanciullo ammalato.

Dall’esame delle diverse istanze, sia delle balie di provincia che di quelle cittadine, è possibile mettere l’accento su quelle malattie che si rivelavano più ricorrenti nei fanciulli abbandonati.

Oltre alla scrofolosi e alla tubercolosi citate dal medico provinciale, tra le malattie che più colpivano i trovatelli, in ordine di frequenza, sono da annoverare il rachitismo e la congiuntivite granulare, la tenia, la tigna, il tracoma cronico, l’otite purulenta, l’anemia, la cheratite, l’epilessia e altre ancora.

A questo proposito abbiamo ritenuto indicativo elencare le affezioni che, dalle diagnosi attestate dal medico municipale competente, risultavano più ricorrenti nei fanciulli esposti del nostro territorio. (Vedi la tabella N. 11).

Ugualmente significativa ci è parsa l’enumerazione delle diverse domande, tendenti all’ottenimento di un sussidio straordinario o al suo prolungamento, raccolte durante l’esame dell’intera documentazione (per Sassari e per i Comuni del Circondario) negli anni 1893-1915. (Vedi la tabella N. 12).

L’inchiesta promossa dal Ministero dell’Interno nei primi anni del Novecento (di cui si è già accennato in precedenza in merito allo stato di salute dei trovatelli) era rivolta alle Deputazioni provinciali del Regno al fine di avere una visione d’insieme riguardo alle reali condizioni fisiche e di vita dei bambini esposti in tutto il paese, con il coinvolgimento dei medici provinciali più direttamente e professionalmente interessati al problema.

Nelle città ove esistevano brefotrofi tutti gli esposti venivano subito sottoposti a visita medica e un conciso riassunto del loro stato di salute era annotato, con una certa precisione, nei protocolli di esposizione.

La loro lettura evidenziava una realtà talvolta raccapricciante perché i bambini in buona parte giungevano all’ospizio denutriti, ammalati, deformi[ix].

Sicuramente un grosso problema per la salute del neonato era rappresentato dall’alimentazione, o meglio dall’insufficienza di nutrici all’interno dell’istituto di accoglimento.

Infatti, quando non era possibile l’allattamento al seno, si ricorreva all’alimentazione artificiale che all’epoca considerata presentava limiti gravissimi, dovuti all’inadeguatezza dei prodotti utilizzati[x] che provocavano malattie dell’apparato digerente e in molti casi la morte nel primo anno di vita del bambino[xi].

Vi erano poi fanciulli per i quali era stata diagnosticata, o sospettata, la sifilide. Non esisteva rapporto sanitario di brefotrofio o documento medico sulla questione degli esposti (soprattutto tra fine Ottocento e la prima guerra mondiale) che non menzionasse con più o meno enfasi il problema della sifilide trasmesso attraverso l’allattamento, la cosiddetta “sifilide da baliatico[xii].

Benché il numero dei bambini colpiti da malattia venerea non risultasse nella generalità rilevante, la maggior parte di loro non sopravviveva.

Una spiegazione può essere ricercata nelle regole severissime e restrittive adottate dalle direzioni degli istituti e dalle Deputazioni provinciali nei confronti di chi aveva contratto la malattia, che stabilivano l’allattamento artificiale per i bambini affetti o sospettati di aver contratto la sifilide[xiii].

Ciò che si può intuire è che l’origine sociale e l’illegittimità che determinavano un abbandono frettoloso del bambino contribuivano a privarlo anche delle cure più elementari. E gli effetti negativi di tale atto si manifestavano anche più avanti nel tempo, a partire dall’anno di età del fanciullo, con infermità provocate dalla trascuratezza e dalla mancanza di alimentazione sufficiente e appropriata.

2) La mortalità e la sopravvivenza.

 Per essere nato da una situazione irregolare o abbandonato per necessità o per semplice indifferenza, le speranze di raggiungere la giovinezza, per un trovatello erano quasi nulle. “Morire era la norma[xiv].

Questa affermazione, che può apparire molto cruda anche se estremamente efficace, esprime in maniera realistica la situazione dei fanciulli esposti circa la loro possibilità di sopravvivenza.

La fase più critica della loro vita erano i primi giorni e mesi dopo l’abbandono. Infatti, l’esposizione portava inevitabilmente con sé una serie di fenomeni concomitanti quali la separazione dalla madre, un viaggio più o meno lungo nelle prime ore, o nei primi giorni, dopo la nascita, ai quali andavano aggiunte, nel momento dell’accettazione nell’istituto, l’insufficienza del numero delle nutrici, la cattiva qualità dell’alimentazione, la trascuratezza delle più elementari norme igieniche, ed infine le tare ereditarie (soprattutto la sifilide) che costituivano nel loro insieme i fattori primariamente responsabili dell’elevata mortalità dei lattanti[xv].

Il problema della mortalità infantile, ma soprattutto dei trovatelli, assumeva dimensioni preoccupanti. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento una maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica favorì interventi di più ampia portata in ambito nazionale ed internazionale di carattere legislativo, sociale ed anche umano[xvi].

Per il periodo in esame la mortalità degli esposti, specialmente nel primo anno di vita, era altissima e tale sarebbe rimasta in alcuni brefotrofi fino alla seconda guerra mondiale.

Da un punto di vista medico la tesi dell’eredità sifilitica aveva contribuito negli ultimi anni del secolo XIX a spiegare e a giustificare il fenomeno dell’alta mortalità dei lattanti.

Ma ai primi del Novecento, la stessa teoria appariva già superata. Precisato il metodo diagnostico e quindi anche terapeutico della malattia, l’attenzione dei medici si era spostata su un’altra causa di mortalità, ossia le malattie gastro-intestinali[xvii].

Questo mutamento nelle statistiche delle cause di mortalità dei trovatelli ci dice che, da un lato, i medici tentavano di spiegare quella mortalità con un’ipotesi in qualche modo più aderente ai fatti osservati in base alle nuove teorie mediche, ma ci dice anche che l’attenzione sottesa al loro tentativo di spiegazione era sempre la stessa: anche le malattie gastro-intestinali, come l’eredità sifilitica, riconducevano ad una responsabilità delle madri.

Se i bambini morivano di malattie dell’apparato digerente era perché l’abbandono materno costringeva gli ospizi a ricorrere all’allattamento misto o artificiale[xviii].

L’influenza dell’allattamento artificiale come causa essenziale della mortalità infantile è confermata dai dati relativi al periodo 1866-1876, rilevati nel brefotrofio di Milano (sebbene questi valori appaiano inferiori a quelli registrati in altri istituti del Regno). Essi riguardano il numero dei lattanti morti per gastro-enterite provocata generalmente dall’allattamento artificiale, e di quelli che, scampati alla forma attiva della malattia morirono poi per “tabe” (deperimento) conseguente[xix]. (Vedi la tabella N. 13).

Tutto ciò ci riconduce ad una considerazione imprescindibile: il ruolo fondamentale svolto dal baliatico esterno nell’influenzare i livelli e le cadenze della mortalità infantile.

Da parte delle istituzioni di assistenza nei luoghi ove esisteva un brefotrofio si cercava in ogni modo di incoraggiare le richieste di affidamento, magari adeguando nel tempo i compensi da corrispondere alle balie (che tuttavia rimanevano nel complesso modesti) ritenendo sicuramente più salutare per il bambino l’allevamento esterno.

Questa era anche la caratteristica specifica del baliatico nella provincia di Sassari (come già detto) per l’assoluta mancanza di ospizi o stabilimenti di accoglienza degli esposti.

I bambini abbandonati a Sassari o nei Comuni della provincia, venivano dunque affidati immediatamente a nutrici esterne per il loro allattamento. Di essi, solo un numero limitato subiva un cambiamento successivo di balia.

Quando ciò avveniva, la motivazione era, sovente, una diagnosi di sifilide ereditaria, che comportava un provvedimento di allattamento artificiale della Deputazione provinciale[xx].

E se per quei piccoli che cambiavano balia e tipo di alimentazione le probabilità di sopravvivenza si riducevano, questo poteva forse dipendere dal fatto che, alla pericolosità dell’alimentazione artificiale si aggiungeva, per molti di essi, la malattia sifilitica[xxi].

Da quanto detto appare evidente che la stabilità del trovatello presso la medesima nutrice poteva significare forse un’alimentazione sufficiente, un ambiente favorevole, buone condizioni di salute e instaurazione, nel tempo, di un qualche legame affettivo. Tutti elementi questi in grado di offrire una possibilità di sopravvivenza per il fanciullo[xxii].

I dati riguardanti la mortalità degli esposti nel nostro territorio, a causa dell’incompletezza del numero delle esposizioni registrate per ciascun anno di riferimento, non ci consentono di effettuare un raffronto tra il numero degli esposti ed il numero dei decessi per ogni anno.

Ci limiteremo dunque a calcolare i quozienti di mortalità sulla base del numero dei bambini mantenuti, annualmente, dal Comune di Sassari.

Rivolgendo l’attenzione alla tabella relativa, (la N. 14, nella quale sono indicate le percentuali dei decessi, in rapporto agli esposti “in carico” nel Comune di Sassari, per ogni anno di riferimento), appare evidente una variabilità del quoziente stesso nei periodi che vanno dal 1866-1874 e dal 1878 al 1884.

Questi risultati, occorre sottolinearlo, vanno considerati con molta cautela, tenendo soprattutto presente che, laddove si riscontrano eccessive divaricazioni da un anno all’altro, ciò può essere dovuto a mancanza di dati o a lacune delle fonti esaminate.

E’ necessario inoltre evidenziare che la carenza dei dati precisi rilevata per alcuni anni, è dovuta essenzialmente al fatto che nei registri consultati o nelle singole “partecipazioni di morte” degli infanti (che le amministrazioni civiche inviavano alla Deputazione provinciale) raramente veniva indicata la causa della morte. Tale circostanza non consente l’elaborazione di una informazione che riveste grande importanza ai fini dell’individuazione delle cause più frequenti che conducevano i trovatelli alla morte, nella nostra provincia.

Il quadro riportato nella tabella N. 14 suindicata mette in evidenza come nel periodo che intercorre tra gli anni novanta dell’Ottocento e i primi quindici anni del Novecento le percentuali sulla mortalità degli esposti (sebbene ancora elevati) risultino sicuramente in calo, soprattutto se rapportate a quelle registrate in altre zone italiane, a conferma di quanto già dichiarato l’autorevole fonte del tempo: il medico provinciale di Sassari[xxiii].

In proposito vale la pena segnalare che i valori registrati negli istituti di 27 province del Regno raggiungevano punte del 42%, tra il 1866 ed il 1875, contro una media del 20% rilevata nel nostro territorio, nello stesso periodo[xxiv].

Per poter disporre di un quadro più completo dell’andamento effettivo, in ribasso o in crescita, del numero degli infanti deceduti, per tutta l’epoca in esame, abbiamo stilato una nuova tabella (la N. 15) che riporta la media percentuale, calcolata per un certo numero di anni (cinque o sei), al fine di poter effettuare un più preciso esame comparativo tra i diversi gruppi di anni presi in considerazione.

Abbiamo quindi raggruppato gli anni per i quali disponiamo di dati precisi, così da ottenere per ciascun gruppo una media percentuale di mortalità e confrontarla con i valori medi ottenuti da tutti gli altri gruppi.

La tabella indica che, in valori percentuali, la mortalità è certamente più elevata nei primi tre gruppi di anni (1866-1870; 1871-1874 e 1878-1884). Nei cinque successivi gruppi si nota, invece, un sensibile calo, che tende addirittura a scendere al di sotto del 10% negli ultimi due gruppi di anni (1906-1910 e 1911-1914).

Questi risultati ci appaiono ragionevolmente attendibili e in qualche modo confortati dalla testimonianza del medico provinciale dell’epoca[xxv].

Ciò che si può dedurre dall’esame dei dati del periodo di riferimento, è che le condizioni fisiche dei bambini, al momento dell’abbandono, erano generalmente buone nel Sassarese. Per i neonati l’unica infermità che li accomunava era la mancanza, o la carenza, di assistenza al momento della nascita, che finiva per ripercuotersi più avanti sulle loro generali condizioni di salute.

3) Lo stato sociale degli esposti.

 Le opportunità di un inserimento sociale per il fanciullo sopravvissuto alla terribile “selezione naturale” a cui era stato sottoposto con l’abbandono, non si presentavano sicuramente sotto una luce ottimistica in un’epoca come quella a cavallo tra i due secoli, caratterizzata da diffusi problemi di pauperismo.

Eppure è proprio in questo periodo che da un punto di vista sociale si riscontra in tutto il paese un maggiore impegno da parte di uomini politici, economisti, filantropi, pubblicisti nei confronti dell’infanzia abbandonata.

Tuttavia le proposte avanzate da più parti non si rivelavano sufficienti a concretizzare un’autentica azione politica.

In realtà le spinte per una riforma in questo ramo dell’assistenza provenivano essenzialmente dalle amministrazioni locali le quali, spesso incuranti dei pareri contrari emessi dal Consiglio di Stato, operavano attraverso l’istituzione e l’approvazione in ambito provinciale di regolamenti per i fanciulli esposti[xxvi].

Ma la gravità del problema consisteva proprio nel fatto che le amministrazioni locali (Province e Comuni) si occupavano principalmente degli aspetti amministrativi, tralasciando quasi sempre la sorveglianza, l’educazione, la salute e la stessa sorte di quei bambini che pure assistevano[xxvii].

I fanciulli che avevano ormai raggiunto il limite d’età stabilito dal regolamento (nella nostra provincia erano gli otto anni) nella maggior parte dei casi, rimanevano presso la famiglia che fino ad allora li aveva ospitati, e passavano nella categoria dei fanciulli “da pane”.

Le famiglie allevatrici s’impegnavano a trattare come propri figli i trovatelli avuti in consegna, a curarne l’educazione, avviandoli, come già detto in precedenza, ad un’arte o un mestiere che potesse garantire loro un futuro indipendente.

L’età limite per poter beneficiare del compenso mensile di allevamento, da parte della famiglia interessata, variava da luogo a luogo, secondo i regolamenti interni dei brefotrofi e le disposizioni delle Deputazioni provinciali.

Nell’Italia centro-settentrionale l’età era per lo più compresa tra i dieci e i quindici anni, in quella meridionale e insulare tra i cinque e i dieci anni. Generalmente era difficile che, al raggiungimento del limite d’età del trovatello, gli allevatori lo restituissero all’istituto o alle autorità municipali, in quanto proprio allora il fanciullo poteva rendersi utile alla famiglia col proprio lavoro.

Abbiamo già visto come alcuni brefotrofi e/o Deputazioni provinciali concedessero dei particolari premi di “collocamento definitivo” al fine di scoraggiare una tale eventualità[xxviii]. Occorre tuttavia precisare che queste iniziative erano avviate, quasi esclusivamente, nelle province settentrionali e centrali e (come abbiamo già avuto modo di sottolineare nel II capitolo del presente lavoro) nella nostra isola[xxix], mentre in quelle meridionali le famiglie allevatrici non percepivano altri sussidi all’infuori del salario di baliatico stabilito[xxx].

I trovatelli che restavano negli istituti imparavano a leggere e a scrivere al loro interno e, se le condizioni di salute lo permettevano, erano avviati a qualche mestiere.

In merito al lavoro degli esposti è necessario tenere presente la situazione generale dell’occupazione giovanile in Italia, che fino al 1886 non era regolata da nessuna legge, per cui bambini e bambine, fin dai cinque o sei anni, erano sovente utilizzati nei lavori campestri, nelle fabbriche, nelle miniere, con orari di lavoro proibitivi e retribuiti con paghe irrisorie.

Proprio nel 1886 veniva promulgata in Italia una legge che, almeno in parte, disciplinava questa materia. Essa fissava a nove anni il limite minimo d’età per il lavoro dei fanciulli, stabilendo una giornata lavorativa di otto ore per quelli dai nove ai dodici anni e proibendo i lavori pericolosi e insalubri ai minori di quindici anni[xxxi]. I trovatelli erano naturalmente inclusi in questo quadro riguardante l’occupazione minorile e generalmente risultavano occupati nell’agricoltura essendo stati affidati soprattutto a famiglie contadine.

Il tentativo, per questi ragazzi, di inserirsi in qualche modo nella società si presentava difficile, quando non fallimentare, tanto che finivano talvolta per ingrossare le file della malavita e della prostituzione.

Però in alcuni ospizi dell’Italia centrale (ma anche a Genova e a Napoli) esistevano dei “Conservatori” riservati a quelle fanciulle che non avevano mai lasciato l’istituto oppure erano state restituite dalle famiglie allevatrici.

Il Conservatorio diveniva quindi la loro casa; potevano rientrare a qualsiasi età e rimanere fino alla morte. Uscivano solo se l’amministrazione dell’ospizio trovava loro un marito. Per mantenersi dovevano lavorare e, di solito, erano avviate al cucito, ricamo, lavorazione in pelle ecc. Alcune erano richieste da famiglie private come domestiche, stiratrici o sarte, la maggioranza però era costretta a vivere nell’istituto.

Le spese per il mantenimento delle fanciulle esposte nei Conservatori incidevano considerevolmente sui bilanci degli ospizi, per cui questo tipo di assistenza veniva abolito in modo graduale, mentre si preferiva collocare le donne ammalate in ospedali o istituti speciali, e accordare una dote in danaro a quelle che si sarebbero maritate prima del ventunesimo o del venticinquesimo anno d’età[xxxii].

Il “Regolamento pei fanciulli esposti della provincia di Sassari”, all’art. 13 (come già citato al Capitolo II) stabiliva la concessione di uno speciale “premio”, detto anche “premio-balia” o di “allevamento”, sulla base di alcune valutazioni di merito, a favore di quelle nutrici, o famiglie allevatrici, che si fossero prodigate per allevare ed educare nel migliore dei modi consentito dalle loro possibilità, un fanciullo esposto affidato alle loro cure, fino al compimento del sedicesimo anno d’età[xxxiii].

L’amministrazione comunale ove il trovatello risiedeva doveva verificare che nelle istanze inoltrate dalle balie fossero contenuti tutti i documenti richiesti per beneficiare del “premio[xxxiv].

L’insieme del materiale esaminato, riguardante le domande che le nutrici del Sassarese inoltravano alle autorità competenti per la concessione del premio di allevamento, evidenzia una concentrazione particolare nel periodo dal 1902 al 1915.

Una probabile spiegazione di tale fenomeno è da ricercare nella maggiore disponibilità di notizie (sicuramente più ricche rispetto al periodo precedente), ma forse è da tenere presente anche il fatto che proprio nel 1902 era stata deliberata, da parte della Deputazione provinciale, una significativa modifica al citato art. 13 del regolamento, che consentiva l’estensione della “gratifica” ad un numero maggiore di balie.

Appare quindi evidente che, almeno per un certo numero di trovatelli, (sebbene non quantificabile) la sorte fosse stata benevola.

E la migliore conferma è data dalle lettere che le balie inviavano alle amministrazioni civiche e a quelle provinciali, nelle quali vi erano documentate la crescita, l’educazione e l’inserimento, o l’avviamento al lavoro del ragazzo o della ragazza affidati alle loro cure.

Va anche sottolineato che nessuna particolare preferenza emerge da parte delle famiglie allevatrici nei confronti dell’esposto maschio o femmina. Infatti, allo stesso modo, negli attestati di avviamento al lavoro si legge per le fanciulle il mestiere di cucitrice, di contadina e di massaia, mentre per i ragazzi si parla di apprendista muratore, garzone, contadino.

L’elemento positivo che è stato possibile rilevare è che l’inserimento in seno alla famiglia allevatrice rappresentava la norma, con la sola eccezione dei pochi fanciulli riconosciuti dai genitori naturali.

Appaiono, per contro, estremamente rari i casi di ritiro del trovatello, da parte delle amministrazioni competenti, per ricoverarlo in qualche istituto cittadino o dell’isola.

Considerando tutto il periodo preso in esame dalla nostra analisi, due soli sono stati i casi in cui i fanciulli sono stati ritirati alle famiglie che li avevano in consegna.

Il primo di essi è riferito al 29 novembre 1897 e riguarda la delibera di ricovero nell’orfanotrofio di Cagliari dell’esposta Stefania Taurini, di anni undici, “…perché la donna che per carità la teneva non e(ra) in condizioni di allevarla per povertà[xxxv].

La seconda deliberazione della Deputazione provinciale, il 4 dicembre 1907, è in merito al ritiro dell’esposta Caterina Sillani, affidata il 14 febbraio 1898 dal Comune di Sassari ai coniugi Luigi Spano e Anastasia Idda, di Sassari. Veniva decisa la sua “ammissione” al “Rifugio delle bambine abbandonate” a Sassari in quanto ritirata alla famiglia allevatrice per “…motivi di moralità e per maltrattamenti e sevizie gravi[xxxvi].

Esiste tuttavia un elevato numero di casi per i quali non è stato possibile accertarne la sorte, poiché gli unici dati certi e disponibili sono costituiti dagli “Stati annuali di mantenimento esposti” che ci forniscono notizie sui trovatelli in carico dell’amministrazione civica solo fino agli otto anni d’età.

E quindi solo a titolo indicativo, attraverso la consultazione della corrispondenza intercorsa tra le diverse municipalità e la Deputazione provinciale, ci è stato possibile individuare quali fossero le prospettive di vita futura per i trovatelli del Sassarese affidati interamente a famiglie allevatrici.

 [i] La ruota veniva definita da una fonte giuridica del tempo come “un congegno per il quale il bambino veniva deposto in una piccola culla, girante su un perno, collocata esternamente alla porta dell’istituto. Quando il personale interno veniva avvisato che un piccino si trovava nel letticciuolo, faceva girare sul perno la culla, e veniva così introdotto nell’ospizio il bambino, senza che si potesse vedere chi lo aveva deposto “ (M.G. Gorni e L. Pellegrini, op. cit., p.7).

[ii] Secondo due inchieste promosse dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, al 31 dicembre 1877 la ruota era stata abolita in 36 province del Regno. Le regioni che si mostravano più restie all’abolizione del torno erano la Puglia, la Campania, la Calabria, gli Abruzzi e Molise, la Basilicata e, soprattutto, la Sicilia dove, nel 1887, su 357 Comuni, 153 mantenevano aperta la ruota.

[iii] I brefotrofi del Regno, che nel 1881 erano 102, nel 1894 raggiungevano la cifra di 121; nonostante fossero finanziati in misura cospicua dai fondi stanziati nei bilanci comunali e provinciali, erano quasi tutti enti autonomi, regolati da ordinamenti speciali e si differenziavano notevolmente da un istituto all’altro.

Ibidem.

[iv] Per gli esposti assistiti all’interno degli istituti la mortalità raggiungeva livelli spaventosi, dovuta anche agli scarsi risultati ottenuti nel campo dell’alimentazione artificiale dei neonati, che era largamente praticata, e pure con successo, in altri paesi europei quali la Germania, l’Inghilterra e la Svizzera.

Ibidem.

[v] M.G. Gorni e L. Pellegrini, op. cit., p. 18.

[vi] Ibidem, p. 15.

[vii] Nel 1887 le province in cui esistevano brefotrofi erano 51 e nel 1894 54. Nelle rimanenti i bambini venivano collocati a balia direttamente da persone incaricate dalle amministrazioni comunali e provinciali.

            Nel 1894 non avevano brefotrofi le province di Sondrio, Belluno, Rovigo; Campobasso; Trapani, Cagliari, Sassari.

Ibidem, p. 11.

[viii] A.S.P.SS., Cat. 8, Fasc. 4, 1904-1915. Documenti N. 12-13-16-17-18-29 in appendice.

[ix] V. Hunecke, op. cit., p. 130 e G.Da Molin, op. cit., in “Enfance…”, p. 489.

[x] L’alimentazione artificiale (detta anche mista) variava da un istituto all’altro, Ad esempio l’alimentazione all’Ospedale della Misericordia di Udine consisteva nel somministrare ai bambini il latte di capra. L. Codarin Miani, op. cit., in “Enfance…”, p. 388.

Nella provincia di Sassari si forniva alla balia un litro di latte vaccino al giorno, zucchero e il biberone.

[xi] C. Nuvoli, op. cit., p. 53.

[xii] G. Pomata, op. cit., p.504.

[xiii] V. Hunecke, op. cit., p. 131.

[xiv] G.Da Molin, op. cit., p.544.

[xv] V. Hunecke, op. cit., pp. 154-155.

[xvi] Sul tema vedere anche: G.Da Molin, op. cit., p.544; V. Hunecke, op. cit., p145; C.A. Corsini, op. cit., in “Enfance…”, p. 90; A. Angeli, Gli esposti nell’Ospedale di Imola nei sec. XVIII-XIX, in “Enfance…”, p.128.

[xvii] G. Pomata, op. cit., pp. 519-520.

[xviii] Ibidem, p.520.

[xix] M.G. Gorni e L. Pellegrini, op. cit., p. 203.

            Vari furono gli esperimenti tentati nel campo dell’allattamento artificiale, anche perché alcune ditte farmaceutiche inviavano grati i nuovi ritrovati al brefotrofio. Tuttavia, tutti, dalla farina Nestlè al latte sterilizzato del Dott. Grün, ottennero risultati negativi: dopo pochi giorni dalla somministrazione comparivano nei neonati il vomito e la dissenteria, chiari sintomi dell’alterata funzionalità intestinale. L’unico prodotto sostitutivo del latte materno che diede risultati definiti “soddisfacenti” fu il latte artificiale ottenuti dal Dott. Gärtner, medico viennese. nel 1894, attraverso la centrifugazione del latte di mucca. Tuttavia anche questo nuovo ritrovato non fu in grado di ridurre la mortalità dei lattanti e l’allattamento artificiale definito “micidiale” continuò a mietere vittime.

            Ibidem.

[xx] Esso consisteva nel consumo di un litro di latte e dieci centesimi di zucchero al giorno, nonché nell’acquisto di un biberone. Su deliberazione della Deputazione provinciale il bambino risultato affetto da malattia contagiosa veniva ritirato alla balia che fino a quel momento lo allattava e affidato a nuova nutrice, che doveva attenersi alle disposizioni impartite dall’autorità competente.

            A.S.P.SS., Cat. 8, Fasc. 4/18, dal 1896 al 1899.

[xxi] Ibidem, dal 1892 al 1895.

[xxii] O. Bussini, op. cit., in “Enfance…”, pp. 323-324.

[xxiii] “Relazione” del medico provinciale di Sassari del 1908. Vedi anche documento N. 29 in appendice.

            A.S.P.SS., Cat. 8, Fasc. 4/18, dal 1904 al 1915.

[xxiv] C. Nuvoli, op. cit., p. 52.

[xxv] A.S.P.SS., Cat. 8, Fasc. 4/18, dal 1904 al 1915. Vedi anche note n° 8 e n° 23.

[xxvi] M.G. Gorni e L. Pellegrini, op. cit., p.84, documenti N. 20 e 21 in appendice.

[xxvii] Ibidem, p. 84. Vedi anche documenti N. 5, 11, 14, 15 in appendice.

[xxviii] Alcuni direttori di brefotrofi del Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia, Marche e la Deputazione provinciale di Sassari, stanziavano dei fondi speciali per migliorare l’educazione e favorire l’avviamento al lavoro degli esposti, Questi “premi” variano da un minimo di 20 ad un massimo di lire 180.

            M.G. Gorni e L. Pellegrini, op. Cit., p. 31.

[xxix] Vedere anche in proposito il Cap. II “Il ruolo delle istituzioni”, par. 1, del presente lavoro, e documenti N. 16, 24 e 27 in appendice.

[xxx] M.G. Gorni e L. Pellegrini, op. cit., p.31.

[xxxi] Ibidem, p.33.

[xxxii] Ibidem, p.35.

[xxxiii] Vedi in proposito il “Regolamento provinciale dei fanciulli esposti della provincia di Sassari” del 1892, e il documento N. 27 in appendice.

[xxxiv] Il “Regolamento” suddetto, modificato all’art. 13, con deliberazione della Deputazione provinciale del 1902, fissava il premio balia in lire 180 e richiedeva i seguenti documenti per beneficiarne:

            – Certificato di frequenza della scuola elementare, almeno fino alla 3a;

            – Certificato di buona condotta della balia;

            – Certificato attestante il mestiere dell’esposto;

            – Certificato di allevamento fino ai sedici anni;

            – Verbale della Commissione di Vigilanza provinciale;

            – Certificato di nascita dell’esposto.

A.S.P.SS., Cat. 8, Fasc. 4/18, dal 1900 al 1902.

[xxxv] Ibidem, dal 1896 al 1899.

[xxxvi] Ibidem, dal 1907 al 1908.

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