Categoria : storia

L’istruzione scolastica a Putifigari (1720-1950) di Angelino Tedde

1. L’istruzione orale dei campi o di bottega, di arti e mestieri di un borgo di epoca moderna.

 La storia dell’istruzione a Putifigari segue linearmente le tracce dell’istruzione scolastica degli altri centri rurali della Sardegna[1].

L’apprendimento delle abilità avveniva sotto la guida dei genitori: casalinghe, pastori, contadini o artigiani, oppure sotto la direzione dei padroni qualora fossero stati stipulati dei contratti d’apprendistato o di lavoro com’era consuetudine nell’isola e nella penisola sia per i ragazzi quanto per le ragazze nel sei e settecento[2].

La famiglia nucleare o allargata si gestiva come un’impresa quasi autarchica, non per niente i francesi chiamavano la vita matrimoniale ménage, impresa.

I genitori di teracos de pastoria e di teracas, servas de domo, mastros de ascia, traperis, frailarzos, pastores e messajos, carbonajos o mastros de muru, non si peritavano davanti al Luogotenente e giudice del feudo di stipulare simili contratti come dimostrano vari studiosi in proposito[3].

Se per Putifigari non se ne riscontrano, allo stato attuale degli studi, non è detto che in seguito, in archivi ecclesiastici e pubblici, non possano ritrovarsene. Del resto come in tutti i centri abitati della Sardegna, a Putifigari, ad un trentennio dalla fine del XVIII secolo era attivo il parroco; a metà ottocento, oltre al parroco c’era il flebotomo e il notaio[4].

La maggior parte dei contraenti sicuramente si limitavano ad una stretta di mano piuttosto che a recarsi da un funzionario del feudo o da un notaio per stipulare simili contratti.

Dalla chiusura del Concilio di Trento (1563) la Chiesa cominciò a preoccuparsi della catechesi non solo orale con parroci e più in là con maestre della dottrina cristiana, ma anche catechesi scritta, servendosi degli stessi parroci come  si può rilevare da tanti catechismi scritti nelle varianti sarde, ma anche in lingue alloglotte dell’isola quale il sassarese (all’epoca detto corso) e il catalano[5].

Gradualmente, seguendo un fenomeno che andò sviluppandosi in tutta Europa, la parrocchia divenne il luogo d’irradiazione socio-religiosa-culturale e i parroci diligenti e i componenti delle collegiate si preoccuparono di preparare per l’avviamento in seminario, ad insegnare a leggere, a scrivere e a far di conto ai fanciulli spesso imparentati con loro o a quelli che si rivelavano nel corso della frequentazione alla catechesi, più dotati di talento[6].  D’altra parte per frequentare il Trivio gli scolari dovevano avere queste poche conoscenze e la scuola primaria o elementare verrà concepita alla fine del XVIII secolo[7].

Della maggior parte degli adulti non si può parlare di un analfabetismo assoluto, ma di semianalfabetismo.

Il pastore o il contadino, il calzolaio o il fabbro, il falegname e il carpentiere o il maestro di muro e il maestro di muro a secco, la casalinga dovevano per forza di cose imparare a conoscere i pesi e le misure, la stima dei beni prodotti in casa o fuori casa, il valore delle monete, alla stessa maniera con cui i poeti estemporanei o cantori a chitarra sapevano avvertire la musicalità dei versi e il numero delle sillabe d’ogni verso. La documentazione più lampante si rinviene nei musei etnografici come ad esempio quello esemplare di Santulussurgiu[8].

A Putifigari, nel periodo dell’analfabetismo diffuso, che possiamo documentare dal XVI e XVIII secolo, questo stile di apprendimento non differì dai paesi contigui quali  Ittiri, Olmedo, Villanova Monteleone. I putifigaresi, data la forte presenza di legname, di cacciagione, di allevamenti di animali da lavoro come bovini ed equini e di animali da cortile, erano costretti a commerciare i loro prodotti soprattutto nel più grosso centro di servizi come era Alghero, sede vescovile, centro di istituzioni scolastiche ed educative gesuitiche, seminario e monastero compresi, dove ai figli dei putifigaresi come a quelli delle parrocchie rurali erano riservati dei posti a seconda della disponibilità[9].

 Et pro ch’in custos primos annos non tenet su seminariu tanta intrada, chi pottat mantenner unu giuvene de dogna idda de su piscobadu, pr’esser cuddas meda, s’hat com’advertire multu bene chi, cando han como bogare algunos, pro los mandare a servire in calchi parrochia, in logu de cuddos pongian de sas atteras biddas chi non d’hayan ancora postu, o ch’in su tale tempus non de tengian, a tale chi, in pagu tempus, tottu su piscobadu de sentat utilidade et fruttu, comente sentit e participat in sas ispesas. Et pro chi sos figgios de salighera, cun pius comodu si podent passare et istudiare chi non sos istrangios, haende sas iscolas in domo insoro, e tambene pro chi pagu si contentan de essiri foras, a servire curas, pro sas cales principalemente sien istituidos sos seminarios, d’issos in unu mattessi tempus, a dispesas pero de su seminariu, non de pottat haer, in su dittu seminariu, pius de tres. [10]

 Putifigari, inoltre, fu fondata de imperio alla fine del XVI sec. dall’emergente famiglia sassarese dei Sussarello che avevano acquistato il feudo dalla casata catalana dei Boyl, e dalla quale acquisirono in seguito, attraverso un matrimonio, il titolo nobiliare. Questi marchesi si preoccuparono sia del popolamento del loro possedimento feudale, contrariamente a tanti altri paesi dell’Isola, tanto che potrebbe definirsi borgo di fondazione, sia d’incrementarne con vari incentivi il continuo popolamento[11].

Rimarcare questo evento è necessario in quanto, per centri di fondazione e non d’ordinario sviluppo storico, è più facile l’immigrazione di povera gente a cui spesso si diede anche la casa già bella e costruita, come appare in questo caso, mentre era più difficile indurre all’immigrazione un ceto anche medio basso che spesso nel tempo, nei centri di origine diremmo spontanea, diventerà lo strato progressivo e tendente all’alfabetizzazione sia attraverso la carriera ecclesiastica sia quella civile e militare[12].

Tutti i centri rurali, di qualsiasi origine siano, tendono a ricorrere alla Chiesa e perciò alla parrocchia, intorno alla quale si costruiscono case[13], e si svolge oltre al ciclo della vita, (nascita-battesimo, adolescenza-prima comunione e cresima, giovinezza-matrimonio, morte-sepoltura, fedeltà o no ai precetti della chiesa-libro di stato delle anime) sia il ciclo del tempo, legato alle stagioni, connesso al ciclo agrario, al ciclo liturgico della Chiesa, con le feste di Cristo, della Vergine e dei Santi, e delle relative feste profane (canti, gare poetiche, balli, eventuali spettacoli e soprattutto convitti comuni e più ricchi del solito). Si tratta di momenti della vita comunitaria dei borghi che costituiscono altre occasioni d’apprendimento orale, di regole morali, di relazioni tra i membri della comunità, di apparentamenti spirituali di comparatico e di alleanze familiari con i relativi matrimoni e quindi del formarsi di tradizioni che tendono a consolidarsi[14].

Alla base di un centro rurale, sia piccolo come in genere lo era la maggior parte dei paesi dell’Isola e dell’Occidente cristiano, agli inizi dell’età moderna, sia in seguito, quando la popolazione tese ad aumentare e i cicli di peste, colera, epidemie stagionali, a diminuire[15] il luogo principale di riferimento della socializzazione fu la parrocchia presso cui, dopo il concilio di Trento, furono obbligatori i quinque libri per la denuncia e la celebrazione dei momenti fondamentali della vita cristiana[16]. La vita dei piccoli o grandi centri si svolgeva per forza di cose intorno al campanile. L’assenza della parrocchia era chiaro segno di una società che si gestiva secondo le più svariate subculture che spesso rasentavano la selvatichezza[17].

Per quanto riguarda Putifigari una documentazione certa dà l’istituzione della parrocchia e del borgo al 1597, esattamente a 34 anni dalla chiusura del Concilio di Trento.

Il canonico vicario accertò che la chiesa, intitolata alla natività di Maria, era praticamente ultimata e mancava solo del tetto. Nelle stesse condizioni erano una trentina di case. Constatato che il paese poteva iniziare ad essere abitato entro pochissimo tempoVincenzo Baccallar prese accordi col Sussarello (Martì signore del luogo) anche nelle spettanze economiche del nuovo parroco[18].

Della copertura del tetto della chiesa e delle case non si parla e non è detto che il popolamento, almeno dalle fonti a nostra disposizione, sia avvenuto subito, anche se si può supporre non molto tempo dopo. Del resto era nell’interesse dei baroni o marchesi di Putifigari sia il popolamento sia la presenza di un parroco per cui tendiamo a credere, salvo prove contrarie, che ciò sia avvenuto, ma non dobbiamo dimenticarci della peste del 1652 e del danno demografico che inflisse a tutta l’Isola e particolarmente alle città regie dove viveva una consistente parte della popolazione[19]. Dalla decimazione non si salvò nemmeno la popolazione dei borghi, perciò possiamo ben dire che il ripopolamento delle città e delle campagne, per tutta la metà del ‘600 fu lenta e la situazione dei popolati ridotta a mal partito come documenta del resto la Sechi Nuvole nella statistica della popolazione irrisoria dal 1589 al 1698[20].

Il ritrovamento dei quinque libri dal 1597 al 1769 c’informerebbero ampiamente sia sulla popolazione sia sulla dinamica demografica almeno più di quanto non dicano i fuochi fiscali della costituita o costituenda parrocchia di Putifigari, che ebbe la fortuna di avere dei feudatari, che si preoccuparono di popolare il loro feudo e di favorire sia l’allevamento sia l’agricoltura secondo quanto ci riferisce ampiamente l’Angius[21].

Non dobbiamo dimenticare che il paese almeno per mulattiere e strade carrabili non era distante più di 13 chilometri da Alghero, nella direzione Putifigari-Valverde-Alghero, e che la presenza di asini (80) e cavalli (50) era abbastanza numerosa a metà ottocento, per agevolare i contatti tra la città regia e il minuscolo borgo.

In Sardegna agli inizi dell’età sabauda (1720) si censirono 60 mila cavalli e 40 mila asini che, seppure inadeguatamente, sopperivano alla mancanza di più agevoli vie di comunicazione[22].

A Putifigari, osservando i censimenti dei primi anni del seicento, si rilevano non più di 48 fuochi (famiglie fiscali), quindi circa 192 abitanti, non contando i senza reddito.

Alla fine del secolo, esattamente nel 1688 figurano 173 abitanti, dieci anni dopo la popolazione si riduce a 142 abitanti, a otto anni dall’arrivo dei Savoia gli abitanti prosperano giungendo a 306, nel 1751 si registra un lieve decremento con 278 abitanti alla fine del secolo un lieve incremento li porta a 291 abitanti[23]. Nel corso di tutto l’ottocento, a parte un consistente decremento del 1824 (293 ab.), la popolazione si attesta sui 400 abitanti, a metà del secolo (1857) raggiunge il picco massimo di 612 abitanti, un decremento si registra con l’Unità d’Italia nel 1861 (499 ab.) poi tende a risalire toccando un altro picco sia nel 1881 (631 ab.) sia nel 1901 (649 ab.)[24]. Nel corso di tutto il novecento la popolazione si attesta sui 700 abitanti, salvo il picco del 1991 in cui se ne registrano 736 unità[25].

2. Il processo di alfabetizzazione

Nel corso del seicento Putifigari, ammesso che avesse un parroco preparato, potrà forse aver avuto qualche studente nel collegio gesuitico di Alghero, dopo il 1588, quando sorse questo collegio, ma in mancanza dell’inventario degli studenti che ivi hanno frequentato il Trivio e il Quadrivio, secondo la ratio atque institutio studiorum Societatis Jesu, non possiamo dire niente. Si può affermare, quindi, col dire che allo stato attuale degli studi, non essendo stato predisposto un inventario degli studenti di quel collegio, non possiamo né negare né affermare che ce ne fosse qualcuno di Putifigari.

Considerando il settecento periodo florido per la popolazione putifigarese, che si attesta per tutto il secolo ai limiti delle 300 unità, si può affermare che questo secolo è contrassegnato dall’arrivo ad Alghero del vescovo piemontese Lomellini, che nel sinodo del 1728, suggerisce ai parroci di istruire i fanciulli nel leggere, nello scrivere, nel far di conto e nella dottrina cristiana[26]. Del resto, il clero formatosi nei collegi gesuitici, era certamente più preparato rispetto a quello dei secoli precedenti, giudicato inadeguato moralmente e culturalmente non solo dall’Arquer[27], ma da tanti altri operatori religiosi e memorialisti [28].

Nel primo decennio della seconda metà del secolo XVIII il ministro di Sardegna alla corte di Torino, Giovanbattista Lorenzo Bogino (Torino 1701-1784), riformò le scuole di ogni ordine e grado, comprese quelle dei religiosi e gli studi negli stessi seminari, restaurò le due università sarde, già in profondo degrado, chiamando all’insegnamento, dal continente, personalità eminenti che avvieranno in Sardegna la ricerca della flora e della fauna, la costituzione dei primi orti botanici, lo stesso progresso della medicina e della chirurgia e l’avvicinamento dell’isola agl’influssi dell’Illuminismo europeo[29]. Il Bogino istituì anche i consigli comunitativi in ogni centro, tolti i sette comuni regi. Fu eletto un sindaco nei villaggi, affiancato dai  consiglieri rappresentanti dei capi casa, scelti per categoria professionale: è la nascita delle Comuni al fine di rendere coeso il villaggio, salvaguardandolo anche dai soprusi  dei feudatari. Anche Putifigari diventa una Comune, non paragonabile certo ai Comuni che saranno istituiti nel 1848. Verranno istituiti i consigli comunitativi, rinnovati annualmente per cooptazione, per salvaguardare una sia pur debole autonomia della comunità di fronte agli arbitri dei baroni o dei marchesi e per far sentire anche l’autorità centrale regia. Di fronte alle proteste dei feudatari nel 1775, certi diritti delle Comuni vennero attenuati. Quest’istituzione finì nel tempo sotto il controllo del feudatario e, dopo la liquidazione dei feudi, dal ceto dei possidenti che badavano più ai loro interessi che non a quelli della comunità. Le riunioni si svolgevano in casa del sindaco. Le Comuni non furono dotate di burocrati se non di qualche segretario all’uopo per le delibere. Non previste le case comunali[30]. Definiamo quest’istituzione  come il governo degl’interessi non sempre convergenti dei pastori, dei contadini ed artigiani anche se semianalfabeti, ma non ignoranti delle consuetudini e delle leggi della Carta de Logu[31]. Furono certo utili per la salvaguardia de “su connotu” delle terre comuni e per far acquistare alla comunità una forte identità non solo religiosa, ma anche civile.

Il resto dell’esistenza, in questo contesto di alleanza fra Trono ed Altare, continua a girare intorno al campanile.

Il parroco di Putifigari, come ha registrato nei libri parrocchiali, il primo dei defunti risale al 1770, quello dei matrimoni al 1771, quello dei battezzati al 1772 e quello dei   cresimati al 1775. Dal 1770 si registrano nei libri parrocchiali ben 51 sacerdoti col titolo di parrochus, rector, vicarius, curatus, vice parrochus, diaconus, sacerdos. La molteplicità dei titoli lascia intendere che il titolare, sicuramente residente ad Alghero, secondo l’uso del tempo, si servisse di volta in volta di sacerdoti sine cura animarum per cui si può ravvisare in questa rotazione la scarsa attrattiva che il piccolo borgo di circa 300 anime esercitava sui facenti funzione di parroco. Se questa è la situazione è difficile che costoro vi risiedessero a lungo e stimolassero i fanciulli agli studi[32].

È probabile che sacerdote sine cura abbia alfabetizzato alcuni fanciulli che sicuramente si aggiravano nel piccolo borgo[33]. Ne avrà mandato qualcuno al collegio gesuitico dove frequentavano anche i seminaristi di Alghero? Qualche fanciulla avrà vestito l’abito delle clarisse di Santa Chiara in Alghero? Non sappiamo niente allo stato delle cose, però indirettamente, dall’inventario dei graduati presso l’Università degli Studi di Sassari dal 1767 al 1860 non rileviamo nessun alunno di Putifigari non solo, ma per quanto riguarda i laureati all’Università degli Studi di Sassari, non figura nessun laureato fino al 1945 dati in cui si ferma il catalogo dei laureati. Il che vuol dire che non ci fu nessun maestro d’arti, nessun baccelliere, nessun licenziato, e tanto meno nessun laureato né in Teologia, né in Legge, né in Medicina né nella facoltà di Chirurgia nati a Putifigari. Se può essere di conforto, la stessa situazione si rileva ad Olmedo[34].

Con questo non si afferma che presso qualche ordine religioso, presente in Sardegna nel settecento, non vi sia stato qualche individuo proveniente da Putifigari o che qualcuno si sia graduato presso altra università del Regno di Sardegna o in altri stati della stessa Penisola o in altri centri  di studi europei.

Mancano altresì i cataloghi degli alunni del seminario di Alghero dalla fondazione ai primi dell’Ottocento, per poter affermare che qualche alunno putifigarese non sia stato ospite di quell’istituzione ecclesiastica per un certo numero di anni.

Non è così per i centri contigui di Alghero con 213 graduati,  Ittiri con 60,  Villanova Monteleone con 26. Per  correttezza dobbiamo dire che non è stato possibile predisporre il catalogo degli alunni delle sette classi boginiane, medie inferiori e superiori ante litteram, ultimate le quali gli studenti accedevano ai quattro gradi universitari: maestro d’arti, baccelliere, licenza e laurea.

Per tutto questo periodo mancano anche i cataloghi degli alunni delle Scuole Pie, mentre esistono cataloghi degli studenti presso i collegi gesuitici, ma anche in questi non figurano studenti di Putifigari; nemmeno tra i 111  gesuiti sardi andati in America come missionari dal 1615 al 1765 dove pure troviamo numerosi algheresi, due nativi di Ittiri e di altri piccoli centri dell’Isola non figurano nativi del centro rurale[35]. Queste assenze indicano, fino a prova contraria, che nessun putifigarese ha seguito la carriera ecclesiastica e quella civile nell’epoca citata.

Una delle cause principali di queste assenze potrebbe   imputarsi ai parroci, che, considerando i documenti a disposizione, non furono presenti nel paesino fino all’ultimo trentennio del settecento, è assente inoltre quello strato sociale, anche medio basso, ambizioso, che incoraggiasse i suoi rampolli a varcare il confine del mondo contadino. Di certo, per ora sappiamo, che grazie ai libri presenti nella parrocchia, questa fu attiva quasi simultaneamente all’istituzione della Comune. Un’analisi specialistica dei libri parrocchiali, tesoro storico preziosissimo per l’attuale comunità di Putifigari, potrebbe offrirci una migliore elaborazione di dati, rispetto a quella che è stata già fatta, sebbene quella abbia messo in luce l’eccessiva rotazione di sacerdoti a vario titolo. Ulteriori informazioni potrebbe ricavarsi dalle relazioni delle visite pastorali dei vescovi che risultano numerose[36]. Senza mai disperare di poter trovare nella curia vescovile i libri parrocchiali antecedenti, ammesso che la parrocchia abbia regolarmente funzionato fin dal 1597 secondo le notizie che ci ha dato lo storico Antonio Nughes[37].

Il reperimento e la consultazione di atti pubblici stipulati a Putifigari o ad Alghero riguardanti gli abitanti del borgo o altri documenti, potrebbero smentire questa nostra affermazione.

Gli atti notarili restano come piste di future ricerche insieme agli atti di matrimonio dove si richiederà la firma degli sposi verso gli ultimi due decenni dell’ottocento; le schede di leva presso l’archivio di Stato di Sassari, i fogli matricolari dei soldati di leva o arruolati nei vari conflitti presso l’archivio distrettuale di Cagliari. In questi fogli spicca la firma del chiamato alla leva o alle armi[38].

Altri dati si possono rintracciare sull’afabetizzazione a Putifigari nel corso dell’ottocento, il secolo del cauto riformismo dei re sabaudi, Carlo Felice (1816-1831) e  Carlo Alberto (1831-1848). A questi due sovrani si deve il tentativo di aver avviato e cercato di consolidare nell’isola, con provvedimenti del 1823 (Regio Editto), 1837 (Regie Patenti) 1841 (Carta reale), l’alfabetizzazione popolare, con l’istituzione in tutti i villaggi delle scuole normali triennali, allo scopo di dare agli agricoltori, ai pastori ed artigiani un minimo di preparazione nel leggere, scrivere e far di conto, insieme all’apprendimento della dottrina cristiana e del catechismo agrario[39]. La scuola fu dotata di un manuale predisposto dal teologo Maurizio Serra di Osilo, ma parroco di Bonnanaro, sulla traccia dei manuali lombardi, fornitigli dall’enciclopedico compaesano teologo ed educatore Antonio Manunta, amico del didatta e glottologo lombardo Cherubini[40].

Dei catechismi della dottrina cristiana non era necessario adottarne qualcuno, dato che si rifacevano tutti[41] (in lingua italiana o sarda o d’altra lingua alloglotta, parlata in Sardegna come il sassarese, l’algherese e il gallurese) a quello predisposto dal Bellarmino (1542-1621)[42] dopo il Concilio di Trento, detto anche Catechismo Romano, mentre il catechismo agrario fu predisposto dal magistrato e letterato Stanislao Caboni (Cagliari 1795-1880) nel 1826, sulla traccia di numerosi manuali in circolazione fin dal settecento nella penisola e in Europa[43].

 Il compito di precettore fu affidato ai viceparroci, dove mancava questo ruolo, al parroco, e dove c’erano conventi di religiosi, ad un religioso. La sovrintendenza sulla condotta dei maestri e sulla didattica spettava al parroco, alle attrezzature e all’arredo didattico doveva pensare il sindaco e il controllo al Magistrato sopra gli Studi, costituito da un collegio di autorità universitarie.

L’autorità intermedia era rappresentata dal vescovo, a cui sottostava il parroco, che doveva sollecitare i sacerdoti precettori e specificatamente i viceparroci all’espletamento scrupoloso del loro dovere. L’autorità territoriale era affidata nelle varie divisioni e province all’intendente provinciale, un prefetto ante litteram,  obbligato a riferire periodicamente alla corte di Torino lo stato dimostrativo della riforma[44]. La fondamentale debolezza di questa scuola fu quella di porre il carico finanziario sulla Comunità che, con determinazioni, dette dirame, doveva trovare i fondi per lo stipendio del maestro: spesso ricorrendo a qualche appezzamento di terreno, da dare in affitto annuale per ricavare le spese per il maestro e per le attrezzature dei locali scolastici[45].

Essendoci a Putifigari soltanto il parroco spettava a lui  il compito di precettore e quindi di mandare avanti la scuola.

Per tutto il periodo in cui si dispone degli stati dimostrativi, per i paesi del circondario scolastico di Alghero, inviati a Torino, è certo  che nessun parroco, si preoccupò di fornire all’intendente di Alghero alcuna scheda dimostrativa della scuola, che doveva comprendere il nome del villaggio, il numero degli abitanti, il numero degli alunni, il nome del precettore,  lo stipendio che gli era stato attribuito e le spese per le attrezzature come fanno i confratelli precettori dei paesi contigui che ben figurano[46].

Tra le osservazioni del 1828 dello stato dimostrativo del circondario algherese l’intendente annota: “Putifigari e Olmedo non hanno istituito la scuola”[47].

All’incuria di questo precettore-parroco sopperisce, per fortuna, lo scolopio Vittorio Angius, compilatore di un esauriente profilo geografico, storico, economico,  commerciale dei circa 300 centri urbani e rurali dell’Isola, inseriti nel Dizionario di Goffredo Casalis[48].

Ampio, rispetto alla popolazione e al territorio, è il profilo che egli traccia su Putifigari. A noi però interessano, nell’ambito del discorso sull’istruzione alfabetizzata, i dati che a questa si riferiscono. D’altra parte l’Angius ignora i documenti consultati dal Nughes sull’insediamento abitativo precedente, sostenendo che tanto la chiesa quanto l’abitato è di recente formazione, attribuendone i meriti al marchese e alla sua consorte che:

“Soggiornando per sei mesi nel castello fra vassalli occupatasi quella signora del bene dei medesimi, fondava dai propri suoi denari il monte di soccorso ai poveri agricoltori, radunava nelle sue sale tre volte ogni settimana i piccoli d’uno e altro sesso e li istruiva negli elementi della dottrina cristiana e nei principi della morale, forniva la chiesa dei necessari arredi, visitava gl’infermi, li assisteva somministrando di sua mano i medicinali e soccorreva ai bisogni dei poverelli. (…) Mentre la marchesa così studiava in bene del popolo il marchese dall’altra parte sollecitava l’incremento dell’agricoltura, e il miglioramento della pastorizia per cui chiamava nel feudo persone pratiche degli Stati di Terraferma con l’obbligo di mostrare ai suoi le buone maniere dell’arte”[49].

Quest’opera non è cosa da poco, d’altra parte la marchesa non dava soverchia importanza all’insegnamento della lettura, scrittura e far di conto, visto che molti reazionari ritenevano che con questi strumenti i buoni sudditi avrebbero potuto montarsi la testa e diventare dei sovversivi e avrebbero abbandonato il lavoro dei campi loro essenziale nutrimento e reddito sicuro per  i feudatari[50].

Occorrerebbe  approfondire la ricerca sull’opera del marchese, che chiamò dal continente  dei piemontesi, ma forse anche dei lombardi, ad aggiornare pastori, allevatori e donne esperte nel telaio nelle rispettive tecniche.

All’ottocento risale del resto la presenza di cavatori di pietra toscani, di lastricatori di strade, di costruttori di muri a secco e a calce, di carbonai toscani, di esperti di volte alla francese, e di altri arti e mestieri come documenta Francesco Cossu negli studi sugl’immigrati corsi e toscani ad Arzachena e nelle coste galluresi e Monica Pes, per la Maddalena, nella sua tesi di laurea[51]. Del resto Alghero, il più insigne porto di mare nel corso di tutto il periodo aragonese e spagnolo (1380-1708) poteva di certo beneficiare della presenza non soltanto dei gesuiti (1588-1773), almeno fino alla soppressione, e di altri ordini religiosi (Francescani e Carmelitani), ma anche di manodopera proveniente da Barcellona e dall’intera Spagna.

 Diminuisce man mano il suo ruolo di testa di ponte con la Spagna in epoca sabauda, ma, grazie all’attivismo dei vescovi piemontesi, un certo movimento ci sarà pur stato e di cui Putifigari, borgo rurale nei pressi di Alghero, non poteva che beneficiare più che culturalmente sul piano dei commerci dei prodotti rurali. In queste epoche il commercio città e campagna, spesso, però, è sempre a svantaggio del mondo contadino[52].

Tornando al discorso sull’alfabetizzazione a Putifigari ci apre finalmente una finestra Vittorio Angius. Egli ci fornisce per il 1845 i dati demografici per fasce di età: 580 abitanti, 20 anziani longevi, 100 maschi e 125 femmine, dei più giovani e ragazzi 75 maschi e 80 femmine distribuite in 85 famiglie che equivale ad una media di 6 componenti per famiglia, cioè padre e madre e 4 figli.

Dai dati si rimarca  una numerosa presenza di giovani, vista la prolificità degli abitanti, un po’ ovunque, in questo periodo e, fatti salvi i longevi, la minor speranza di vita dei più. Si calcola all’epoca in Sardegna un’età media di 47 anni di speranza di vita[53].

A detta dell’Angius, l’unico difetto da imputare ai putifigaresi sarebbe quello del bere abbondantemente, soprattutto il più corposo vino di Alghero, piuttosto che il  loro vinello, che vogliamo supporre lo lasciassero bere alle donne o lo donassero ai conventi maschili e femminili di Alghero. Per il resto erano tutti buoni cristiani e buoni sudditi anche se di lì ad alcuni anni la Sardegna si sarebbe  unita al Piemonte, godendo in tal modo delle libertà concesse dallo Statuto Albertino, ma perdendo l’autonomia di cui aveva goduto quale Regnum Sardiniae.

Ecco anche i pregi dei Putifigaresi che, oggi, nella fase del rinascimento linguistico e culturale sardo si possono riconoscere  confortanti:

“Nei giorni festivi <i Putifigaresi> passano alcune ore nella solita ricreazione delle danze e del canto e alcuni di miglior ingegno contendono fra loro in dispute di poesie rappresentando pastori virgiliani. Anche le donne partecipano dello spirito poetico e quelle che in esso più valgono quando sono un po’ attempate vanno ai funerali per l’attito e cantano le lodi del defunto”[54].

È evidente che tra i putifigaresi c’erano  poeti estemporanei e cantori e che le donne fossero ugualmente abili nel canto poetico e le più anziane esperte in sos attitos o attitidos[55].

Come si può notare tutte occasioni di formazione e informazione orale con cui i nostri abitanti di metà ottocento si dilettavano, tra un sorso di buon vino e l’altro. D’altra parte il vino rallegra gli animi e induce all’ispirazione.

Inoltre si tratta di una documentazione interessante sulle modalità di trasmissione della cultura orale e dei saperi tradizionali, legati al mondo contadino (ciclo agrario) e al mondo cristiano (ciclo liturgico).

Il valore delle donne nel canto e la loro specializzazione in sos attitos[56] è la dimostrazione che il gentil sesso, oltre all’industriosità del telaio, della trasformazione del latte, della confezione delle confetture, del pane e dei dolci era capace di destreggiarsi  anche nel canto.

3. Lo stato della scolarità

“ <Alla scuola> non vi accorrono più di tre fanciulli. In tutto il popolo tre soli sono che sappian leggere e scrivere cosi cosi, il vicario, il notaio e il flebotomo. Da ciò si vede che abbia prodotto l’insegnamento elementare  dopo 25 anni da che è stabilito <1824 – 1849>[57].”

Il giudizio sui tre letterati è decisamente negativo e lo stesso si dica per la scuola, dal 1841 detta elementare, che, se frequentata per un triennio regolarmente, avrebbe dato a Putifigari non meno di 8 o 9 individui giovani alfabetizzati nell’arco dei 25 anni menzionati dall’Angius, se poi frequentavano fino a saper mettere la firma, il numero potrebbe raddoppiarsi, salvo poi l’analfabetismo di ritorno.

Dietro questo giudizio dell’Angius c’è un informatore locale che potrebbe essere lo stesso marchese, in fase di liquidazione,  o uno dei tre letterati. Al parroco, negligente e forse scarsamente preparato almeno sul Manuale del Serra, dare dei giudizi negativi sarebbe stato come darsi dell’asino e sicuramente non era l’informatore, può darsi il notaio o il flebotomo, forniti entrambi di un’istruzione lacunosa, avendo frequentato semplicemente il grado universitario di baccelliere. L’Angius non cita il marchese, sicuramente graduato o almeno qualche segretario a meno che questo ruolo non fosse addossato al notaio o al parroco.

Lo storico dovrebbe sempre guardarsi da prendere per oro colato i giudizi sommari. E’ mai possibile che tra i tanti poeti improvvisatori non ce ne fosse nemmeno uno che non avesse letto nozioni di metrica e notizie su temi da trattare nelle gare poetiche!

  Ammessa anche la veridicità dell’Angius che gli abitanti di Putifigari fossero analfabeti, secondo il parere di parecchi studiosi non saper leggere e scrivere non significava essere incolti. Sulla base dei più recenti studi sull’analfabetismo si può asserire che società anche molto evolute, per migliaia di anni, sono sopravvissute e prosperate anche senza scuola[58]. Quindi a Putifigari c’erano pastori, contadini e donne perfettamente civili, in grado di comporre poesie, di produrre e commerciare beni senza essersi mai recati a scuola come del resto avveniva in Europa da secoli. Eppur vero che in quegli anni, essendo state istituite le scuole normali dei maestri in Sassari (1841), nessuno dei precettori incaricati dal comune di Alghero voleva recarsi alla città turritana al corso istituito per i maestri elementari, per conseguire il diploma superiore, perché il comune non voleva rimborsare le spese di permanenza. Si giunse al punto, qualche decennio più tardi, che il ministero minacciò d’inviare per le scuole elementari superiori (gli ultimi due anni) un maestro da Terraferma. A questa minaccia ministeriale si gridò allo scandalo di “continentali raccomandati”[59].

E’ storia nota che nel 1848 furono istituiti i Comuni che sono alla base di quelli esistenti con il sindaco di nomina regia e l’assemblea civica elettiva, ma soprattutto con chiare competenze sulla pubblica sicurezza, sulla nettezza urbana, sui lavori pubblici e sulla pubblica istruzione. In tal modo Putifigari ebbe il suo comune con tutti gli organi previsti e naturalmente sentì maggiormente la necessità dell’alfabetizzazione per stilare gli atti deliberativi e per i provvedimenti finanziari. Flebotomi, maestri elementari, chirurghi, chierici non ancora ordinati svolsero queste funzioni di segreteria e ragioneria in altri centri e si iniziò da allora a pensare alla costruzione della casa comunale-scuola[60].

Si succedettero le due guerre d’indipendenza che portarono all’Unità d’Italia e nel frattempo si posero le basi della scuola italiana con la  legge Legge Boncompagni (1848) prima e la  Legge Casati del 1859 poi. Putifigari come tutti i comuni con una popolazione inferiore ai cinquemila abitanti ebbe il corso inferiore elementare con due classi.

4. Scolari e studenti di Putifigari: rampolli d’insegnanti e di possidenti.

Considerando gli alfabetizzati dalla seconda metà dell’ottocento fino a metà  del novecento abbiamo potuto rilevare da cataloghi di studenti la presenza di nativi di Putifigari che dimostrano che ormai l’alfabetizzazione faceva progressi.

Nell’anno scolastico 1865-66 si rintraccia nel seminario di Sassari un certo Tilocca Antonio, convittore della 3^ classe elementare[61] e fino al 1905, conclusione del catalogo non si registrano altri studenti di Putifigari.

Il processo di alfabetizzazione e degli studi procede per Putifigari, per quanto concerne gli studi medi superiori e quindi, a maggior ragione per quelli inferiori, con i due protagonisti della professione di maestro, con due  giovani nati verso la fine dell’ottocento e che svolsero i primi anni d’insegnamento nel corso dell’epoca giolittiana, si tratta di Pietro Puliga (1876)[62]  che conseguì il diploma magistrale superiore e ancora più dotato Lidio Masia (1889)[63] che oltre a diploma superiore conseguì quello di ragioniere e di altre qualifiche, che lavorò nella scuola di Alghero dimostrando buone capacità direttive e d’insegnamento.

 Nell’anno scolastico 1913-14 si rileva nel Liceo Ginnasio “Azuni” di Sassari Puliga Luigi di Gavino Pasquale, che frequenta per due volte il primo anno di ginnasio e poi scompare dalla scuola superiore[64]; non si riscontrano altri studenti di Putifigari per tutto il catalogo che registra gli studenti fino al 1923. Similmente non si riscontrano studenti di Putifigari nel catalogo degli studenti del Liceo Scientifico “Giovanni Spano” di Sassari dal 1923 al 1943[65].

Gli anni felici della scolarizzazione a Putifigari sono quelli che vanno dagli anni venti agli anni quaranta del novecento, con  studenti ginnasiali figli d’insegnanti e di possidenti: Di Seri Ida (1904)[66] Di Seri Cornelia (1906)[67] Di Seri Igino  (1911)[68] Di Seri Amerigo (1911)[69] Di Seri Venerina (1915)[70], figli del maestro elementare Giovanni; Bardino Maria (1916)[71] Testoni Antonio (1922)[72], figli di possidenti,  Daggianti Ersilia (1923)[73] figlia d’insegnante.

Passando al catalogo degli studenti tra otto e novecento, si rintracciano ospiti del seminario di Alghero due alunni: Testoni Salvatore (1926) in I ginnasio[74] e Retanda Mario (1928)[75], mentre il primo deve aver lasciato il seminario dopo l’anno scolastico 1940-1941 con la sola I ginnasio, il secondo  seguì regolarmente gli studi ginnasiali, quelli liceali e teologici, fu ordinato sacerdote nel 1952 e divenne parroco di Birori. In base alle nostre conoscenze figura il protagonista dei più alti livelli d’istruzione di questo piccolo borgo dall’istituzione della scuola normale di Carlo Felice (1824).

Conclusione: una ricerca ormai in itinere.

Sull’istruzione a Putifigari il discorso non è chiuso e potrà ampliarsi man mano che altre piste di ricerca potranno aprirsi sia sulla scuola popolare sia sulle scuole superiori e sull’università.

Dal 1912 al 1945 i registri dovrebbero giacere presso la direzione scolastica di cui Putifigari è stata una succursale, ma non abbiamo certezze in merito. Occorrerà un lavoro preliminare di ricerca per rintracciarli.

Le altre piste restano gli atti notarili, i registri di leva giacenti nell’archivio di Stato di Sassari.

Altra ricerca andrebbe fatta dall’ultimo decennio dell’ottocento nei registri parrocchiali dei matrimoni per verificare la capacità di apporre la firma dei nubendi. Altra ancora sulle delibere sia dei consigli comunitativi (1771-1848) sia del Consiglio comunale, essendo questa istituzione dal 1861 al 1911 l’unica detentrice dei registri degli alunni, delle relazioni dei maestri e delle loro stesse nomine. Dal 1912 questi compiti, con la Legge Danéo-Credàro passarono al Consiglio Scolastico Provinciale fino alla riforma Gentile del 1923. Dei locali scolastici però fu fatto carico sempre ai comuni.

 Ritengo che questo breve saggio costituisca un primo incipit d’altre ricerche da portare avanti nei prossimi anni sulla storia dell’istruzione a Putifigari.

Oggi, la memoria storica popolare, per quanto riguarda la scuola elementare,  rievoca le figure di due maestre sorelle Correddu, Rina e Annina, la prima sposata Fele, la seconda nubile. Queste due maestre dagli anni sessanta  del novecento sarebbero state i pilastri portanti dell’istruzione elementare a Putifigari dagli anni quaranta non solo, ma un figlio della maestra Rina si è laureato  in Medicina.

Altra esperienza di studio, riportata dalle persone intervistate, è il ricordo del funzionamento delle Scuole Medie, frequentate a Putifigari con l’uso della TV, data l’impossibilità di mandare nel paese tanti docenti per un numero così esiguo di alunni. Un uso didattico sicuramente avveniristico, ma indubbiamente freddo anche se la presenza di un docente ha potuto garantire il controllo e la valutazione del progresso degli studenti.

La bibliografia di tempi recenti ci riserva anche la figura del noto letterato algherese Antoni Arca che a Putifigari ha attuato tecniche di apprendimento originali[76].

Altri formatori che sono ricordati con nostalgia dagli anziani di Putifigari sono gli ultimi parroci che pare abbiano contribuito alla formazione della visione cristiana della vita di questo borgo[77].


[1] F. Pruneri, L’istruzione in Sardegna 1720-1848, Il Mulino, Bologna 2011, pp.351

[2] A. Tedde, Iniziative assistenziali e educative per l’infanzia in Sardegna tra Otto e Novecento in Luciano Caimi, (a cura di), Infanzia, educazione e società in Italia tra Otto e Novecento. Interpretazioni prospettive di ricerca esperienze in Sardegna, Edes, Sassari, 1997, pp. 71-91.

[3] F. Amadu, Ozieri 1550-1702 Cento documenti in sardo dell’archivio diocesano , I Documenti, II lessico-radici, Stampacolor, Muros  2004, I pp. 288; II pp. 198.

[4] V. Angius, Putifigari, in Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna, XV, Torino, 1847-1957 pp. 795-817. Giacciono nell’archivio della Parrocchia di Putifigari i libri dei battesimi, delle cresime, dei matrimoni e delle sepolture dal 1770. Intervista a don Pier Paolo Calaresu, attuale parroco.

[5]A. Virdis, Excursus su catechesi e catechismi in Sardegna, In “Theologica. Annali della pontificia facoltà teologia in Sardegna” 1, (1992) pp, 217-297; P.Pala, Lu Caltularu di la Duttrina Cristiana: studio di un catechismo gallurese, 1880,Rubettino,  Soveria Mannelli, 2008,

[6]Cfr. Pruneri, L’istruzione, cit. p. 58 e ss.

[7]L. Pazzaglia, La scuola, ‘Dizionario Garzanti’ Torino 1980 p. 353, vol X. Per la Sardegna si vedano i lavori di R. Turtas, La nascita dell’università in Sardegna. La politica culturale dei sovrani spagnoli nella formazione degli Atenei di Sassari e di Cagliari (1543-1632), Sassari 1988, pp. 5-80 S. Loi, Cultura popolare in Sardegna tra ‘500 e ‘600: chiesa, famiglia, scuola,  AM&D, Cagliari, 1998.

[8]F. Manconi, G. Angioni, Le opere e i giorni: contadini e pastori nella Sardegna tradizionale, Consiglio Regionale della Sardegna, Cagliari 1982 e anche, Il  carro agricolo lussurgese Istituto superiore regionale etnografico, Centro di cultura popolare; Museo della tecnologia contadina, Nuoro, 1984. Dalla Comunità al Museo, Atti del convegno in onore di Francesco Salis, Educazione memoria e sviluppo sociale cooperative e musei per costruire comunità, Santu Lussurgiu 3-4 ottobre 2008. A cura di M. Ardu e F. Tirgallo, pp. 1741 5 ottobre 2011

 

[9] R. Turtas, La nascita dell’università in Sardegna. La politica culturale dei sovrani spagnoli nella formazione degli Atenei di Sassari e di Cagliari (1543-1632), Sassari 1988, pp. 203;

[10] A. Nughes, Alghero. Chiesa e società nel XVI secolo, Edizioni del Sole, Alghero 1990, p. 417.

[11]V. Angius, Putifigari, cit. p. 807-817

[12] A. Tedde, Gli studenti della Facoltà di Teologia dell’Università di Sassari 1766-1873 in Gian Paolo Brizzi Jaques Verger, (a cura di) Le Università minori in Europa, Rubettino, Cosenza 1998.

[13] M. Sechi Nuvole, Putifigari e il geografo dalle fonti documentali alle spie d’identità per la lettura del territorio in Putifigari insediamento umanotradizioni e lingua, Comune di Putifigari, s.ed., s. a.  <2009> p. 54.

[14] V. Bo, La parrocchia Tridentina, Edizioni Dehoniane, Bologna

[15] F. Manconi, Castigo de Dios: la grande peste barocca nella Sardegna di Filippo IV. Donzelli, Roma 1994.

[16] G. Zichi, (a cura di) I quinque libri: inventario Archivio storico diocesano di Sassari, Centro studi Mons. Filippo Sale, Sassari Gallizzi 1993, voll. 5.

[17] Cfr. Arzachena di Santa Maria della neve, Roma 2007 pp.384

[18] Cfr. Nughes, Alghero, cit. p. 230-231

[19] F. Manconi, Castigo de Dios, cit.

[20] Sechi Nuvole, Putifigari, cit. p. 77.

[21] V. Angius, Putifigoari, cit. p. 728

[22] Cfr, G. Della Maria, Il cavallo sardo nel periodo aragonese e spagnolo, Tip. Musanti, Cagliari, 1952.

[23] Sechi Nuvole, Putifigari, cit. p.77.

[24] Ivi, p. 78.

[25]  Cfr. V. Angius, Putifigari, cit. p. 802-803- F. Corridore, Storia documentata della popolazione di Sardegna (1479-1901), Arnaldo Forni Editore, Stampa dell’Edizione di Torino del 1902, Sala Bolognese, 1976.

[26] G. Zichi, Giovanni Battista Lomellini, in ‘accademiasarda.com’. Fonte: Filia e sito Diocesi di Saluzzo.

[27] Sigismondo Arquer (Cagliari 1530- Toledo 1571) Letterato  sardo, autore di un’opera storico geografica sulla Sardegna, finito al rogo per gl’intrighi di alcuni nobili ed ecclesiastici cagliaritani e del clero in genere che aveva criticato nella sua opera. Fu fatto passare dall’inquisizione spagnola per  filoluterano. Su di lui vedi: S. Loi, Sigismondo Arquer: un innocente sul rogo dell’Inquisizione  cattolicesimo e protestantesimo in Sardegna e Spagna nel ‘500 , AM&D,  Cagliari 2003.

[28] R. Turtas, Storia della Chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Roma, Città Nuova Editrice, Roma 1999.

[29] E. Verzella, L’Università di Sassari nell’età delle riforme (1963-1973) Chiarella, Sassari 1992.  A. Mattone, P. Sanna, La rivoluzione delle idee: la riforma delle due università sarde e la circolazione della cultura europea (1764-1790) 1998.

[30] A. Mattone, Assolutismo e tradizione statutaria. Il governo sabaudo e il diritto consuetudinario del Regno di Sardegna (1720-1727) in Rivista Storica Italiana 3, ( 2004).

[31] I. Birocchi, M. Capra, L’istituzione dei Consigli Comunitativi in Sardegna, in “Quaderni sardi di storia”, 4 (1983-84), pp. 139-158

[32] Comune di Putifigari, Putifigari, La Celere Editrice. Alghero 2004, p. 37.

[33] Il direttore mons. Antonio Nughes ci informa che l’intero archivio della Curia di Alghero è in fase d’inventariazione.

[34] Come si evince da un minuzioso studio, corredato di repertorio, tabelle e grafici, compiuto da Francesco Obinu sui laureati dell’ateneo sassarese dalla riforma boginiana fino alla Seconda guerra mondiale: F. Obinu, I laureati dell’Università di Sassari (1765-1945), Carocci, Roma 2002. Si vedano, per maggior compiutezza,  anche le ricerche precedenti, estese anche ai graduati, nelle tesi di laurea di  S. L. Posadinu, I laureati all’Università di Sassari dal 1766 al 1825, anno accademico, 1993-94;  M. G. Acca, I laureati all’Università di Sassari dal 1826 al 1860, anno accademico, 1994-95; L. E. Pittorru, Gli iscritti alla Facoltà di Leggi dal 1849 al 1875, a. a. 1994-95.

[35] R. Turtas, Gesuiti in Sardegna 450 anni di storia, Cagliari, Cuec 2010.

[36] Comune di Putifigari, Putifigari, cit. p. 38.

[37] A. Nughes, Aghero, cit.

[38] Cfr. A. Tedde (1911-1947) Foglio matricolare presso Archivio Caserma Lamarmora di Sassari, oggi trasferito a Cagliari.

[39] Sulla scuola “normale” feliciana si vedano: F. Pruneri, Le riforme del sistema formativo in Sardegna nella seconda metà del Settecento: il progetto e i problemi; A. Tedde, La scuola normale di Carlo Felice e di Carlo Alberto (1823-1841); F. Obinu, L’organizzazione della scuola normale in Sardegna: luci e ombre (1824-1848). Dalle relazioni degli intendenti provinciali, tutti in L’educazione nel Mediterraneo nordoccidentale. La Sardegna e la Toscana in età modrna, a cura di F. Pruneri e F. Sani, Vita e Pensiero, Milano 2008.

[40] M. Serra, Istruzioni di Maurizio Serra al  Reverendo Signor Sacerdote Gianantonio Vargiu, maestro della scuola normale di Bunnanaro, Stamperia Reale, Torino 1825.

[41] Antonio Virdis ha pubblicato un’inventario dei catechismi sardi in Thelogica Sarda, rivista della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, Anno e numero, ci basti citare il catechismo in sardo logudorese  del rettore di Ploaghe (1799-1868) in C. Satta, A. Tedde, I doveri del cristiano nelle opere in lingua sarda del rettore di Ploaghe Salvatore Cossu (1799-1868)
La pedagogia di un parroco dell’Ottocento (1827-1868) Associazione culturale “A. De Gasperi”, Stampacolor, Muros 2006, pp. Appendice.

[42] St. Robert in Catholic Encyclopedia (in inglese), Encyclopedia Press, 1917.

[43] S. Caboni, Catechismo agrario per i fanciulli di campagna, Stamperia Reale, Cagliari 1828.

[44] Regio Editto sulla Pubblica Istruzione nel Regno di Sardegna del 24 giugno 1823; Regolamento approvato da S. M. Carlo Felice per le Scuole Normali del Regno di Sardegna del 25 giugno 1824; Carta Reale del 24 ottobre 1837; Regie Patenti (…) circa il metodo d’istruzione per le scuole elementari nel  Regno di Sardegna (…)  del 7 settembre 1841 in R. Sanna, La scuola del leggere e scrivere, del catechismo cristiano e agrario in Sardegna (1823-1848), Università degli Studi si Sassari, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Pedagogia, anno accademico 1998-99. Relatore A. Tedde in Appendice documentaria.

[45]  F. Pruneri,  L’istruzione in Sardegna 1720-1848, Il Mulino, Bologna 2011  pp. 184-243

[46] A. Ventura, Le scuole normali di Carlo Felice (1824-1848), Università degli Studi di Sassari, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Pedagogia, anno accademico 1998-1999. a. a. Relatore A. Tedde

[47] Ivi, p. 137.

[48] G. Casalis, Dizionario geografico storico statistico commerciale degli stati di s. m. il re di Sardegna: estratto delle voci riguardanti la Sardegna: Provincia di Sassari, Angius, Casalis. – Ed. anastatica, Editrice Sardegna, Cagliari 1998,  G. Maspero Torino  1833- 1857 voll.28..

[49] Angius, Putifigari, cit. p.799.

[50] M. Leopardi, Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831 e Le illusioni della pubblica carità, Roma 1837

[51] F. Cossu, Arzachena, cit.

[52] A. Mattone, P. Sanna, (a cura di) Alghero, la Catalogna, il Mediterraneo. Storia di una città e di una minoranza catalana in Italia (XIV-XX secolo), Edizioni Gallizzi, Sassari 1994.

[53] F. Coletti, La mortalità nei primi anni d’età e la vita sociale in Sardegna, Fratelii Bocca, Torino 1908

[54] Angius, Putifigari, cit. p. 800

[55] Cfr. G. Ferraro, Canti Popolari in Logudorese, Gia Editrice, Edizione anastatica del 1891, Cagliari 1989, p. 205-279.

[56] F. Poggi, Usi natalizi, nuziali e funebri della Sardegna, Premiata Tipografia A. Cortellezzi, Mortara Vigevano 1897, p, 120.

[57] Angius, Putifigari, cit. p.801

[58] Walter J, Ong, Oralità e scrittura, Il Mulino, Bologna 1986.

[59] A. Tedde,, Istruzione popolare in Sardegna dalla legge Casati alla legge Daneo-Credaro tra politiche locali e governative in Fabio Pruneri, (a cura di), Il cerchio e l’ellisse. Centralismo e autonomia nella storia della scuola dal XIX al XXI secolo Carocci editore, Roma 2005, pp.155-160.

[60] Cfr. Sani R,, A. Tedde (a cura di), Maestri e istruzione popolare in Italia tra Otto e Novecento : interpretazioni, prospettive di ricerca, esperienze in Sardegna, Vita e penisiero, Milano 2003.

[61] Tilocca Antonio

(c. 79); 1865-66; 3a el; conv.; aps.

in Dora Quaranta, Il Seminario Tidentino di Sassari nel Sec. XIX Catalogo degli alunni dal 1823 al 1905, Universita degli Studi di Sassari Facoltà di Magistero, Coso di Laurea in Pedagogia, Relatore A. Tedde, Anno Accademico 1994-1995. p. 176.

[62] Pietro Puliga (1876), diplomato nel 1901 a Nuoro. Nomina ad Alghero nello stesso anno e dirige le scuola per un anno (1908-1909). Ha insegnato Disegno Ginnastico e Canto corale.

[63] Lidio Masia (1889) consegue e il diploma a Nuoro nel 1912. Ha la prima nomina nel Comune di Sassari nel 1914. E’ fornito del diploma dell’Istituto Tecnico-Ragioneria. Corso di profilassi antimalarica e antitubercolare. Corso di Educazione Fisica. In E. Pireddu, La classe magistrale in Sardegna dal 1860 al fascismo: analisi delle carriere professionali, Università degli Studi di Sassari, Facoltà di Lettere Filosofia, Corso di Laurea in Sciente dell’Educazione, a.a. 209-2010 Relatore F. Pruneri, Correlatore A. Tedde.

[64] Putifigari

Scheda 2741

Puliga Luigi

12-02-1901 di Gavino Pasquale

(R. 89) 1913-14 1° Ginnasio

(R. 89)  1914-15 1° Ginnasio

in Monica Spagnuolo, Il catalogo degli studenti del liceo ginnasio di “D. A. Azuni” di Sassari dal 1888 al 1923, tomo I, Università degli studi di Sassari, Facoltà di lettere e Filosofia, Corso di laurea in pedagogia, Relatore F. Telleri, Anno Accademico 2003-2004, p. 394.

[65] S. Spagnolo, Catalogo degli studenti del Liceo Scientifico “Giovanni Spanu” di Sassari dal 1923 al 1943, Università degli Studi di Sassari Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Pedagogia, Anno Accademico 2000-2001. Relatore A. Tedde.

[66]Ida Di Seri Frequenta dalla I alla IV ginnasio (1917-1921) e poi probabilmente cambierà corso di studi

[67] Cornelia Di Seri frequenta la prima ginnasio che ripete e poi la seconda (1917-1920) e abbandona anche lei il ginnasio

[68] Igino di Seri  (1902) frequenta la IV e la V  ginnasio 19018-1920).

[69] Amerigo di Seri (1911), frequenta tutti gli anni del ginnasio diplomandosi nel 1930.

[70] Vemerina di Seri (1915) corso regolare termina nel 1931.

[71] Bardino Maria (1916) frequenta le prime due classi e abbandona (1933)

[72] Antonio Testoni (1922) frequenta dal 1932 al 38 conseguendo la Vginnasio.

[73] Ersilia Daggianti(1923) consegue in sei anni la V ginnasio (1941) Tutti questi dati sugli alunni ginnasiali li rintracciamo in A. Celestini, Catalogo degli alunni del Regio Ginnasio “G. Manno” di Alghero dal 1912 al 1945. Università degli Studi di Sassari, Facoltà di Magistero, Corso di Laurea in Pedagogia, a.a. 1998-1999 Relatore A. Tedde.

[74] Testoni Salvatore (1926)  I ginnasio; Retanda Mario I-V ginnasio in A. Ledda, il seminario di Alghero tra Otto e Novecento, Università degli Studi di Sassari, Facoltà di Magistero, Corso di Laurea in Pedagogia, a.a. 1994-95 Relatore A. Tedde.

[75] Retanda Mario (1928), sacerdote in La Chiesa Sarda 1979, L’organizzazione della Chiesa in Sardegna, Collegiun Mazzotti, Sassari 1979 pp.91, 96, 98.

[76] A. Arca, La scuola di identità: i libri per ragazzi la suggeriscono plurale, presentazione di Franco Trequadrini. F. Angeli,  Milano 2006

[77] Le persone intervistate desiderano restare anonime. Oltre  a quelli citati in nota un  breve saggio di Antonella Sini e infine Comune di Putifigari, Putifigari, La Celere Editrice, Alghero 2004

pp. 102.

Estratto da Angelino Tedde, L’istruzione scolastica a Putifigari in M. Pinna (a cura di di) Istoria de sa Baronia de Potufigàri. Storia della Baronia di Putigigari, Edes, Sassari, 2009 pp-53-72

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