Categoria : pedagogia

Epistemologia della vecchiaia di Baingia Bellu

Simone de Beauvoir [1], cerca di offrire un contributo alla comprensione della cosiddetta terza età, attraverso la ricerca delle varie epistemologie della vecchiaia presso tutti i popoli.

Secondo lei, l’atteggiamento della società nei confronti dell’anziano è di fondamentale importanza in tutte le epoche. Si tratta di un fatto culturale ed è lo stesso contesto sociale a determinare se il vecchio può essere considerato un peso o al contrario una risorsa, una fonte di saggezza. A questo riguardo elenca vari tipi di società: nelle società divise che attraversano dei momenti rivoluzionari prevalgono i giovani, mentre nelle società molto organizzate e ripetitive gli anziani assumono un ruolo maggiore. Per quanto riguarda il privato, ossia la famiglia, il ruolo dell’anziano dipende dal tipo di famiglia nel quale vive.

 Nella società primitiva vi era una cultura che conferiva un’importanza enorme ai riti magici e religiosi i quali erano affidati e tramandati esclusivamente dagli anziani. Al contrario presso popoli avanzati la magia e le tradizioni orali hanno un’importanza relativa di conseguenza i vecchi assumono un ruolo minore, se non marginale.

Per il poeta Omero la vecchiaia è fonte di saggezza; in Grecia  la stessa poteva essere considerata negativamente o al contrario  fonte come fonte di sacralità.

In Egitto la vecchiaia veniva considerata come il peggiore dei mali; nella Cina antica era sinonimo di santità; nella società  ebraica il vecchio veniva tenuto in considerazione, come emerge dalla lettura del libro dei proverbi[2].

Sparta conferiva onore ai suoi vecchi; in Atene si assisteva ad uno scontro fra generazioni con la democrazia; al contrario la mitologia germanica esaltava la gioventù.

Si può tuttavia supporre che la sorte dei vecchi dipendesse dalla classe sociale di appartenenza: se il vecchio apparteneva ad una classe sociale abbiente veniva servito e riverito, se apparteneva ad una classe non abbiente rischiava la mendicità.

Per le popolazioni barbariche morire di vecchiaia era fonte di disonore,  perché  preferivano morire giovani combattendo.

In Occidente con l’ascesa della borghesia mercantile intorno al Duecento   la posizione del vecchio, almeno quello di classe agiata, migliorò notevolmente in quanto la forza fisica contava di meno rispetto all’abilità che bisognava avere negli affari.  Nel Seicento sono sempre i giovani a detenere il potere, vista la diminuita speranza di vita.  Nel Settecento le migliorate condizioni di vita favorivano la longevità, ma aumentava al tempo stesso anche il numero dei vecchi indigenti  tanto che all’epoca si svilupparono le prime forme  di pubblica assistenza.

L’Ottocento si presenta come un secolo di grandi cambiamenti, progresso della scienza, incremento demografico e rivoluzione industriale che determinò la nascita di una nuova classe sociale: il proletariato, che sperimenterà tutta la violenza del progresso, per  cui conterà solo chi produce, aumentando maggiormente il contrasto tra vecchi sfruttati e vecchi privilegiati.

Le persone che non potevano più lavorare, spesso morivano di stenti, al contrario la classe dirigente composta da vecchi ricchi si trasformava in una  vera gerontocrazia.

Nel Novecento vi è lo sfaldamento della famiglia patriarcale, che porta a sminuire la nozione di esperienza, propria dell’anziano e di conseguenza il suo valore in seno alla società.

Nella società attuale l’anziano spesso viene emarginato persino da parte dei figli e nipoti e può interessare al massimo come consumatore se fa parte di una fascia di reddito interessante.

Nelle società occidentali, cosiddette avanzate, si assiste ad un aumento dell’invecchiamento della popolazione, grazie al progresso della medicina. Questo fenomeno sociale offre l’opportunità ad ulteriori considerazioni sull’anziano come risorsa nuova per la società.

Ai nostri tempi molti anziani soli o ammalati sono costretti a finire l’ultima parte della loro esistenza nelle comunità per anziani, o case di riposo,  riservata a coloro che hanno una certa  disponibilità finanziaria, per gli altri non proprio benestanti, la maggior parte di queste istituzioni si rivela spesso inadeguata o peggio ancora disumana, sia dal punto di vista umano che sanitario, in cui gli anziani sono costretti a vivere segregati senza alcun affetto[3].

Di conseguenza si sentono abbandonati prendendo coscienza di aver perso il proprio ruolo parentale, parentelare, sociale: alcuni di essi si deprimono in  modo tanto grave da cercare la morte. I tassi di suicidio in età avanzata sono elevati[4].

L’assenza di scopi provoca la noia, l’anziano spesso per proteggersi dall’ansia diviene abitudinario, ostile e avaro;per lui il denaro rappresenta la protezione dalle insidie del futuro e gli conferisce un certo potere[5].

La vecchiaia è un processo irreversibile e biologico, ma che incide anche sulla sfera pisicologica: la vita psichica di un individuo dipende anche dalla sua condizione esistenziale, che per ogni età è dettata dalla società a cui appartiene[6].

L’invecchiamento è un cambiamento di stato irreversibile, nell’evoluzione dell’esistenza, ma non per forza un declino: la vecchiaia è soprattutto un fatto culturale, in quanto è il contesto sociale a determinare se di declino si tratta. Ad esempio nella società degli Incas gli anziani erano temuti rispettati e onorati.

L’evoluzione  fisica e quella affettiva non vanno di pari passo. La perfezione dell’individuo per Freud, si ha con l’infanzia, per Ippocrate avviene a 56 anni, per Dante a 45, secondo Aristotele il corpo raggiunge la perfezione a 35 anni, mentre l’anima la raggiunge a 50 anni.

Nella dialettica egheliana la vecchiaia diverrebbe il momento di perfezione più alto dell’esistenza, mentre per Shakespeare l’età avanzata porterebbe al disfacimento.

Fino al ‘300 in occidente le classi dei vecchi e dei bambini non venivano prese neppure in considerazione, in quanto erano solo i giovani e gli adulti nel pieno delle forze a detenere il potere  e governare il mondo[7].

Le opere sulla vecchiaia, fino alla fine del ‘400 si riducevano a dei semplici trattati d’igiene, verso la metà dell’800, vi fu  la nascita dei cosiddetti ospizi per anziani, e delle scienze che si occuparono dell’invecchiamento: quali la geriatria che si occupa delle patologie proprie della vecchiaia, la gerontologia che ne studia i processi.

La senescenza dipende da una diminuzione della rigenerazione cellulare causando una diminuzione della massa dei tessuti, metabolicamente attivi, mentre si ha un aumento di quelli inerti; tutto ciò causa vari disturbi con conseguenti malattie che accelerano il processo della senescenza per cui spesso la vecchiaia che di per sé è un fatto biologico viene equiparata ad una malattia come diceva qualche autore antico: senectus ipsa morbus.

Molto spesso l’età biologica con l’età cronologica non coincide, in quanto il declino può avvenire lentamente o al contrario improvvisamente, accelerato o ritardato da diversi fattori quali la salute l’ereditarietà, l’ambiente, le emozioni, le cattive abitudini, il tenore di vita.

La longevità è risaputo dipende da vari fattori economico-ambientali, ma anche dal sesso: è ormai appurato che le femmine hanno una aspettativa di vita superiore a quella dei maschi. Inoltre mentre la malattia è evidente, soprattutto nel  soggetto che ne è portatore, la vecchiaia viene percepita più dagli altri che non  dall’interessato. L’anziano attraversa una crisi d’identificazione, poiché percepisce la propria vecchiaia attraverso gli altri. Molti dei comportamenti tipici dell’anziano hanno come finalità quello di attirare l’attenzione verso di sé, come il rifugiarsi nelle abitudini,  negli automatismi, nei capricci per imporre la propria volontà. Nella diffidenza molti anziani spesso provocano una rottura di contatti isolandosi sempre più.

La miglior vecchiaia auspicabile è quella di chi conserva non i ricordi di un passato, ma al contrario di chi si proietta nel presente impegnandosi in imprese che sfidano il tempo cercando di coltivare molti interessi [8].


[1] S. DE BEAUVOIR, La Viellesse, Gallimard, Paris, 1970

[2] LA BIBBIA, traduzione interconfessionale in lingua corrente, Elle DI CI-Leumann, Torino 1985,  p. 898.

[3] S. DE BEAUVOIR, La Viellesse, cit.

[4] M. A, MAURO, Gli anziani e il suicidio. Fattori di rischio e prevenzione, Studium adp, Sassari 1997.

[5] Ibidem

[6] R. CANESTRARI, A. GODINO, La Psicologia scientifica. Nuovo trattato di Psicologia Generale, CLUEB, Bologna 2008, p. 625.

[7] PH. ARIES, Padri e Figli nell’Europa medievale  e moderna, Laterza, Roma-Bari, 1983

[8] Ibidem

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