XI. La filosofia di Andria Galànu di Ange de Clermont

Foto di Matteo Tedde

Il pomeriggio venne insieme al conturbante archeologo Andrea Galanu nella caserma di Miramonti. L’archeologo dalla mappa segreta e dai molti sospetti si presentò ai militi come Lucifero davanti a San Michele Arcangelo, pronto alla battaglia, se doveva esserci battaglia.

Il brigadiere Carrigni, appena ferito da Cupido per la bella Anghela Nigoleddu, non aveva nessuna voglia di dar retta ai sospetti delle comari del borgo, rapide nella diffusione delle notizie e dei sospetti, ma pronte a professare che la loro anima era da considerarsi libera dal prendere le chiacchiere come la verità definitiva sui fatti. Tra uomini del resto, più che tra donne, quelle chiacchiere diventavano indizi gravi, tra i pastori dalla mente piuttosto statica, meno grave per i contadini più ingegnosi a causa del dover combattere ogni giorno la battaglia della vita come prestatori d’opera verso possidenti che univano la sobrietà del remunerare alle pretese dell’avere. Inoltre gli uomini più che con le chiacchiere con sguardi, con gesti,con mezze parole dicevano e non dicevano, quasi facenti parte di una commedia di mimi.

In Piatta, nella bottega del fabbro, c’era poco da aprir bocca tra quei colpi di martello sull’incudine, presso la bottega del falegname, dato il carattere dell’uomo, segaligno e calcolatore, era come recarsi al cimitero nei giorni dei funerali, silenzio assoluto, qualche parola in più presso le bottegaie e nei crocchi presso la casa comunale-scuola dove a seconda del servizio ricevuto, andavano e tornavano imprecazioni contro il sindaco e i civici consiglieri. Fatto sta che i sospetti nei confronti di Galanu vagavano nell’aria come anime in pena,  ma alla resa dei conti l’uomo era consapevole delle sue convinzioni e se un omicidio non l’aveva compiuto non doveva di certo far intendere che l’avesse portato a termine e se doveva nascondere i suoi movimenti nel territorio per non incorrere in sospetti, doveva mentire con determinazione.

Il sospettato bussò alla porta cella caserma e il piantone gli aprì la porta accompagnandolo presso l’ufficio del brigadiere.

-Buongiorno, signor Galanu, si accomodi!-

L’uomo rispose al saluto del brigadiere ricambiandolo e fissando con quei suoi occhi penetranti al punto che il milite ne fu conquistato.

-Signor Galanu, riprese, lei sa perché l’ho convocato?-

-Ma certo, rispose l’uomo, so bene che è vostro dovere indagare sull’assassinio del collega Pedde, che per la verità non mi era molto simpatico, ma da questo ad eliminarlo, c’è una bella differenza. D’altra parte ho i miei alibi. Io il giorno stavo facendo degli assaggi sul Nuraghe Aspru e sono stato visto sia da Mudulesu sia dalla moglie e forse dai servi. –

-Va bene, ma dovremmo verificare gli orari. Lei è uscito presto da Miramonti, a che ora è arrivato a casa del Mudulesu?-

-L’orologio del taschino va avanti, ma io lo guardo poco e sinceramente non saprei indicargli l’ora esatta e poi io spesso mi fermo davanti ad un masso, ai resti di un nuraghe alla ricerca di reperti antichi, per cui poco mi curo del tempo che passa. A volte m’incanto guardando i picchi dei costoni oppure il volo dei falchetti o gli stapiombi dei fiumi e il tempo vola, ma io resto fermo. Sono un ricercatore serio e quando mi concentro sono assente da quanto mi circonda. Mia moglie mi dice che vivo nelle nuvole, ma io sono ben piantato per terra, solo che quando indago su una cosa mi assento da ciò che mi circonda. Del resto era così anche Giuanne Ispanu il mio maestro. Il volgo miramontano spesso non mi capisce, ma a me poco interessa. Vede brigadiere io sono come una miniera, per scavarla ci vogliono anni e bisogna andare a fondo. La storia messa in giro sul delitto di Antonio Pedde, che Dio l’abbia in gloria, non scalfisce minimamente la mia onestà. Sono tutto il contrario di tiu Nanneddu: lui fa le scoperte sotto gli occhi della gente, ci ride, a volte sbraita, io sono un  minatore, lavoro sotto terra, ci metto anni prima di convincermi di una cosa e quando ho scoperto i segreti degli antichi non vado a spifferarli ai quanttro venti come il mio amico scrivano che ha bisogno di raccontare, di pubblicizzare e di essere incensato, io voglio scoprire gli antichi e basta e tenermi i segreti per me.-

-Quindi anche la mappa segreta di Giuanne Ispanu?-

– E’ tutta una montatura, io le mappe me le costruisco e Giuanne Ispanu non mi ha lasciato che il metodo come agli altri. Quelli  sentono un asino ragliare e danno la voce a tutti, io se sento la voce di un animale capisco che cosa vuol dire e se del caso do una risposta. Io penso, medito, prendo appunti, faccio delle mappe, ma prima le voglio avere in testa. Ha capito brigadiere?-

Il brigadiere ad un certo punto era preso dal pensiero dell’occhiolino fatto ad Anghela Nigoleddu nel mentre si lasciava affascinare dalle idee dell’archeologo Galanu.

– Mi dica, riprese il brigadiere, perché non si è unito a Mudulesu per la ricerca del collega?-

-Le pare che vado a cercare un collega che probabilmente stava procedendo alle sue indagini archeologiche? Per sentirmi dire che sono un impiccione? Mica potevo sapere che lo avevano accoppato!-

-Chi può essere stato, secondo lei?-

– E chi lo sa, ci vuole tempo e ci vogliono indagini. Chi lo ha ucciso, imprimendogli sulla fronte il marchio delle domus de Janas, forse lo voleva punire perché si tenesse lontano da quelle e, in questo caso potrebbe essere anche un collega, ma potrebbe essere pure uno che, pur non essendo archeologo, voleva allontanrlo definitivamente dalle domus. Non c’è che da prendere il tempo dovuto e indagare anche se il morto non torna in vita.-

-Perché questi delitti a Sassu Altu e a Sassu Giosso?-

-Sono luoghi vasti e solitari e l’unica legge che conta è quella del luogo. Che cosa possiamo sapere dei pensieri di un pastore che nelle sue tanche crede d’essere un dio? Lui è tutt’uno con la sua terra, con gli alberi, con le rocce e si crede onnipotente, perciò quando ritiene giusto eliminare un nemico, non ci pensa due volte.-

– E lei non ha paura?-

-Io vivo in pace con tutti: tutti saluto, a tutti stringo la mano, do molta importanza a tutti, di molti sono compare e prima di fare un’indagine su una domus o su un nuraghe chiedo il permesso, non ci vado come se stessi andando a casa mia. Se mi sconsigliano, lascio perdere. Non voglio urtarli e così nessuno mi nuoce. Il povero Pedde era brusco, si richiamava alle autorità e questo faceva imbestialire i pastori!-

-Ah, e quindi potrebbe essere anche un pastore?-

-Niente so di certo, queste sono ipotesi, il colpevole è compito vostro rintracciarlo, non mio.-

Il brigadiere era del tutto avviluppato dai discorsi di Galanu e capì che lui non poteva essere l’assassino e al tempo stesso non avrebbe ricavato nessun dato valido, perciò si alzò, gli strinse la mano, chiamò il piantone e lo fece accompagnare alla porta.

Si erano fatte le 18,00 e pensò alla cena che il collega, cuoco di turno, gli aveva preparato e andò a gustare un minestrone di fave con borragine, cardi selvatici, cavoli, erba cipollina, cicoria e lardo, mentre i pensieri volavano verso Angela Nigoleddu.

Andrea Galanu, scese verso Pala de Carru, attraversò lo stradone, passò davanti alla chiesa  della Santa Croce e di San Matteo, attraversò impettito la Piatta e salì verso casa sua. Le donne, dallo spioncino della porta lo videro passare e, vedendolo così bello e sicuro di sé, lo ritennero innocente.

Anche il vicario lasciò la parrocchia per dirigersi verso la canonica non molto lontana. Per il compare devoto passato a miglior vita non faceva che recitare dei De profundis.

La vedova del defunto con le figlie andavano man mano rassegnandosi alla perdita del capofamiglia. I parenti del resto continuavano a confortarle, a portar loro dei piatti sobri, ma gustosi.

Lo stregone del paese, tiu Nanneddu, affogato dagli orologi da aggiustare, non si dava pace per l’ennesimo morto ammazzato e tra sé e sé continuava ad almanaccare senza venire a capo di niente. Secondo lui il morto, assai bigotto, per colpa dei preti, era stato ammazzato da qualcuno del quale non si era accorto, ma che faceva parte della sua cerchia. Tutta colpa dei preti e del Papa di Roma: bisognava eliminare la Chiesa, causa di tutti mali!

I diavoli del luogo, sempre alla porta di Nanna Bellanca e di tiu Nanneddu, sghignazzavano ben sapendo che presto un’altra croce sarebbe stata piantata nel Camposanto di Miramonti.

 

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