Prefazione ai toponimi della Sardegna centrale – di Massimo Pittau

Massimo Pittau, I toponimi della Sardegna, II Sardegna Centrale, Edes, Sassari

 

Prefazione

Prof. Massimo Pittau

Da alcuni decenni è in atto in Sardegna una chiara e forte presa di coscienza di natura politica e culturale, messa in atto dai Sardi col preciso intento di recuperare e affermare la loro identità regionale ed anche nazionale. È una prova certa e chiara di questo importante evento il fatto che in Sardegna negli ultimi decenni si è avuta una produzione bibliografica a carattere regionale – storica, linguistica, artistica, etnografica – che non trova riscontro equivalente in nessun’altra regione italiana.

Questa presa di coscienza della loro identità etnica da parte dei Sardi si esprime in principale modo nel tentativo di recuperare tutti gli aspetti della loro etnia e in primo luogo nel tentativo di recuperare e di salvaguardare la lingua sarda e di rilanciarla nell’uso pratico e pure in quello ufficiale.

In tale recupero e rilancio della lingua sarda ovviamente non è da tralasciare il ricchissimo patrimonio toponimico dell’Isola, ossia i numerosissimi nomi di luogo dell’intero suo territorio. E tanto più doverosa e urgente si presenta la necessità di recuperare e di salvaguardare questo patrimonio toponimico della Sardegna, in quanto da una parte esso risulta spesso ampiamente travisato e deformato dalle trascrizioni errate delle carte geografiche e corografiche esistenti (con in testa quelle del pur molto benemerito Istituto Geografico Militare, I.G.M.), dall’altra esso sta per cadere completamente dalla coscienza linguistica dei Sardi, anche per il fatto che la campagna è andata sempre più spopolandosi, dato che, ad esempio, perfino i pastori vanno in campagna soltanto una volta al giorno per mungere le pecore, ma poi rientrano immediatamente nei loro paesi.

Si comprende facilmente che la scomparsa o anche il travisamento del patrimonio toponimico di un territorio si porta dietro anche la scomparsa dei numerosi elementi o fattori che caratterizzano o hanno caratterizzato la vita della sua popolazione, le sue usanze pastorali ed agricole, il nome delle piante e degli animali ivi esistenti, i fattori geomorfici e quelli idrologici del territorio, i ricordi vicini o lontani della sua storia o della sua cronaca. Senza alcun dubbio la scomparsa anche di una parte del patrimonio toponimico di un dato territorio si trascina dietro pure tanta parte della memoria storica dei suoi abitanti, dato che tutti i toponimi sono sempre carichi di risvolti storici, poiché hanno una loro precisa origine, o latina o bizantina o toscana o catalana o spagnola o italiana, o addirittura una loro origine prelatina o protosarda.

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Come premessa tengo ad indicare quelle che sono state le esatte operazioni che ho effettuato per comporre la presente opera: I) la più ampia raccolta di toponimi, effettuata con tutte le possibili fonti, scritte ed orali; II) la verifica della esatta pronunzia di ciascun toponimo e la sua esatta trascrizione grafica; III) la ricerca e la indicazione del suo significato; IV) la indicazione, più o meno sicura, della sua etimologia od origine storica.

Nelle prime due operazioni della raccolta e della verifica dei toponimi sono stato aiutato da miei allievi e da numerosi amici, che cito più avanti e che io sento il dovere e pure il piacere di ringraziare pubblicamente.

Infine preciso che questo primo volume della presente opera è dedicato alla toponimia della Sardegna centrale, quella che va dal golfo di Bosa a quello di Orosei, da Ozieri a Desulo e quella che linguisticamente è caratterizzata dalla varietà logudorese della lingua sarda.

Questioni di Metodo

Tra le varie sezioni della linguistica quella più aleatoria o rischiosa e quindi quella più difficile ed incerta è indubbiamente l’onomastica, nei suoi due rami della antroponomastica e della toponomastica. Ciò è la diretta conseguenza del fatto che, mentre comunemente il glottologo o linguista lavora su due coordinate, quella fonetica e quella semantica, cioè sui suoni fonici che costituiscono il “significante” di un vocabolo e sull’idea o sull’immagine che costituisce il suo “significato”, nell’onomastica egli spesso è costretto a lavorare sulla sola coordinata fonetica, cioè soltanto sui suoni fonici. Molti antroponimi e toponimi infatti col passare del tempo hanno perduto il loro “significato” originario, hanno cioè cessato di essere “trasparenti” nel loro significato rispetto alla coscienza dei parlanti e sono pertanto diventati “opachi”. Ricorrendo ad un’immagine, si può affermare che, mentre per l’etimologia dei comuni appellativi la glottologia cammina con due gambe, quella fonetica e quella semantica, cioè con due serie di fatti e quindi di prove, per l’etimologia degli antroponimi e dei toponimi sovente essa cammina con una sola gamba, quella fonetica soltanto. Ed è proprio questo il motivo essenziale che rende spesso assai difficile e soprattutto molto incerta e aleatoria la ricerca etimologica del linguista intorno agli antroponimi ed ai toponimi.

A questa aleatorietà della onomastica e in particolare della toponomastica, già da me messa in luce e sottolineata in miei scritti precedenti, aggiungo oggi un’altra circostanza, la quale in effetti la mette in un piano di dubbio radicale: spesso noi linguisti abbiamo a disposizione differenti versioni di uno stesso toponimo, offerteci dalla tradizione scritta e dalla tradizione orale. Ovviamente tra queste differenti versioni di un toponimo noi linguisti siamo soliti optare per quella che si presenta come la più chiara o la più verosimile e soprattutto quella “comprensibile”. Questo è un fatto certo e questa è una esigenza razionale alla quale noi linguisti non possiamo non adeguarci: però dobbiamo pure avere la consapevolezza che in effetti esiste il pericolo che la nostra scelta venga indirizzata ad una versione del toponimo che è semplicemente il frutto di una “paretimologia”, ossia di una “etimologia popolare”. In effetti la versione esatta del toponimo potrebbe essere proprio una di quelle che noi invece abbiamo respinto e scartato. Ed è del tutto chiaro e certo che questa è una difficoltà od un pericolo della nostra analisi linguistica che non può essere mai e del tutto evitato.

Non bastando questo rischio, se ne aggiunge un altro per la nostra ricerca quando facciamo riferimento ad antroponimi e toponimi antichi, pervenutici attraverso la tradizione scritta: chi ci assicura che la trascrizione di un antico antroponimo o toponimo, soprattutto se è un hapax legomenon, cioè se risulta documentato una sola volta, sia realmente esatta e non sia anch’essa il frutto di una paretimologia fatta o recepita dall’autore della trascrizione? E se si tratta di antichi antroponimi e toponimi trascritti da vari amanuensi, chi ci assicura che un certo amanuense li abbia trascritti bene dall’amanuense precedente?

Infine è importante precisare che molto spesso si riesce ad afferrare bene l’esatto significato letterale di un certo toponimo, ma non se ne comprende esattamente la vera origine storica, dato che questa è ormai del tutto scomparsa, caduta totalmente dalla coscienza dei parlanti: Bantzicheddu ‘e Santa Tzigliana (Bitti) significa chiaramente «piccola culla di Santa Giuliana», ma questo toponimo a quale fatto leggendario o storico o di cronaca o geomorfico fa esatto riferimento? Mont’ ‘e s’appettitu (Bitti) «monte dell’appetito», Nodos de massaja (Bitti) «dossi di/della massaia»; Abbas de zoza (Bolotana) «acque del giovedì»; Ena ‘e sámbene (Bolotana) «zona umida del sangue»; Mura ‘e isprene (Bortigali) «catasta di pietre della milza»; Ischina ‘e su re (Dorgali) «schiena o crinale del re»; Putzu ‘e Judeos (Ghilarza) «pozzo dei Giudei»; Cuba-fusos (Nùoro) «Nascondi-fusi»; Funtana ‘e istruminzu (S. Lussurgiu) «fontana dell’aborto»; Pala ‘e frearzu (S. Lussurgiu) «costa di febbraio», Mont’ ‘e martu (Scano M.) «monte di marzo», ecc. ecc., quali mai eventi storici o fatti di cronaca oppure leggendari nascondono in sé questi toponimi?

Concludendo questo punto si può dunque affermare che la toponomastica è come un “campo minato”, nel quale finiscono col saltare per aria non solamente i soliti dilettanti, ma anche i linguisti di professione, perfino quelli più capaci, più esperti e più prudenti.

Noi linguisti dobbiamo pure riconoscerlo francamente: talvolta o forse spesso le nostre ricostruzioni etimologiche di toponimi non sono altro che altrettanti “romanzi”, in massima parte fantasiosi e solamente in parte sostanziati di fatti reali. Eppure ci piace scriverli questi “romanzi”, proprio per la loro effettiva natura di “romanzi” da noi inventati e narrati.

E probabilmente proprio per questo motivo si spiega la circostanza che, nonostante la “aleatorietà radicale” della toponomastica, nonostante il suo essere un “campo minato” perfino per i linguisti più capaci ed esperti, essa è di fatto il campo più comunemente frequentato dai dilettanti, nel quale essi si sbizzarriscono in modo incontrollato, con risultati che ovviamente sono soltanto “dilettanti o dilettevoli” appunto.

In Sardegna aveva cominciato il pur benemerito canonico Giovanni Spano a pubblicare il suo Vocabolario Sardo geografico, patronimico ed etimologico (Cagliari 1873), che è un’opera completamente fallita, del tutto priva di valore scientifico, per la quale Max Leopold Wagner aveva coniato il vocabolo feniciomania per condannare la mania del canonico di vedere dappertutto toponimi di origine fenicia.

Ma il suo esempio non è rimasto senza imitatori: soprattutto in questi ultimi anni sono comparsi fascicoli, libri e perfino libroni pubblicati con l’intento di intepretare il patrimonio toponimico, parziale o anche generale della Sardegna, ma si tratta di opere quasi totalmente prive di valore scientifico. Esse molto spesso non servono neppure sul semplice piano documentario, in quanto la trascrizione dei toponimi spesso viene travisata e rovinata proprio dalle supposte “etimologie” dei rispettivi autori. Di recente è stato pure pubblicato da un Autore arabo un intero volume che riporterebbe i numerosi toponimi sardi che sarebbero di origine araba…. Al contraRio, a mio fermo giudizio, in Sardegna non esiste nessun toponimo di origine araba, neppure Arbatax è arabo, come ho dimostrato a suo luogo e da tempo. In Sardegna esistono di certo alcuni toponimi di indiretta origine araba, ossia arrivati in Sardegna per il tramite della lingua catalana o di quella spagnola, ma, in quanto tali, non possono assolutamente essere considerati e chiamati “arabismi”.

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Riguardo alle proposte di etimologia di toponimi che io presento in questo mio libro ed anche a quelle che ho presentato in miei scritti precedenti, ritengo opportuno fare un’altra breve, ma – almeno così mi sembra – importante premessa di carattere metodologico.

Nella lingua italiana – e credo anche in altre lingue di cultura – il verbo “dimostrare” significa «presentare argomentazioni a favore di una tesi, che costringono l’ascoltatore (o il lettore) a dare il suo assenso».

Il “dimostrare”, il “dimostrare costrittivo o cogente”, più caratteristico e più significativo è quello che effettua il matematico: l’ascoltatore o il lettore, se è sano di mente e se è in buona fede, è costretto a dare il suo assenso ad una tesi prospettata da un matematico, se le ragioni che la sostengono sono realmente fondate e regolarmente connesse fra loro a catena. Orbene, è del tutto certo che il “dimostrare alla maniera matematica”, cioè more geometrico, il “dimostrare cogente” non esiste per nulla nel modo di operare del linguista, sia che egli lavori secondo la prospettiva sincronica o contemporanea, sia che lavori secondo la prospettiva diacronica o storica.

Esiste il “dimostrare cogente” anche nel campo di quelle scienze della natura, che sono la fisica e la chimica: in queste è possibile il “dimostrare cogente” in virtù dell’«esperimento», quello che “ripete”, in condizioni artefatte ed inoltre volutamente significative, un certo fenomeno fisico o chimico tutte le volte che lo scienziato vuole ed inoltre lo ripete in condizioni ideali di semplicità per gli elementi studiati e di univocità per i risultati che egli vuole ottenere e conoscere. Senonché neppure questo “dimostrare cogente” della fisica e della chimica è possibile nel campo della linguistica, soprattutto di quella buttata nella direzione diacronica o storica. Il linguista storico o glottologo infatti non è assolutamente in grado di far “ripetere” o di richiamare un certo fenomeno linguistico che risulti documentato per il passato, né può pertanto sottoporlo ad “esperimento”. Il passato è passato per sempre e non può essere richiamato o ripetuto in alcun modo e da nessuno.

Se tutto questo è vero, noi linguisti ci dobbiamo convincere che nel campo della linguistica storica o glottologia non esiste affatto il “dimostrare cogente”, non esiste cioè la “dimostrazione” vera e propria.

Naturalmente nulla di allarmante e nulla di mortificante c’è nella constatazione che nel campo della linguistica storica il vero e proprio “dimostrare” non esiste; perché questa medesima situazione si determina anche nel campo della storia (da intendersi qui come “storiografia”) in generale ed in tutte le discipline storiche in particolare.

Ciò premesso, se il linguista storico non presenta mai “dimostrazioni cogenti”, che cosa fa quando prospetta etimologie, cioè “storie di vocaboli”, che pure egli ritiene fornite dei caratteri della scientificità? Io ritengo che egli prospetti tesi che non hanno mai il carattere e il valore della “certezza”, mentre hanno solamente il carattere e il valore della “probabilità” o della “verosimiglianza”, della maggiore o minore probabilità o verosimiglianza. In realtà dunque il glottologo non “dimostra” mai, mentre si limita a prospettare tesi che sono più o meno probabili o più o meno verosimili. (E da questo mio fermo convincimento deriva il fatto che in tutti i miei scritti di linguistica storica io faccio largo uso dell’avverbio “probabilmente”).

Tutto questo implica in maniera necessaria che l’operare del glottologo sia caratterizzato da una sostanziale nota di “incertezza” o di “aleatorietà” generale, nella quale il fare obiezioni e il sollevare dei dubbi è una operazione molto e perfino troppo facile; e spesso le obiezioni possono essere anche molto numerose e pure molto consistenti.

Ovviamente non saranno queste considerazioni metodologiche – che sono certamente pessimistiche – a indurre i glottologi a non tentare più etimologie degli antroponimi e dei toponimi e neppure io personalmente ci rinunzio oggi né ci rinunzierò nel futuro. Tutti continueremo a prospettare etimologie di antroponimi e di toponimi, pur sapendo che a loro favore vale solamente la nota della maggiore o minore “probabibilità” o “verosimiglianza”.

A queste nostre etimologie più o meno probabili o verosimili, a mio giudizio, non si debbono tanto contrapporre difficoltà od obiezioni, quanto si debbono contrapporre altre etimologie, le quali abbiano la dote di essere più verosimili e più probabili di quelle rifiutate. Se una certa mia etimologia sembra poco verosimile ad un mio collega, ai fini stessi del progresso della nostra disciplina, prospetti lui una etimologia più verosimile della mia e sarò io il primo a rinunziare alla mia e ad accettare la sua.

Si deve infatti considerare che tutte le scienze, compresa la nostra, progrediscono non tanto con le “obiezioni”, quanto con le “proposte”, con le proposte anche aleatorie. Il progresso delle scienze – di tutte le scienze – è infatti possibile solamente a condizione che “si rischi”. E si ha l’obbligo di rischiare e non soltanto in linguistica storica, ma anche in una qualsiasi altra disciplina o scienza. Il progresso in tutte le scienze, di qualsiasi carattere e tipo – “esatte”, naturalistiche, filologiche, storiche, ecc. – è proprio il risultato del rischio che ha corso uno scienziato, anzi dei rischi che hanno corso in generale tutti gli scienziati. I loro errori, effetto del loro rischiare, in realtà sono dappertutto il prezzo che si paga al progresso delle scienze, di una qualsiasi delle scienze. Si noti che questo principio è entrato anche nella saggezza popolare, la quale ricorda che «Chi non risica non rosica».

Gli scienziati che non rischiano mai nel loro sentenziare non sono propriamente “scienziati”, ma sono semplicemente “ripetitori” delle scoperte altrui. Io ho già avuto modo di scrivere che anche in linguistica «è molto meglio una ipotesi azzardata, che nessuna ipotesi; infatti, da una ipotesi azzardata di un linguista – che alla fine potrebbe anche risultare errata – potrà in seguito scaturire una ipotesi migliore e addirittura quella vincente, prospettata da un linguista successivo».

Per ovviare in una certa misura al carattere di “aleatorietà” e di “incertezza” radicale che sta al fondo della nostra disciplina, a me sembra che al linguista si imponga un preciso “dovere”, che si caratterizza anche come un suo preciso “interesse”: egli deve ritornare spesso sui suoi passi, cioè sulle sue tesi precedenti, al fine di riesaminarle e sottoporle a nuovi controlli, anche con la prospettiva di mutarle radicalmente. Nella mia ormai lunga attività di linguista cultore prevalentemente di onomastica (antropo- e toponomastica) (mi ci dedico ormai da oltre 60 anni e ritengo di essere un primatista in questo campo!) io sono ritornato spesso nei miei passi ed ho finito col cambiare non poche mie etimologie di toponimi e di antroponimi.

A maggior ragione un linguista deve operare con questo metodo di “autocontrollo” e di “autocorrezione” delle sue tesi, nel caso che venga o sia venuta meno la dialettica da parte di colleghi (proprio come è capitato quasi totalmente nel campo della ricerca linguistica in Sardegna in questi ultimi decenni….).

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Nella ricerca toponomastica, in linea generale, si deve affermare che il linguista ha il dovere e pure l’interesse a tentare di riportare un toponimo “non trasparente” od “opaco”, cioè di oscura formazione ed origine, in primo e principale modo al fattore botanico, ossia a quell’elemento predominante e anche relativamente fisso in un dato territorio, che sono le piante. E, in via specifica, cioè rispetto alla nostra Sardegna, una volta che il linguista abbia accertato che non pochi fitonimi o nomi di piante non sono di origine latina né bizantina, né toscana, né catalana, né spagnola né italiana e invece trovano riscontro e connessione – senza però derivarne – con fitonimi appartenenti al cosiddetto “sostrato mediterraneo”, prelatino e pregreco e quindi preindoeuropeo, egli può con tutta tranquillità ritenere e sostenere che quei fitonimi sardi sono pur’essi “mediterranei”.

Ciò implica una importante conseguenza: che tali fitonimi possano ritenersi appartenere alla lingua che in Sardegna parlavano i Presardiani, ossia gli scavatori delle domos de Janas, che erano precedenti e differenti dai Sardiani, costruttori, invece, delle “tombe di gigante”.

In virtù di un tale ragionamento, con notevole soddisfazione rendo noto che, con gli studi sulla toponimia della Sardegna, che mando avanti sin dai miei primi passi di cultore di linguistica sarda (finora ho raccolto e studiato circa 25 mila toponimi sardi) ritengo di aver conseguito un importante risultato: aver distinto, nel sostrato toponimico prelatino o preromano della Sardegna, sia un filone “sardiano” di matrice od origine indoeuropea (si vedano nel mio «Dizionario della Lingua Sarda – fraseologico ed etimologico» i vocaboli attoa, bárdula, bardeju, bíttulu, bodda, bráinu, cacarru, crispesu, duri, élimu, fraría, ghélia, golléi, láccana, lattaredda, lembréchinu, logoddana, melamida, meulla, méurra, néppide, orroli, rúvulu, sòrgono, sorgonare, tevele, thúrgalu, thulungrone, tumu, úlumu, thoba, tzolla ed inoltre ta-, te-, ti-, tu-), sia un filone “presardiano” di matrice od origine mediterranea (si vedano numerosi fitonimi o nomi di piante).

In altri termini, nei relitti linguistici prelatini della Sardegna io distinguo da un lato un “sostrato sardiano indoeuropeo”, dall’altro un “presostrato presardiano mediterraneo”.

Nel quadro di questo stesso argomento preciso che anche nel presente studio io chiamo i Protosardi pure “Sardiani” e procedo in questo modo per due differenti motivi: I) perché intendo ricordare e sottolineare che i Protosardi provenivano dalla Lidia, subregione dell’Asia Minore, dalla cui capitale Sardis è derivata la denominazione dei Sardi e della Sardegna (e infatti i Greci chiamavano Sardianói sia gli abitanti di Sardis e dell’intera Lidia, sia gli abitanti della Sardegna); II) perché questa denominazione mi consente di distinguere bene da una parte la «lingua sarda», che è di sicura matrice od origine latina, dall’altra la «lingua sardiana», che era appunto quella dei Protosardi/Sardiani.

Debbo infine segnalare che rispetto ai toponimi sardi che già dalla loro “struttura” dimostrano di essere preromani e prelatini, di recente è stato effettuato un impegnato esperimento di “analisi strutturale”, con lo studio del susseguirsi delle vocali, delle consonanti e delle sillabe in siffatti toponimi. Il tentativo di effettuare questa “analisi strutturale” andava fatto ed è pur sempre meritorio averlo fatto; però i suoi risultati ultimi sono stati molto deludenti. Fra l’altro non è stata raggiunta ed indicata nessuna “connessione comparativa” con altre lingue e nessuna “derivazione etimologica”. E tutto ciò è avvenuto non certo per errore di analisi e di metodo, ma per il fatto che quei toponimi prelatini da un lato hanno subito una forte usura col passare del tempo, dall’altro hanno di certo subito l’influsso o l’impatto della “struttura fonetica” della lingua latina, dall’altro infine lo stesso toponimo prelatino risulta spesso avere forme differenti non solo in differenti località dell’Isola, ma anche nella medesima località.

Massimo Pittau

www.pitta.it

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