Il diritto all’infanzia e la conquista dell’alfabeto in Sardegna nell’otto e nel novecento di Angelino Tedde

Premessa

Nel corso di questo contributo-rendicontazione di circa dieci anni di studi intensi e mirati intendo delineare passo passo gli itinerari di ricerca che  ho avuto modo di percorrere grazie soprattutto alla collaborazione di oltre duemila studenti che hanno frequentato i miei corsi di Storia della Scuola e delle Istituzioni educative e ai duecento laureandi che hanno scelto di impegnarsi sotto la mia direzione nel vasto progetto di ricerca di storia dell’educazione e dell’istruzione primaria in Sardegna nell’Otto e nel Novecento[1].

L’itinerario euristico ha avuto come obiettivo quello di indagare sulla diffusione nel territorio sardo del diritto all’infanzia (1848-1968) e sulla conquista dell’alfabeto da parte di quelle generazioni di sardi nati tra il primo Ventennio dell’Ottocento e il primo Cinquantennio del Novecento (1823-1943)[2].

Per l’acquisizione del diritto all’infanzia, la maggior parte degli studiosi, intende non solo la necessità di considerare i bambini come tali, ma l’opportunità per essi di essere educati  in famiglia (0-3 anni) e in apposite strutture assistenziali ed educative (3-6 anni) come avverrà in genere dopo il compimento del terzo anno di età fino al sesto anno, quando verranno accolti nella scuola primaria.[3].

É ormai ampiamente documentato che sia la scuola per la seconda infanzia (3-6 anni) sia quella per la  terza infanzia e la preadolescenza (6-10 anni) vennero concepite  e istituite in Europa nel corso del XVIII secolo e che l’acquisizione del diritto all’infanzia non fu né breve né agevole come avvenne del resto per la conquista dell’alfabeto[4].

Entrambe le strutture, asili e scuole, assunsero nei singoli stati europei, a seconda delle varie situazioni economiche, sociali e politiche, connotazioni diverse fino ad arrivare a modelli pressoché comuni, man mano che la rivoluzione industriale andava avanzando[5].

A noi nel corso di questo contributo, più che spaziare per l’Europa, ci interessa soffermarci sul contesto storico dell’isola di Sardegna sia nel periodo in cui fu  detta del Regno di Sardegna e amministrata autonomamente dal re tramite la burocrazia politica e amministrativa della capitale sabauda sia  dal viceré attraverso la sua struttura burocratica della stessa capitale sarda[6].

Per quanto molti storici lo contestino, lasciandosi andare a letture forse troppo “sardistiche” è innegabile che il il rifioramento della Sardegna[7] sia pure con tutti i limiti, sia avvenuto gradualmente nel corso del Sette e dell’Ottocento, grazie al riformismo sabaudo prima[8] e alla politica illuminata di Carlo Felice (1821-1831) e di Carlo Alberto (1831-1848) poi, per meglio dispiegarsi nel decennio successivo allo Statuto albertino con l’azione portata avanti dai governi del parlamento subalpino prima (1848-1860) e da quello nazionale poi[9]

Per l’isola la mancata invasione dei napoleonici era stata per tanti versi una sfortuna, perché fu costretta ad attardarsi ininterrottamente fino al 1848 nel vecchio ordine sociale, tuttavia le idee della rivoluzione francese con conseguenti insurrezioni circolarono e man mano  le sia pure graduali riforme dei sovrani sabaudi tesero a dotarla di un’organizzazione statuale più vicina a quella dei modelli europei[10].

L’Editto delle Chiudende (1820), con un’accentuata privatizzazione delle terre e  il consolidamento della borghesia, l’Editto sulla Scuola normale (1823), con l’istituzione della scuola “elementare” della durata di tre anni in tutti i comuni dell’isola; l’emanazione del Codice delle Leggi civili e criminali (1827), l’Editto sull’abolizione del Feudi (1839-40), anch’essi vecchio retaggio dell’epoca aragonese e spagnola e, infine, la stessa fusione con il Piemonte (1847) con la cessazione  del Regnum Sardiniae e l’ingresso dell’isola nell’ambito del primo nucleo di regioni che porteranno alla costituzione dell’Unità d’Italia provocheranno dei  cambiamenti strutturale per la variegata e territorialmente spezzetata comunità dei centri urbani e rurali sardi[11].

Se tutti questi “momenti-punti-forza” de imperio incisero strutturalmente sulle vicende economiche non  bisogna dimenticare l’azione dispiegata dalla Chiesa e, in particolare, da uomini e donne di Chiesa, in particolare dalle congregazioni religiose femminili nelle opere assistenziali e educativa rivolta all’infanzia e sostanzialmente all’inculturazione cristiana delle nuove generazioni postunitarie[12].

Per altre terre del Mediterraneo il mare fu una fortuna, per la Sardegna fu per tanti versi una forte remora; la stessa dimensione  e conformazione cantonale dell’isola e la scarsa e rada popolazione  incisero negativamente nelle dinamiche del processo di ammodernamento e di incivilimento. Per non parlare poi del secolare persistente flagello della malaria che tese a minare a fondo la salute degli isolani più esposti delle zone palustri[13].

Nonostante queste vicende, quando si guarda all’organizzazione educativa e scolastica, alla formazione della classe dirigente laica ed ecclesiastica, all’opera educativa e all’istruzione si può affermare che l’isola sia pure a passi più lenti, con minori mezzi, a fasi alterne, camminò dalla metà del Cinquecento fino all’Unità d’Italia con l’Europa anche se come di consueto le mappe degli atlanti storici nazionali continuano ad ignorare, ad esempio, i numerosi collegi gesuitici e scolopici sardi e i seminari diocesani e regolari oltre che la diffusione delle altre istituzioni educative e scolastiche[14].

La Sardegna come tutte le regioni europee ha beneficiato dell’azione dispiegata dalla Chiesa, dopo il concilio di Trento, in campo educativo, scolastico e formativo sebbene con trend di preparazione e di efficienza più bassi sia per gli svantaggi dovuti alla sua insularità sia  alla sua endemica povertà di mezzi.

Tutto questo occorre tener presente quando si vuole iniziare il discorso sulle vicende educative e scolastiche dei sardi sulle quali non  si è indagato quanto forse meritavano.

Lo stato degli studi storico-educativi in Sardegna

Il rinnovamento e il progresso della ricerca scientifica in qualsiasi campo é strettamente connessa alle risorse umane e finanziarie in essi investite. In una regione povera come la Sardegna, con operatori economici privati scarsamente sensibilizzati e incentivati ad investire nella ricerca, il progresso della ricerca storico-educativa, è affidata soprattutto alle risorse umane e finanziarie accademiche[15] anche se con questo non si vuole ignorare il lodevole contributo dato da uomini di scuola e da cultori della disciplina extra moenia grazie anche alle risorse investite dalla Regione Autonoma della Sardegna, dagli enti locali e intermedi. Non mancano tuttavia, dal punto di vista finanziario, anche lodevoli investimenti da parte di alcune fondazioni e istituti bancari [16].

D’altra parte, per quanto si consideri l’importanza della storia delle istituzioni scolastiche e educative dell’isola, spesso le vicende accademiche non sembrano mutare, infatti, tra le discipline storiche essa è considerata non fondamentale, ma piuttosto secondaria[17].

Inoltre, se nelle due cattedre di storia della scuola e delle istituzioni educative delle due Università degli Studi di Cagliari e di Sassari si sono avvicendati docenti che durante la loro permanenza hanno dimostrato  o poco o nessun  interesse all’indagine sulla storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche della sardegna, non dovremmo meravigliarci dello scarso sviluppo del segmento regionale di questa disciplina che, sprovvista di ricercatori e di progetti di ricerca, nei convegni e congressi  storico-educativi nazionali, resta muta o si  riduce spesso agli stereotipi desunti dalle statistiche nazionali, dalle relazioni degli ispettori sulle scuole di ogni ordine e grado, sugli asili  e sulle strutture formative che usarono  parametri di riferimento di regioni storicamente più dotate di risorse umane e finanziarie[18]

La nostra memoria storico-educativa continua a restare muta e l’utilizzo accurato delle raccolte bibliografiche, dei documenti degli archivi di Stato e di quelli comunali, degli archivi ecclesiastici, degli archivi scolastici, di quelli degli asili, delle parrocchie, delle varie congregazioni religiose maschili e femminili preposto per secoli all’educazione, alla formazione e all’istruzione attenderanno ancora gli storici dell’educazione che non ci sono.

Da queste preoccupazioni nasceva una decina d’anni fa, sulla scorta di quanto andava muovendosi in campo nazionale ed europeo, la necessità di fissare degli obiettivi che dotassero la disciplina di quegli strumenti di base senza cui si è obbligati a navigare senza bussola nel mare magnum delle sia pure vaste raccolte bibliografie sulle cose sarde. Con la collaborazione degli studenti frequentanti i corsi, concordammo di fissare i seguenti obiettivi di ricerca per cui avrebbero dato la loro collaborazione: la predisposizione di un primo provvisorio repertorio bibliografico sulla storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche in Sardegna; l’inventario dei registri scolastici dei singoli comuni sardi; la schedatura degli asili infantili sulle cui vicende poco o quasi nulla si era studiato; la schedatura delle congregazioni femminili che erano state coinvolte in gran numero nella conduzione degli stessi asili; la schedatura dei curricula degli studenti dei licei classici; la schedatura dei curricula degli alunni dei seminari arcivescovili e vescovili. Quali referenti locali e nazionali per la metodologia della ricerca non mancavano i lavori di G. P. Brizzi a livello nazionale e di R. Turtas a livello locale sulle vicende storiche delle due Università sarde; la scuola di L. Pazzaglia, con la presenza nella nostra Università di L. Caimi e l’organizzazione periodica di convegni e seminari per una corretta revisione dell’attività euristica svolta.

Non mancò inoltre il conforto di molti colleghi del CIRSE e di altri colleghi specialistici del settore.

Gli strumenti della ricerca

I lavori predisposti quali strumenti di ricerca sulla storia dell’educazione e sulle istituzioni scolastiche di base in Sardegna nell’Otto e nel Novecento comprendono quindi un repertorio delle fonti per la storia della scuola in Sardegna (1751-1993); un repertorio degli articoli sulle istituzioni scolastiche nei quotidiani “L’Unione Sarda” e “La Nuova Sardegna” dal 1890  al 1922; un inventario di registri di scuole elementari della provincia di Sassari e di Nuoro dal 1860 al 1945; un catalogo degli asili infantili in Sardegna (1848-1968) e, infine per la necessaria conoscenza dei curricula scolastici della classe dirigente comunale alla quale in prima battuta era stata affidata  dalla Casati la resposabilità di pilotare la scuola elementare dal 1860 al 1911 (e per i centri urbani anche oltre quella data), sono stati predisposti i cataloghi degli studenti dei ginnasio-licei di Sassari, Alghero, e  di Nuoro, nonché il catalogo degli studenti dei seminari arcivescovili della diocesi Turritana (Sassari), di Alghero, di Tortolì.

I repertori bibliografici

L’approccio agli strumenti bibliografici e archivistici generali non è sempre agevole per chi intende affrontare immediatamente lo studio di un settore disciplinare come è la storia della Scuola e delle istituzioni educative in Sardegna.

Chi intende trattare un’area non recentissima di storia della Sardegna non può fare a meno di consultare la Bibliografia sarda del Ciasca che comprende circa ventunomila titoli pubblicati dal 1751 al 1934,[19] il Nuovo bollettino bibliografico di G. Della Maria dal  1955 al 1976,[20] il Bollettino bibliografico di T. Orrù  dal 1989 ad oggi, ai quali va ad aggiungersi la recente  la più recente raccolta di Floris[21] .

Queste raccolte come è facile notare hanno delle lacune temporali, esattamente ventun anni dal ’34 al 55, otto anni dal ’76 all’85: si tratta di circa trent’anni sui quali occorre ancora effettuare una raccolta sistematica di titoli che pure sono apparsi sulla Sardegna sulla quale si suppone siano stati pubblicati oltre 40 mila titoli.[22] Occorre notare che dal 1984 ad oggi non tutti i titoli sulla Sardegna sono apparsi nel ” Bollettino ” ancora in pubblicazione. Colmano in parte queste lacune le numerose riviste specializzate e le ultime opere sulla storia della Sardegna che vengono man mano pubblicate, si pensi ad esempio alla ricca bibliografia di La Sardegna. Enciclopedia  a cura di M. Brigaglia , Edizioni della Torre, Cagliari, 1982-1988 in tre volumi, all’opera  a  cura di M. Guidetti, Storia dei Sardi e della Sardegna, Jaka Book, Milano 1987-1989 in quattro volumi, all’articolo di  G. Fois e F. Soddu, La Sardegna nella storiografia dell’ultimo decennio in “Bollettino del diciannovesimo secolo 2, (1994),  al volume della collana regionale a cura di L. Berlinguer,  A. Mattone, La Sardegna,  Einaudi, Torino, 1998.

E’ evidente però che per chi si avvicina allo studio della storia delle istituzioni scolastiche ed educative in Sardegna, la consultazione delle raccolte bibliografiche non è tanto agevole e funzionale: da ciò la necessità di predisporre uno strumento  fondamentale qual è un  repertorio bibliografico.

In particolare il Repertorio bibliografico di storia della scuola e delle istituzioni educative in Sardegna (1751-1994) a cura di Giovanna Loria pubblicato in un’edizione minore qualche anno fà e frutto della sua tesi di laurea[23] e il Repertorio degli articoli sulle istituzioni scolastiche nei quotidiani “l’Unione sarda” e “La Nuova Sardegna”  dalla loro fondazione  al 1922 di Maria Grazia Monni , ugualmente risultato della sua tesi di laurea.

Il Repertorio di G. Loria contiene 994 schede bibliografiche dalle quali se ne debbono escludere tuttavia circa 34, a mio avviso non propriamente pertinenenti con l’argomento, per cui le schede valide si riducono a  960.

I titoli possono suddividersi in monografie vere e proprie e in articoli da riviste, le prime sono circa 389 i secondi circa 381, in questi ultimi sono compresi i capitoli da monografie generali sulla storia della Sardegna che trattano della pubblica istruzione e un certo numero di testi scolastici di argomento sardo.

Sulle monografie si possono fare le seguenti annotazioni: sono in gran parte di corto respiro e si tratta in genere di brevi relazioni sulle scuole della Sardegna, di discorsi di inaugurazione o di conclusione di anni scolastici, di annuari e di calendari salvo alcuni lavori che affrontano dei veri e propri excursus storici sulle istituzioni scolastiche ed educative. con metodologie datate..

Esaminando la produzione del Settecento si deve osservare che essa è estremamente esigua riducendosi a soli tre titoli.[24] (Talmente esigui  da chiedersi se dopo l’apertura delle prime  scuole dei primi quattro collegi della Compagnia di Gesù di Sassari (1562), Cagliari (1564), Iglesias(1581), Alghero (1588); l’istituzione delle scuole  dei Francescani e dei  Domenicani, della stessa nascita dei due Studi dell’Università di Sassari (1612) e di Cagliari (1626), dell’istituzione dei seminarii,  della stessa nascita delle tipografie di Cagliari e di Sassari, su tematiche scolastiche non sia stato pubblicato altro.[25] A questo si aggiunga la mancata segnalazione dei catechismi repertoriati da A. Virdis.[26] Si pensi, infine, alla bibliografia sulla storia delle Università sarde di R. Turtas corredate da una abbaondante bibliografia.

Gli articoli sono tratti da 123 tra le più autorevoli riviste, spesso di contenuto multidisciplinare, edite nell’isola nell’Otto e nel Novecento. I più numerosi sono tratti da “La Sardegna scolastica” 61 articoli, “Sardegna” 32 articoli, “Mediterranea” 17, “Lo Statuto”.

(I nei più rilevanti di questo primo repertorio, pure apprezzato da D. Ragazzini, sono il fatto che si sono volutamente ignorati gli articoli delle riviste più propriamente pedagogiche e scolastiche nonché le monografie concernenti l’Università, tuttavia, esso si rivela utilissimo per chi si appresta a portare avanti qualsiasi ricerca su questo settore disciplinare dal momento che offre un primo panorama di quanto si è scritto sui temi storico-educativi riguardanti la Sardegna.)

Insieme al citato repertorio mi pare utile e corretto riferire quanto è emerso dal Repertorio degli articoli sulle istituzioni scolastiche nei quotidiani “L’Unione Sarda” e “la Nuova Sardegna” dalla loro fondazione al 1922.

Gli articoli dei quotidiani pur non costituendo vere e proprie ricerche sulle tematiche storico-educative offrono tuttavia dati, notizie, presentano problemi e dibattiti che pure sono utili al ricercatore che nei limiti del possibile deve vagliare tutte quelle fonti che supportano la ricerca.

Questo Repertorio comprende scritti che vanno dal 1891 al 1922, abbracciando quindi oltre un trentennio di vita sarda. Gli articoli schedati sono 2873. Essi trattano dell’educazione prescolare, dell’istruzione primaria e secondaria, di quella professionale e, infine, di quella universitaria.

Il periodo al quale si riferisce il repertorio degli articoli dei due quotidiani registra avvenimenti nodali per la storia delle istituzioni scolastiche ed educative  in Italia e conseguentemente anche in Sardegna: si tratta del periodo giolittiano e di quello immediatamente successivo alla prima guerra mondiale.

Sul piano legislativo occorre sottolineare che dal 1891 al 1922 in Italia si legifera sulla scuola annualmente, 27 anni su 32, e che vengono emanate ben 11 Leggi sui vari gradi di istruzione e promulgati  27 Regi Decreti.

Tra le  prime sono da richiamare quelle più qualificanti come la L. Gianturco del 1896, la L. Nasi del 1903, la L. Orlando del 1904, la L. Daneo-Credaro del 1911, senza sminuire le altre otto, il Testo Unico sul riordino dello stato giuridico degli’insegnanti del 1903. Tra i Regi Decreti oltre ai regolamenti attuativi delle leggi sono da richiamare: l’istituzione delle Scuole Pedagogiche per il perfezionamento dei licenziati dalle scuole normali del 1905, le misure speciali per promuovere lo sviluppo delle scuole nel Mezzogiorno e nelle isole del 1906, l’istituzione dei corsi magistrali aggiunti ai ginnasi isolati del 1911, i programmi Pasquali per le scuole infantili del 1914, l’istituzione delle direzioni didattiche governative e lo stato giuridico ed economico dei maestri entrambi del 1919.

Su 2873 articoli quelli riguardanti propriamente tematiche sarde sono 401; all’interno di esse quelle più ricorrenti riguardano l’istruzione scolastica, pubblica e privata in generale, il personale scolastico, il patronato e l’assistenza scolastica, la scuola elementare, i ginnasi-licei, le scuole normali, e quelle tecniche e professionali e le due Università di Cagliari e di Sassari.

La tematica universitaria, dibattuta su circa 100 articoli su 401, è quella più trattata a causa del cammino tortuoso che le due università sarde dovettero percorrere per il pareggiamento con le altre università “maggiori” in quanto nella stessa Legge Casati agli articoli 177 e 178, si stabiliva la soppressione dell’ Università di Sassari, mentre quella di Cagliari veniva collocata tra le università di rango inferiore. In effetti, la “destra storica” voleva rendere sempre più elitaria l’Università, dare poche competenzeminori, pubbliche e private, retaggio storico degli stati preunitari,  riducendole di rango .

Questa politica durò in Italia fin quasi alla fine del secolo XIX allorquando in Europa a partire dalla Germania ogni città di un certo spessore storico poté istituire delle università sia pure dette minori, ma comunque con le competenze delle maggiori. Lo stesso orientamento politico in Francia, Belgio, Germania, Olanda, Spagna e altri paesi.

Questi avvenimenti influirono sulle politiche universitarie italiane per cui verso la fine del secolo si arrivò alla parificazione sia di quelle di rango inferiore sia di quelle libere private e pubbliche periferiche.

I due quotidiani sardi registrano passo passo il dibattito in parlamento e a livello governativo fino alla parificazione delle due Università sarde.

Altra tematica di rilievo, oltre quelle dell’Università e dei ginnasi licei sono quelle riguardanti la scuola pubblica pareggiata, 48 articoli sui 401, le altre tematiche vengono trattate episodicamente per cui vi è da dedurre che non fossero di grande interesse per i lettori sardi, che, invece, furono indotti a seguire dato il maggior numero di articoli, 2456, l’eco del vasto dibattito portato avanti a livello nazionale in campo scolastico e pedagogico. Dibattito che peraltro si può seguire all’interno delle numerose riviste scolastiche pubblicate in Sardegna e schedate anche nel repertorio di Chiosso.

L’ inventario di registri scolastici della provincia di Sassari e Nuoro

I due repertorio delle fonti edite  alle quali si è accennato non potevano essere sufficienti per intraprendenere  in modo più approfondito la storia delle istituzioni scolastiche e educative in Sardegna, occorreva anche predisposrre un inventario delle fonti strettamente scolastiche reperibili in vari archivi. Quelle più preziose ci sembravano i registri scolastici che istituzionalmente avremmo dovuto reperire tanto negli archivi comunali (dei centri minori dal 1860 al 1911 per i maggiori oltre questi limiti) quanto negli archivi dei circoli scolastici (per i centri minori dall’11 in poi). I limiti cronologici si erano predeterminati tra il 1860 e il 1945)..Dopo aver consultato alcuni archivi e aver verificato la presenza dei registri si decise di predisporre un’apposita scheda di rilevazione essenziale non volendo competere con gli archivisti che sicuramente con tempi e mezzi più consistenti vi provvederanno con griglie e schede più specialistiche.

In ogni scheda si indicò l’anno scolastico al quale si riferiva il registro, all’appellativo dello stesso registro, alla classe e sezione elementare, lo stato del registro e eventuali altre osservazioni.

Premesso che dall’Unità al 1927 l’isola era suddivisa in due vaste circoscrizioni, per un certo periodo soprannominate divisioni e successivamente province di Cagliari e di Sassari e che di tempo in tempo ogni divisione fu divisa in piccole province o quando le due circoscrizioni divisionali vennero chiamate province il loro territorio fu suddiviso in circondari con i relativi capoluoghi. Tenendo principalmente conto del bacino di utenza dell’Università degli Studi di Sassari, che interessava la metà settentrionale della Sardegna  e dei comuni in cui era suddivisa si è mirato a repertoriare principalmente  i registri scolastici di questi comuni in qualunque circolo o archivio comunale giacessero. I comuni interessati alla ricerca  sono stati 63 sui 390 in cui era suddivisa l’isola  al dicembre del 1861 e 120 in cui era suddivisa la metà settentrionale dell’isola, facendo le percentuali sono stati inventariati i registri scolastici del 16% dei comuni di tutta l’isola e il 52% dei comuni dell’allora divisione di Sassari. Da questo calcolo è escluso il comune di Sassari i cui registri giacciono sommariamente inventariati presso l’archivio di Sato di Sassari e parte non ci è stato permesso di inventariare per una inadeguata interpretazione della legge sulla privatezza da parte dell’autorità preposta. L’arco di tempo di cui si è tenuto conto è stato quello che va dall’Unità alla fine della seconda guerra mondiale. Complessivamente sono stati inventariati circa 21 mila registri scolastici depositati in minor parte negli archivi comunali (una parte minima dal 1860 al 1911) e in gran parte negli archivi scolastici dei circoli didattici, in parte anche negli archivi di Stato di Sassari e di Nuoro.

Da questo essenziale inventario è emerso che nei 63 comuni soltanto nell’ordine di una decina di paesi si sono rintracciati i registri che risalgono al 1861-1911, uba parte datano dal 1870 in poi, altri ancora dal 1880 e altri dal 1900 in poi. Se la mancanza dei registri dovesse rappresentare un’indice del funzionamento della scuola, almeno per il primo periodo sarebbe davvero un disastro. Si spera ancora di rintracciarli attraverso un lavoro di sensibàilizzazione presso i comuni che soltanto in questi ultimi anni, fatte lodevoli eccezioni, stanno riordinando i bradelli dell’archivio storico. Agevolmente rintracciabili quelli che vanno dal 1911 in poi, anche se i periodi buchi non mancano. E’ probabile che questi registri come del resto si è riscontrato giacciano in archivi scolastici diversi a causa dei continui mutamenti delle circoscrizioni scolastiche.. Tra gli archivi meglio conservati risultano quelli di  Alghero, Bonnanaro, Gavoi, Illorai, Isili, Nule, Nulvi, Nuoro, Orosei, Ploaghe, Porto Torres, Sennori, Uri. Questi centri, appartenenti oggi alle diverse quattro province, dimostrano che quando vi è stata una certa cura i registri scolastici sono stati diligentemente conservati, in qualunque località, anche quelle più sperdute del territorio sardo come Gavoi, Illorai, Nule, Orosei; nei centri più popolati come Alghero e Nuoro, ma anche in minuscoli centri come erano allora Bonnanaro e Uri.  A far la comparazione tra la conservazione di questi registri e i quinque librorum delle parrocchie occorre dire che i parroci sono stati più diligenti-nonostante le grandi falle anche in quegli archivi esistenti- nel conservarli di quanto non lo sia stato il personale amministrativo e scolastico.  Occorrerà sensibilizzare gli enti detentori dei registri rimasti perché anche quelli non vengano irrimediabilmente perduti o dispersi.

Sono stati  così rivisitati i vari appellativi che di periodo in periodo vennero  imposti ai vari registri: registri annuali,  registri giornalieri, registri unici,registri completi, registri generali, diari di classe,  giornali di classe,  registri di classe. Nomi diversi, spesso  per identici usi. Al di là dei discorsi “contabili” vi è da richiamare l’impegno dei miei allievi che hanno ritrovato spesso nel più completa incuria, in situazione di deperimento, tanti registri soprattutto negli archivi comunali. Tutti abbiamo provato un’emozione così profonda e antica, ma anche nuova, che ha risvegliato i sensi dell’identità storica nel riscoprire i delicati momenti della conquista dell’alfabeto da parte di quelle generazioni dei più dispersi centri dell’isola dopo l’Unità d’Italia. Forse troppo tardi si è giunti a capire che la storia della scuola  più genuina la si può scrivere partendo da questi piccoli archivi, anche se monchi, vero scrigno della memoria storico-educativa  da cui emerge la fatica dell’insegnare e dell’apprendere da parte di maestri e scolari ai quali mancava la sufficienza del vitto e del vestiario. C’è un non so che di “eroico”, di deleddiano in queste tracce della fatica del fare di “piccoli sardi” di montagna o di mare in “piccoli italiani”.

Le schede delle inventariazioni effettuate e la loro elaborazione sono ora contenute nelle tesi di laurea di S. Pischedda, di L. Murgia, di C. C. Brundu, depositate presso il Dipartimento di Storia della nostra Università degli Studi di Sassari. Grazie a questi primi lavori è stato possibile successivamente ricostruire le vicende di alunni, maestri e locali scolastici di varie comunità locali sulle quali ci soffermero più avanti.

Il Catalogo degli asili e degli istituti assistenziali e educativi.

Per la formazione degl’inventari dei registri scolastici i punti di riferimento sono stati gli archivi comunali e scolastici, per il catalogo degli asili e degli istituti assistenziali e educativi l’operazione si presentava più ardua a causa oltrettutto della scarsa bibliografia in proposito. Nell’assoluta mancanza di lavori di insieme sia pure di corto respiro, è stato necessario predisporre una prima indagine sugli asili aportiani, su quegli asili  promossi  o in collaborazione con lo stesso Ferrante Aporti (così come emerse dai primi momenti di sondaggio) o che si ispirarono al metodo aportiano.

Il promotore dei primi asili nei vari stati preunitari, nel corso di una sua relazione, predisposta nel 1849 sulle strutture per l’infanzia, a margine di un suo prospetto sullo sviluppo dei “suoi” asili nei vari stati preunitari, segnava le iniziative per Alghero, Cagliari e Nuoro, iniziative che, a prescindere dalla loro effettiva attuazione, manifestavano la volontà dell’Aporti di diffondere gli asili anche nell’isola, a circa sei anni dalle iniziative portate avanti da Boncompagni e dai suoi amici aristocratici in Piemonte[27].

Gli scarni dati statistici forniti dalle varie inchieste sugli asili sardi dopo l’Unità erano apparsi fin da subito estremamente insignificanti per cui si decise di predisporre un primo catalogo che comprendesse gli asili fondati tra il 1900 e il 1968 le cui singole schede contenessere i dati essenziali (anno di fondazione, nome dell’istituzione, maestre, località, archivi); con eventuali successivi aggiornamenti, grazie alle collaborazioni delle allieve si sarebbe potuta avere una visione d’insieme per portare avanti successivamente le ricerche nei singoli archivi.

La predisposzione di questo strumento non sarebbe stato facile anche perché si trattava di andare alla ricerca di  probabili archivi delle comunali congregazioni di Carità, degli archivi delle prefetture, dell’eventuale archivio storico del ministero dell’interno, (almeno per quelli eretti nel tempo in enti morali) di quelli privati delle Dame di Carità, (principali promotrici degli asili, grazie alla spesso sollecitata generosità dei loro congiunti, padri o mariti), che per la gestione privata dei documenti difficilmente si sarebbero potuti reperire. Dai primi sondaggi presso gli archivi pubblici apparve chiaro che il cammino sarebbe stato di corto respiro: introvabili spesso gli archivi delle congregazioni di carità nei comuni, in situazioni pietose gli archivi storici delle prefetture, scarni anche gli archivi ministeriali, si cercò con sicuro profitto di effettuare le indagini sulle congregazioni religiose la cui presenza in Sardegna fin dalla metà dell’Ottocento avevano garantito la continuità  di queste strutture per l’infanzia.

Gli studi di P. Marras sull’organizzazione della Chiesa in Sardegna, promossi dal Collegium “La Madonnina”, i primi annuari radatti dall’Unione Superiore Maggiori d’Italia-Sardegna (USMI-Sardegna) ci permisero un primo proficuo approccio ai singoli asili, in gran parte, “storici”, ma soprattuto ci indussero a contattare direttamente con apposito questionario le case generalizie romane (o quelle provinciali ancora aperte in Sardegna), che sia pure con alcuni ritardi risposero quasi tutte al questionario loro sottoposto attingendo dalla documentazione in loro possesso. Si giunse in tal modo alla predisposzione del primo primo provvisorio Catalogo degli asili infantili sardi gestiti dalla congregazioni religiose femminili con i conseguenti indici delle sigle utilizzate, l’indice degli archivi, l’indice delle congregazioni religiose, l’indice dei luoghi e soprattutto il proficuo indice cronologico di fondazione che mise in luce un primo diagramma del processo di diffusione degli asili in Sardegna nel primo Cinquantennio del Novecento.

Simultaneamente alla predisposzione di questo importante strumento euristico I. Serra  effettuava una ricerca nell’archivio comunale della stessa città di Alghero su quello che si  supponeva doveva essere stato il primo asilo aportiano:in Sardegna, il lavoro fu coronato dal successo per la messe di documenti che vennero alla luce e che illustravano ampiamente e, spesso nel dettaglio più colorito, le vicende del primo asilo istituito nella città sardo-catalana. La documentazione dimostrava in maniera inoppugnabile le peripezie della progettazione dell’asilo, promosso dai nobili e dall’alto clero, (su sollecitazione di Carlo Alberto che visitando la città aveva notato una torma di mignos del carrer malvestiti e scalzi  durante una visita alla città), la predisposizione dello Statuto, l’arrivo della maestra Luigia Sghia, inviata direttamente dall’Aporti, il funzionamento della struttura per l’infanzia con l’accoglienza di circa 80 bambini, la diserzione, dalla società,degli azionisti  dei nobili e notabili algheresi, esclusi dalla presidenza e dalla vicepresidenza (conferita rispettivasmente al vescovo e la sindaco) e la chiusura dopo 15 mesi  di funzionamento (aprile 1848-luglio 1849).

Nel frattempo si procedeva anche alla predisposizione di un catalogo delle congregazioni religiose sia quelle di origine estera sia quelle di origine pensinsulare sia quelle di fondazione sarda per meglio conoscere la loro attività con particolare riguardo all’accoglienza e all’educazione dell’infanzia non soltanto negli asili, ma anche nelle istituzioni educative di ogni genere. Con questi due essenziali strumenti: il catalogo degli asili e quello delle maestre religiose si riusciva ad avere una visione storica meno sfuocata del processo attraverso il quale i bambini sardi a poco a poco avevano conseguito il firitto all’infanzia tre il 1848 e il 1968, anno di nascita della scuola statale materna.

Questi primi risultati, dal momento che si procedeva per un verso alla predisposizione degli strumenti e per l’altro verso al confronto con la scuola di L. Pazzaglia dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, apparvero per un verso nella collana sassarese dell’Associazione Alcide De Gasperi e per l’altro verso confluirono negli atti di un convegno.

Il lavoro svolto tuttavia mise in luce come simultaneamente a quanto era già avvenuto in Europa  e si era gradualmente sviluppato nella Penisola nell’ambito delle strutture d’accoglienza per l’infanzia, grazie al dispiegamento dell’attività delle Dame della Carità e delle Figlie della Carità, provenienti da Torino e fortemente incrementate dal reclutamento generoso della gioventù femminile sarda andava sia pure lentamente, ma inarrestabilmente e con un dispiegamento di mezzi notevoli per una regione povera e ai margini della storia europea, realizzandosi quello che abbiamo chiamato forse troppo enfanticamente “il diritto all’infanzia” . Se nel primo catalogo erano stati registrati circa 220 asili, nel successivo, previo ulteriore approfondimento con l’ampliamento della scheda, e l’estensione della ricerca anche presso l’ ESMAS e le congregazioni religiose si giunse a classificarne circa 300. Quest’ultimo catalogo oltre all’aggiunta dell’ idicatore sui fondatori  va dal 1848 al 1968, anno di istituzione della scuola materna statale.

Nel frattempo, una mia ex allieva, affidata alla direzione scientifica di L. Pazzaglia, pubblicava nella rivista da lui diretta un buon saggio sugli asili aportiani in Sardegna, a completamento di quanto  era già apparso in due volumi della collana A. De Gasperi[28].

Con questa pubblicazione si poneva fine, almeno a livello nazionale, alla storia, fino ad allora muta, dell’influenza dell’Aporti e della sua scuola di metodo nella prima fondazione degli asili in Sardegna e andavano aprendosi quelle proficue prospettive di ricerca che facevano risaltare come l’eredità dello stesso Aporti passavano poi alle torinesi Figlie della Carità che si diffonderanno tanto in Sardegna, insieme alla Compagnia delle Dame della Carità e ai Preti della Missione.

Dal catalogo si rileva così  come in Sardegna gli asili ebbero spesso un’iniziale fondazione a carattere esclusivamente privatistico e soltanto dopo anni di collaudo e funzionamento furono impostate le pratiche per il riconoscimento degli stessi come enti morali e quindi sottoposti come opere pie prima (1862) e come istituzioni di benficenza poi (1890) e, infine, come istituzioni di assistenza e di beneficenza (1923) alla tutela e vigilanza dello Stato.

La persistente soffferenza  di molti storici dell’infanzia, fieraemente statocentrici, ha impedito per tanti versi fino ad oggi, di illustrare adeguamente è stato fatto  per il buon funzionamento di queste strutture per l’infanzia anche con  con la collaborazione delle comunali congregazioni di Carità , con la generosità dei benefattori privati, ma soprattutto con la spinta di quella classe femminile fino ad oggi poco illustrata nel suo operare a favore dell’infanzia per mezzo della  Compagnia delle Dame della Carità e delle varie congregazioni religiose femminili che  hanno promosso il riscatto dei bambini non solo dell’Italia appena unificata, ma anche di quella giolittiana e fascista. Fare queste constatazioni non significa ignorare eventuali negligenze della classe dirigente o non rilevare i limiti di queste opere che furono poste in essere con mezzi tante volte inadeguati e con i limiti formativi delle stesse maestre alle quali lo stato man mano impose giustamente di curare la formazione. Il numero di queste maestre d’asilo religiose andò espandendosi a tal punto che ancora nel 1993 su circa 2500 religiose operanti in Sardegna circa 1000 erano impegnate come maestre negli asili[29].

Le istituzioni educative: asili e istituti Il punto di riferimento per tracciare dei repertori

La predispozione del catalogo degli asili e come completamento- il catalogo degli istituti assistenziali ed educativi- hanno permesso di tracciare, grazie alla ricchezza documentaria degli archivi locali (degli stessi asili e dei comuni) le vicende di alcuni asili istituiti nel corso del Novecento.

La Serra, nel suo saggio, ha illustrato  in particolare le dinamiche storiche degli asili di Alghero,  di Cagliari e quello di Nuoro e correttamente elenca i probabili altri sorti sulla spinta del movimento aportiano sui quali gli studi sono ancora in corso.

Altre giovani studiose sotto la mia guida hanno tracciato le vicende emblematiche di alcuni asili sorti nel corso del Novecento che fu il secolo in cui, non solo in Sardegna, crebbe la sensibilità per l’infanzia e per la promozione di queste strutture per le quali le Dame della Carità e alcune frange maschili dell’ aristocrazia sarda offrirono i fondi e il personali direttivo, mentre le congregazioni religiose misero a disposizione il personale educativo[30].

Occorre premettere tuttavia che i promotori morali, gli ideologi della necessità degli asili, i direttori spirituali di questa battaglia per il riscatto dell’infanzia in Sardegna sulle orme convinte dell’Aporti furono innanzi tutto il vincenziano lombardo prete della missione Giovanni Battista Manzella (1855-1937), proveniente dalla provincia di Cremona, città che aveva partecipato alla nascita delle società di azionisti che avevano concorso all’istituzione delle prime strutture aportiane per l’infanzia e dalla quale erano state inviate le prime maestre aportiane  in Sardegna (Luigia Sghia e Teresa Manara); il ligure Oblato di Maria Vergine Felice Prinetti (1842 -1916); il tempiese canonico Salvatore Vico (1896-1991); il canonico Giuseppe  Orrù (1885-1975) insieme con il milanese arcivescovo di Cagliari Ernesto Maria Piovella (1867-1949). Questi cinque uomini di chiesa furono convinti promotori del riscatto dell’infanzia e operarono intensamente per la promozione degli asili nel Nord e nel Sud dell’ Isola tanto che le congregazioni da loro fondate furono quelle che ebbero la direzione assistenziale ed educativa del maggior numero di asili[31].

Da ciò alcuni approfondimenti in sede di tesi di laurea sull’impegno educativo e formativo di Giovanni Battista Manzella (1900-1937), di Salvatore Vico (1922-1976) sull’asilo infantile Maria Pes di Calangianus (SS) (1922-1950), sull’asilo infantile La Consolata di Luras (SS) (1917-1968), l’asilo infantile di Benetutti(SS) (1915-1968), l’asilo della fondazione Falchi Madau di Chiaramonti (SS) (1938-1970) preceduti dai miei contributi su bollettino “La Carità” (1923-1934) di G. B. Manzella e sull’attività delle Dame della Carità .
Queste ricerche hanno offerto le opportunità di predisporre le mappe degli asili aportiani, di quelli vincenziani e manzelliani, di quelli vichiani, di quelli promossi dal Piovella. Spesso avveniva che fossero le stesse Dame a prendere l’iniziativa mobilitando tutta la popolazione dei centri rurali, coinvolgendo i comuni e l’aristocrazia maschile e femminile locale, prendendo in affitto dei locali o costruendoli ex novo, lo stesso Manzella, fornito di diploma di istituto tecnico, provvide a  disegnare le planimentrie  dei locali e i disegni dei banchi o in situazione di disagio economico ad utilizzare la stessa aula della chiesa parrocchiale, dopo aver provveduto a separare il presbiterio con una tenda e a rimuovere i banchi che servivano da inginocchiatoi. Un consiglio di amministrazione provvisorio (che a volte durava decenni, ma che veniva rinnovato regolarmente) curava la parte amministrativa, mentre le suore si preoccupavano dell’assistenza e dell’educazione dei bambini. Solo al momento opportuno, consolidato un certo patrimonio, s’impostavano le pratiche per l’erezione dell’asilo in ente morale e dare adito alla tutela dello Stato. Talvota però – è il caso del giardino d’infanzia di Maddalena- l’asilo rimase privato e proprietà della congregazione religiosa, specie quando ad amministrare i comuni erano i cosiddetti “liberi pensatori “, “massoni” o “socialisti” tutti anticlericali dichiarati  che ne tentarono di impedirne la fondazione prima, di ostacolarne il funzionamento poi e di contrastarne l’attività non appena sosrsero le scuole materne statali.

Dall’indice cronologico della diffusione degli asili si ricava il seguente prospetto.

Lo stesso metodo si seguiva per rispondere ai bisogni degli illegittimi, degli orfani e dei bambini a disagio nella fondazione di orfanotrofi maschili e femminili così come viene illustrato dal seguente prospetto.

Concludendo il discorso sul diritto all’infanzia occorre sottolineare come a partire dal 1848 sia nei due principali centri urbani come anche nei medi e piccoli centri rurali i tentativi di recupero dell’infanzia furono tanti anche se non sempre andarono a buon fine; la sorte degli stessi asili andò incontro ad alterne vicende, ma la loro diffusione andò sempre più diffondendosi e soprattutto si diffuse la mentalità che i bambini non potevano essere trattati come  “piccolo ometti”, lasciati in abbandono nelle strade tra gli animali da cortile o avviati precocemente al lavoro,  ma dovevano essere  accolti per buona parte del giorno in strutture protette e seguiti dalle maestre che man mano anche, nel personale religioso andarono qualificandosi, ispirandosi di tempo in tempo al metodo aportiano, a quello froebeliano o misto e, infine, al metodo delle sorelle Agazzi.

Maestre di questa crescita educativa dei piccoli sardi furono da prima le maestre inviate dall’Aporti con le loro allieve, successivamente le varie numerose congregazioni religiose che nel corso di un secolo raggiunsero le quasi 70 unità con circa 2.500 religiose tra le quali 1000 maestre d’asilo o maestre girdiniere d’infanzia.
Del resto dall’immediato dopoguerra furono le stesse congregazioni religiose che a Cagliari, a Nuoro e a Sassari istituirono la Scuola Magistrale presso cui si formarono generazioni di personale educativo.

A Cagliari prima ancora delle Figlie della Carità furono presenti le cosiddette suore francesi, successivamente le Figlie della Carità e le altre così come emerge dal prospetto che segue.

La conquista dell’alfabeto

Quando Carlo Felice salì al trono del Regno di Sardegna (1821) si preoccupò di unificare e controllare saldamente quanto di nuovo la rivoluzione francese aveva istituito nel campo dell’istruzione primaria nei cosiddetti Stati di Terraferma (Principato di Piemonte, Ducato di Savoia e Nizza, Genovesato), mentre la corte sabauda aveva preso residenza a Cagliari.

Con R.D. del 1822 unificò con il nome di scuole comunali le scuole primarie dei 4 Stati citati, mentre con R. D. del 1823 istituì in tutti i villaggi della Sardegna le scuole  normali dove i fanciulli in età scolare avrebbero dovuto apprendere a leggere, scrivere, far di conto, il catechismo della dottrina cristiana e il catechismo d’agricoltura.

La sovrintendenza di queste scuole veniva affidata ai parroci e ai sindaci, mentre l’insegnamento doveva essere impartito dai viceparroci e qualora vi fossero stati dei religiosi il compito dell’istruzione doveva spettare ad essi. Gli oneri di questa scuola, in qualunque forma fossero procurati, dovevano ricadere sulla comunità. Gli affitti per i locali e per le attrezzature scolastiche, e lo stipendio del maestro dovevano ricavarsi secondo le consuetudini dell’epoca  da redditi di lasciti, da fitti di appezzamenti di terreno, dalla coltivazione di  chiusi (tanche) appartenenti alle comunità o alla chiesa o da imposizioni fiscali di vario genere sempre a carico delle comunità. Agl’intendenti (prefetti) o ai viceintendenti (viceprefetti) era fatto obbligo di trasmettere periodicamente gli stati attuativi della  R. D. e specialmente ai vescovi si raccomandava di sorvegliare i parroci sovrintendenti perché la scuola normale funzionasse con regolarità. Ai vertici dellla supervisione di queste scuole stavano i Magistrati sopra gli studi di Cagliari e di Sassari, capoluoghi delle due divisioni amministrative, suddivise al loro interno dal 1824 in varie procincie.

Le vicende di questa scuola giacciono nei documenti degli archivi di Stato di Cagliari e di Torino. A parte alcuni brevi contributi sommariamente elaborati ai primi del Novecento, altri, in tempi più recenti in cui si conclude che essa fu un vero fallimento  e che di fatto non funzionò se non sporadicamente.

Con un’attenta consultazione  e trascrizione di un buon numero di stati attuativi dagli archivi menzionati si è cercato di guardare più attentamente alle vicende di questa scuola, la prima capillarmente diffusa in tutto il territorio sardo e  di vederne il funzionamento: locali, alunni e maestri, costi  e naturalmente il solito cahier de doleances: alunni renitenti, maestri negligenti e mal pagati o del tutto impreparati all’ufficio da compiere.

Non manca come è possibile vedere nel contributo di M. d’Ascenzo il manuale del maestro predisposto dal colto parroco di Bonnannaro Maurizio Serra che nel compilarlo non ignorò di certo i manuali dei maestri lombardi.

Sui luoghi della scuola abbiamo già detto nel breve contributo precedente anche con la videocassetta  nelle cui immagini appaiono gli oratori seicenteschi dei vari centri visitati, particolarmente quelli della Santa Croce (i pù utilizzati), quelli del Rosario e delle Anime, le sacrestie delle parrocchie, a volte case adiacenti alle stesse, case prese in locazione e spesso le stesse case dei maestri.

I maestri registrati negli stati attuativi sono nella stragrande maggioranza viceparroci e membri del clero regolare a norma del R. D., ma non mancano in molte località diaconi e chierici, scrivani e chirurghi, segretari comunali e altri laici addetti ai più svariati uffici. Se quasi il 70% del personale docente è ecclesiastico, il 30% è costituito da laici.  Su gli uni e su gli altri cadono a volte le  severe critiche degli intendenti o dei loro vice.

Sugli alunni occorre osservare che accanto ai centri in cui è registrato un discreto tasso di frequenza, appaiono centri in cui gli alunni frequentanti non superano  l’uno il due o il tre per cento  di frequenza rispetto agli abitanti.

Questo fenomeno è sicuramente correlato all’impegno posto dai parroci nel curare la scuola normale, alla tradizione dei singoli centri nell’apprezzare gli studi: è evidente come nei centri in cui vi era una tradizione scolastica come nei grandi e medi centri urbani queste appaiano più consistenti così come nei centri sede di collegiate . Un’attenta analisi statistica ci darà sicuramente una mappa dei centri a ragionevole tasso di frequenza e quelli  in cui questa risulta bassa o inconsistente. Da notare che la stessa frequenza è legata sicuramente alle attività economiche delle circoscrizioni delle comunità spesso costituite da popolazioni disperse nei vasti territori e dedite alla pastorizia stanziale o transumante così da vanificare le frequenze. Alcuni sondaggi hanno messo in rilievo come  a volte il 47% delle popolazioni vivessero non nel centro abitato, ma nelle campagne  di vasti fondi in cui l’attività prevalente era quella agro-pastorale.

La messe di dati in fase di studio forse potranno spiegarci anche la varie presenza del territorio tra gli studenti universitari che successivamente a quegli anni conseguiranno il magistero delle arti e il bacellierato.

Contrariamente a quanto spesso asserito da alcuni studiosi  questa scuola pur con tutta la sua precarietà rispetto agli standard postulati dalla nostra mentalità, diede inizio sicuramente a quella mentalità a favore degli studi primari che già presente fin dalla nascita delle scuole gesuitiche, andò sempre più diffondendosi in questo secolo della scoperta della necessità della scuola del leggere, dello scrivere del far di conto del catechismo della dottrina cristiana e del catechismo d’agricoltura.

I cataloghi degli studenti liceali, dei seminaristi, dei graduati all’Università

Dopo aver accennato alla scuola normale che si protrasse in Sardegna fino alla legge Casati, previa riforma un decennio prima della legge Boncompagni, occorre soffermare brevemente la nostra attenzione sulla classe dirigeente che nel corso del primo Ottocento andava formandosi e che ebbe la gestione dei comuni subito dopo l’ Unità.

Con svariati laureandi di G. P. Brizzi si era proceduto alla catologazione dei graduati dell’Università dagli studi di Sassari a partire dal 1760 fino alla fine dell’Ottocento. Da questi cataloghi e dalla loro elaborazione era emerso come presso la locale Università si era formata la classe dirigente laica ed ecclesiastica con il conseguimento dei vari gradi accademici: una vasta percentuale di studenti aveva conseguito il magistero delle arti, un’altra percentuale, per la verità non molto distante dalla prima aveva consguito il bacellierato (di due anni per medicina e di tre per Leggi e Teologia) infine, una minor percentuale aveva conseguito la laurea privata e pubblica nelle tre Facoltà di Teologia, Leggi, Medicina. Una delle prime cose che risaltano fra le tre facoltà è il grosso distacco tra i graduati in Teologia e Leggi e quelli in Medicina, notevolmente più ridotti di numero. Risalta anche come presso l’Università sassarese fossero rappresentati quasi tutti i piccoli centri del territorio del Logudoro corrispondente a quella che sarà poi detta divisione amministrativa di Sassari che abbracciava metà della Sardega, più speificatamente quella centro settentrionale.

Questi cataloghi spinsero alla predisporizione anche del catalogo degli alunni del Seminario arcivescovile di Sassari allo scopo di conoscere una delle più frequentate istituzioni educative per la formazione del clero certamente, ma notoriamente  “occasione” per i figli delle famiglie degli strati sociali più poveri per l’accesso agli studi secondari e superiori che diversamente non avrebbero potuto frequnetare.

D’altro canto  è una costante di questa istituzione educativa e formativa, variamente connotatasi nel tempo per le fasce di età degli alunni ospitati, ma soprattutto per la percentuale ridottissima di coloro che in genere conseguivano il presbiterato che toccava spesso il 5%. Inoltre, da vari sondaggi effettuati nei verbali dei consigli comunali dei vari centri piccoli, medi e urbani, era emerso che consiglieri comunali e sindaci, graduati o no, avevano un curriculum scolastico di ex graduati presso l ‘Università, ma anche di ex seminaristi. Da ciò la necessità di meglio conoscere la formazio,ne della classe dirigente che avrebbe dovuto garantire con l’Unità d’Italia la buona riuscita dell’ammodernamento delle  comunità urbane e rurali.

Il catalogo dei seminaristi del Seminario Arcivescovile di sassari, circa 2500 studenti, dal 1823 al 1905 soddisfece la nostra aspettativa: molti amministratori comunali e sindaci erano passati per il seminario. Lo studio fu esteso anche alle diocesi di Alghero e Bosa e, quasi per un riscontro in quella speduta del centro Sardegna di Tortolì.

La schedatura dei seminaristi, dei graduati all’università dava risposte a quesiti finora senza risposta: la classe dirigente che nei comuni avrebbe promosso la costruzione della casa comunale con nel pianoterra o nel piano sopraelevato le aule della scuola elementare, che avrebbe stipulato convenzioni con i medici “condotti” per la cura dei poveri, che avrebbe sollecitato ed ottenuto la presenza dei carabinieri e spesso anche la delegazione di polizia, il veterinario “condotto”, la costruzioni dei primi lavatoi pubblici per non costringere le donne a lavare presso le sorgenti e i torrenti, a predisporre l’acquedotto comunale per alleviare le fatiche della provvista dell’acqua da parte delle madri di famiglia, la messa in opera dei primi acciotolati stradali per eliminare le pozzanghere d’acqua che spesso favorivano la presenza delle zanzare anofele,  veicoli della larga diffusione della malaria, e inoltre il telegrafo, l’illuminazione pubblica a gas nei maggiori e medi centri urbani, e via via altre infrastrutture e servizi atti a passare da uno stato di prostazione e di isolamento ad un trend minimo di comodità urbane, insomma questa classe dirigente era passata per l’università o per il seminario. Accanto ad una piccola aristocrazia blasonata che aveva prodotto nel vecchio regime l’alto clero e la classe dirigente laica, andava formandosi e operando  una borghesia di origine agraria o intellettuale di recente consolidamento, stava anche però quella piccola borghesia fatta di ex seminaristi, che era stata in seminario tre, quattro cinque o più anni, che aveva talvolta potuto continuare gli studi nei regi licei o presso gli istituti tecnici e che andava ad occupare quello spazio politico ed economico non di orgine censuaria proprio del cosiddetto ceto intermedio basso. In conclusione la favola di “sindaci pastori analfabeti”, salvo poche eccezioni, veniva sfatata; la chiesa  sia pure non direttamente con il 95% degli alunni dei seminari aveva dato allo stato preunitario ed unitario quella piccola classe dirigente alfabetizzata, attenta alle esigenze delle comunità e aperta al “bene comune”. L’inculturazione cristiana ricevuta nei seminari andava ad incrementare la schiera degli alfabetizzati che costituiranno il lievito dei piccoli centri dispersi in un terriotrio fortemente accidentato, spezzetato, atomizzato, insulazizzato in un’isola già fortemente “isolata”.

Con questo buon supporto la ricerca su società e istruzione, portata avanti in varie scuole comunali dell’isola, spesso in due tempi (1860-1911, 1912-1943) , doveva pur dare i suoi frutti.

Le scuole elementari dal 1860 al 1911La completa gestione dell’istruzione elementare tanto nei piccoli come nei grandi Comuni fu affidata dalla legge Casati agli amministratori comunali, espressione della classe dirigente . Da questi amministratori, a seconda della loro sensibilità e dei mezzi a disposizione, sarebbe dipeso il buono o mediocre o cattivo funzionamento dell’istruzione primaria. Alla sensibilità degli amministratori occorreva aggiungere la disponibilità degli abitanti, in particolare la loro distribuzione nel territorio comunale, i loro eventuali bisogni d’istruzione connessi  alla loro attività produttiva, le loro aspirazioni al rinnovamento e alla crescita economica e civile.

Nel corso di questo periodo sia pure con lievi cambiamenti la Sardegna è suddivisa in due provincie: Cagliari e Sassari, entrambe sono suddivise in vari circondari a capo dei quali sta un capoluogo, in particlare a partire dal 1861 la pronvincia di Cagliari viene suddivisa in 4 circondari (Cagliari con  86 comuni, Iglesias con 21, Lanusei con 53 , Oristano con 110 ); la provincia di Sassari con 5 circondari (Alghero con 24 comuni, Nuoro con 37, Ozieri con 24, Sassari con 26 comuni, Tempio Pausania con 9). Le circoscrizioni comunali dell’isola risultano 390, ma i comuni che superano i 4000 abitanti sono soltanto una ventina, dei quali 11 in provincia di Cagliari e 9 in provincia di Sassari. Tra questi occorre inserire i capoluoghi dei circondari e per la provincia di Cagliari (Quarto S. Elena, Guspini, Sanluri, Santulussurgiu, per la provincia di Sassari  Bonorva, Ittiri, Osilo, Sorso.). Nel censimento del decennioo successivo si aggiunge nel circondario di Nuoro Dorgali e Carloforte in provincia di Cagliari, nel 1901 ai centri già menzionati si aggiungono ancora Bitti, Arborea, Monserrato, San Vito, Sinnai, .

I comuni in cui avrebbero dovuto essere istituiti i corsi inferiori, quindi, risultano 370, mentre quelli in cui avrebbero dovuto funzionare i corsi superiori sarebbero stati  circa una ventina e agli inizi e successivamente una trentina.

Nell’inventariare i registri scolastici che fino al 1911 sarebbero dovuti essere depositati negli archivi comunali abbiamo per questioni di vicinanza all’Università privilegiato quelli dell’allora provincia di Sassari suddivisa nei circondari di Alghero, Nuoro, Ozieri, Sassari e Tempio nonché per qualche riscontro alcuni comuni della provincia di Cagliari.

Sul fatto che i circa 500.000 abitanti degli oltre 390 comuni sardi, a qualunque strato sociale appartenessero, apprezzassero l’istruzione, non vi sono dubbi, quando si pensi che fin dalla metà del Cinquecento le richieste rivolte ai Gesuiti e dalla metà del Seicento le richieste rivolte agli Scolopi, entrambi protagonisti dell’istruzione “pubblica” in Sardegna, fossero innumerevoli. L’opinione comune sui benefici dell’istruzione era consolidata da secoli nel variegato arcipelago delle disperse comunità della Sardegna, private gradualmente a partire dal 1866 delle opportunità di inviare i loro figli nelle scuole dei collegi gesuitici e scolopi, benché restassero ancora aperti i seminari delle sette diocesi. Né si era interrotto il ricordo della scuola normale feliciana (1824-1848) e di quella elementare boncompagnana (1848-1859) benché vituperata nel suo altalenante funzionamento da veri e propri cahiers de doleances da parte delle autorità preposte.

Fatte queste debite premesse, per una corretta impostazione dell’indagine storica

sull’operato della classe dirigente dei singoli comuni era necessario che vi fossero gli strumenti, quindi le raccolte degli atti dei consigli comunali (verbali, bilanci, e corrispondenza), le raccolte degli atti dell’attività scolastica (registri o diari di classe, profili e relazioni dei maestri, corrispondenza con le autorità preposte) ed eventuali documenti a stampa, per evitare le generalizzazioni delle relazioni degli ispettori o le  discusse cifre  dei dati statistici sulle quali è stata già ampiamente narrata la vicenda scolastica italiana.

Dal 1860 fino al 1911 furono i comuni a garantire il funzionamento della scuola elementare e quindi furono depositari dei registri scolastici compilati dai maestri o dalle maestre, dei profili di questi ultimi, delle loro relazioni e dei rapporti da loro avuti con le superiori autorità, scolastiche   provinciali. Furono gli stessi comuni depositari dei verbali dei consigli comunali nei quali sono racchiusi i vivaci dibattiti, gli scontri e le delibere sull’ammodernamento non solo delle infrastrutture dei centri abitati, ma anche della stessa organizzazione civile della vita e delle altre istituzioni economiche, sanitarie, educative e scolastiche. Perciò ogni ricerca doveva dare spazio ai dibattiti del consiglio, ai protagonisti della vita politica di piccoli centri, ai promotori del processo di incivilimento che si era messo in moto più celermente sia dopo la concessione dello Statuto albertino e la conseguente “fusione” della Sardegna con gli ex stati di terraferma sia con più vivace accelerazione dopo l’Unità. Erano i sindaci destinatari delle relazioni dei maestri ai quali ogni anno dovevano trasmettere l’elenco degli obbligati. D’altra parte erano gli amministratori comunali che dovevano garantire, spesso nelle poste di un esiguo bilancio, lo stipendio ai maestri, le aule scolastiche, le stesse attrezzature didattiche e   i libri di testo.

E’ dai giornalmastri dei bilanci che risalta l’impegno o il disimpegno degli amministratori per l’edilizia scolastica, per le attrezzature didattiche, per lo stipendio ai maestri. Per quanto il bilancio possa essere modesto, dai graduali aumenti in percentuali delle spese per l’istruzione pubblica emerge lucidamente la passione degli amministratori per l’istruzione, al di là dell’efficacia di questo sforzo: alfabetizzazione che richiedeva certamente l’impegno degli amministratori comunali diplomati e laureati o comunque scolarizzati, ma anche la determinazione dei genitori delle famiglie nucleari e di quelle allargate sia che fossero di tipologia “patriarcale” o per consuetudine “matriarcale” come quelle dei pastori transumanti della montagna, costretti a spostarsi nella pianura dall’autunno alla primavera sia degli stessi rettori, pievani, vicari o parroci che erano in condizioni di richiamare le madri praticanti al dovere di istruire i figli e le figlie o che sovente erano i promotori dell’invio in seminario dei fanciulli che avessero dimostrato pietà e intelligenza, il processo di alfabetizzazione non poteva dipendere esclusivamente dall’impegno degli amministrari, ma da altri corresponsabili familiari e sociali anche se tante volte le remore nascevano da una serie di fattori dipendenti dalle localizzazionei cioè da quell’insieme di infrastrutture geografiche, economiche e sociali che potevano favorire o creare degli ostacoli alla frequenza scolastica o all’accoglienza nelle strutture educative ecclesiastiche i fanciulli in età scolare. Gli abitanti dei centri dalle circoscrizioni comunali estese, spesso superiori a cento chilometri quadrati, con quasi la metà degli abitanti dispersi nel territorio, perché dediti alla pastorizia stanziale dovevano superare non poche difficoltà per inviare i fanciulli dai sei ai nove  prima e più tardi sino ai dodici anni ad ottemperare agli obblighi scolastici. A queste remore si aggiungano le necessità di una famiglia di modesti pastori per i quali, dato l’uso frequente dell’abigeato e la conseguente necessità di custodire il gregge, un figlio dai sei anni in su poteva sostituire con notevole risparmio terachi (servi pastori) in quel ruolo di custodia; la stessa considerazione poteva valere per i figli di poveri braccianti, dati con contratto a terachi-pastori o a garzoni di artigiani del legno e del ferro o delle costruzioni per contribuire alla modestia del reddito familiare così come avveniva del resto anche per le fanciulle già considerate capaci dai sei anni a fare le portatrici d’acqua dalle sorgenti alle case presso altre famiglie o ad essere avviate a terache presso famiglie benestanti. Tutte questi fattori messi insieme in un’economia debole dove lo scrivere e il leggere poteva non essere esenziale per la sussistenza poiché a far di conto s’imparava anche con la pratica, con l’uso di pesi e misure tradizionali e quella delle monete e della stessa carta moneta, dal momento che nel concetto di alfabetizzazione anche questo si dovrebbe includere. I pastorelli, le piccole serve sviluppavano una capacità pratica di far di conto, di valutare la qualità, il peso, la stessa conoscenze di animali da cortile e dei prodotti lattiero caseari e artigianali che difficilmente un bambino/a scolarizzati e non vissuto accanto ai genitori attivi potevano avere.  Si aggiunga a tutto questo la capacità costruttiva di carri e carretti, di cancelli, di costruzione dei muretti a secco, di interventi di piccola chirurgia sugli animali e su stessi, di sagomare gli ossi di animali e i sassi, di impedire la propagazione degli incendi e degli allagamenti, di curarsi grazie alla conoscenza, appresa in famiglia o dagli adulti, delle erbe medicinali, della lavorazione della palma nana e della paglia per far cesti e cestini, della tosatura e di altre cento piccole arti necessarie a svolgere con intelligenza le attività lavorative, insomma si trattava di una scuola per la vita che sicuramente, data la scarsa diffusione del libro e dei giornali, nei piccoli villaggi o nelle campagne non facevano di certo sentire la nostalgia dell’alfabeto  del leggere e dello scrivere visto che quello del fare lo apprendevano molto presto con l’avviamento precoce al lavoro.

Tutte queste ragioni vanno collocate tra le spiegazioni dell’abbandono della scuola per garantirsi la priorità essenziale del vivere di fronte alle quali le sanzioni di un sindaco, le minacce di un genitore di un educatore a poco servono. L’amore per l’alfabeto pare nascere quando quell’apprendimento aiuta a vivere o l’alfabetizzazione viene considerata nell’opinione comune un processo di apprendimento che aiuta a vivere.

Per tutte queste ragioni si è voluto procedere alla ricerca presso gli archivi dei piccoli e grandi centri, mirando all’approfondimento di quelle carte d’archivio che denotavano la qualità della classe dirigente di cui non era così difficile conoscere il percorso scolastico grazie agli strumenti predisposti (catalogo dei graduati, degli studenti liceali, degli alunni dei seminari), i profili dei maestri e delle maestre, gli stessi curricula di un significativo campione di alunni (di solito il 20% delle classi) e, quando era possibile, l’elenco dei libri adottati.

Le scuole elementari comunali dal 1860 al 1911

Una volta predisposti gli strumenti bibliografici e archivistici si trattava di approfondire in un campione significativo di comuni, almeno in un primo momento, le vicende delle scuole elementari dal 1860 al 1911. Da premettere che in questo periodo era obbligatorio soltanto il corso inferiore di due anni e nei centri con popolazione inferiore ai 4000 mila abitanti   che nella provincia di Sassari i comuni con popolazione superiore a queste unità erano  non più di  sette di impostare un metodo efficace e chiaro di ricerca. Premesso un riferimento alla letteratura storico-educativa nazionale e sarda, si hanno a disposizione, per ogni centro cittadino o rurale oggetto della ricerca, i dati geografico-storici, statistici e commerciali di metà Ottocento, grazie al dizionario predisposto per tutti i centri del regno di Sardegna dallo scolopio Vittorio Angius. Questa messe di dati offrivano da soli la visione del contesto geografico, demografico, storico, sociale, economico del centro abitato. Per cui si avevano a disposiizione tanti elementi per un primo profilo del centro abitato. Contestualmente si consultavano, preoccupandosi anche della trascrizione integrale le carte d’archivio di maggiore rilievo socio-economico e dell’istruzione, le delibere dei consigli e delle giunte comunali; consigli che per fortuna all’epoca alla quale ci riferiamo si riunivano molto frequentemente e che provvedevano a stendere verbali di riunioni abbastanzavivaci. Emergevano intanto sindaci e consiglieri comunali dei quali in genere, grazie ai cataloghi predisposti (dei graduti all’Università, dei licei e dei seminari) si poteva conoscere il curriculum scolastico. In tal modo emergevano sindaci e consiglieri comunali scolarizzati e decisi ad avviare il centro verso la predisposizione di infrastrutture che favorissero l’ammodernamento del borgo: predisposizione della caserma dei carabinieri, della delegazione di polizia, del medico condotto per i poveri, del veterinario contro la diffusione della rabbia, dell’adduzione nel centro abitato dell’acquedotto, della stessa costruzione del cimitero a causa degli inconvenienti prodotti dalle  sepulture nella chiesa parrocchiale o nei gli oratori, la predisposizione dei lavatoi pubblici, la costruzione delle prime  case comunali-scuola, con al piano rialzato gli uffici “della comune” e sotto le aule scolastiche o viceversa, la predisposizione dell’acciottolato nelle strade, in breve, la predisposizione di quelle infrastrutture che facevano segnare un avanzamento civile nei piccoli e grandi centri.  Gran parte di queste delibere sono dedicate al reperimento dei locali scolastici in locazione, alla progettazione degli stessi edifici scolastici, spesso non approvati alla  prima  presentazione del progetto presso il Ministero dell’Istruzione Pubblica, all’assunzione o al licenziamento dei maestri, quando non alle contese con gli stessi, e ai giudizi sul loro operato.

In tal modo si rileva il grado dell’impegno profuso per il buon andamento della scuola, per il tentativo costante di istituire non solo il biennio inferiore della scuola elementare nei piccoli centri (inferiori a 4000 abitanti), ma anche quello di istituire il corso superiore, salvo a chiuderlo negli anni in cui le risorse finanziarie fossero venute a mancare. La compilazione dei verbali, il lessico e la morfologia di questi scritti denotano che non solo gli estensori dei verbali erano adeguatamente preparati, ma che anche gli amministratori si sentirono investiti non solo come classe dirigente delle loro “comuni” ma anche come classe dirigente nazionale. I cataloghi ci avvertono sui sindaci graduati presso l’ Università, sugli stessi consiglieri che avevano portato avanti gli studi presso i collegi gesuitici o scolopi, presso le regie scuole e la contestuale formazione per alcuni o più anni in seminario. Si tratta non solo di una piccola borghesia del censo, ma anche dell’intelletto.

Se i verbali dei consigli comunali rivelano l’impegno o la tiepidezza degli amministratori per la scuola elementare, i registri scolastici con i rintracciati profili dei maestri/e degli stessi curricoli scolastici degli scolari ci rivelano non una diserzione di massa per tutto l’anno, ma una certa discontinuità nella frequenza legata al ciclo agrario, a vicende climatiche e sanitarie, a bisogni familiari. Mancano purtroppo i quaderni con gli elaborati degli alunni che forse più adeguatamente ci avrebbero offerto gli esiti di questa moltitudine di scolari figli di pastori, braccianti, artigiani e impiegati. Ciò che più colpisce in genere è il graduale abbandono dopo la prima o dopo il corso inferiore, o dopo la terza o la quarta.:Certo é che il tasso di conseguimento del proscioglimento non comprende la maggior parte degli scolari, ma è indubbio che il processo di alfabetizzazione sia pure lentamente procede negli anni in concomitanza con la crescita economica, con l’aumento del reddito pro capite, con il progresso delle vie di comunicazione tra i vari centri e questi e il capoluogo, con l’innovazione graduale degli strumenti di lavoro, l’accresciuto scambio tra le varie popolazioni, l’incremento di quell’industria locale data dalla costruzione o dal rinnovamento della lavorazione dei prodotti attraverso l’industria molitoria, la lavorazione dei prodotti lattiero-caseari, vitivinicoli e man mano che l’economia di baratto si trasforma in economia di scambio monetario, con l’accresciuta circolazione della moneta e l’uso quindi della scrittura nella vita corrente. intanto il cambiamento dei pesi e misure (1855); man mano entrano in uso le misure metriche decimali al posto di quelle tradizionali, la tenuta delle bollette dello stesso bestiame contro l’abigeato, l’accresciuta richiesta delle firme con l’irrobustirsi e l’ampliarsi delle competenze del comune: la denuncia delle nascite con la richiesta delle firme sui registri matrimoniali, la verifica delle stesse alla visita di leva, la lettura dei giornali che man mano andavano diffondendosi anche nei piccoli centri, la stessa dichiarazione dei redditi per l’imposizione delle imposte comunali, la vendita periodica degli agnelli e dei porchetti, la partecipazione alle fiere  del bestiame che si vanno incrementando con patti e atti non limitati alla sola stretta di mano o parola data, l’accreciuto impulso dato al commercio con il continente grazie anche alla costruzione della rete ferroviaria nella quale vengono assunti tanti braccianti, ex-pastori di pecore e di capre, l’accresciuta circolazione della moneta: tutti questi fattori messi insieme fanno sì che la popolazione anche dei piccoli centri abbia bisogno dell’alfabetizzazione e quindi capisca l’importanza di essa se non per tutti i figli almeno per una buona percentuale di essi. L’importanza della conquista dell’alfabeto viene indubbiamente capita maggiormente nei capoluoghi di mandamento come Alghero, Nuoro, Ozieri, Sassari, Tempio (per soffermarci a quella che era la circoscrizione provinciale di Sassari), d’altra parte se si eccettua Nuoro negli altri centri la forza della tradizione grazie alla presenza delle scuole degli ex collegi gesuitici e scolopi (Alghero, Ozieri, Sassari, Tempio) era stata secolare e consolidata, ma occorrerà aggiungere anche i centri con una popolazione superiore ai 4000 abitanti quali Bonorva, Ittiri, Osilo, Sorso dove del resto erano stati presenti gli ordini mendicanti con i loro seminari e l’accoglienza dei ragazzi. Nei primi cinque centri l’organizzazione delle scuole appare più curata, ma anche più efficiente, seguono gli altri quattro centri che sia pure con qualche remora sono costretti ope legis a istituire le quattro classi della scuola elementare casatiana, in tutti questi nove centri emergono interessanti figure di maestri consapevoli della loro missione e forniti in buona parte di patente superiore e anche gli allievi presentano curricula più soddisfacenti. A questi centri, tutti fornite del titolo di città, occorre aggiungere anche la città di Porto Torres pur con un minor numero di abitanti, Ploaghe, Maddalena, Pattada, Mores, ma per la loro originalità e metodo di organizzazione della scuola le lontane borgate del comune di Aggius quali Trinità d’Agultu e Viddalba, nel primo l’istituzione della parrocchia e la costruzione della scuola con intervento diretto del Ministero s’incrementa la formazione del centro abitato, nel secondo, periodicamente tagliato dai centri viciniori a causa della tracimazione del fiume, si provveda ad istituire la scuola paterna privata al cui funzionamento contribuiscono la maggior parte dei padri di famiglia. Tutti sintomi del desiderio di affrancarsi dall’analfabetismo.

Maggiori difficoltà, ma non per questo minore entusiasmo ed impegno sembrano dimostrare gli abitanti dei comuni più interni della provincia di quelli cioè che finiranno nel 1927 per far parte della neonata provincia di Nuoro come Macomer, Bosa,  Bortigali, Birori, Borore, Dorgali, ma anche Orune., tutti facenti parte del circondario di Nuoro.

Nonostante le remore di ogni genere la classe dirigente del paese appare impegnata nel tentativo di dare le basi alla scuola elementare.


[1]Nell’aa. 1992-93 mi fu dato l’affidamento di Storia della Scuola e delle Istituzioni educative presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Sassari, resomi  conto della carenza degli strumenti essenziali per la ricerca  storico educativa sulla Sardegna mi proposi di predisporre con l’aiuto degli studenti di un minimum di strumenti per poi approfondire con ricerche mirate negli archivi pubblici e privati temi specifici sugli asili e sulla scuola elementare.

[2]L’itinerario delle vicende degli asili e della scuola elementare è stata determinata dalla necessità di andare alle basi sia della pratica del diritto all’infanzia sia dell’alfabetizzazione delle nuove generazioni sarde a partire dalla scuola normale di Carlo Felice(1824-1848), alla Boncompagni(1848-1859.) alla Casati (1859-1923), alla riforma Gentile (1923-1945). I sondaggi presso l’Archivio di Stato di Cagliari (ASCa) e di Torino (ASTo) sui vari tentativi di alfabetizzazione con il ritrovamento degli stati attuativi della scuola normale di Carlo Felice (1823) m’indussero a partire da questo primo tentativo di alfabetizzazione dei bambini sardi. Da ciò i termini de quo ad quem.

[3] <<Cercano sempre l’uomo nel fanciullo senza pensare a ciò che egli è prima di essere uomo>> così  in G. ROUSSEAU, Emilio, a cura di G. ROGGERONE, Brescia, Editrice La Scuola, 1979 p. 3. Per la letteratura dell’infanzia vedi R. SANI, L’educazione dell’infanzia nella storia. Interpretazioni e prospettive di ricerca in L. CAIMI ( a cura di)Infanzia, educazione e società in Italia tra Otto e Novecento. Interpretazioni, prospettive di ricerca, esperienze in Sardegna, Sassari, Edes, 1997 pp. 21-58.

[4] Cfr PAZZAGLIA-R. SANI (a cura di), Scuola e società nell’Italia unita. Dalla legge Casati al Centro-Sinistra, La Scuola, Brescia, 2001.

[5]Tra le prime scuole primarie basti pensare alle scuole parrocchiali polacche istituite dalla Commissione Nazionale di Educazione, in proposito Cfr A. K.  ORZEL, La  scuola  elementare in Polonia dal 1773  all’Ottocento. Tesi di laurea, Università degli Studi di Sassari, Facoltà di Magistero, Corso di laurea in Pedagogia, aa. 1999 – 2000, rel. A. Tedde.

 

[6]Per le vicende storiche della Sardegna si vedano: M. GUIDETTI ( a cura di),Storia dei Sardi e della Sardegna, IV, Milano, Jaca Book, 1987-89; M. BRIGAGLIA ( a cura di) La Sardegna Enciclopedia, IV, Cagliari, Edizioni della  Torre, 1982-88. e per l’epoca contemporanea, più recentemente, si veda: L. BERLINGUER, A. MATTONE, La Sardegna,, Torino, Einaudi, 2000. Infine, fresco di stampa, Storia della Sardegna, Bari, Editori Laterza, 2002 voll. 5 a cura di Brigaglia, Mastino, Ortu.

[7]Cfr. F. GEMELLI, Rifioramento della Sardegna, II, Torino, Briolo, 1776 . Il dotto gesuita nel suo trattato cerca di dimostrare che applicando nell’ isola il modello agricolo, limitando il dominio della pastorizia, la sardegna sarebbe rifiorita.

[8]A. BOSCOLO et alii, Profilo storico economico della Sardegna dal riformismo settecentesco al piano di rinascita, Padoava, 1962

[9] Cfr. AA.VV., Le autonomie etniche e speciali in Italia e nell’Europa mediterranea. Processi storici e istituzioni, Cagliari, 1988; I. CALIA, Francia e Sardegna nel Settecento. Economia, politica e cultura, Milano, 1993; C. SOLE, La Sardegna sabauda nel Settecento, Sassari,1984; ID., La Sardegna di Carlo Felice e il problema della terra, Cagliari, 1967; S. SOTGIU, Storia della  Sardegna sabauda,(1720-1847) ,Roma-Bari, 1984; C. SOLE (a cura di) Dalla rivoluzione all’integrazione. Studi, ricerche, immagini della spedizione francese in Sardegna nel 1793, Cagliari, 1993.

[10]Cfr. A. DELOGU, Filosofia e società in Sardegna. Giovanni Battista Tuveri (1815-1887), Milano Francoangeli, 1992 ; ID.,La filosofia in Sardegna (1750-1915)-Etica, politica diritto, Cagliari, Condaghes, 1999.

[11] Sulla proprietà perfetta in seguito all’Editto  delle Chiudende Cfr.I. BIROCCHI, Per la storia della proprietà perfetta in Sardegna, Milano, 1982; ID., La carta autonomistica della Sardegna tra antico e moderno. le “leggi fondamentali ” nel triennio rivoluzionario (1793-96), Torino, 1992; G. DONEDDU, Ceti privilegiati e proprietà fondiaria nella Sardegna del secolo XVIII, Milano 1990. Sulla scuola normale per quanto fortemente datato vedi E. SCANO, Storia dell’educazione e degli istituti educativi in Sardegna, Cagliari, Unione Sarda, 1894; in breve sintesi, ma più corretto   G. MASALA, La Sardegna e la scuola del popolo , Sassari, Gallizzi, 1912; con forti ascendenze dal Masala Cfr. E. SPANU NIVOLA, Profilo storico dell’educazione popolare in Sardegna in “Archivio sardo del movimento operaio e autonomistico”, 2 (1973). Con riferimenti essenziali Cfr.  R. BONU, Scrittori sardi nati nel secolo XVIII con notizie storiche e letterarie dell’epoca; Cagliari,  Fossataro 1972 . Sul Codice feliciano, l’abolizione dei feudi e la “fusione ” con il Piemonte Cfr. M. GUIDETTI (a cura di) Storia dei Sardi e della Sardgna. L’età contemporanea, cit. IV. G. SOTGIU, Questione sarda e movimento operaio, Cagliari, 1969; ID., Alle origini della questione sarda. Note di storia del Risorgimento, Cagliari 1967; ID., Lotte sociali e politiche nella Sardegna contemporanea; ID., Storia della Sardegna dopo l’ Unità, Roma-Bari, 1990

[12]Cfr. A. TEDDE, Iniziative sociali  di G. B. Manzella e delle congragazioni religiose in Sardegna nel  Novecento, Ozieri, Il Torchietto,1996; A. TEDDE, F. A. MASCI,  Le congregazioni religiose femminili in Sardegna tra Otto e Novecento in  A. TEDDE

(a cura di), Cattolici per l’infanzia in Sardegna tra Otto e Novecento Ozieri, Il Torchietto,1997, pp. ; A. TEDDE, F. A. MASCI, Le congregazioni religiose femminili in Sardegna nel Novecento , in F. ATZENI, T. CABIZZOSU, Salvatore Vico nel contesto sociale e religioso del Novecento sardo, Catanzaro,  Rubbettino,  1998 pp. 239-256.

R. TURTAS, Storia della Chiesa in Sardegna dalle origini al duemila, Roma, Città Nuova, 1999; F. ATZENI, T. CABIZZOSU, Congrgazioni religiose e istituti secolari sorti in Sardegna negli ultimi cento anni, Cagliari, Cuec, 2000  A. TEDDE, Protagoniste cattoliche  di azione sociale in Sardegna tra Otto e Novecento , Sassari, Gallizzi, 1999.

[13] Sulla malaria si veda: E. TOGNOTTI, La malaria in Sardegna, Milano, FrancoAngeli,1996. .Sulla difficoltà create dall’insularità: R. TURTAS, Studiare, istruire, governare, Sassari, EDES/CLIO 2001. Sui collegi gesuitici vedi: R. TURTAS,  Scuola e Università in Sardegna tra ‘500  e  ‘600. L’organizzazione dell’istruzione  durante i decenni formativi dell’Università di Sassari, Sassari, Chiarella, 1995; sull’istruzione anche precedente all’arrivo dei gesuiti vedi: S. LOI, Cultura popolare in Sardegna tra ‘500 e ‘600. Chiesa, Famiglia Scuola , Cagliari, AM&D EDIZIONI, 1998. Ancora sull’Università: G. BRIZZI, J. VERGER, (a cura di) Le Università minori in Europa, Catanzaro, 1998.F. COLLI VIGNARELLI, Gli Scolopi in Sardegna, Cagliari, Gasperini, 1982. Sui seminari oltre alle opere generali sulla Storia della Sardegna  e della Sardegna cristiana già citate vedasi: A. NUGHES, Alghero Chiesa e società nel XVI secolo, Alghero, Edizioni del Sole,1990; A. LORIGA ( a cura di), Quattro secoli del seminario turritano 1593-1993, Sassari, Tipografia Moderna,1993. Infine, si vedano le tesi di laurea delle mie allieve del Magisatero giacenti presso il Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari: D. QUARANTA. Il Seminario Tridentino di Sassari nel secolo XIX. Catalogo degli alunni dal 1823 al 1905, aa.1994-95; M. A. LEDDA, Il seminario di Alghero tra Otto e Novecento, aa.1994-95; A. F. DEROMA, Il Seminario Tridentino di Sassari nell’Ottocento: le delibere della Giunta (1829-1862); R. A. PORCU, Il seminario della diocesi di Ogliastra in Tortolì nell’ Ottocento, aa. 1998-1999.

[14] Cfr. IL NUOVO ATLANTE STORICO ZANICHELLI, Bologna, 1993 p. 153.

[15] Cfr G. LORIA, Repertorio sulle fonti letterarie di storia della scuola e delle istituzioni educative in Sardegna (1751-1994), Sassari, Studium adp,1996 . La schedatura di circa mille titoli, tratti da varie raccolte bibliografiche e da riviste, mancano quelli apparsi nei supplementi di “Ichnusa”, pur nella provvisorietà, sono utili a dimostrare per un verso la modestia della produzione, per l’altro, accanto all’interesse, la  varietà degli approcci e l’occasionalità degli interventi. Penso sia giunto il momento di utilizzare il vasto materiale archivistico giacente nei più svariati archivi, specie quelli di Stato di Torino e di Cagliari, per cominciare a riscrivere la storia della scuola primaria, a partire  dalle scuole normali Carlo Felice nel 1824, a quella elementare di Boncompagni nel 1848 e infine a quella di Casati nel 1859 fino al 1911, anno dell’avocazione della scuola elementare allo Stato. La storia delle scuole medie superiori è tutta da scrivere, previa catalogazione degli alunni e dei professori: si tratta in fondo della classe dirigente sarda di matrice borghese agraria e professionale, protagonista dell’ammodernamento dei centri urbani e rurali dell’isola insieme agli ex seminaristi delle varie diocesi isolane. Per questi ultimi si veda D. QUARANTA, Il Seminario Tridentino di Sassari nel secolo XIX. Catalogo degli alunni dal 1823 al 1905, Tesi di laurea Università degli Studi di Sassari, Facoltà di Magistero, Anno Accademico 1994-95. Relatore A. Tedde. Per il periodo che va dal 1766 al 186O si veda Il Centro Interdisciplinare per la Storia dell’Università di Sassari, (d’ora in avanti CISUS), fondato e diretto da Gian Paolo Brizzi, e che  ha promosso a partire dalla metà degli anni Ottanta una serie di studi, ricerche e tesi di laurea sulla storia dell’Ateneo sassarese sulle cui origini si rimanda al contributo di Raimondo Turtas in questo stesso volume. Per quanto riguarda le tesi di laurea, discusse presso la nostra Università di Sassari nella Facoltà di Lettere e Filosofia di Sassari si veda: S. L. POSADINU, I laureati all’Università di Sassari dal 1766 al 1825 , anno accademico, 1993-94;  M. G. ACCA, I laureati all’Università di Sassari dal 1826 al 1860, anno accademico, 1994-95; L. E. PITTORRU, Gli iscritti alla Facoltà di Leggi dal 1849 al 1875 , aa. 1994-95. Per l’epoca moderna si vedano R. TURTAS, Scuola e Università in Sardegna tra ‘500 e ‘600. L’organizzazione dell’istruzione durante i decenni formativi dell’Università di Sassari (1562-1635), Centro Interdisciplinare per la storia dell’Università di Sassari (CISUS), Sassari, Chiarella, 1995; F. COLLI VIGNARELLI, Gli Scolopi in Sardegna, Cagliari, Gasperini, 1981 e altri autori minori compresi nella bibliografia delle due opere citate; infine, L. ALBERTI, La scuola in Sardegna nell’età delle riforme, in “Sacer”, 4 (1999)

[16] Pubblicazioni della Fondazione e del Banco di Sardegna:

 

[17] Si consideri il fatto che essa figurava unicamente nei manifesti degli studi di Pedagogia e di Scienze dell’ Educazione e risultava esclusa del manifesto degli studi della Facoltà di Lettere e Filosofia della stessa ns Facoltà di Sassari. Si vedano in proposito per ogni anno accademico  La Guida dello Studente.

[18] Basti dare uno sguardo alle vicende quasi trentennali dell’insegnamento di Storia della scuola e delle istituzioni educative presso l’Università di Sassari: nel corso di quasi un trentennio si sono avvicendate nell’insegnamento A. Broccoli, D. Ragazzini, M. Gonzi, tutti interessati a ricerche di portata nazionale, ma noncuranti della storia della scuola sarda.

 

[19] R. CIASCA,Bibliografia sarda , Roma, 1931-34 voll. 5.

[20] G. DELLA MARIA, Nuovo bollettino bibliografico

[21] Bollettino bibliografico e rassegna archivistica e di studi storici della Sardegna diretto da Tito Orrù, registrato al Tribunale di Cagliari nel 1989.

[22] Cfr. M. BRIGAGLIA, G. MELIS, Cento libriPer i periodi ” buchi ”  tenendo presenti le leggi sulla stampa la nsia la n. 3288 del 15lulgio 1923

[24]Due edizioni a distanza di anni del Regolamento delle Figlie della Provvidena di Cagliari, il primo del 1751, il secondo del 1762, il terzo è un articolo del “Giornale di Sardegna”: Apertura delle scuole a Sassari, del 1796.

 

[25] Si pensi tra  l’altro alle opere in latino, in catalano e in castigliano pubblicate tra il 1550, anno della pubblicazione dell’opera dell’Asquer Sardiniae brevis historia et descriptio e l’opera di J. L. Vives Instrucion de la muger christiana compuesta primerament en lengua latina per el muy celebre doctor Juan Vives Valentiano traiduida despues en romance castellano por Juan Justiniano y agora nuevamente corregida, anadida in empressa por orden di misser MonserratTrias doctorJuez de Corte y del Cosejo de su Magestad en este reyno de Cerdena , Callar por.v. Sembenino, impressor del R. Nicolas Canellas del 1576 che se proprio non si tratta direttamente di fonte idonea di istituzione scolastica  può essere compresa nell’ambito della storia dell’educazione,

[26]In varie lingue, particolarmente in quella sarda repertoriati da A. Virdis il cui lavoro è apparso sulla rivista dei Gesuiti sardi “Theologica”.

 

 

 

 

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