L’identità di un ignoto garzone di bottega che distribuisce patenti d’identità – di Ange de Clermont

Un garzone di bottega, di falegnameria, di arte muraria, di sartoria che si correla con il tipo d’arte che vuole apprendere, è indubbiamente un artista in potenza, a patto che con la pratica dell’arte man mano riesca ad appropriarsi del mestiere. Ci sono garzoni che riescono ad apprendere, ma ci sono anche quelli che per quanto si sforzino di apprendere non riusciranno mai a conseguire il mestiere in quanto ottusi oppure distratti oppure, senza loro colpa, di limitata intelligenza. Questo avviene anche nell’arte dello scrivere, del leggere la realtà e poi saperla comunicare agli altri con emozione. Ora è successo che in un paese della Sardegna che preferisco lasciare nell’anonimato, un garzone di bottega, per l’apprendimento dell’arte dello scrivere, per quanto nel corso della sua vita abbia fatto grandi sforzi, non è mai riuscito a capire ad esempio la consecutio temporum né a comporre dei periodi complessi e tanto meno a capire che certi vocaboli sono ormai desueti. Non parliamo quando questi garzoni dello scrivere s’imbarcano su tematiche riservate agl’intellettuali. Oggi si parla tanto d’identità, per indicare tutti quegli elementi che fanno di un sardo, un sardo, di un lombardo, un lombardo, di un italiano un italiano. Basterebbe partire dalla carta d’identità: nome e cognome, sesso, data e luogo di nascita, segni particolari, altezza. Sono tutti elementi che fanno si che un martese sia un martese, un nulvese, nulvese e un laerrese di laerru.

Certo è necessario che chi nasce a Martis lo sia almeno da quattro generazioni, idem per un sassarese o un portotorrese. Quest’identità ognuno se la trova addosso e per quanto si allontani dal proprio paese il fondamento identitario rimane. Non per nulla molti ritornano frequentemente dai paesi esteri o da altri paesi nazionali al proprio paese, quasi a fare un bagno d’identità. Succede, a volte, che dei farlocchi, confondano l’identità col permanere sempre nel proprio borgo senza mai allontanarsene, ritengano d’essere più identitari di quelli che per svariati motivi sono costretti a vivere lontani dal borgo e magari identificandosi in modo spropositato col proprio paese in cui spadroneggiano, atteggiandosi a custodi e a conservatori dell’identità del borgo,  siano spinti con grande stupidità a proclamare la perdità d’identità di coloro che per i più svariati motivi non vivano 12 mesi su 12 mesi nel paese. In realtà tutti costoro nascondono una profonda debolezza identitaria. In genere non sono paesani di quattro generazioni, ma sanno che la permanenza dei loro antenati nel paese è  stata di breve durata. A volte avviene anche che non sappiano nemmeno da dove provengano i loro antenati, perché quando confrontano alcuni elementi della loro carta d’identità con quelli degli altri paesani si avvedono che c’è qualche elemento che non li apparenta  a nessuno. Avviene spesso che nei paesi o nelle città arrivino individui sconosciuti alla cui morte, quando si tratta di scrivere le loro generalità, si  scriva semplicemente cuius parentes ignorantur. Ecco che spunta  il difetto identitario. Oppure è noto lippis et tonsoribus che i genitori non sono affatto del luogo e che quindi in relazione all’identità di quel luogo tutta la personalità ne risenta. A Sassari per chi viene da fuori si dice malaccudiddu e lo stesso epiteto lo si usa nei paesi, ma a chi è nato in un paese dove magari da 8 generazioni i propri antenati sono lì vissuti nessuno si sognerebbe di dire che è un estraneo. Pensate, i chiaramontesi, che forse sono rimasti alla generazione del gatto, hanno ritenuto opportuno concedere la  cittadinanza onoraria a Francesco Cossiga, perché da generazioni i suoi antenati erano chiaramontesi, ora avviene che un pavido e stolto finto garzone di bottega cuius nomen ignoratur abbia l’ardire di togliere a suo piacimento l’identità paesana a seconda di come gli frulla, avendo il complesso del custode dell’identità. Sicuramente si tratta di un personaggio illustre o meno illustre che poco ha capito del concetto identitario, segno evidente di grave debolezza dell’io che vaga tra una dissociazione e l’altra, perché probabilmente fa parte di quella categoria cuius parentes ignorantur! E non sentendosi a posto spadroneggia e crede di essere il padrone del paese così come non pensavano nemmeno i luogotenenti dei feudatari. A volte, succede, che questi poveracci, aprano una scuola per il conseguimento della patente d’identità. Miseri, questi borghi, che alloggiano così vil gentame!

Commenti

  1. Ange de Clermont, uno che non nasconde la propria identità. In questo forse davvero poco chiaramontese o forse un chiaramontese che con lo studio, la cultura, la fede ha saputo affrontare, superare ed elevarsi sulle proprie debolezze. Il chiaramontese tipo è apparentemente freddo e distaccato. Difficilmente agisce d’impeto. Sa covare anche a lungo la vendetta che, prima o poi, in diverse forme e modalità, raggiunge l’obiettivo. Agisce in silenzio, non “si scopre” più di tanto. “Sos maccarrones sunt pius bonos mandigatos frittos”. L’antico adagio ben descrive l’indole radicata del chiaramontese. Giulia Biddau, originaria di Ozieri, maestra nella scuola elementare di Chiaramonti per 30 anni, dal 1889/90 al 1919/20, in una lettera del 20 maggio 1890 al sindaco Niccolò Franchini e al sovrintendente scolastico rev. Salvatore Pezzi, così si esprimeva sulle sue allieve: “bisogna pensare a distruggere il germe del male ed infondere quello della tolleranza e dell’affetto fraterno elevando le fanciulle ad un ambiente più civile di noi stessi se non vogliamo che si diano la taccia del popolo ignorante e barbaro… Di fatto qual è il paese dell’Anglona più miserrimo del nostro? Questa miseria è causata dall’educazione brutale delle madri che inculcano nella prole le massime della vendetta e poi ne otteniamo i frutti corrispondenti… Ciò che manca è l’educazione che crea civiltà”. Il rapporto di un certo chiaramontese con il potere è spesso ambivalente. Sopporta con difficoltà e invidia chi lo detiene, lo desidera e quando lo raggiunge si circonda solo di amici che accettano un rango subalterno. Non sempre gioisce dei successi dei compaesani, ne mette in dubbio il valore, le capacità, la correttezza. Il forestiero vale quasi sempre di più, l’erba del vicino è sempre più verde. Peccato! Lo spirito del Signore, infatti, soffia in ogni luogo e dispensa carismi a tutti. Anche ai chiaramontesi.A buon intenditor poche parole.
    Giovanni Carmelo Marras

    scriptor
    aprile 2nd, 2011
  2. Grazie, caro Gianni, dell’illuminato contributo. Per conto mio come al solito
    cercherò di dare il mio sia pur modesto contributo al mio paese senza curarmi tanto di piccoli e grandi legumi che vogliono fare i re dell’orto.
    Ange de Clermont

    scriptor
    aprile 2nd, 2011

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