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Storia della chimica in Sardegna di Paolo Amat di San Filippo

La Chimica nell’Isola, almeno fino ai primi anni del 1900, non comparve come protagonista nell’attività industriale, in quanto prevalentemente fu associata all’industria metallurgica.

Metallurgia

Tralasciando quei processi che pur chimici appartengono alla mineralurgia, quali la calcinazione delle calamine o l’arrostimento desolforante dei solfuri, ci occuperemo della riduzione sia termica che elettrolitica dei metalli.

La riduzione “in loco” dei minerali sardi fu dettata, almeno in origine, dall’esigenza di verticalizzare minerali “poveri” non esitabili sui mercati esteri.

Acquistavano i minerali piombiferi sardi l’Olanda, il Belgio, e l’Inghilterra, ed a Genova la Società Pertusola.

Le calamine invece venivano prevalentemente acquistate dal Belgio e dalla Francia.

La realizzazione, tuttavia, di una qualsiasi intrapresa industriale nell’Isola presupponeva, oltre alle materie prime: idee, capitali, tecnologia, manodopera, e condizioni ottimali al contorno.

Le materie prime c’erano, ma le idee, i capitali, la tecnologia, e la manodopera specializzata dovevano venire da fuori.

Anche le condizioni ottimali al contorno non lo erano affatto, mancavano infatti quasi del tutto corsi d’acqua dai quali ricavare forza motrice, le vie di comunicazione erano poche e precarie, intere zone erano inabitabili per la malaria, ed il carattere delle popolazioni da cui si sarebbe potuta ricavare la manodopera era a dir poco singolare.

Non si deve dimenticare che la prima strada rotabile degna di questo nome in Sardegna fu la Carlo Felice iniziata intorno al 1823, che nel 1879 erano stati da poco aperti i tratti ferroviari Cagliari-Oristano e Decimo-Iglesias, e che la Malaria fu praticamente debellata solo nel 1948.

Deve però ancora venir ricordato che già dal 1864 era in funzione, tra la miniera di San Leone e la Maddalena spiaggia, una ferrovia a scartamento ridotto, costruita dalla Società Mineraria Pétin Gaudet, per un percorso di 15,4 Km., e che dall’agosto 1880 funzionò la ferrovia privata della Società di Monteponi, che oltre al trasporto dei minerali assicurava, per il percorso Monteponi-Portovesme, anche il servizio pubblico merci e passeggeri.

Capitali, idee, tecnologia e personale stranieri diedero luogo alla prima industria metallurgica del Regno di Sardegna nel 1741.

Una società multinazionale, realizzata dal console di Svezia nel Regno di Sardegna Carlo Gustavo Mandell, che era ingegnere minerario, costruì, in quell’anno, a Villacidro una Fonderia per piombo e argento, che iniziò a lavorare con 150 persone, fra minatori, fonditori, ed artigiani, provenienti prevalentemente dalla bassa Sassonia.

Dopo un anno la malaria ne aveva ucciso ben 50.

Gli operai stranieri che venivano pagati a settimana venivano frequentemente rapinati del loro salario da parte di sardi.

Una squadra di tedeschi, che in preda al vino dormiva in una baracca, fu arsa viva dolosamente da sardi, senza che vi fosse stato in precedenza un qualche alterco od altro con questi.

Lo stesso economo della fabbrica fu sgozzato dai carradori che trasportavano il minerale dalle miniere alla Fonderia, per protesta contro il basso prezzo con cui veniva pagato il minerale.

Un caposquadra fu fatto saltare in aria con l’esplosivo che i minatori sardi avevano imparato ad usare da quelli tedeschi.

Nel 1759 era presente, in Sardegna, un solo minatore tedesco.

L’Intendenza Generale, dal canto suo, osteggiò con ogni mezzo il Concessionario finchè riuscì ad annullare la concessione.

La necessaria sostituzione del personale esperto tedesco ormai scomparso con maestranze inesperte sarde permise la prosecuzione dell’attività della Fonderia, a scapito però della produzione e del rendimento.

Passata la gestione della Fonderia allo Stato, a seguito della morte del Concessionario e dell’annullamento della Concessione, dopo un pari periodo di produzione si dovette constatare che, pur senza aver speso una lira di manutenzione, la gestione pubblica aveva prodotto un introito inferiore a quello assicurato, al Fisco, dal Concessionario.

E questi era stato perfino accusato di occultare i guadagni.

Taluni fattori, contro i quali dovette lottare il Mandell a suo tempo, ostacolano a tutt’oggi l’imprenditoria privata.

Dopo svariati tentativi di gestione più o meno pubblica delle miniere, nel 1858 la Società di Monteponi costruì una fonderia alla periferia di Domusnovas.

Questa fonderia operò trattando le vecchie scorie metallurgiche della zona fino al 1872.

Intorno al 1850 si verificò una particolarmente favorevole congiuntura per le miniere sarde, che portò nel 1859 al ripristino, ad opera di certo Salvatore Melis, della fonderia di Villacidro, che però dovette chiudere nuovamente nel 1864.

Alcuni anni più tardi, nel 1887 certo Giovanni Battista Fois-Farci, che aveva imparato in Piemonte la professione di calderaio, riattivò la fonderia di Villacidro, o ne costruì una poco distante, per ridurre metalline di rame e fabbricare tegami di rame.

Questa fonderia che pur produceva ottimi manufatti, operò solo per 20 anni.

Nel 1893 fu danneggiata dallo straripamento del rio Leni.

Le fonderie in Sardegna si moltiplicarono: ne sorse una nel 1860 a Fluminimaggiore ad opera di Enrico Serpieri, che chiuse però nel 1872; una nel 1862, a Masua, ad opera della Società di Montesanto, che chiuse nel 1890; una sempre nel 1862 a Cagliari, presso Bonaria ad opera dell’imprenditore Timon, che però funzionò solo per due anni, ed un’altra nel 1867, ad opera sempre del Serpieri, a Funtanamare che operò fino al 1889.

Nel 1882 fu costruita a Villasalto una fonderia per liquare il solfuro d’antimonio, che operò con alterne vicende fino ai nostri giorni, producendo antimonio, ossido e solfuro d’antimonio.

Nel 1895 fu costruita la fonderia di Monteponi, della Società omonima, che nel 1900 fu l’unica fonderia di piombo in Sardegna.

Oltre al piombo la Monteponi produsse argento, antimonio, mercurio, minio, ossido di zinco, rame, solfato di rame, ed ovviamente acido solforico.

Nel 1923 a Monteponi fu costruito il primo impianto elettrolitico per lo zinco.

Questo impianto risultava dall’integrazione delle esperienze dell’ing. Ferraris del 1883 con i ritrovati del 1917 del Prof. Livio Cambi.

L’energia elettrica necessaria per l’elettrolisi era prodotta, in un primo tempo da una centrale alimentata col carbone di Terras Collu, e successivamente dalla centrale di Portovesme sempre alimentata a carbone Sulcis che, nel 1927 era stata ceduta alla Monteponi dall’Elettrica Sarda.

Nel 1927 la Monteponi costruì un impianto per acido solforico da piriti, inizialmente a camere di piombo, ed in seguito catalitico.

L’impianto elettrolitico di Monteponi funzionava ancora nel 1972.

A seguito di accordi tra la Monteponi e la Montevecchio nel 1930 fu costruita la fonderia di San Gavino, dove con una oculata integrazione dei processi termici ed elettrolitici si produsse piombo, argento, rame, e bismuto.

Qualche anno più tardi, nel 1933 si costituì una nuova Società Montevecchio, con capitale paritario Monteponi-Montecatini, essendosi già la ex Montevecchio fusa con la Monteponi.

Lo stabilimento di San Gavino, dove la raffinazione termica del piombo era stata sostituita con quella elettrolitica, era ancora attivo nel 1972.

Esplosivi

Altri procedimenti chimici industriali degni d’esser ricordati sono quelli connessi con la produzione di polvere da sparo e la raffinazione del salnitro che venivano realizzati nella Reale Fabbrica delle Polveri di Cagliari.

Questa, istituita nel 1766 ed ubicata nel luogo in cui ora si trova il Giardino Pubblico, all’incirca nell’edificio che ora ospita la Biblioteca e l’Archivio Comunali, operò fino al 1868, utilizzando il salnitro proveniente dai varii luoghi nitriferi dell’Isola, o acquistandone all’estero.

I quattro cavalli che inizialmente facevano girare le macchine, dal 1777 e fino a circa il 1835, furono sostituiti, per risparmiare, dai forzati delle vicine carceri di San Pancrazio.

La Fabbrica delle Polveri subì due cruente esplosioni: la prima nel 1822 con 11 vittime, e la seconda nel 1868 con sette.

Nel 1870 sorse a Domusnovas, ad opera del cagliaritano Temistocle Pergola, una fabbrica di polvere da mina, che impiegava una ventina di operai, e che forniva, alle miniere, esplosivo a metà prezzo rispetto a quello della Regia Polveriera.

Con l’introduzione, anche nelle miniere della Sardegna, dell’uso della dinamite, inventata dal Nobel nel 1867, la richiesta di polvere nera da mina calò ed il polverificio Pergola chiuse.

Il Pergola installò a Cagliari un impianto per l’estrazione dell’olio dalle sanse con solfuro di carbonio, ma fallì nel 1887.

Nel 1888 sorse, ad Antigori, presso Sarroch, ad opera di Ercole Antico , pressapoco dove si trova ora la Nurachem, la Società Sarda Materie Esplodenti.

Questa produceva dinamite, polveri da caccia infumi e miccia a lenta combustione.

La produzione degli anni 1888-1900, con un organico di 108 addetti, di cui 22 donne fu: Dinamite 120-130 T/anno, Polvere alla nitrocellulosa “Ichnusa” 4,0-5,4 T/anno, Miccia 400-1500 Km./anno.

Anche in questo stabilimento si verificò, nel 1889, uno scoppio fortunatamente senza vittime.

Vetrerie

Molti furono i tentativi, fatti in Sardegna, per realizzare vetrerie.

La prima concessione fu rilasciata ai fratelli Peretti di Chambery nel 1751.

Negli anni 1828-30 il Consigliere di Stato Giovanni Maria Mameli “de Mannelli” figlio di quell’Antonio Vincenzo che, esecutore testamentario del Mandell, era stato economo interinale della Fonderia di Villacidro negli anni 1759-1762, scrisse un interessantissimo pro-memoria nell’intento di convincere potenziali “Capitalisti” ad installare delle vetrerie nell’Isola

Nel 1892 il Conte Pinna ne costruì una a Macomer che chiuse dopo breve tempo.

Nel 1897 la Società Gennamari-Ingurtosu impiantò ad Arbus una vetreria, dotata di forni a gas, per la fabbricazione di damigiane, bottiglie, bottiglioni, e barili di vetro.

Uno dei motivi del fallimento di queste intraprese fu la assoluta irreperibilità, nella Sardegna del tempo, di combustibili adatti.

Un identico problema si presenta ai nostri giorni.

Saponifici

Anche la fabbricazione del sapone ebbe i suoi pionieri.

La prima concessione fu rilasciata al duca di S. Pietro & Soci, nel 1750, altra simile successivamente a Domenico Picinelli nel 1794, altra ancora al Pollini, sempre a Cagliari nel 1808.

Negli anni 1879-1884 il negoziante di Cagliari Nicodemo Pellas, installò una fabbrica di sapone dotata di caldaie a vapore, della potenzialità di 3 tonnellate di sapone. Nel 1892 a Sassari la ditta Ardisson iniziò a produrre sapone.

Concerie

Nell’Isola c’erano parecchie concerie, a livello però artigianale.

Nel 1808, il maestro conciatore Francesco Manca di Cagliari fu autorizzato ad esercitare la sua arte fuori di Porta Stampace, in deroga agli ordinamenti del gremio dei Conciatori.

Sempre a Cagliari, nel 1848, aperse una conceria il francese Gavaudò.

Nel 1881 a Sassari operavano le concerie Costa e Spissu, ed a Iglesias la conceria Magrini.

Nel 1883 le concerie in attività erano: 7 a Cagliari, una a Guspini, 2 a Gonnosfanadiga, una a Lanusei, 2 a Bosa, una a Tortolì, e 3 a Santulussurgiu.

Le più importanti operavano a Cagliari (Gavaudò, Spissu, Piroddi) ed a Bosa (Mocci-Marras); la più moderna era la Spissu di Cagliari.

Negli anni 1894-95 le concerie di Cagliari diminuirono di numero per effetto della concorrenza di quelle delle altre province (Bosa) che disponevano di maggiori capitali e di personale più capace.

Industrie chimiche

Negli anni 1874-78 sorse a Cagliari nella zona di Monte Mixi, ad opera di certo Luigi Boi-Randaccio, uno stabilimento chimico dove venivano prodotti solfato sodico, acido cloridrico, rame, zinco, piombo ed ossido di zinco.

Dal 1914 al 1919, a San Pantaleo di Santadi, la Società francese Hauts Fourneaux, consociata della Pétin Gaudet, produceva annualmente 20.000 tonnellate di carbone di legna.

Questo veniva ottenuto sottoponendo a distillazione secca il legname tagliato nei più di 10.000 ettari di bosco della zona che erano, da circa 40 anni , di sua proprietà.

Distillando dopo neutralizzazione con calce il distillato pirolegnoso, si otteneva il metanolo; dalla pirolisi dei sali di calcio del cosidetto” aceto pirolegnoso”, si otteneva acetone.

Questo composto, durante la guerra 15-18, veniva utilizzato dall’Aereonautica Militare come solvente per le vernici degli aerei dell’epoca.

Nel 1935 per un breve periodo di tempo funzionò presso l’impianto di elettrolisi del Coghinas un impianto per la sintesi del metanolo su brevetto del professor Natta.

Fiammiferi

Nel 1884 a Sassari esisteva la fabbrica di fiammiferi della ditta Cosseddu, mentre la fabbrica di fiammiferi di Giovanni Giganti, trasferitosi da Selargius a Cagliari, con nuove macchine e 20 operai, per incrementare la produzione,, dopo due gravissimi incendi dovette chiudere.

Gas da carbone

Nel 1868 si inaugurò a Cagliari l’impianto di illuminazione a gas costruito dalla Società Water Gas and Water Company.

Il gas, ottenuto per distillazione secca del carbone fossile Cardiff, veniva miscelato, per maggior economia, probabilmente con “gas d’aria” e “gas d’acqua”

Nel 1883 mentre il prezzo del Cardiff per uso metallurgico era di 8,82 lire la tonnellata e quello della lignite sarda 12 lire; l’onere del dazio consumo gravava per 4 lire la tonnellata.

Però, poichè il rendimento della lignite era un terzo di quello del Cardiff, per avere lo stesso effetto termico di una tonnellata di questo, occorrevano 1.350 Kg. di lignite, il che costava 16,20 lire.

La prima gassificazione del carbone sardo fu quella effettuata nel 1886 a Monteponi per riscaldare i forni a riverbero per la calcinazione delle calamine fini.

La seconda ebbe luogo nella vetreria della Ingurtosu- Gennamari nel 1897, è però probabile che l’officina del gas di Cagliari, già dall’inizio abbia talvolta distillato od anche gassificato, insieme al carbone Cardiff anche del carbone Sulcis.

Dal 1899 al 1907 la Monteponi riscaldò i forni per la metallurgia termica dello zinco con gas di gassogeno, ottenuto dalle ligniti di Terras Collu.

Nel 1932 funzionava, a S. Giovanni Suergiu, per conto della Compagnia Mineraria del Sulcis, un piccolo impianto per la distillazione a bassa temperatura del carbone sardo, della potenzialità di 200 T/giorno.

Questo impianto produceva annualmente 4000 tonnellate di “olii bianchi”, 4 tonnellate di catrame e 4 tonnellate di gas.

Nel 1936 il potenziamento della fonderia di San Gavino previde l’utilizzo del gas di gassogeno per il riscaldamento dei forni metallurgici.

I gassogeni avrebbero funzionato a marcia continua, e sarebbero stati alimentati a carbone Sulcis.

Il gas di gassogeno aveva un potere calorifico inferiore di 1.621 cal/mc.

Il carbone il cui prezzo sul Continente era di 210 lire a tonnellata, per effetto del trasporto a San Gavino veniva a costare 350 lire.

Negli anni 1939-40 funzionò a S.Antioco un impianto per la distillazione a bassa temperatura ed a bassa pressione del carbone Sulcis della potenzialità di 100.000 T/anno.

Il gas ottenuto aveva un potere calorifico di 4.942 cal/mc.

Ceramiche

Dal 1883 era in funzione a Cagliari la Società Ceramica Sarda che, dotata di forni “Chinaglia”, produceva laterizi.

In quell’anno si producevano stoviglie non pregiate ad Assemini, Pabillonis, Oristano, a Quartu ed a Quartucciu funzionavano 5 fornaci di mattoni, ed una per mattoni refrattari ad Iglesias.

A Cagliari sorse, nel 1918 la Ceramica Industriale che fino ai giorni nostri produsse refrattari e chamotte (SANAC) .

Fertilizzanti

Dal 1924 al 1967 operò a Cagliari, a Santa Gilla, l’impianto della Montecatini, per la produzione di perfosfati, a partire da fosforiti tunisine.

L’impianto produceva , dalle piriti sarde, l’acido solforico necessario al processo e un sottoprodotto, l’acido fluosilicico, che trovava impiego, nell’impianto elettrolitico di San Gavino, come elettrolita .

Dopo la costruzione, ad opera della SocietàSarda-Ammonia, della diga del Coghinas, nel 1927, sorse a Oschiri un impianto per la produzione di solfato ammonico.

L’ammoniaca veniva sintetizzata col processo Fauser a partire da idrogeno, ottenuto per elettrolisi alcalina dell’acqua, e da azoto ottenuto per liquefazione dell’aria; l’acido solforico veniva preparato da piriti e l’acido nitrico necessario, veniva preparato dal Nitro del Cile.

Saline

Per le sue condizioni climatiche particolarmente favorevoli, e la gran quantità di bacini salmastri, stagni e lagune, la Sardegna ha sempre prodotto salmarino.

Questo prodotto fu commercializzato, già intorno all’anno 1000 dai monaci Vittorini di Marsiglia che gestivano caselle salanti a Cagliari, Quartu, Pula, S. Antioco, Oristano, Muravera, ed in altri luoghi litoranei dell’Isola.

Grazie agli elenchi degli acquirenti del sale (Sal a manùt) reperibili all’Archivio di Stato di Cagliari, è possibile, oggigiorno, conoscere quali villaggi della Sardegna erano abitati o meno nei secoli XIII e XIV.

Durante il periodo spagnolo le saline rientrarono nelle concessioni feudali o allodiali.

Nel periodo sabaudo, le più importanti, quelle di Cagliari, Quartu e Carloforte, furono a gestione Regia.

Nel litorale cagliaritano, però, in territorio di Capoterra, vi furono alcune caselle salanti costruite e gestite da privati, quali esempio il commerciante Vallaca, e il Marchese di Villahermosa.

L’importanza di questa merce era tale che nella metà del XVIII secolo la Svezia forniva al Regno Sardo polvere da sparo e cannoni in cambio di sale.

Non possedendo il Regno Sardo una flotta, si pensò addirittura di commissionare i vascelli agli svedesi pagando col sale.

La gestione delle Saline Regie funzionò col sistema delle Comandate, ossia ordinando agli abitanti delle zone limitrofe di fornire uomini e mezzi per la raccolta ed il trasporto del prodotto.

Anche i forzati del bagno penale di S. Bartolomeo furono impiegati nelle saline di Quartu, del Poetto, e di Giorgino.

Le Comandate causavano molti malumori e frequenti proteste da parte dei Consigli Comunitativi di quelle ville sulle quali ricadeva quest’onere, e il fatto non incentivava certo la produzione.

Nel 1852 il francese Benvenuto Dol ottenne l’appalto cinquantennale delle saline di Cagliari.

La produzione del sale, che sotto la gestione regia si aggirava intorno alle 34.000 tonnellate, salì, nel 1858 a 110.032 tonnellate e, nel 1863, a circa 152.000 tonnellate.

Sotto la gestione Dol, che utilizzava anche i forzati del bagno Penale di S. Bartolomeo, salvo in due anni nei quali le piogge troppo abbondanti ne limitarono la produzione, questa , annualmente, oscillò intorno alle 160.000 tonnellate.

Oltre al cloruro sodico veniva anche prodotto cloruro potassico.

Il sale prodotto, defalcata una quantità di spettanza regia, pari a circa 100.000 tonnellate, veniva prevalentemente esportato. Il suo prezzo, che nel 1888 oscillava fra le 10 e le 11 lire a tonnellata, calò, nel biennio 1984-95 a 8-8,5 lire.

Il sale macinato (fino) valeva 25 lire a tonnellata

Il consumo interno, nel 1897 ,si aggirò su 6.500 tonnellate.

Nel 1900, dopo 46 anni di conduzione privata, le saline di Cagliari tornarono ad essere gestite dallo Stato.

Dal dopo guerra ad oggi, in conseguenza dell’incontrollato sviluppo urbanistico dei paesi limitrofi, le acque dei bacini di concentrazione e delle caselle salanti delle saline del Poetto e di Quartu, per la commistione con scarichi fognari, sono giunte ad un livello di inquinamento tale che l’utilizzo del sale proveniente dalla loro concentazione potrebbe risultare pericoloso.

La produzione, pertanto, è stata sospesa.

La Salina di Stato del Poetto, un tempo elemento produttivo della zona è ora soltanto un complesso di opere più o meno fatiscenti, abbandonato all’ingiuria del tempo e degli uomini.

Su una tale azienda gravano, oggigiorno, i salari di maestranze in numero circa dieci volte superiore a quello minimo necessario per assicurare la massima produzione.

Nel 1927 il generale Luigi Contivecchi ottenne la concessione, novantanovennale per la costruzione e l’esercizio di una salina a Macchiareddu, nel territorio compreso tra Cagliari e Capoterra.

Realizzate importanti opere di bonifica, la Società Contivecchi divenne in breve tempo la più importante azienda privata del ramo.

Il Salmarino prodotto, di eccellente qualità, conquistò subito il mercato scandinavo.

Oltre al cloruro sodico, che era il prodotto principale, la salina di Macchiareddu produsse anche cloruro e solfato di magnesio, sali potassici, e persino bromo.

Passata di recente all’ENI, la salina ex Contivecchi ha prodotto, da allora, quasi esclusivamente per gli impianti cloro-soda degli stabilimenti petrolchimici di Macchiareddu-Grogastu-Assemini.

Commenti

  1. Raccolta di notizie e dati storici interessanti. Ringraziamenti e complimenti.

    Francesco Pirlo
    maggio 10th, 2019

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