Categoria : politologia

L’Europa delle incertezze di Paolo Pombeni

E’ sotto il segno dell’incertezza che si è chiuso il mese di giugno. L’Europa sembra fatichi a rimettersi da una crisi economica che l’ha costretta a fare i conti coi suoi limiti e soprattutto che ha messo a nudo le farraginosità di alcuni suoi meccanismi. Su questo punto ha ragione Delors che, lucidissimo al compimento dei suoi 85 anni, ha messo il dito nella piaga dichiarando che l’abolizione di quello che ha chiamato «il metodo comunitario» per dare spazio ad un incerto e traballante «metodo intergovernativo» è alla radice dell’impasse attuale. Ciò che però Delors non dice è che il metodo comunitario è molto difficile in presenza di una UE a 27 membri, con disparità interne notevoli, e soprattutto nel momento in cui il sistema di governance dell’Unione è stato pasticciato mescolando istituzioni che vorrebbero essere «comunitarie» e riserve di sovranità per i singoli membri che temono di essere messi sul banco degli imputati.

Poche cose possono spiegarlo meglio di quel che sta avvenendo con la messa in piedi del «Servizio Europeo di Azione Esterna», cioè il supporto tecnico dell’Alto Commissario Ashton. Si vocifera che sia in atto un sostanziale mercato tra gli stati membri per dividersi le sedi estere da presidiare, mentre non si sa dove trovare «tecnici» che si sentano più espressione della UE che non dei paesi in cui si sono formati. Questo mette ancor più in risalto la debolezza della guida, in quanto dovrebbe essere la Ashton a dare forma ad un servizio diplomatico che è tutto da inventare, sia perché bisogna dargli una «identità» (ed è impresa tutt’altro che facile), sia perché bisogna trovare il modo di sottrarlo alla dipendenza dalle grandi tradizioni diplomatiche che sono in campo, a cominciare da quella britannica e da quella francese.

Pazienza per l’imperizia e lo scarso appeal della Ashton, se la UE avesse comunque una guida ben visibile. Invece quel che si lamenta quasi da tutti è in un momento tanto delicato si faccia fatica a capire chi tenga veramente le redini in mano. Barroso va a tutti i vertici internazionali, ma cosa faccia, a parte apparire nelle foto ricordo, è un enigma che la stampa europea non ci svela. Del resto i vari capi di stato della UE non diciamo si premurano di oscurarlo, perché non ce ne è alcun bisogno, ma non fanno nulla per ricordare che l’Unione è o dovrebbe essere il loro punto di riferimento. Del presidente van Rompuy è difficile dire. Gran parte della stampa europea lo giudica un fallimento, mentre il «Financial Times» lo valorizza e sostiene che sta facendo un grande lavoro (però la valutazione positiva del quotidiano economico britannico, che non è proprio un sostenitore della UE, somiglia un po’ al bacio della morte…). Come che sia, si può tranquillamente dire che a livello di opinione pubblica generale non ha sfondato e che la gente non pensa a lui come il «volto» dell’Europa sulla scena internazionale. In questo contesto tutta l’attenzione finisce per concentrarsi sull’eterno tema dell’asse franco-tedesco, che scricchiola, ma non cede. Le visioni sul futuro di Parigi e Berlino non sembrano esattamente coincidenti, ma alla fine trovano un compromesso almeno momentaneo.

La cancelliera Merkel punta tutto sul rigore finanziario e vorrebbe mettere sotto tutela i paesi che sgarrano, ma non riesce in realtà ad andare oltre le affermazioni di principio. Il suo incubo è l’inflazione, perché, cosa che i suoi partner non valutano, metterebbe in crisi la coesione sociale del suo paese, in cui il terrore di dover pagare la nuova dimensione geografica con una perdita di benessere è piuttosto forte. Quando alcuni commentatori parlano di una «Germania potenza quasi senza volerlo» è questo che hanno in mente. La Francia ha al contrario il problema di voler essere una potenza, ma sta dubitando di avere ancora i mezzi per permetterselo. Di qui l’attivismo, peraltro un po’ appannato, di Sarkozy che si offre come sponda a chi ritiene che accanto alla difesa dell’inflazione ci debba essere il sostegno alla crescita. Lo scontro fra il presidente della BCE Claude Trichet e quello della Bundesbank Axel Weber sembra innestato su queste differenze di fondo. Adesso a fare il terzo che osserva e si riserva di intervenire al momento opportuno sembra esserci la Gran Bretagna di Cameron. Il premier conservatore ha dismesso i panni dell’euroscettico, che sono fuori tempo, perché la minaccia di una «intromissione» di Bruxelles negli affari interni del suo paese è inesistente. Può così mettersi ad esercitare il ruolo del partner in un gioco inter-governativo in cui la Gran Bretagna non ha difficoltà a trovarsi a suo agio. Come si è visto anche nel vertice di Toronto del G8-G20 dove alla fine si è concluso molto poco. Il fatto è che l’Europa è in movimento e la sfida dei risorgenti nazionalismi, per non dire degli egoismi nazionali, continua ad incombere come una minaccia reale. Se non si parte dal prendere in considerazione questo orizzonte, si farà fatica ad andare lontano.

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