Categoria : cultura

La crisi rilancia l’Europa? di Paolo Pombeni

Come era facile attendersi l’attenzione principale della stampa europea riguarda il futuro della zona euro, messo in relazione con il futuro stesso dell’Unione Europea. Da un certo punto di vista si potrebbe dire che i paesi che hanno adottato l’euro sono solo 16 su 27 e fuori ci sono nazioni importanti come la Gran Bretagna, la Danimarca e la Svezia. Da un altro è difficile negare che l’euro è stato sino a ieri una storia di successo, per cui esso ha rappresentato la carta di accreditamento delle possibilità notevoli dell’Unione di sfidare il mondo: del resto il superamento ampio della parità col dollaro, un traguardo che all’inizio pareva assai difficile, aveva alimentato questa illusione.

La crisi greca è stata da più di un punto di vista una crisi nella zona della moneta unica, ma non è stata affatto circoscritta ad essa: non solo perché le banche indebitate con il governo di Atene appartenevano all’intera area UE, ma anche perché un collasso di un membro dell’Unione avrebbe inevitabili ripercussioni su tutti gli altri. L’inserzione della crisi greca nella crisi della finanza mondiale non è stata una semplice coincidenza. Per questo complesso di ragioni l’attenzione della stampa europea è fortemente concentrata sulle conseguenze che la situazione attuale può avere sul sistema di governo di un’area che si colloca a metà fra una unione volontaria fra un gruppo di stati che si sono dati una moneta comune e l’intero sistema comunitario che in parte dipende dal e in parte condiziona il governo di quella moneta unica. Non sempre l’ambivalenza di una simile situazione viene colta dagli analisti e commentatori. L’esempio più evidente di essa è dato dalla posizione della Gran Bretagna che non è parte dell’eurozona, ma è ben dentro la crisi economica attuale con un deficit di bilancio rilevante, e che in ogni caso è un partner di peso nelle dinamiche della Unione Europea. Ci sono molti commenti sulla posizione relativamente nuova del governo Cameron, che non appare al momento stupidamente euroscettico come vorrebbero i pasdaran conservatori, probabilmente per l’influsso dei liberaldemocratici che sono parte della coalizione e che sono invece convinti europeisti. Ciò è senza dubbio interessante, ma rimane il fatto che l’eventuale spazio politico che questa crisi apre per il nuovo premier inglese è quello di un “estraneo” che vuol ficcare il naso negli affari interni (il bilancio) di stati che hanno una moneta a cui lui non partecipa. Per di più si tratta di un estraneo che non tollera ingerenze ben minori e meno invasive nei suoi affari interni. Ecco allora che si torna al nodo della questione: il governo della moneta unica non può essere un affare “comunitario”, ma non funziona neppure se è governato da una semplice convenzione finanziaria fra stati sovrani, soprattutto perché, come si sta vedendo in questi mesi, l’unione monetaria non è una porta girevole in cui si entra e si esce senza troppi problemi. Si torna così, senza troppa consapevolezza, non solo all’ipotesi dell’Europa a due velocità, anzi secondo alcuni a tre (una area euro forte, una area euro debole, una area non-euro), ma al tema della governance di questa nuova situazione. L’invocazione dell’asse franco-tedesco è un mantra che non convince più di tanto, anche per le divergenze fra Sarkozy e Merkel (che peraltro sono a fasi alterne), ma soprattutto per la difficoltà di collocare questo asse all’interno della realtà di una Unione a ventisette. Quando l’asse aveva un significato, era inteso come il “motore” di una macchina comunitaria che esso era in grado di assemblare e controllare. Ci pare molto arduo pensare che possa essere di nuovo così: ci sono divergenze di posizione fra i due paesi (non si dimentichi che la Germania attuale è uno stato piuttosto diverso da quello che si è conosciuto fino agli anni Ottanta), ma soprattutto il sistema di governo dell’Unione risponde ad equilibri molto più complicati e deve fare i conti con un parlamento europeo i cui poteri non sono del tutto irrilevanti. Sarkoszy che è un realista ha lanciato, un poco in sordina in verità, la proposta di un direttorio economico fra i governi dell’eurozona con un segretariato permanente: un modo per coordinare con forza le singole politiche economiche , ma senza ledere il principio della sovranità nazionale. Si potrebbe così evitare il ventilato controllo della commissione sui bilanci nazionali, un potere di intrusione difficile da giustificare e da far digerire ad una “comunità” riottosa ad accettare che un organismo fatto politicamente col bilancino della distribuzione fra tutti e amministrativamente con un complesso di alti burocrati giudicati “irresponsabili” possa non solo intromettersi nelle vicende interne, ma farlo in modo che ciò sia accettato come legittimo dalle popolazioni che eleggono i governi nazionali. Trovare una soluzione a questo rebus è il compito che attende la UE se non vuole correre il serio rischio di cambiare pelle.

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