Categoria : cultura

Il progresso e l’ambiente di Paolo Amat di San Filippo

Il processo di sviluppo dell’uomo, nella sua evoluzione dall’Homo Sapiens, attraverso l’Homo Faber, fino all’Homo Tecnologicus, ha avuto un prezzo che, fin dall’inizio, è stato a carico dell’ambiente nel quale l’uomo viveva ed operava. Come nella trasformazione termodinamica del calore in lavoro una certa quantità dell’energia termica non viene utilizzata perché va ad incrementare l’Entropia del sistema, così anche in una qualsiasi trasformazione chimica, quando una materia prima A, per azione di agenti chimici o energetici B, produce il composto C, contemporaneamente si forma sempre un’altra entità D, di differente configurazione.

Q = L + E A + B ——> C + D

Quando bruciamo, al fine di ottenere energia termica, idrocarburi, come il Metano, il Propano, o il Butano, composti esclusivamente da Carbonio e Idrogeno, la combustione avverrà a spese dell’Ossigeno, ed accanto al calore produrremo Acqua e Anidride Carbonica.

CH4 + 2 O2 ——> CO2 + 2 H2O + Calore

Se il combustibile fosse Carbone, accanto al Calore e alla CO2, avremo le ceneri.

Il carbone Sulcis, per esempio, produrrà in più anche una certa quantità di Anidride Solforosa SO2.

Nei processi d’estrazione e d’arricchimento dei minerali si producono sterili, nei processi metallurgici intesi ad ottenere i metalli dai minerali, si producono scorie.

L’uomo stesso, nella sua attività, ha prodotto scorie, comprese anche quelle cataboliche, che aumentavano proporzionalmente al suo ritmo di sviluppo, e che si è limitato ad allontanare dal suo spazio abitativo.

Qualora le scorie prodotte fossero state disperse in una vasta area, non avrebbero suscitato, nel singolo individuo alcuna apprensione, e sarebbero state, in un certo qual modo, da lui tollerate.

L’utilizzo del legno come combustibile, e come materiale da costruzione, portò alla graduale scomparsa delle foreste in molte zone del pianeta. L’adozione delle macchine a vapore, a partire dal secolo XVII cooperò a questo depauperamento. Il successivo utilizzo dei combustibili fossili portò alla creazione di ghetti minerari in molti paesi d’Europa, e alla formulazione di ideologie socio-politiche economiche, alcune delle quali si realizzarono solo ad un prezzo molto alto per l’intera umanità.

Qualsiasi attività umana è, pertanto, strettamente connessa con un inevitabile “Fattore Entropico”, che graverà negativamente su tutta l’umanità, e non solo su coloro che la svolgono, sia sull’ambiente nel quale l’umanità vive.

I popoli sviluppati, resisi conto dell’importanza di questo “Fattore Entropico”, hanno incominciato a porsi il problema di limitarne le conseguenze.

Lo stesso incremento demografico pone grandi problemi, basti pensare all’esigenza di approssimare il tenore di vita di molte popolazioni, almeno a quello delle nazioni di medio sviluppo, alle richieste d’abitazioni conseguenti all’inurbamento e all’emigrazione più o meno regolare, ai problemi connessi con l’approvvigionamento idrico, energetico, alimentare, al controllo della desertificazione di molte plaghe della terra, alla lotta contro le epidemie, e in fine allo smaltimento dei rifiuti urbani e industriali.

Anche quando, per esempio si fabbrica una casa, si apportano modifiche all’ambiente. Infatti si cavano pietre, sabbia, si utilizza calce, prodotta da rocce calcaree, cemento prodotto da marne e argille, si utilizzano mattoni prodotti a partire da argille, il tutto proveniente da cave realizzate in qualche posto. Lo stesso materiale dello scavo delle fondazione e di risulta della costruzione dell’immobile, abbancato da qualche parte ne modifica lo stato originario. Altrettanto si compie quando “per giustificati motivi” si disboscano intere aree, si “bonificano” stagni e lagune, si devia o si sbarra il corso di un fiume o se ne restringe l’alveo.

Il progresso inoltre richiede grandi quantità d’Energia.

La prima sensibilizzazione mondiale, a parte qualche sporadica precedente “vox clamantis in deserto”, risale al 1961: In quell’anno, infatti, s’iniziò a considerare l’opportunità di limitare gli effetti dannosi che i processi tecnologici, intimamente connessi con l’incremento demografico, potevano provocare all’Uomo, alla Natura, e al Paesaggio.

Nel 1970 il Consiglio d’Europa promosse, in quest’ottica, convegni, dibattiti, e editoriali che ebbero una certa risonanza mondiale. Da quella data, però, “l’occuparsi d’Ambiente2 è diventato di moda ed anche un “business”. L’iniziativa, a dire il vero, ha avuto il merito di promuovere lo studio serio di molti problemi, alcuni dei quali, grazie a ciò sono in via di soluzione: Tuttavia, come in molti periodi “critici” della Storia, anche ora sono sorti “eco-profeti” con particolare propensione al pessimismo. “Mille e non più mille” si predicò tanti anni fa, e “duemila e non più mille” pare si voglia profetizzare oggi da certi “eco-terroristi”.

Il pessimismo di alcuni scienziati e ricercatori è stato spinto fino alla previsione di catastrofi a livello mondiale, o addirittura universale. Ciò deriva dalla trattazione di risultati sperimentali ottenuti su alcuni fenomeni ai fini di una modellazione tematica più assiomatica che obiettiva.

Esporrò alcune mie considerazioni su alcuni temi sui quali si è molto parlato nel mondo in questi ultimi tempi.

Anidride Carbonica ed Effetto serra

Diffusa preoccupazione ha suscitato la profetizzata possibilità che l’incremento del tasso d’Anidride Carbonica nell’atmosfera possa provocare un aumento della temperatura media del Globo, con conseguente variazione del clima di alcune Regioni.

La CO2 fungerebbe da schermo unidirezionale nei riguardi della radiazione solare; essa assorbirebbe, infatti, la radiazione infrarossa, re-irradiando, verso il basso, o riflettendo quella riemessa dalla Terra che, in mancanza della CO2 verrebbe rimandata nell’atmosfera. Questo fenomeno è stato denominato “Effetto Serra”,

La temperatura della Terra è costante quando vi sia uno stato d’equilibrio tra la quantità di radiazione solare assorbita, e quella infrarossa emessa dalla Terra; l’incremento dell’Anidride Carbonica turberebbe questo equilibrio.

Già nel secolo XX era stato calcolato che l’attività umana avesse causato un incremento del tasso di CO2 nell’atmosfera, di circa il 15 %, e che la quantità di questo gas, prodotto dalla combustione dei combustibili fossili bruciati nel periodo 1860-1950, fosse stata dell’ordine di 76,5 Gigaton (109 ton) di carbonio equivalente. E’ stato calcolato che, complessivamente, la quantità di CO2 prodotta fino al 1977 avesse raggiunto le 87 Gigaton. L’incremento era stato attribuito alla diminuzione dell’attività clorofilliana conseguente alla deforestazione, per uso agricolo, di centinaia di milioni di ettari della superficie del Globo.

Modelli matematici avevano previsto il possibile aumento della temperatura in conseguenza di tale incremento della CO2. Tali modelli si fondavano, tuttavia, su alcuni presupposti ipotetici: la temperatura e l’umidità relativa, alla sommità delle nuvole erano state considerate costanti, con un gradiente altimetrico negativo, ogni 100 metri, di 6,5 °C. Con quest’ipotesi, ad un raddoppio della quantità di CO2 avrebbe dovuto corrispondere un incremento della temperatura mondiale di 2,8 °C.

L’incremento di temperatura constatato, come media mondiale, fra il 1880 e il 1980, è stato di 0,4 °C, pur se dal 1940 al 1980, sia stato osservato un lieve raffreddamento. Tale incremento era stato attribuito ad un incremento della CO2 misurato, che era stato di 43 ppm.

E’ stato calcolato che negli anni 70 del XXI secolo, siano state prodotte 15 Gigaton circa di CO2 , 0,25 Gigaton di CO, e 0,13 Gigaton di Sox (Anidridi Solforosa e Solforica) , risultanti dalla combustione , rispettivamente, di 2 Gigaton di Carbon Fossile, 2 Gigaton di Petrolio, e 0,05 Gigaton di Gas Naturale. Le ceneri prodotte dal Carbone avrebbero contribuito, ottimisticamente, al pulviscolo atmosferico per 0,03 Gigaton (lo 0,2 % del Carbone combusto).

La quantità di CO2 che è stato calcolato che venga, ogni anno, immobilizzata sotto forma di sedimento calcareo marino, supera, di gran lunga, quella trasportata nel mare dalle acque superficiali dilavanti rocce calcaree. Il bilancio chiuderebbe solo se si prendessero in considerazione le emissioni di CO2 sottomarine d’origine vulcanica, che già di per se stesse sono all’incirca cinque volte maggiori della quantità di Anidride Carbonica prodotta nella combustione dei combustibili fossili.

Si calcola che la stessa vegetazione marina possa fissare, annualmente, circa 80 Gigaton di CO2:

Mentre nella formulazione di modelli matematici sulla base dei quali si profetizza la “Venerizzazione” della Terra, il raggiungimento, cioè, di temperature superficiali dell’ordine di 300 °C, vengono considerati: l’effetto “Albedo”, ossia la riflettività da parte dei ghiacci della Terra, e l’assorbimento infrarosso da parte del vapore acqueo e degli altri gas presenti nell’atmosfera, viene quasi trascurata, nel calcolo, l’interazione tra l’Anidride Carbonica atmosferica e le acque degli oceani, ipotizzando che i processi di diffusione siano molto lenti.

Pulviscolo atmosferico e “Glaciazione” della Terra

La profetizzata “Glaciazione” della Terra dovrebbe risultare, secondo alcuni “Eco-profeti”, come conseguenza dell’effetto riflettente, verso l’alto, della radiazione solare, da parte del pulviscolo atmosferico. Per effetto della riflessione da parte del pulviscolo, la radiazione non arriverebbe sulla Terra, per cui questa si raffredderebbe fino alla “Glaciazione”. E’ da tenere presente, a questo proposito, che la quantità di pulviscolo d’origine “antropica”, considerando cioè tutte le ceneri dei combustibili fossili combusti, ed il particolato proveniente dalle attività umane, è pari a un decimo di quella d’origine “naturale”, dovuta cioè al pulviscolo atmosferico, agli areosol marini, all’erosione delle montagne ed alla movimentazione, da parte del vento, del materiale eroso e delle sabbie dei deserti.

Clorofluorocarburi e Buco dell’Ozono

Altro catastrofico evento profetizzato, sono le conseguenze del cosidetto “Buco dell’Ozono”, ossia la radiazione ultravioletta solare, non più trattenuta dallo strato d’Ozono, in quanto distrutto dai clorofuorocarburi degli impianti frigoriferi e delle bombolette spray, provocherebbe tumori della pelle e ucciderebbe animali e piante.

Poiché nell’Antartide era stata osservata una situazione anomala nello spessore dello strato d’Ozono, che tra fine d’agosto e inizio di settembre presentava, pur nelle usuali fluttuazioni, una costante riduzione, si cercò di studiarne le cause.

L’Ozono, è noto, è la forma allotropica dell’Ossigeno, dal quale si forma secondo l’equilibrio di reazione:

3 O2 <==> 2 O3

In realtà questa reazione è la risultante di più reazioni d’equilibrio:

O2 <==> 2 .O. O2 + .O. <==> O=O–O O3 ——> O2 + .O.

La reazione di formazione dell’Ozono è endotermica per circa 35 Kcal/Mole. Esso si forma per irradiamento ultravioletto di lunghezza d’onda inferiore a 2400 Å, ed in laboratorio può venir prodotto sottoponendo una corrente d’aria o d’Ossigeno all’azione di scariche elettriche oscure, a differenze di potenziale da 5000 a 50000 Volts, con intensità di corrente massima di 0,1 A.

Alle basse temperature il rendimento cresce, raggiungendo il 99 % a –194 °C. L’Ozono è stabile alle basse temperature.

Il rendimento chimico massimo si ottiene alla pressione di 400 mm di Hg e a –100 °C.

Esso si forma anche per azione dei raggi catodici o delle radiazioni ionizzanti alfa sull’ossigeno, si decompone sotto l’azione della radiazione ultravioletta di lunghezza d’onda maggiore di 2000 Å; tracce di Cloro lo stabilizzano.

Pur dovendo presentare, per la sua particolare struttura, proprietà magnetiche, è stato osservato, pur da valenti ricercatori come il Becquerel, il suo comportamento sia diamagnetico che paramagnetico, in pari tempo ed entità.

Ritornando al “buco” dell’Ozono riporto quanto reperito in letteratura, ed in particolare nella famosa rivista scientifica “Nature”.

Variazioni, nello spessore dello strato d’Ozono, esistente nella fascia compresa tra i 25 e i 30 Km dalla superficie della Terra, erano già state osservate, nel 1936, dal Vassy (La Nature, Vol. 2895, pag. 245), in connessione con movimenti dell’atmosfera. I clorofluorocarburi erano stati prodotti dalla Società americana Du Pont De Nemours, nel 1931 e, nel 1936, erano appena entrati in commercio. Il Vassy nella sua nota proponeva di utilizzare la misura dello spessore dello strato d’Ozono, per la formulazione delle previsioni metereologiche.

Riporto la successione cronologica dei fatti che hanno portato alla formulazione della teoria.

Nel 1973, due ricercatori della Scripps Institution of Oceanography di La Jolla, in California, comunicarono sulla rivista “Nature” (Vol. 245, pag. 27), alcuni dati riguardanti la presenza dei clorofluorocarburi (Freons 11 e 12) nell’atmosfera, derivanti da fughe di gas da impianti frigoriferi. Essi attribuirono la presenza, in minor quantità del Freon 11, alla sua minor stabilità rispetto al Freon 12. Il Freon 12, infatti, ha più legami C-F, che sono più stabili del legame C-Cl. I due ricercatori postularono che la permanenza del Freon 12 nell’atmosfera sarebbe stata di 30 anni contro i 10 del Freon

11.

Nel 1974, M. A. A. Clyne (“Nature”vol. 249, pag. 796) espresse il sospetto che l’equilibrio di formazione e decomposizione fotolitica dell’ozono potesse venir turbato dalla presenza di molecole gassose diverse dall’Ossigeno, capaci anch’esse di reagire con l’Ozono. L’autore pensò agli ossidi d’Azoto provenienti dai jer stratosferici o da altri veicoli spaziali.

N=O + O3 ——> O=N=O + O2

.O. + O=N=O ——>N=O + O2

Entrambe le reazioni consumano, sia l’Ozono che l’Ossigeno atomico. Delle reazioni postulate, tutte possibili, non è dato di conoscere la velocità, nè il tipo d’ossido d’Azoto implicato, né in quale strato d’Ozono avvengano.

Ancora, nel 1974 Molina e Rowland (“Nature”, Vol. 249, pag. 810), ricercatori dell’Università della California, affermarono che, poiché per i Freons si poteva prevedere,nell’atmosfera ad una altitudine di 20-40 Km., una permanenza di 40-150 anni, presentando per di più questi gas bande d’assorbimento nell’ultravioletto ( 0 2000-2270 Å), mentre risultavano del tutto trsparenti per le stesse radiazioni di lunghezza d’onda superiore a 2900 Å, dovevano subire la fotolisi solo nella stratosfera e non nella troposfera. Calcolando poi, pur con un fattore d’incertezza di 3-3 lavelocità di fotolisi dei freons 11 e 12, essi localizzarono la zona di maggior formazione del radicale Cloro, in corrispondenza della fascia dei 25-35 Km., coincidente con la zona di maggior concentrazione dell’Ozono. Nella fotolisi da loro postulata, i Freons danno luogo alla formazione di radicali Cloro che, interagendo con l’Ozono, lo decompongono secondo i seguenti meccanismi di reazione:

(F11) CCL3F ——> .CCl2F + Cl. (F12) CCl2F2 ——> .CClF2 + Cl.

Cl. + O=O—O ——>Cl–O. + O2

Si forma un radicale ossido di Cloro che, reagendo, a sua volta, con una molecola di Ozono forma un radicale Cloro ed una molecola di Ossigeno:

Cl–O. + O3 ——> Cl. + O2

Il Cloro, in conclusione, catalizzerebbe la decomposizione dell’Ozono.

Postulando che alle temperature stratosferiche(circa –53 °C) la reazione col Cloro sia più veloce di quella degli altri ossidi d’Azoto, Molina e Rowland, pur senza alcun suffragio sperimentale, trascurando gli altri meccanismi di decomposizione che involvessero altri “partner”, la presenza dei quali era pur stata accertata nella stratosfera, attribuirono la deplezione dell’Ozono esclusivamente al radicale Cloro proveniente dalla fotolisi dei Freons. La deplezione da essi calcolata, sulla base ella produzione dei Freons nel 1972, che globalmente raggiunse le 0,8 Megaton, fu del 6%.

Nello stesso anno, l’ingese J. E. Lovelock, del Dipartimento di Scienze Fisiche Applicate dell’Università di Reading (“Nature”, Vol. 252, pag. 293), segnalò la presenza di svariati alogenoderivati nell’atmosfera. I Freons costituivano, in termini di Cloro equivalente, la metà del tetracloruro di Carbonio individuato, senza contare gli altri cloroderivati.

Nel 1975 lo stesso Autore (“Nature”, Vol. 256. pag. 193) riferì che annualmente immense quantità di Cloruro di Metile (CH3Cl) prodotte “naturalmente” dalle alghe oceaniche (Laminarie, Poseidonie, Fucus), vengono immesse nell’atmosfera. Secondo quest’Autore, del Cloro radicalico presumibilmente presente nella stratosfera,solo meno del 20 % poteva venir attribuito alla fotolisi dei Freons. Pur citandoli, l’Autore non prese in considerazione il Bromuro e lo Ioduro di Metile (CH3Br e CH3I) d’origine naturale, entrambi più fotolabili del corrispondente Cloruro.

Ancora nel 1975, alcuni ricercatori della NASA,Whitten, Borucki, e Turco (“Nature”, Vol. 257, pag. 38), riferirono che la distruzione dell’Ozono era dovuta anche all’ossido d’Azoto formatosi nella “Sfera di Fuoco” delle esplosioni nucleari. L’ossido d’Azoto avrebbe operato la deplezione dell’Ozono, come già detto.

Nel 1976, M. A. A. Clyne (“Nature”, Vol. 263, pag. 723) affermò che le supposizioni di Molina e Rowland erano state confermate da un rapporto della US National Academy of Sciences dello stesso anno, ma nel considerare che il radicale ossido di Cloro alle altitudini stratosferiche comprese tra 25 e 50 Km. reagiva con l’Ossigeno atomico ivi esistente, postulava la presenza di moleole di Metano, le quali reagendo col radicale Cloro, davano luogo ad un radicale Metile e a una molecola d’acido cloridrico, secondo lui non più radicalizzabile, ai fini della deplezione dell’Ozono, secondo la seguente reazione.

Cl. + CH4 ——> .CH3 + HCl

Clyne auspicava una legge che regolamentasse la produzione e l’uso dei clorofluorocarburi, e proponeva la sostituzione dei Freon 11 e 12, nelle bombolette spray, col Freon 22 (CHClF2). Ancora, menzionando l’abbondante letteratura scientifica sull’argomento, sottolineava alcuni punti ancora da chiarire:

1) – La misura diretta dei radicali Cl., e ClO., e degli altri radicali nell’atmosfera, in quanto i metodi analitici per la loro determinazione non erano affidabili.

2) – Le velocità di reazione formulate su cinetiche ricostruite in laboratorio, non erano traslabili “tout court” alle temperature (circa 220 °K = -53 °C) ed alle condizioni stratosferiche, in considerazione che i meccanismi di reazione potevano essere anche più complessi, con la partecipazione di altri radicali liberi.

3) – Erano ignoti i bilanci di massa ed i moti che hanno luogo tra la troposfera e la stratosfera, ed il modello di previsione per la distruzione dell’Ozono risultava troppo approssimato.

4) – Pur essendo terribilmente suggestive, le conseguenze letali della radiazione ultravioletta non più schermata dallo strato d’Ozono, non erano certe.

L’Autore suggeriva di prendere in considerazione anche gli altri composti clorurati, e di approfondire lo studio.

Una volta accertata, ma non sufficientemente spiegata la deplezione dell’Ozono verificata sperimentalmente nel periodo 1979-1986, accogliendo nella loro totalità le ipotesi di Molina e Rowland, si è voluto considerare come responsabile esclusivo, per il fenomeno, il radicale Cloro proveniente dalla fotolisi dei Freons 11 e 12. Di conseguenza, nel 1987 è stato siglato il Protocollo di Montreal, ratificato nel 1989. In detto Protocollo, i 22 Governi che rappresentano il 90 % dei paesi consumatori dei composti alogenati, si impegnavano, entro il 1999, a ridurre del 50 % i consumi dei Freons 11, 12, 113,114, 11. Per quanto riguarda i derivati alogenati d’altro tipo (per esempio gli halons), il Protocollo prevedeva il mantenimento dei livelli produttivi del 1986.

Non essendo io un Fisico, ed essendo molto limitate le mie conoscenze di Fisica dell’Atmosfera, mi limiterei a ipotizzare che la deplezione dell’Ozono possa essere dovuta alle variazioni delle correnti dalle quali trae origine il vortice stratosferico, oppure al ciclo undecennale del Sole, con tutte le sue implicazioni per quanto attiene alla radiazione ultravioletta, ed ai campi magnetici.

Ma da Chimico posso fare alcune considerazioni:

  1. – Nella congerie delle reazioni formulabili, pur data per accettata la validità dei supporti sperimentali, dove ci sono stati, sono stati scelti solo alcuni parametri e non altri, pur di pari validità.
  2. – L’Ossigeno atomico, che ogni tanto compare nei meccanismi proposti, oltre a decomporre, può anche formare l’Ozono! E’ questione di valori dell’Energia!
  3. – I radicali liberi. Nella fotolisi dei Freons, accanto al radicale Cloro si forma sempre il radicale associato (o controradicale) il quale può reagire in due modi: partecipando a nuove reazioni più complesse, oppure bloccando i radicali formatisi, con i quali ha la stessa possibilità di collidere. Salvo subire l’influenza del suo differente peso atomico o molecolare. Gli stessi radicali Cloro, per mutua collisione potrebbero formare cloro molecolare, ed è accertato che la presenza di questo alogeno stabilizza l’ozono.
  4. – Da alcuni Autori è stato menzionato il Metano, al quale verrebbe attribuita la funzione d’interrompere la catena radicalica di reazioni di decomposizione dell’Ozono, iniziata dal Cloro radicalico, con formazione di un radicale Metile ed una molecola di Acido Cloridrico. A parte il fatto che oltre al Metano nella stratosfera sono stati individuati moltissimi altri composti chimici, idrocarburi e non, ma tutti egualmente suscettibili di reazione, sia con la radiazione ultravioletta che con l’Ozono; ma nella fattispecie, una volta che il radicale Cloro è stato bloccato come acido Cloridrico (HCl), il radicale Metile può proseguire per conto suo la reazione!
  5. – E’ stato menzionato l’ossido di Cloro radicalico, questo può anche dimerizzare, oppure produrre ossidi di Cloro a maggior grado d’ossidazione!
  6. – L’ossido d’Azoto si comporta in modo analogo, oltre ai vari dimeri. Anch’esso può presentare differenti gradi d’ossidazione, non per niente sono stati menzionati il cloruro di Nitrosile ed il cloruro di Nitronio!
  7. – In qualsiasi modellazione matematica a seconda dei parameri scelti come caratterizzanti, si può dimostrare tutto e il contrario di tutto!

Perchè, nonostante sia stata accertata la presenza di svariati derivati alogenati, di più facile reattività, sia d’origine naturale che antropica, la depelezione dell’Ozono è stata attribuita esclusivamente ai Freons?.

Nel 1965 la Società Dupont De Nemours, la stessa che aveva commercializzato per la prima volta i Freons, sintetizzò un nuovo composto gassoso che poteva venir usato sia nelle macchine frigorifere, sia come propellente nelle bombolette spray. A differenza, però dei Freons, che per la legislazione americana non possono venir impiegati in confezioni alimentari (Panna montata, Majonnaise, Creme varie, Gelati, etc.) questo composto, anche se più caro, è perfettamente compatibile con gli alimenti. Quale tecnica economico-commerciale razionale non toglierebbe dal mercato un prodotto con dei difetti a favore di uno nuovo migliore, anche se un pochino più caro? Questo potrebbe essere successo con l’octafluorociclobutano, denominato C. 318: Non è che tutto il polverone del “Buco” è stato sollevato per verticalizzare quest’ultimo composto? Ci si deve forse chiedere anche in questo caso: “Cui prodest?”:

Cosa sono i Freon e che significato hanno i numeri

Il termine Freon è la denominazione che è stata brevettata dalla società americana Kinetic Chemicals, una “Joint Venture” tra le Società Frigidaire, della General Motors, e Du Pont De Nemours per una serie di composti clorofluorocarburici per uso criogenico.

Sia gli Americani che i Tedeschi contraddistinsero questi clorofluorocarburi con la lettera F, (Freon per gli Americani e Frigen per i Tedeschi), seguita, per i derivati del metano (con un solo atomo di Carbonio nella molecola) da due numeri per il primo dei quali, l’1 indica che la molecola è totalmente alogenata, il 2 indica che la molecola contiene un atomo d’Idrogeno, il 3 indica che la molecola contiene due atomi di Idrogeno, e così di seguito. Il secondo numero indica il numero di atomi di Fluoro contenuti nella molecola. Così il Freon o Frigen F11 è il CCl3F; il F12 è il CCl2F2; il F14 è il CF4; il F21 è il CHCl2F; il F22 è il CHClF2, etc..

Altri nomi sono stati brevettati per gli stessi o altri composti analoghi dai vari fabbricanti, (Genetron, Arcton, Isceon, Algofren) con differenti numerazioni caratterizzanti.

Se nei Freon e Frigen la sigla F è seguita da tre numeri, vuol dire che la molecola contiene due atomi di Carbonio, il secondo dei quali, se è 1, significa che la molecola è totalmente alogenata, se è, 2 significa che la molecola contiene un atomo d’Idrogeno, se è 3, significa che gli atomi di Idrogeno nella molecola sono due, se è 4, significa che gli atomi di Idrogeno nella molecola sono tre, e così via; il terzo numero indica il numero di atomi di Fluoro nella molecola. Così F113 è il CCl2F-CClF2, F114 è il CClF2-CClF2; F123 è il CHClF-CClF2, o CHCl2-CClF2.

Negli Isceon, il primo dei tre numeri indica il numero d’atomi di Carbonio nella molecola, così 1 per il Metano, 2 per l’Etano, 3 per il Propano; il secondo numero indica il numero d’atomi di Cloro ed il terzo il numero d’atomi di Fluoro nella molecola. Così Isceon I 113 è il CClF3; I 112 è il CHClF2; I 122 è il CCl2F2; I 223 è il CHClF-CClF2; I 224 è il CClF2-CClF2, I 213 è il CH2Cl-CF3, etc.

Sempre come gas criogeni vennero usati anche altri alogenuri d’alchile, alcuni dei quali contenenti Fluoro e Bromo (Halons).

Come propellenti per bombolette spray, durante la Seconda Guerra Mondiale, furono usati per la prima volta per gli insetticidi (DDT e Piretroidi), il Propano e il Butano liquefatti. Successivamente, stante la grandissima infiammabilità ed esplosività di questi idrocarburi gassosi, si impiegò il F12, e più tardi una miscela di F11 e F12. ancora più tardi vennero usate miscele di Cloruro di Metile (Monoclorometano) CH3Cl, di Cloruro di Metilene (Diclorometano) CH2Cl2, e persino il cancerigeno Cloruro di Vinile CH2=CHCl.

Recentemente sono stati impiegati gli Halons.

L’industria mondiale dei polimeri espansi ha fatto uso, e tuttora impiega grandi quantità di Freons.

Commenti

  1. A proposito dei catastrofisti, in relazione al CO2 nell’atmosfera, lo scienziato Franco Prodi, intervistato alla TV, un giorno sentenziò che per fare i calcoli veri
    della presenza del carbonio nell’atmosfera, e procurarsi modelli di lettura adeguati, ci sarebbero voluti almeno altri 10 anni di studi. Inoltre ipotizzava che attualmente nell’atmosfera poteva esserci al massimo un 20% del famoso gas serra. Mi corregga se ho riportato qualche strafalcione non essendo esperto in materia. Gradirei una sua risposta.
    Angelino Tedde

    scriptor
    giugno 30th, 2010

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