Categoria : storia

La pesca del corallo in Sardegna

I luoghi della pesca del corallo in Sardegna

di Elena Casu

Ricchi ed estesi sono i banchi coralliferi che si incontrano nel mare sardo; i quali dall’estrema punta dell’isola, or più stretti alla costa, or più lontani, corrono quasi senza interruzione lungo le sponde occidentali fino a Capo Teulada, mentre si presentano interrotte e scarsi sulla costa orientale, così Francesco Podestà descriveva la presenza del corallo lungo le coste della Sardegna. Il corallo, è presente in tutto il mediterraneo, sia nel bacino occidentale che in quello orientale e meridionale.

Localizzazioni di banchi coralliferi sono indicate nelle coste spagnole, in quelle francesi e italiane continentali e insulari, fino ad arrivare, attraverso lo Ionio, nel mare della Grecia e delle isole Egee, e poi ancora, nel mediterraneo meridionale, lungo le coste africane. Certamente un ruolo preminente, nella pratica della pesca del corallo, lo ha avuto la Sardegna, da una parte per la sua posizione geografica, che la colloca esattamente al centro del mediterraneo, dall’altra per la quantità e qualità del corallo presente lungo le sue coste.

L’isola si trova, come bene afferma A. Tenenti, al centro del sistema mediterraneo iberico, fra la Sicilia ed il regno di Napoli da un lato, le Baleari e le coste spagnole dall’altro. Né Alghero, né Cagliari in particolare, potevano far a meno quindi di assolvere una funzione marittima importante, che peraltro non era ristretta alle esigenze di tale sistema ma si prestava altresì a quelle dei vascelli dei paesi del Mediterraneo occidentale, sia francesi che genovesi o toscani. Le zone corallifere più ricche si trovano lungo le coste occidentali, queste zone sono state individuate grazie agli studi di F. Parona nel 1882, il quale ci fornisce una mappa dettagliata dei più importanti banchi coralliferi sardi; mentre in misura inferiore lungo la costa settentrionale e meridionale dell’isola, ad oriente, invece, la diminuzione si fa più consistente fino alla completa assenza.

A nord dell’isola la presenza del corallo è segnalata tra l’Asinara e la Corsica e attorno a Porto Torres, lungo la costa di Castelsardo dell’Isola Rossa fino a giungere in Gallura tra Vignola e Santa Teresa. Subito dopo il corallo dei mari d’Africa è da considerare quello dei mari occidentali della Sardegna e della Corsica, che presenta minore frequenza di tronchi e di rami dritti, di dimensioni pressoché uguali, grana leggermente più dura ma ugualmente frangibile alla tenaglia, trattabile alla mola, al trapano, e al bulino, e tipiche gradazioni di rosso, con frequenti escursioni verso i toni scuri piuttosto che verso i toni chiari.

 

La pesca del corallo in Sardegna: notizie storiche.

La pesca del corallo in Sardegna ha una storia millenaria. La Sardegna, sotto il dominio non breve di Cartagine, che, possiamo considerare la continuazione della penetrazione commerciale dei fenici, godeva della più grande prosperità commerciale ed anche industriale, così oltre alla pratica della pesca del tonno, delle sardine, l’esportazione del sale, delle pelli, del grano, del legname da costruzione si esportava anche il corallo, soprattutto sulla costa occidentale. Il prodotto, in forma grezza, veniva successivamente esportato in oriente per essere lavorato.

Il corallo sardo, inserito nel circuito commerciale dai cartaginesi, solcava il mediterraneo in tutte le direzioni, cosicché la fine del dominio punico determinò la diminuzione della lavorazione e della pesca,  venuti a mancare gli intermediari che per secoli ne avevano garantito la collocazione nei mercati medio orientali. Così, G. Tescione, affermava che secondo i suoi studi i sardi avrebbero pescato e raccolto il corallo fin dall’Età Neolitica, continuando l’attività anche quando l’imponente civiltà nuragica del Bronzo si attardò in quelle originalissime fusioni in cui hanno una parte di primo piano simboli tipici della civiltà marinara quali sono le navicelle votive. Simili navicelle noi troveremo presso altri popoli pescatori di corallo, quali i mariani di Trapani e quelli del golfo di Napoli.

Non tutti gli storici sono concordi nel sostenere le teorie sulla pratica dell’attività di pesca, lavorazione e commercializzazione del corallo in Sardegna in tempi antichi; lo storico G. Spano era  dell’avviso che «nonostante che il corallo sia comune nella Sardegna, pure pochissimi oggi si trovano lavorati nell’antichità.

L’affermazione dello Spano venne successivamente smentita dal rinvenimento di numerosi oggetti in corallo, durante la ricognizione e lo scavo in diversi siti archeologici risalenti al periodo fenicio-punico.  Che in Sardegna si praticasse la pesca e la lavorazione de corallo, in età punica, è provato dal ritrovamento di reperti, nel sito archeologico di Tharros, risalenti a quell’età, come la splendida collana costituita da piccoli vaghi fusiformi in lamina aurea, in pasta vitrea e corallo, oggi conservati presso il museo “Sanna” di Sassari, fanno parte della Collezione Chessa; ancora, frammenti di corallo grezzo sono stati rinvenuti nella necropoli punica di Nora,oggi conservati presso il Museo Nazionale di Cagliari. 

Del corallo bianco, (cladoceras cespitosus), fu trovato nello scavo archeologico della necropoli di Predio-Ibba, in località Tuvixeddu a Cagliari, questo si presentava non lavorato, messo a corredo in una tomba, in quella circostanza fu trovato  anche del corallo rosso.

All’archeologo Barreca si deve invece la classificazione di oggetti preziosi rinvenuti durante alcune  campagne di scavo in siti archeologici del periodo fenicio-punico, egli, riferisce del ritrovamento di Amuleti atipici come pendagli non lavorati derivanti da pietre, coralli, conchiglie etc. L’uso del corallo per la confezione di amuleti è confermata anche da G. Pesce che sostiene: «Amuleti possono considerarsi anche le palline in pietra dura (cristallo di rôca, etc) o in corallo o in pasta vitrea, infilate a formare collane o braccialetti». Anche in età romana, come nel periodo precedente, venne praticata la pesca del corallo, del quale si fece vario uso allo stato grezzo e per gli oggetti di abbigliamento personale. Quasi tre chili di corallo naturale furono ritrovati nello scavo del teatro-tempio a Cagliari, monumento dedicato a venere forse del III secolo a. C.

L’attività della pesca e del commercio del corallo continuò, anche nel periodo bizantino, (476-1054), soprattutto per sopperire alle richieste dei mercanti occidentali e orientali, si continuava ad esercitare, nelle acque sarde, la pesca del corallo, presumibilmente dai marsigliesi, per concessione fatta ai carolingi, dalla quale poi nacque, la tradizione della pesca  corallina in Sardegna da parte dei provenzali.

Le fonti ufficiali forniscono documenti sicuri per la pesca del corallo in Sardegna solo dalla metà del XIII secolo, tuttavia il periodo di tempo che intercorse tra l’inizio dell’età medioevale ed il 1254 è caratterizzata da fenomeni che furono in relazione seppure indiretta con il corallo. In età alto-medioevale, nei momenti in cui la pesca dovette costituire un’attività estremamente pericolosa anche per i pescatori di mestiere, fuori dalla Sardegna si assiste al fenomeno dell’inserimento in maniera diretta e indiretta dei monaci nella pesca e nell’attività marinara. Il fatto traeva origine dalla grande importanza che il pesce aveva nella dieta dei religiosi e dalla necessità, legata alla loro missione, di possedere mezzi per i viaggi via mare.

In età medioevale il legame tra i monaci e il corallo fu rappresentato inoltre dall’importante ruolo da loro esercitato nel commercio e dall’importanza che il corallo assunse nelle manifestazioni di rito cattolico. I simboli quali croci, agnus dei, bene si prestavano ad essere realizzati in corallo.

In età giudicale i monasteri ottennero spesso privilegi per la pesca. I giudici d’Arborea concessero ai monaci Benedettini libertà di pesca nei mari di S. Giusta, il Ponte e di Mistras del Rivo di Kirras

al Ponte di Siniscaldi, e della raccolta del sale in Funani, Piscobiu e Sinnis.

Le notizie sulla pratica della pesca del corallo in età medioevale sono scarse, tanto che potremmo parlare di un periodo “buio” per la pratica di quest’attività.

Le età successive a quella antica, che videro l’alternarsi del dominio dei vandali, dei Bizantini e l’inizio del governo dei giudicati, sono avare di notizie sulla pesca e sulla lavorazione del corallo, non solo per la Sardegna, la stessa penuria si registra anche per altri paesi. Il periodo della decadenza dell’impero romano e delle invasioni barbariche rese poco sicuri i traffici marittimi, perciò non è difficile pensare per quegli anni ad un rallentamento della pratica della pesca del corallo, se non addirittura ad un abbandono completo nelle coste più esposte e nei momenti più cruciali.

La pesca del corallo, comunque, doveva essere, nell’isola, già attiva nell’XI e XII secolo, se nel XIII secolo i marsigliesi cercarono, con svariati mezzi, di inserirsi in questo commercio contrastando genovesi e pisani.

I mercanti e pescatori di corallo marsigliesi, dimoranti ad Oristano, il 2 aprile del 1254, anno in cui fu operante in Bosa un Consilium coraleriorum de Marsilia commorancium in Bosa, approffittando della presenza in città di Guglielmo de Gragnana del fu Atolino, regalis chastelanus e rector di Torres e della Gallura, (per conto di Enzo figlio di Federico II e della moglie Adelasia di Torres), ottennero la sua protezione e il suo impegno nell’interporre i suoi buoni uffici presso il re di Sardegna; successivamente il vicario generale di re Enzo, Giovanni di Sorrento, accordò ai marsigliesi completa franchigia circa l’ingresso e le merci, particolarmente, del corallo, specificando: Hanc franchitatem et libertatem damus predictis consulibus recipientibus pro aliis corallieribus et mercatoribus de Marsilia.  

Questo privilegio richiamò a Bosa un considerevole numero di barche coralline marsigliesi fino almeno al 1270, successivamente, infatti, i marsigliesi furono attirati dai banchi corallini delle coste napoletane; l’allontanamento dalle coste sarde durò soltanto venti anni, nel 1290 i marsigliesi, infatti, tornarono in Sardegna per la predetta pesca. Il corallo pescato veniva inviato dai marsigliesi nella loro città, in cambio, veniva importato nell’isola, pesce, canapi, stoppe ed altre merci.

Numerose sono le notizie sulla presenza, in Sardegna, di pescatori e commercianti di corallo Marsigliesi, Provenzali, Pisani e Genovesi, fin dal XII secolo, attratti dalla ricchezza dei banchi coralliferi isolani. Dobbiamo attendere l’inizio del secolo XIV per avere i primi documenti che testimoniano che Pisani e Genovesi dominavano nella pesca corallina in Sardegna.

La presenza così massiccia di barche provenienti un po’ da tutto Mediterraneo non è certo un fatto nuovo.

Primi in Sardegna, dopo la probabile, accennata, penetrazione dei Benedettini da Gaeta e forse dalle isole Pontine, furono i Pisani, che dovettero, nel secolo XII e XIII, esercitare e regolare quella pesca nella parte sud-occidentale, se, nel 1317, essi avevano già a Cagliari un organizzato traffico di coralli. I genovesi, si erano stabiliti con i Malaspina a Bosa sulla costa occidentale, e con i Doria a Castelgenovese a settentrione, quindi, proprio nel cuore delle zone coralline, all’epoca,  più conosciute.

La pesca del corallo è di antichissima consuetudine per le popolazioni liguri che, nel periodo compreso tra la primavera e l’autunno, partivano dai porti delle Riviere per raggiungere le coste Africane, la Sardegna o la Corsica.

Vari interessi, infatti, hanno da sempre legato i liguri alla Sardegna come: le tonnare, le saline, la pesca del corallo e le miniere, ma sembra che nel XV secolo il rapporto preferenziale con la zona corallifera sarda sembra allentarsi a favore della Corsica e dell’Africa, dove, soppiantando i catalani, i genovesi ottennero, nel 1451, il privilegio esclusivo per la costa tunisina di Capo Rosso verso occidente, successivamente, nel cinquecento, con il riavvicinamento della Repubblica di Genova alla Spagna si apre una nuova fase nelle vicende della pesca del corallo nell’isola.

I catalani nel 1354 sostituirono ad Alghero i Genovesi e assoggettarono nel 1384 alla giurisdizione di quella città la pesca tra il Capo Manno e l’Asinara. Nel 1513, ad accampare pretese sul commercio del corallo sardo furono ancora i catalani, in forza di un privilegio loro concesso nel 1418 relativo alla compera di quel prodotto nell’isola. L’attestazione dell’attività di pesca del corallo da parte dei Catalani in Sardegna è attestata anche in un documento datato 6 maggio 1477, e redato a Trapani, proveniente dal Fondo Notarile dell’Archivio di Stato di Trapani, qui compare il nome di un certo Antonius Font, mercante catalano di Villa Alghero, debitore della somma di 36 onze, 6 tari e 10 grani, per la vendita di 41 rotoli di corallo, all’oriundo di Trapani Xucha de Missina, il mercante catalano promette di pagare il debito entro un mese tramite Nissim Chasseni o Charomus Chasseni, ebrei palermitani. Il documento attesta, ancora una volta, la qualità eccezionale del corallo sardo, infatti, il mercante catalano aveva venduto 41 rotoli di «corallo de toro de necto», inoltre, questo corallo è definito «boni, utilis et mercantilis»; si acquistava, in genere, il corallo buono utile e mercantile, ad eccezione di quello marcio «excepto curallo marcio». Poteva trattarsi di corallo grezzo  «comu nexi de mari» o «de acqua»; oppure di coralli lavorati «labotrati, rotundati, politi et infilati» oppure ancora di coralli semplicemente levigati «comu nexiu di la mola» o «di la petra». La qualità migliore è il corallo detto «thoro», come quello citato appunto nel documento.

L’ultimo decennio del XV secolo ed il primo trentennio del XIV segnano, per i corallari genovesi, il periodo di maggiore difficoltà, che durò fino al 1528, cioè al tempo in cui, con l’accostamento alla Spagna di Carlo V, la situazione politica generale divenne migliore per la repubblica, ed essi poterono tornare alla rivincita, dopo aver ottenuto Tabarca in Africa, nel 1553 riuscirono ad avere nuovamente importanti concessioni in Sardegna. 

I pisani furono presenti, in Sardegna, soprattutto nella parte sud-orientale, nel 1317, infatti, essi avevano organizzato a Cagliari il traffico di corallo, come si apprende dallo statuto del porto della città.

I pisani avevano ottenuto, già nel 1167, dal Bey di Tunisi, Abdalh Bochoros, di stabilirsi e pescare il corallo nell’isola di Tabarca; ed è credibile che detta pesca l’abbiano esercitata anche in Sardegna, dov’erano di casa, e non potevano, comunque, essere disturbati. 

Anche i provenzali si prodigarono nella pratica della pesca del corallo sulle coste isolane.

Nel litorale algherese i provenzali erano impegnati attivamente nella pesca del corallo, nonostante il rischio di possibili sequestri di componenti il personale di bordo da parte delle autorità Aragonesi, qualora se ne riconoscesse l’utilità, per la necessità di particolari navi preposte alla vigilanza delle acque circostanti Alghero. La primogenitura delle coste algheresi per quanto concerne la pesca del corallo venne, in seguito, ulteriormente rafforzata da precise disposizioni regie, al fine di agevolarne le precarie condizioni economiche degli abitanti, Alghero fu, infatti, l’unica località portuale abilitata alla riscossione della tassa sul corallo.

Le numerose barche coralline che giungevano con regolarità ad Alghero all’inizio della primavera, non disdegnavano, in taluni casi, di arrotondare i loro profitti con pescate di pesce che rivendevano sui mercati del nord-Sardegna, dovevano, tra le altre incombenze, operare uno specifico versamento in favore della cappella di S. Elmo, posta nella cattedrale algherese sicuramente già nel 1598, in cui i pescatori forestieri detenevano lo ius sepeliendi.

Il 27 novembre 1375, Pietro IV d’Aragona (1335-1387) emanò, una provvisione che prevedeva il pagamento di una tassa, da parte dei pescatori Provenzali, pari alla ventesima parte del valore del corallo pescato nelle acque sotto la giurisdizione della città di Alghero, dal pagamento della tassa erano esentati però i cittadini algheresi.  

Nel XIV secolo, quindi, sarà Alghero a vantare una posizione di privilegio per la pesca ed il commercio del corallo, rispetto a tutti gli altri centri dell’isola, sia per la straordinaria ricchezza delle sue zone corralline che per la superiore qualità del prodotto. Già dal 1372 gli algheresi si occupavano della pesca del corallo; ancora un documento datato 28 luglio 1384, ci conferma l’assoluta centralità, nella pesca e nel commercio di questo materiale, della città di Alghero, il documento disponeva che tutte le barche adibite alla pesca o al trasporto del corallo nei mari compresi tra il Capo di Napoli sino all’Asinara, dovessero fare scalo ad Alghero.

Sullo scorcio del secolo XV lo sviluppo ormai preso e la maturità conseguita dall’industria corallina in Alghero erano tali da far sentire la necessità di una chiara e precisa disciplina legislativa regolatrice dei rapporti tra i vari partecipanti a quella attività.

In età moderna il corallo ebbe un’importanza ancor più grande se paragonata al periodo precedente, infatti, costituì una di quelle materie preziose utilizzata in diversi campi.

La caduta dei traffici con l’oriente, non segnò la fine del commercio del corallo, all’abbandono di quel mercato fece seguito l’incremento delle vendite in Africa, nel Nuovo Mondo, ma soprattutto un aumento della domanda dall’Europa che divenne sensibile già dal’500.

L’utilizzo del corallo in campo artistico è, infatti, attestato in maniera veramente considerevole, basta pensare all’utilizzo nella gioielleria sia sacra che profana, il suo impiego fu fecondo anche nell’arredamento, e nell’arte ornamentale 

Così lo storico G. F. Fara descriveva, nel‘500, la presenza di corallo nelle coste sarde, ed esaltava soprattutto quello che si pescava nelle coste nord-occidentali dell’isola: «Dal mare della Sardegna proviene un corallo assai stimato, nero e rosso, che chiamano antifate. Nasce sott’acqua dove ramoso con la radice tra le rocce diventa erba verdeggiante, ma una volta estratto indurisce in pietra preziosa. Ce n’è una quantità ingente lungo il tratto di mare di Bosa, Alghero e di Sassari presso il Monte Girato e l’Asinara. Ogni anno nei mesi di aprile maggio, giugno, luglio e agosto, quando il mare non è agitato dalle tempeste, esso viene strappato con le reti da un gran numero di imbarcazioni; Viene anche estratto tra la Sardegna e la Corsica e nel golfo di Cagliari presso Capo Carbonara, e in altri luoghi, pur tuttavia, in questa zona, non è moltissimo, né sufficientemente rosso e ramoso».  

Dall’insieme delle notizie storiche che ci raccontano dell’avvicendamento di genovesi, pisani, marsigliesi, catalani nella pesca del corallo, sembrerebbe logico dedurre che la pesca del corallo in Sardegna fosse una prerogativa dei forestieri, ma così fu.

La partecipazione dei sardi, infatti, ha attestazione in tre documenti legislativi della seconda metà del XVI secolo, che saranno analizzati più avanti.

 

L’età moderna e la pesca del corallo in Sardegna:

L’età moderna si apre in Sardegna con un atto legislativo di notevole importanza, ovvero la richiesta da parte dei consiglieri della città di Alghero, al Parlamento tenutosi a Cagliari nel 1490, e approvate tre anni dopo, nel 1493, da Ferdinando il Cattolico di una regolamentazione della pesca del corallo, queste richieste si tradurranno nelle Ordinaciones sobre lart del pescar dels corals.

Le richieste algheresi, sono quasi contemporanee dei «capitula artis coraliorum dei genovesi» del 1492, se ne differenziano perché la materia da regolamentare è solo quella dei rapporti tra armatori, mercanti, padroni di barca e marinai, mentre i capitoli genovesi si configurano come vero e proprio statuto corporativo di associazione artigiana.

Più tardi sono invece i capitoli di Alghero per la pesca des corals, approvati dal Regio Generale Parlamento di Cagliari e successivamente dal Sovrano, il 25 settembre 1574; ed infine, le Ordinaciones subra su exerciciu de s’arte de corallare, risalenti al 1555, oggetto di questo articolo.

I documenti attestano e sottolineano la partecipazione attiva dei sardi alla pesca del corallo, partecipazione già sottolineata e incentivata, nel secolo precedente, da altri documenti; così, infatti,  il 13 dicembre 1448, il vicario Francesco Mayall, dietro supplica dei consiglieri di Alghero e dei segretari della locale oliana e calle dei giudei, attesa la fedeltà degli abitanti della villa alla Corona d’Aragona, alla quale, per quanto non obbligati al servizio militare, avevano recentemente acquistato Castel Aragonese, già genovese, atteso il pericolo della spopolazione di Alghero per la povertà dei beni e la diminuzione dei coralli, concede ai predetti abitatori amnistia generale di tutti i crimini, eccetto il crimenlese, la falsificazione di monete, la grassazione, l’omicidio e la diserzione.

La supplica dei consiglieri algheresi mette in risalto l’importanza che per la città aveva il commercio del corallo, la preoccupazione dei consiglieri sullo spopolamento della città era talmente forte da richiedere addirittura il condono delle pene minori, a riprova dell’importanza della ricaduta economica nelle casse cittadine, dei ricavi ottenuti dalla pratica della pesca e del commercio del corallo.

Anche il furto di corallo, bene estremamente prezioso per l’economia algherese, era punito in maniera rigida. Per una disposizione del 1372, infatti, successivamente ripresa con modifiche secondarie, tutti i pescatori di corallo provenzali venuti sono tenuti a pagare una tassa pari a un ventesimo del valore del corallo pescato. Di regola, per il furto di corallo, il responsabile paga al vicario un’ammenda di 5 lire, con una sola eccezione; l’ammenda è prevista anche per gli acquirenti, consapevoli o incauti che siano.

Per comprendere meglio il valore degli introiti derivanti dalla pratica di questa attività significative sono le parole dello storico G. Casalis che riguardo a  Sassari afferma: «Nell’erario municipale entravano i denari: dal diritto che percepiva dalle gondole coralline che volevano pescare nei suoi mari (1675), sostenendo il municipio che era stato accordato alla città di Sassari lo stesso privilegio, che vantava la città dell’Alghiera. Se alcuna di queste gondole pescasse senza aver pagato a Sassari il diritto, e approdava nell’Asinara (isla de la Sinara, come trovo scritto), eravi per ordine del municipio arrestata, e non aveasi alcun riguardo al permesso che potesse avere dalla città di Castel Aragonese, perché credevasi surrettizia la salvaguardia ottenuta dalla medesima (1676). Il diritto che la città di Sassari esigeva dalle gondole coralline era di quattro scudi per ogni ingegno, o strumento da trarre il corallo. Se i corallieri partivano senza pagare, la città esigeva il diritto da chi aveva fatto mallevaria».

Fino al 1519 il governatore del Capo di Logudoro riscuoteva uno speciale tributo chiamato “ducato turco” imposto come diritto di guidatico alle barche corallatrici genovesi, in questo stesso anno fu fatta richiesta  di abolizione del suddetto pagamento.

A riprova dell’importanza nell’economia isolana della pesca del corallo lo storico G. F. Fara in riferimento alle coste nord-occidentali dell’isola,  scrive :«esso (il corallo) viene strappato con le reti da un gran numero di imbarcazioni, con non piccolo guadagno dei sardi che diffondono il corallo per  l’Europa intera attraverso un rinomato mercato».

Così il documento ricordato precedentemente, datato 1384, che prevedeva l’obbligo per tutte le barche adibite alla pesca o al trasporto del corallo nei mari compresi tra il Capo di Napoli sino all’Asinara, di fare scalo ad Alghero, è un’ulteriore testimonianza della volontà di favorire Alghero, non solo con donativi, ma anche con benefici indiretti, è, quindi,  significativo dell’importanza che gli introiti economici derivanti sia dalle tasse sul corallo pescato ma anche dalla ricaduta economica che derivava dallo scalo nel porto della città, col rifornimento dei viveri, con le spese che necessariamente e generalmente l’equipaggio delle imbarcazioni  sostenevano, anche in distrazioni varie, tutto ciò comportava un consistente apporto di moneta nelle casse della città.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


F. Podestà, I Genovesi e le peschiere di corallo nei mari dell’isola di Sardegna, Stamperia Reale della ditta G. D. Paravia e C., Torino 1900, cit., p. 24.

B. Liverino, Il corallo, esperienze e ricordi di un corallaro, Li Ciusi editore, Bologna 1983, cit., p.39, :«Il corallo mediterraneo è scientificamente classificato come Corallium Rubrum, cioè corallo rosso e nobile, e presenta i polipini in tutta la superficie dei rami».

R. Carta, La pesca del corallo, in G. Mondardini, (a cura di), Pesca e Pescatori in Sardegna, Silvana Editoriale, Milano 1997, cit., p. 43.

A. Tenenti, Problemi difensivi del mediterraneo nell’età moderna, in A. Mattone, P. Sanna, (a cura di), Alghero, la Catalogna, il Mediterraneo, Edizione Gallizzi, Sassari 1994, cit., p. 314.

F. Parona, Il corallo in Sardegna, in Annali dell’Industria e del commercio, tip. Eredi Botta, Roma 1883, cit., p.63.

G. Angius Casalis, Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, Cassone Marzolati Vercellotti tipografi, Torino 1833. cit., p. 157. L’autore riferisce della presenza di corallo lungo il litorale di  Castelsardo: «Nel gran banco ai paraggi dell’Asinara è il più bel corallo della Sardegna, e forse di tutto il mediterraneo; ma per la troppa lontananza dalla costa pochi vi amano travagliare».

R. Carta, La pesca del corallo, in G. Mondardini (a cura di), Pesca e Pescatori in Sardegna, Silvana Editoriale, Milano 1997, cit., p. 43.

G. Tescione, Il corallo nella storia e nell’arte, Montanino Editore, Napoli 1965, cit., p. 8.

F. Cherchi-Paba, Evoluzione storica dell’attività industriale, agricola, caccia e pesca in Sardegna, I-II, Quattro Mori, Cagliari 1974.  L’autore ipotizza che già i fenici praticassero in Sardegna, assieme ad altri tipi di pesca, anche la pesca del corallo integrare».

C. Bellieni, Lineamenti di una storia della civiltà in Sardegna, Riv. Il Nuraghe, Cagliari 15 marzo-15 aprile 1924, cit., p. 18.

Cfr., F. Cherchi-Paba, Evoluzione storica, vol. I, cit., p. 203.

M. Marini, M. L. Ferru, Il CORALLO, storia della pesca e della lavorazione in Sardegna e nel mediterraneo, Cagliari 1989, cit., p. 14.

Cfr., G. Tescione, Il corallo, cit., p. 67.

G. Spano, Catalogo della raccolta archeologica sarda, Cagliari 1890, cit., p. 28-29.

Cfr., M. Marini, M. L. Ferru, Il CORALLO, cit., p.16. :«differente l’accumulo di corallo grezzo, come quello trovato a Nora, non poteva avere), è neccessario aggiungere altre informazioni di provenienza indiretta. Nel 1881 il Pais riferì del ritrovamento operato dal Nissardi di una tomba di un villaggio dell’interno dell’isola di un amuleto di corallo rappresentante due serpenti urei».

M. L. Uberti, Fenici e Punici in Sardegna, in Il museo Sanna in Sassari, Amincare Pizzi editore, Milano 1986, cit., p. 121-124: «Nella vetrina 42 sono conservati alcuni tra i più significativi oggetti aurei della necropoli tharrense, pervenuti al museo con la Collezione Chessa;  I vari tipi di vaghi e tubetti, di pendenti anulari con estremità ritorte a spirale,le collane integrate con vezzi di corallo e pasta silicea, lasciano indovinare quale dovesse essere iltipo di gioielleria che adornava di preziosità e di magia le genti fenicie, o quanto meno una specifica fascia sociale».

Per avere un’idea dell’utilizzazione del corallo nell’età antica e nelle arti figurative vedi: Cfr.,  G. Tescione, Il corallo, cit., pp.37-67: «Nella parte nord-occidentale della Sardegna, in territorio di Alghero, nella Nurra, alla sommità di Punta Giglio, che delimita la baia di porto Conte, nella grotta Dasterru, della lunghezza di circa 1 chilometro, nel terriccio depositato in una fossa di m. 2 × 0,50 insieme con frammenti di ossa umane, con numerosi denti umani e animali e altri furono rinvenuti elementi di collane d’osso, di materiali simili a corallo; in particolare un frammento trovato dal prof. C. Maxia, aveva la forma cilindro bucato di mm. 8 e diametro di circa 3 mm.».

Per le attestazioni archeologiche della pratica della pesca e lavorazione del corallo in età punica, cfr., A. Taramelli, La necropoli punica di Predio Ibba a S. Aventrace, Cagliari, Rist. Anast. Edizioni 3T Cagliari, 1978, cit., p. 127: «è del resto rarissimo anche a Cartagine, non essendosi rinvenuto che in tombe isolate a Dermech. Il corallo rosso lo troviamo ma raramente»; vedi ancora: E. Acquaro, Arte e cultura punica in Sardegna, Sassari 1984; F. Barreca, La Sardegna fenicia e Punica, Sassari 1979.

Aa.Vv, Il museo Archeologico di Cagliari, Banco di Sardegna, Amilcare Pizzi Editore, Sassari 1989, cit., p. 153.

G. Pesce, Sardegna punica, ed. sarda Fossataro, Cagliari 1961, cit., p. 119.

G. Lilliu, Pesca e raccolta dalla preistoria all’età romana, in G. Mondardini, (a cura di), Silvana Editoriale, Milano 1997, cit., p. 19-23; e dello stesso autore: La Sardegna e il mare durante l’età romana, in AaVv, L’Africa Romana, Atti del convegno VIII Convegno di studio, Cagliari 14-16 dicembre 1990, ed. Gallizzi, Sassari 1991; vedi  anche: G. Pesce, Sardegna punica, ed. sarda Fossataro, Cagliari 1961.

F. Cherchi-Paba, Evoluzione storica, vol. I,  cit., p. 82.

Cfr. ibid., vol. I, p. 22. Vedi ancora p.10: «Sin dal IV secolo nel deserto della Numidia, di fronte alla Sardegna, si erano installati più di 5000 monaci, in oltre un centinaio di monasteri, dai quali i religiosi potevano raggiungere la Sardegna posto che, in quei tempi, come in tutto l’alto medioevo, i monaci erano proprietari di navi proprie, costruite a regola d’arte dai monaci artieri e pilotate dei monaci nocchieri, già al servizio della flotta imperiale, per cui, detti religiosi battevano il mediterraneo in ogni direzione, risalendo le coste atlantiche dell’Europa, fino a creare missioni in Britannia»

Cfr., M. Marini, M. L. Ferru, IL CORALLO, cit., p.22.

A. Saba, Montecassino e la Sardegna Medioevale, note storiche e codice diplomatico sardo cassinese, Tipografia Editrice P.C. Camastro – Sora 1927.

Cfr. M. Marini, M. L. Ferru, IL CORALLO, cit., p.22.

Cfr. F. Cherchi-Paba, Evoluzione storica, vol. II, cit.,  p.233.

L. Balletto, Pescatori di corallo marsigliesi in Sardegna nel XIII secolo, in G. Mondardini, (a cura di), e Pescatori in Sardegna, Silvana Editoriale, Milano 1997, cit., p. 33-34. vedi anche: E. Baratier, Les relations commerciales entre Marseille et la Sardaigne au Moyen-Age, in atti del “Congresso Internazionale di Studi Sardi”, Cagliari, 1957.

Per la storia della pesca del corallo in Sardegna da parte dei marsigliesi si veda, oltre ai lavori degli autori citati nella nota precedente: F. Cherchi-Paba, Evoluzione storica, I-II,  cit., p. 233: «Uno dei più grossi mercanti di corallo sardo era Giuliano de Casanex che dovette la sua fortuna al commercio proprio del corallo sardo, di cui, secondo Baratier, si occupò fino al 1369, Giuliano de Casanex aveva un cugino di nome Francesco, il cui socio Nicola Baccifort parente dei Baccifort di Alghero a mezzo dei quali Giuliano teneva attivissimo il commercio del corallo nostrano. L’arte della lavorazione del corallo sarebbe penetrata in Sardegna per merito di Bernardo Adhemar, che intorno al 1379 consigliò un valente artigiano marsigliese a trasferirsi in Alghero».

Cfr., R. Carta, La pesca del corallo, in G. Mondardini (a cura di), Pesca e pescatori in Sardegna, cit., p. 43.

G. Tescione, Il corallo, cit., p. 46.

V. Piegiovanni, Aspetti giuridici della pesca del corallo, in A. Mattone, P. Sanna (a cura di), Alghero la Catalogna il Mediterraneo, cit., p. 411.

Cfr. ibid., cit., p. 441.

Cfr. ibid., cit., p. 412.

Cfr., G. Tescione, Il Corallo, cit., p.47.

A. Sparti, Fonti per la storia del corallo nel medioevo mediterraneo, doc. 306 cit., p.271, :«Antoni font, mercatoris catalani habitatoris Ville Algherii, presentis et patentis, dixit et fuit confessus se teneri liquide et dare et solvere debere eidem Antonio onzas triginta sex, tarenos sex et granos decem, in pecunia ponderis generalis, pretii vendicionis et assignationis rotulorum quadraginta unius coralli de toro de necto, boni, utilis et mercantilis sibi venditorum et assignatorum per eudem Antonium;xceptioni etc. renuncians etc.; quas et quos onzas XXXVI, terenos VI et granos x predictos doctus Xucha dare et solvere seu dari et solvi facere tenetur et promisit eidem Antonio, presenti et stipulanti, in dicta urbe per Nissim Chasseni seu Charonum Chasseni, iudeos panormitanos, in parulis hinc ad mensem unum completum et si no solverit seu solvi non facerit modo ut predicitur, quod teneatur eidem Antonioad omnia et interesse nec non et ad expensas viaticas ad racionem tarenorum trium pro quolibet die ex pacto.»

Cfr.,  ibid.,cit.,  p., I-XX.

G. Zanetti,  La legislazione sarda relativa all’industria corallina e la pesca del corallo in Sardegna, cit., p. 73-74.

P. Tola, Codex Diplomaticus Sardiniae, II, cit., p. 644.

Cfr., F. Cherchi-Paba, Evoluzione storica dell’attività industriale, agricola, caccia e pesca in Sardegna, cit., p.233.

A. Castellaccio, La pesca nel mediterraneo, in G. Mondardini, (a cura di), Pesca e pescatori in Sardegna, Silvana Editrice, Milano 1997, cit.,  p. 33.

G. Doneddu, La pesca nelle acque del tirreno (secoli XVII-XVIII), Editrice democratica sarda, Sassari 2002, cit., p.27.

A. Era, Le raccolte di carte specialmente di Re Aragonesi e Spagnoli (1260-1715) esistenti nell’Archivio del Comune di Alghero, Tipografia Giovanni Gallizzi, Sassari 1927, cit., p. 59. Doc. 93,:«Pietro IV d’Aragona (1335-1387): Ricorda una provvisione di tre anni prima i provenzali venuti in Alghero per pescare il corallo, dovevano pagare una tassa pari al ventesimo del valore del corallo pescato, ed altra provvisione posteriore con cui estendeva tale tasso a tutti i pescatori di corallo, esenta con la presente gli abitatori di Alghero dal pagamento di questo ventesimo, specificando che i catalani dovessero pagare l’antico diritto e i provenzali in ventesimo» mancando le disposizioni precedenti non si capisce cosa si intendesse con la definizione di «antico diritto». Si vedano inoltre alcuni documenti e carte di pesca, riguardanti privilegi sul diritto del corallo pubblicati da C. Parona, Il corallo in Sardegna, Roma 1883, e conservati presso l’Archivio di Stato di Cagliari.

Cfr., G. Zanetti, La legislazione, cit., p.65.

Cfr., G. Angius Casalis, Dizionario, cit., p. 41, :«Gli algheresi prima del 1372 si occupavano della pesca del corallo. In tal anno il re D. Pietro concesse ai medesimi la franchigia del diritto del ventesimo sulla pesca, ed estrazione del corallo, che pagavasi dai provenzali, catalani, ed altri non abitanti di Alghero. Questo era il porto, dove era necessario che concorressero tutte le barche, che facean corallo nei paraggi da capo Napoli, oggidì capo la Frasca, sino all’Asinara, e poi sino al Castello, sotto pena della perdita delle barche, e di quanto in esse si ritrovasse, ove approdassero entro quei termini in altro porto. Spesso vi è gran concorso in questa pesca, e ne ha gran vantaggio, non solo per la qualità, che passa per , lo migliore del Mediterraneo, ma ancora per la quantità.».

Crf.,  A. Era, Le raccolte di carte, cit., doc. 109, p.63.

Cfr., G. Zanetti, La legislazione, cit.,  p.67.

Cfr., M. Marini, Il corallo, cit.,  p. 54.

Per un approfondimento sull’utilizzo del corallo in campo artistico si veda: Arata-Biasi, Arte Sarda, Milano 1935; V. Mossa, Artigianato sardo, Sassari 1983; A. Imeroni, Le piccole industrie sarde, Milano-Roma 1928; F. Alziator, L’oreficeria popolare sarda, Iglesias 1970.

G. F. Fara, Geografia della Sardegna, in Pasquale Secchi, (a cura di), Editrice Quattromori, Sassari 1975, cit., p. 71.

Cfr., G. Zanetti, La legislazione, cit., p. 74.

Cfr., M. Marini, IL CORALLO, cit., p.55.

Cfr., A. Era Le raccolte di carte, cit., doc. 78, p.153; per la storia del ripopolamento della città di Alghero si vedano: A. Era, Popolamento e ripopolamento dei territori conquistati in Sardegna dai catalano-aragonesi, in Studi Sassaresi, serie II, VI (1928), n. 2, pp. 63-81; R. Conde, D. de Molina, Il ripopolamento catalano di Alghero, in A. Mattone, P. Sanna (a cura di), Alghero, la Catalogna, il Mediterraneo, cit., pp.74-103.

Per avere un’idea degli introiti derivanti dalla pesca del corallo si veda: G. Doneddu, La pesca del corallo tra alti profitti e progetti inattuati (sec. XVIII), in A. Mattone, P. Sanna, (a cura di), Alghero, la Catagogna, il Mediterraneo, cit., p. 517: «Secondo i calcoli effettuati intorno alla metà del settecento dai funzionari governativi,la pesca durava circa cinque mesi, concentrata soprattutto in luglio, agosto, settembre, periodo in cui, escluse le festività, si lavorava per un totale di sessanta giorni. Si supponeva che ognuna delle seicento coralline che comparivano annualmente nei mari sardi, (ma per le regie finanze erano almeno settecento e per vicerè di Bricherasio addirittura ottocento), raccogliesse giornalmente intorno alle cinque libbre di corallo (due chili circa), per un peso complessivo da parte dell’intera flottiglia di 180.000 libbre (oltre 70.000 chili)».

A Castellaccio, L’amministrazione della giustizia nella Sardegna aragonese, edizioni Gallizzi, Sassari 1983, cit. p. 125.: «L’ammenda prevista è sempre di 5 lire alfonsine. A farne le spese è Francesch  Pons, esperto nella lavorazione dell’argento».

Cfr., G. Angius Casalis, Dizionario, cit., p. 734-735.

Cfr., G. F. Fara, Geografia della Sardegna, cit., p. 71.

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