25 febbraio 2017 - Categoria: storia

Settecento di Sardegna: i viceré dal 1720 al 1799 di curatore Anonimo

La Sardegna passò ai Principi sabaudi nel 1720. Con questo passaggio i Principi assunsero anche il titolo di Re di Sardegna. I loro domini, dopo la Rivoluzione Francese  e l’inizio della Restaurazione (1815) comprendevano oltre al Principato di Piemonte, al Ducato  di Savoia, al Genovesato, alla Contea di Nizza, il Regno di Sardegna. Il Settecento sardo, studiato per alcune istituzioni: riordino dell’amministrazione, restauro delle due università sarde (1780-1765) con l’arrivo di celebri scienziati, l’istituzione delle Comuni o Comunità (1771, 1775), il tentativo d’introdurre l’Italiano negli uffici e come lingua curricolare nei collegi gesuitici e scolopici, osteggiato, e rinviato ad un’applicazione graduale, la lotta al banditismo “ai bandeados” coloro che per qualsiasi motivo erano stati oggetto di bandi, più tardi l’istituzione del catalogo dei banditi, l’abolizione dell’asilo per i banditi nelle chiese diroccate, l’introduzione dei primi pesi e misure, della notifica degli ospiti (un’anticipazione di quella che più in là sarà la segnalazione della residenza, il passaggio dal metodo gesuitico del trivio e quadrivio alle sette classi boginiane (dalla VII alla I) e l’introduzione nella VII classe dell’italiano. Il più grande riformatore fu certamente il Bogino che fu licenziato con la salita al trono di Carlo Emanuele III (1730-1773) dopo Amedeo II, (forse il più grande principe dei Savoia (1666-1732) e primo ad assumere il titolo regale con il possesso del Regno di Sicilia prima e di Sardegna poi. Un secolo, a a mio avviso, da ulteriormente approfondire nonostante la numerosa bibliografia.  Interessantissimo a riguardo il lavoro di A. Mattone e di Piero Sanna, Settecento sardo e cultura europea. Lumi, società, istituzioni nella crisi dell’Antico Regime, FrancoAngeli, Milano 2oo7 pp. 380 €, 30. Vedi anche Catalogo storico ragionato degli scrittori sardi del Settecento nei link di internet, la collana Einudi,
Storia dei Sardi in Jaka Book e i lavori dei settecentisti sardi: Carlino Sole, A. Mattone. Piero Sanna, Raimondo Turtas per la storia ecclesiastica, la collana delle Diocesi Sarde e altri autori.
Avendo potuto rintracciare questi brevi cenni ai viceré sardi ho ritenuto utile per i miei cinque lettori chiaramontesi riportare questo lavoro anonimo che ha preferito non firmarsi sui viceré sardi. (A. T.)

REGNO DI VITTORIO AMEDEO II
DON FILIPPO GUGLIELMO PALLAVICINO DI SAN REMIGIO
BARONE DI SAN REMY
(1720 – 1723, 1726 – 1727)

All’inizio del dominio sabaudo Vittorio Amedeo II nominò come primo viceré dell’isola il barone di San Remy. Il sovrano promulgò un indulto generale per presentarsi alle popolazioni con un messaggio di pace. Nonostante ciò, il barone incontrò serie difficoltà nel governo dell’isola soprattutto a causa della criminalità.

Per combatterla promulgò un pregone che vietava l’uso di pistole, carabine, e terzette (armi da fuoco inferiori a tre palmi e mezzo di Sardegna), vietandone la fabbricazione. In caso di violazione venivano applicate pene durissime: ai militari da una multa di 500 ducati a 10 anni di esilio, ai plebei dai 10 anni di carcere alla pena di morte. Negli anni successivi le pene furono riviste e rinnovate.

Il viceré subì ripetutamente il richiamo del suo sovrano, le lamentele e le lettere anonime di coloro che erano stati privati di certi privilegi.

Nel primo periodo del suo incarico, ebbe rapporti epistolari con il governatore di Sassari e con numerosissime personalità di tutta l’isola.

Andrea Giovanni Claret, delegato di giustizia della contrada del Marghine, fu il suo primo interlocutore col quale intercorse una intensa corrispondenza sull’ordine pubblico e su altri problemi.

Tra le lettere più importanti si possono citare quelle in cui il viceré informò Claret che rientrava nei suoi compiti anche il coordinamento del corpo dei miliziani addetti al servizio della sicurezza interna, che detto corpo versava in uno stato di trascuratezza. San Remy minacciò Claret di addebitargli i danni procurati qualora non avesse provveduto a regolarizzare la situazione.
Nel 1722, Claret denunciò al viceré l’irregolarità dei pesi e delle misure impiegate nella contrada del Marghine; il viceré, per evitare danni ai vassalli, consigliò al delegato di lasciar trascorrere il periodo del pagamento dei tributi prima di prendere i necessari provvedimenti.

Nel 1726 il viceré impartì disposizioni per la riparazione delle carceri di Macomer.

REGNO DI CARLO EMANUELE III

MARCHESE TOMASO ERCOLE ROERO
DI CORTANZE
(1727 – 1731)

Nel 1730 Vittorio Amedeo II abdicava in favore del figlio Carlo Emanuele. Fra i primi provvedimenti del nuovo sovrano, la nomina nella carica di viceré del marchese di Cortanze e la promulgazione di un indulto per i delitti meno gravi.

Condizionò la concessione pretendendo dai sindaci un giuramento che impegnasse tutti i sardi al rispetto delle leggi.

Il viceré diede l’ordine di sorvegliare rigorosamente le zone dove avvenivano frequentemente furti di bestiame che costituivano un notevole danno per l’agricoltura. I furti continuarono e il viceré perse la fiducia nei delegati addetti al controllo dei seminati. Antonio Maria Carta, già delegato della Curia baronale del Marghine, chiese al viceré un controllo delle vidazzoni con l’impiego di corpi speciali per fronteggiare i continui danneggiamenti del bestiame.
Per combattere la speculazione, il viceré, previa visione dei dati sulla produzione agricola, stabiliva annualmente il prezzo del grano per il commercio internazionale (afforo).

Per diminuire la criminalità emanò un pregone sul porto d’armi, vietando a chiunque, all’interno dei centri abitati, il porto di coltelli di qualsiasi genere (tranne poche eccezioni), e stabilì l’imposizione della pena senza attenuanti dai 18 anni anziché dai 25 e decise di premiare con un compenso chiunque avesse arrestato disertori.

In più rese pubblici i valori delle monete estere affinché i commercianti ne accettassero il pagamento.

Prima di lasciare l’incarico, accolse la richiesta degli ufficiali del distaccamento di fanteria di far distribuire gratuitamente la legna da ardere e le candele.

MARCHESE GEROLAMO FALLETTI
DI CASTAGNOLE
(1731 – 1735)

In concomitanza al viceregno di Castagnole, la delinquenza organizzata non si attenuò perché era stato azionato un sistema repressivo non supportato da interventi idonei a risanare la precaria condizione economica e sociale della popolazione.

In seguito alla ribellione dei vassalli, nata dall’ingiustizia del sistema feudale, banditi e i nobili si allearono contro i rappresentanti dello stato, quando questi si presentavano per stabilire l’ordine. Questo fenomeno si verificò soprattutto nelle regioni centro-settentrionali a prevalente economia pastorale.

Si costituirono bande criminali (quadriglie), legate a qualche nobile o signorotto di paese, animati dalla ribellione per lo stato di povertà a cui erano sottoposti e dalla voglia di difendere i propri interessi privati (faide).

Per contrastare le ribellioni dei vassalli oppressi dal sistema feudale il governo interveniva di frequente con la forza; quel clima repressivo favoriva le alleanze tra banditi e nobili contro i rappresentanti dello stato che limitavano le loro attività criminali. Questo fenomeno si verificò soprattutto nelle regioni centro-settentrionali a prevalente economia pastorale. Si costituirono bande criminali (quadriglie), legate a qualche nobile o signorotto di paese, animati dalla ribellione contro la povertà a cui erano sottoposti e dalla voglia di difendere i propri interessi privati (faide).

Il viceré per fronteggiare il fenomeno, pubblicò un pregone con cui rafforzò i divieti e le sanzioni per il porto delle armi da fuoco e aumentò le pene da infliggere ai criminali.

Nel 1733 dispose un’azione per sgominare le quadriglie che infestavano il Marghine e altre regioni con furti, assalti, rapine e omicidi.

Dopo aver appreso che le quadriglie erano sostenute da alcuni prinzipales, ordinò di catturare i banditi con la collaborazione degli stessi prinzipales che li sostenevano. Non si riuscì a concludere positivamente la situazione.
In campo economico il viceré di Castagnole si interessò al commercio dei grani, in particolare alla cerealicoltura di Macomer e della contrada del Marghine (gli altri viceré si erano occupati solo di banditismo e ordine pubblico).

Diede quindi un importante contributo al miglioramento del commercio, combattendo il monopolio degli incettatori. Il viceré richiedeva i dati annuali relativi al raccolto, per regolare le estrazioni, l’alimentazione e la semina del regno.

CARLO AMEDEO BATTISTA MARCHESE DI SAN MARTINO D’AGLIE’
E DI RIVAROLO
(1735 – 1738)

Il Marchese di Rivarolo, Carlo Amedeo Battista, ricoprì la carica di Viceré il 1-10-1735. Genovese ed ex comandante delle galere sabaude viene ricordato più di ogni altra cosa per la sua spietata lotta al banditismo.

Operò principalmente nella parte settentrionale della Sardegna dove molti nobili e cavalieri proteggevano bande di criminali, ma non esitò ad addentrarsi in Gallura, nell’ Ang1ona e nel Goceano.

Era spietato persino nelle esecuzioni e impassibile nelle torture. Prima impiccava il bandito e poi lo bruciava disperdendone le ceneri, oppure tagliava loro la testa e le appendeva in cima alle torri perché servissero d’esempio. Condannò all’ esilio i favoreggiatori e i loro familiari.

Fu una politica sanguinaria perché secondo Carlo Amedeo Battista il banditismo era la causa principale dello scarsissimo sviluppo economico e sociale dell’isola e doveva essere contrastato in tutti i modi.

Infatti egli mandò in prigione circa 3000 persone e oltre 400 vennero giustiziate. Durante il suo mandato il Parlamento non venne mai convocato per discutere dei problemi dell’isola.

Durante il 1736 ebbe stretti rapporti con Macomer e si incontrò per e risolvere il problema del prezzo del grano che in quell’anno aveva raggiunto prezzi esorbitanti.

Il viceré Rivarolo decise di visitare l’entroterra e di constatare in prima persona quali fossero i veri problemi della popolazione. Il Re impedì questa spedizione poiché sarebbe costata troppo, ma solo dopo una lettera del Rivarolo, dove egli si impegnava a caricarsi alcune spese, egli acconsentì.

In tutte le zone dove il viceré sarebbe passato si affrettarono i lavori di restauro di ponti e strade e venne mobilitato un servizio di sicurezza.

Il Rivarolo e la sua compagnia partì nel marzo del 1737 e in ogni paese egli veniva accolto dal popolo per la sua fama di garante della legge e della pace sociale. Egli era il primo viceré sabaudo che visitava l’entroterra e come suo solito si interessò particolarmente della giustizia. Infatti prese visione dei processi in corso e accelerò l’emissione delle sentenze e le esecuzioni delle pene.

Il 25 marzo 1737 il Marchese emise un pregone che notificava l’arresto immediato, pena l’ammenda di 200 scudi, di tutti i delinquenti che prestavano servizio presso i prinzipales e i vari nobili, che appunto avrebbero dovuto licenziarli e depositare una lista con i nomi delle persone al loro servizio.

In quei giorni scrisse al re denunciando questa grave piaga.

L’8 aprile 1737 il Rivarolo con un altro pregone proibì ai pastori di ospitare criminali negli ovili e di trasferire i pascoli e le tanche dalle zone impervie ad altre più accessibili e in prossimità di strade principa1i.

Gli abusi dei militari nei confronti delle popolazioni indussero il viceré ad emanare un regolamento con disposizioni severissime.

Il viceré con altri pregoni, vietò l’uso delle barbe lunghe perché occultavano i connotati, dimezzò i tempi di durata del lutto, bandì l’uso di strumenti di misura non autorizzati.

A conclusione della visita il Rivarolo costituì una commissione di esperti per analizzare i problemi sociali ed economici della Sardegna. Informò il sovrano delle precarie condizioni in cui versavano le popolazioni dell’isola; propose innovazioni nel campo amministrativo e giudiziario per accelerare le procedure burocratiche e processuali; autorizzò il perfezionamento di giovani sardi nel campo della medicina e della chirurgia fuori dell’isola; promosse il popolamento di un’isoletta a sud della Sardegna con una colonia di marinai genovesi che chiamò Carloforte in onore del sovrano.

I rapporti di conoscenza instaurati con persone autorevoli nel corso della visita gli permise di potenziare la rete delle informazioni che gli permise di controllare il fenomeno della criminalità, le attività della burocrazia feudale e del potere ecclesiastico.

24 febbraio 2017 - Categoria: eventi luttuosi, filologia, lingua/limba

“Blasco Ferrer (1956-2017): il ricordo di un grande studioso del sardo” di Mauro Maxia

 Il 12 gennaio il messaggio di un amico mi ha annunciato la scomparsa di Eduardo Blasco Ferrer. La notizia è giunta improvvisa e sconcertante dato che attendevo una sua risposta a una email che gli avevo trasmesso appena il giorno prima. Oltretutto sapevo che Eduardo era una persona molto metodica in fatto di cura della propria salute. Per questo non dimostrava affatto i suoi 60 anni. Eduardo Blasco Ferrer, filologo e linguista, era nato a Barcellona nel 1956 e si era laureato nel 1981 in Linguistica romanza all’Università di Erlangen, giungendo poi all’Università di Cagliari come lettore di catalano presso la Facoltà di Magistero. Aveva insegnato negli atenei di Sassari, Bonn, Firenze, Monaco di Baviera e infine di nuovo a Cagliari, dove dal 1996 era ordinario e docente di Linguistica sarda e romanza e aveva diretto il master “Approcci interdisciplinari nella didattica del sardo” per la Facoltà di Scienze della Formazione. Studioso di catalano e altre lingue iberiche, di italiano e di ladino, dedicò gran parte della sua attività scientifica al sardo, a cominciare dalla sua classica storia linguistica della Sardegna apparsa nei primi anni 80. Particolarmente ricca la sua bibliografia; per limitarsi alle principali monografie, si ricorderanno qui: Grammatica storica del catalano e dei suoi dialetti con speciale riguardo all’algherese (Tübingen, Gunther Narr 1984); La lingua sarda contemporanea: grammatica del logudorese e del campidanese: norma e varietà dell’uso: sintesi storica (Cagliari, Ed. Della Torre 1986); Storia linguistica della Sardegna (Tübingen, Niemeyer 1984); Le parlate dell’alta Ogliastra: analisi dialettologica – saggio di storia linguistica e culturale (Cagliari, Ed. Della Torre 1988); Ello Ellus. Grammatica della lingua sarda, Ilisso Edizioni, coll. Poliedro, Nùoro 1994; La lingua nel tempo: variazione e cambiamento in latino, italiano e sardo (Cagliari, cuec 1995); Pro domo: grammatica essenziale della lingua sarda (Cagliari, Condaghes 1998); Storia della lingua sarda (Cagliari, cuec 2009); Paleosardo. Le radici linguistiche della Sardegna neolitica (Berlin, De Gruyter 2010). In Linguistica sarda. Storia, metodi, problemi (Cagliari, Condaghes 2002), Blasco Ferrer aveva raccolto 30 articoli prodotti in un ventennio di ricerche su vari aspetti della linguistica sarda; nel primo capitolo aveva offerto un consuntivo critico di tutti i lavori linguistici concernenti il sardo pubblicati da Settecento in poi, repertoriati di seguito in una bibliografia ricca di oltre mille titoli. Negli anni 2000 si era occupato anche di manualistica, con Italiano, sardo e lingue moderne a scuola (Milano, Franco Angeli 2003) e con il recentissimo Corso di linguistica sarda e romanza (Firenze, Franco Cesati 2016). A proposito di questo suo ultimo libro, la Direzione Generale Scolastica per la Sardegna il 21 ottobre 2016, diramando a tutte le scuole sarde la notizia della presentazione, ha evidenziato che “il prof. Blasco Ferrer ha rinunciato ai diritti d’autore per favorire la diffusione della cultura sarda”. Nella «Rivista Italiana di Onomastica» aveva pubblicato alcuni articoli nei quali ha cercato di dimostrare, servendosi soprattutto di toponimi, alcune teorie innovative sui rapporti tra lingue, in particolare tra paleosardo e paleobasco: Tipologia e ricostruzione del Paleosardo, xvi (2010), 1, pp. 9-30; Cognomi sardi e italiani e questioni di metodo nella ricerca (top)onomastica: Mele, Mela(s), Mula(s) e Miele, Ortu, Manno, Barisone e Salusi, xvii (2011), 1, pp. 35-54; Toponomastica e ricostruzione morfologica. Paleobasco *doni (> toki, lo(g)i) e Paleosardo Doni, Toni (tòneri e Tonara), Tok-, Dog- e Lo(g)i, xviii (2012), 1, pp. 19-46. In particolare nel primo dei testi citati Blasco Ferrer aveva applicato schemi strutturalisti – di distribuzione e di frequenza – al corpus dei microtoponimi delle aree più arcaiche della Sardegna, e la successiva interpretazione tipologica dei risultati lo portava a chiarire la tipologia dell’enigmatico sostrato paleosardo e a avviare proficui confronti con le antiche lingue dell’Iberia, scoprendo a suo parere suggestivi parallelismi formali e semantici.

Mauro Maxia

Nel terzo saggio lo studioso si era proposto di dimostrare come sia prioritario condurre un’esauriente analisi morfologica del materiale toponimico per ottenere regole di sviluppo diacronico capaci di consentire una comparazione più sicura. Su questo argomento, insieme a studiosi di altre discipline, organizzò anche un convegno internazionale di taglio multidisciplinare, intitolato Gorosti U5b3 (Sardegna, giugno 2012), i cui atti sono usciti col titolo Iberia e Sardegna. Legami linguistici, archeologici e genetici dal Mesolitico all’Età del Bronzo per Le Monnier Università, Firenze/Città di Castello 2013 Aveva inoltre curato le recensioni di: Dieter Kremer (a cura di, in collaborazione con Monique Bourin / Wilhelm F. Nicolaisen / Wilfried Seibicke), Onomastik. Akten des 18. Internationalen Kongresses fur Namenforschung, vol. vi. Namenforschung und Geschichtswissenschaften. Literarische Onomastik. Namenrecht. Ausgewahlte Beitrage (Ann Arbor, 1981) (Tübingen, Niemeyer 2002), xi (2005), 2, pp. 463-66; di María Dolores Gordón Peral (a cura di), Toponimia de España. Estado actual y perspectivas de la investigación (Berlin, Walter de Gruyter 2010), xvii (2011), 1, pp. 176-78; e di Xosé Lluis García Arias (coordinador) / Emili Casanova (editor), Toponimia hispánica. Origen y evolución de nuestros topónimos más importantes (València, Denes 2011), xviii (2012), 1, pp. 176-80. E nelle pagine della rivista era stato presentato da Giulio M. Facchetti il suo Paleosardo. Le radici linguistiche della Sardegna neolitica (Berlin/New York, Walter de Gruyter 2010), xvii (2011), 2, pp. 690-94.

24 febbraio 2017 - Categoria: versos in limba

“Sa triuladura a s’antiga” de Salvatore Deligia

https://www.luigiladu.it/poesias/sa_triuladura_a_s’antiga.htm

In s’istazzu est como su trigu
a su seguru chi no eppat dannu
cussu bene sueradu tottu s’annu
cuntivizzadu che caru amigu.

Dezisa est sa die de triulare
e portare s’arzol’a cumpimentu
isperande in-d-unu bonu entu
po lu porret in presse bentulare.

Cando su sole in artu isplendet
su trigu in s’istazzu ispaniadu
una perda manna a su ju ligadu
onzi tantu su puntorzu l’ofendet.

S’ispiga iscrefada lassat su ranu
in mesu ‘e sa pazza bene cuadu
cun trautzos e palas enit artziadu
chi su entu che la leede lontanu.

Como s’incunza est apreffinada
sos saccos sun pienos ‘e graniglia
pius famene non passat famiglia
presau est su massaiu ‘e s’annada.

Onzi idda preparat festa manna
pro ringratziare su propriu Santu
tottus in pratza cun ballos e cantu
buffande in barraccas de canna.

S’istazzu in disusu a tentu acabbu
Ilartzi lu faghet pro traditzione
po mustrare a sa noa generatzione
cantu at bistu faghinde a su babbu.

 

23 febbraio 2017 - Categoria: cultura, filologia

“Il sentiero degli spiriti” Mauro Maxia

Mauro Maxia

Nel contesto di una ricerca a largo raggio sulla storia della comunità diPerfugas (Perfugas e la sua comunità, I, 2010, p. 302; II, 2016, p. 259) èemerso un toponimo ora disusato ma che è documentato in un atto del 1777. Nellarelativa fonte, scritta in spagnolo, si ricorda un “camino q(ue) dizen desa Regula” (‘cammino che [in sardo] dicono de sa Regula’).
Leggendo il documento, attraverso i toponimi ai quali il cammino in questione  risulta associato si ricava che esso corrisponde a un sentiero tortuoso e in pendenza che lambisce il compendio della chiesa rurale di San Giorgio Martire, per secoli nota col titolo di San Giorgio de Ledda. Questo sentiero attualmente è conosciuto come Caminu de Su Concheddu (‘cammino de Su Concheddu’) per chi da San Giorgio scende verso la sottostante conca detta Su Concheddu. Viceversa, per chi sale da questa conca alla chiesa di San Giorgio il nome si presenta con la variante Caminu de Santu Jorzi (‘cammino di San Giorgio’).

L’interesse per l’antica forma, oltre alla curiosità innescata dal lungo disuso, deriva dalla sua estrema rarità nella toponimia sarda. Anzi, il termine régula  rappresenta propriamente un hápax in quanto non se ne conoscono altri casi.

Ancora più interessanti, forse, sono le motivazioni che poterono presiedere al conio del toponimo. In sardo il termine régula ha gli stessi significati dell’ italiano “regola”. In alcune comunità dell’Isola esso indicava anche il rintocco della campana che veniva suonata per annunciare la morte di qualcuno.

Anche se il suo uso ormai è ristretto ai parlanti più anziani, questo termine è noto perché è alla base di un nome proprio, Sa Régula, che è lo stesso che forma il toponimo in parola. Sa Régula o Sa Réula, secondo una credenza popolare un tempo diffusa in tutta la Sardegna tradizionale, sarebbe una processione di anime o di spiriti penitenti che si svolgerebbe di notte per annunciare la morte imminente di qualcuno. Lo spirito del predestinato, secondo la credenza, si associava a questa processione dei defunti e i vivi che avessero avuto la ventura di incontrarlo in tale frangente vi avrebbero potuto riconoscere lo sfortunato candidato.

Un aspetto interessante di questa credenza è legato al fatto che il sentiero venisse percorso dalla macabra processione in salita oppure in discesa. Nel primo caso, di segno infausto, il predestinato sarebbe morto entro l’anno. Nel secondo caso, più favorevole, avrebbe patito una grave malattia o infermità ma non sarebbe morto.

Ebbene, il forte dislivello che caratterizza il Caminu de sa Régula parrebbe strettamente connesso con questo particolare della leggenda. Addirittura, la parte superiore del sentiero è talmente accidentata che richiede di saltare, non senza qualche difficoltà, un gradino naturale formato dal fondo roccioso.

Questa circostanza, dunque, ben si associa ai timori che la visione della temuta processione notturna poteva suscitare in ambienti fortemente legati alle leggende e credenze popolari.

 

12 febbraio 2017 - Categoria: versos in limba

“Peraulas” de Maria Sale

Maria Sale

Sentores de faeddu
in bena e neuddu intrados
a bentu de sole e traschìas
…e peraulas accabidadas
dae farfaruzas frundidas.

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