21 settembre 2017 - Categoria: c'est la vie, Chiaramonti e dintorni

” San Matteo e i fedales del 1966 del novecento” di Ange de Clermont

Caro San Matteo, anche quest’anno come in genere negli ultimi anni, noi coetanei del 1966, in pratica i cinquantunenni di Claramunt, (scusami se usiamo il catalano), perché sicuramente i Doria da sempre molto vicini ai catalani hanno usato maestranze catalane per costruire il castello con la cappella a te dedicata, ti festeggeremo, senza presunzione meglio degli altri anni. Quando mai te la sei visto un coro interforze per cantarti la Messa in gregoriano?
I fedales del ’66 del novecento sono troppo intelligenti, e scusaci della nostra immodestia! San Matte’ perché sei imbronciato? Non lo so, puoi dirci anche il perché!-
-Amati coetanei, sapete perché sono imbronciato? Perché intanto avete preso la mano al vicario e anche nelle cerimonie religiose fate quello che volete e, poi, figli cari, mica vi salvate l’anima entrando in chiesa soltanto per un’ora all’anno in cui vi tocca la festa,  eh! Poi aspettate a passarci da morti, a cent’anni, a salutare Gesù Cristo!-
-Scusaci San Matte’, forse il tuo segretario non tiene bene i conti, ma possiamo dirti che qui siamo entrati per il Battesimo, per il Catechismo per la Prima Comunione e poi per la Cresima e poi quando ci siamo sposati eh, San Matte’, prendi bene gli appunti!-
-Si, avete ragione, ma questo non basta. Ci sono circa 52 domeniche l’anno e voi in Parrocchia non ci passate, ma andate a  “su divertimentu”!-
-Questo è vero San Matte’, ma io, ad esempio, (si tratta di un coetaneo militare) ci son passato per il Battesimo di mio figlio e di mia figlia, aggiungi la Comunione e la Cresima e poi non sto a contare le volte che sono entrato in chiesa per i matrimonio degli amici e non puoi negare ad ogni tua festa visto che pratico il tuo mestiere prima che ti chiamasse Gesù Cristo. Non sto a contare anche quando sono entrato in chiesa quando è morto babbo e poi mio suocero e altri parenti, eh!-
-Hai ragione figliolo, m non basta! Ma lo sai quante anime di claramontani ho bloccato all’ultimo nano secondo mentre stavano per precipitare a Porta Inferi? Non ti parlo delle anime vaganti per le quali sto facendo il braccio di ferro con San Pietro, aiutato da Giusta, che certo non ha la parlata dell’avvocatessa claramontana Ines. Non sto a parlarvi dei sindaci e dei vicesindaci a favore di quali
devo combattere cento battaglie! Ragazzi, più frequenza alla Messa domenicale e qualche visita extra a Gesù Cristo che tante volte gli passate davanti senza manco salutarlo!-
-Oh, San Matte’, adesso stai facendo il pignolo!- interviene Vannazzo!
-Ascoltate ragazzi, mi’ che ve lo sto dicendo, che se continuate così non posso farci nulla per salvarvi l’anima da Porta Inferi! E proprio tu, Vannazzo, godurione che non sei altro, quando la smetterai di fare il borioso? Guarda che stai seguendo una brutta china! Tu vuoi mettere insieme il Paradiso con l’Inferno. Cambia condotta altrimenti sei fritto!-
I fedales del ’66 del novecento finalmente stanno zitti, perché San Matteo ha fatto sentire loro per un attimo il fumo dell’Inferno. S’inginocchiano a testa a terra!
San Matteo prima di congedarsi li ammonisce:
– Ad ognuno il suo ruolo, al vicario lasciategli fare il vicario e voi  fuori della chiesa, senza peccare, fate le feste che volete!-

Io, compaesani miei, nascosto dentro il vecchio confessionale ho sentito queste cose e ve le riferisco papale papale come le ho udite!

Mauro Maxia: recensione di Les oiseaux sens plumes, di Anna Maria Sechi

ANNA-MARIA SECHI, Les oiseaux sens plumes, Strépy-Bracquegnies (Belgio), Ed. Le Livre en papier, 2017, pp. 230.

Mauro Maxia

Questo libro di Anna Maria Sechi rappresenta il romanzo della sua vita ma anche delle persone che hanno condiviso tratti più o meno lunghi della sua vicenda. La scrittura è essenziale, priva di fronzoli, ma efficace. La trama è raccontata in presa diretta, quasi per fotogrammi, secondo uno schema spazio-temporale rettilineo. Da un punto di vista formale il volume si articola in 34 capitoli, per lo più brevi, che variano da una lunghezza di appena due pagine fino a una dozzina. I capitoli più brevi hanno la funzione di collegare dei momenti più importanti. Quelli più lunghi, invece, devono la loro estensione all’insopprimibile esigenza che spinge l’Autrice a descrivere fin nei minimi particolari le fasi più concitate e drammatiche di momenti fondamentali della sua vita. “Quando il padre di Anna-Maria lascia la natia Sardegna nel 1952 cerca di sfuggire alla povertà, alla miseria e alla mancanza di un futuro. Egli parte in avanscoperta in attesa che la sua famiglia lo raggiunga. Ma si confonde in un mare di lavoratori italiani che partono verso il Nord, verso il Belgio, per lavorare nelle miniere di carbone. Quando, qualche mese più tardi, al termine di un periplo in cui si mescolano il comico e il tragico, Anna-Maria in compagnia di sua madre e dei suoi fratellini giunge finalmente alla Terra Promessa si trova brutalmente di fronte a un mondo assai diverso da quello che lei ha conosciuto fino ad allora. La mancanza di sole e di luminosità del Nord, le condizioni degradanti nelle quali i minatori sono alloggiati, il terrore del lavoro in miniera: si capisce che quei lavoratori sradicati soffrono nel corpo e nell’animo. È in questo modo che inizia il racconto della vita di una famiglia sarda. Anna Maria fonda una famiglia per la quale si batterà coraggiosamente: aiutare suo marito a lasciare la miniera, trovare un impiego in una società che in lei non vede altro che una straniera e, ultima battaglia, si batte per salvare sua figlia affetta da una malattia allora poco conosciuta che finirà per portarsela via. Lei racconta questo lutto, ci mostra il suo coraggio e la sua ostinazione di donna semplice al cospetto di un ambiente scientifico che non le riconosce alcuna competenza ma che finirà per riconoscere il suo impegno e il suo lavoro. Questa è una storia di povera gente che lotta per una vita meno miserevole. Imperfetta ma sempre sincera, risoluta fino all’ostinazione, contrariata ma sempre generosa, Anna Maria Sechi non dà lezioni ma testimonia la sua storia in modo umile. E ci fa un regalo che aiuta a capire. Questo racconto mostra uno sguardo differente sulla storia dell’emigrazione in Belgio e ci spinge a riflettere sullo spazio che noi riserviamo allo straniero”. Questa sintesi riprodotta sulla 4^ di copertina offre un primo sguardo, privo di reticenze, sul contenuto del libro. Contenuto che tuttavia è assai più largo e profondo, che non è soltanto un resoconto sull’emigrazione dei sardi in Belgio durante il secondo dopoguerra né un semplice racconto delle pur difficili condizioni in cui si dibattevano allora gli emigrati e le loro famiglie. Questo libro è molto di più. Ha soprattutto il pregio di offrire dei quadri, crudi quanto si vuole, ma necessari sulla situazione di grande disagio economico che obbligava i sardi a fuggire da un’isola che offriva loro soltanto un incerto futuro di privazioni e miseria. Ma il libro non è soltanto questo. Esso è una testimonianza sofferta eppure minuziosa delle ansie e delle pene vissute da una donna che, ancor prima che donna, è stata bambina e madre. E lo è stata vivendo in prima persona la perdita del primo figlio durante il parto per imperizia del personale sanitario. Ma soprattutto lo è stata vivendo una tragedia immane come può esserlo solo una malattia incurabile che affligge per tutta la vita la sua seconda figlia fino a portarla alla morte prima ancora della giovinezza. È quasi impossibile per un lettore fornito di un minimo di sensibilità sottrarsi a un sentimento di forte condivisione. Per alcuni degli episodi raccontati si potrebbe parlare anche di “anatomia del dolore”. È qui infatti che Anna Maria raggiunge il punto più alto della sua capacità di descrivere il dolore. Dolore che è anche fisico quando riguarda particolari episodi di sofferenza. Ma che soprattutto è un dolore dell’anima quando la pur combattiva Anna Maria è costretta ad arrendersi ed accettare la dura realtà. Dolore dell’anima che lei sperimenta a lungo quando condivide l’angoscia della figlia Lucia che fin da ragazzina comprende che non può sfuggire a un destino che la crudele malattia ha già determinato. Il libro è anche un racconto della forza d’animo che Anna Maria riesce ad esprimere di fronte a una serie di ostacoli che avrebbero potuto fiaccare la resistenza della maggior parte delle persone. Il volume si apre con il netto rifiuto dell’Autrice rivolto all’ipocrisia dei politici italiani che nel 1979 si recano in Belgio a visitare gli emigrati italiani che per la prima volta erano chiamati a votare per eleggere il primo parlamento europeo. Politici che hanno la faccia tosta di affermare di sentirsi anche essi degli emigrati. Ma con l’enorme differenza che essi soggiornano a Bruxelles in una situazione colma di privilegi, cioè l’esatto contrario della situazione degli emigrati che hanno trascorso una parte della propria vita in miniera e che in gran numero vi si sono ammalati fino a morirne. Il racconto parte dai primi anni dell’infanzia, dai primi ricordi che l’Autrice ha della propria vita. La sua famiglia trascorre alcuni anni tra Macomer e Birori al seguito del padre che allora faceva il cantoniere. Il salario davvero misero che riceveva non consentiva di affittare degli alloggi degni di questo nome. La descrizione di questi tuguri dà subito un’idea dell’efficacia della scrittura dell’Autrice. Sono anni duri e il giudizio di Anna Maria è mitigato dal fatto che i tempi erano duri per tutti in Sardegna dove soltanto in pochi riuscivano a condurre un’esistenza dignitosa. Erano tempi in cui lo stato italiano concludeva accordi vantaggiosi con alcuni stati dell’Europa del nord verso i quali avviava una ondata migratoria che era favorita da false promesse di una vita agiata. False promesse che però convinsero anche il padre di Anna Maria ad abbandonare la Sardegna in cerca di miglior fortuna.

2 settembre 2017 - Categoria: memoria e storia

“Giovanni Matteo Tedde (1873-1927) da contadino a regia guardia di finanza” di Ange de Clermont

Secondo la stilista chiaramontese Iolanda Denanni:
L’abito che indossa  è un gessato ed è confezionato a mano.Il periodo è degli ultimi dell’ottocento metà novecento. Lo stile era quello. Ne ha confezionati diversi anche mamma (Zuzza Spanu). Lei si era specializzata anche sugli abiti moderni, aveva conseguito il diploma di sarta a Genova.Tuo nonno quando è partito di certo non aveva quell’abito essendo più o meno del periodo di mio nonno Gavino Denanni:il classico abito di allora nei nostri paesi era pantaloni di fustagno o panno, camicia bianca gilet o panciotto di panno, giacca sempre di panno o di velluto e su bonette.Può darsi che tuo nonno vestisse ancora il classico costume in orbace e l’abbia smesso proprio quando è partito. Io mio nonno in costume non l’ho conosciuto.C’è da dire che i signorotti del periodo di tuo nonno vestivano con gli abiti così detti moderni. Vedi le foto dei Falchi.”
Dopo la presentazione dell’abito della fotografia di nonno cerchiamo di percorrere la sua vicenda umana dalla nascita alla morte.

Gli avi di nonno

Mi  pare necessario, prima di stilare il breve profilo di mio nonno Giovanni Matteo Tedde, noto Matteo, accennare brevemente ai suoi avi.
Il  bisnonno Matteo Tedde Pinna, nato nel 1756 e morto nel 1819, aveva sposato il 16 settembre del 1784, dunque a 28 anni, Domenica Cossiga dalla quale ebbe 8 figli di cui 3 femmine (Anna (26.10.1784) da questa nascita si rileva che  sposò la moglie in chiesa all’ottavo mese anche se probabilmente si era sposato prima in Comune, dal momento che allora ci si doveva sposare sia in chiesa sia in comune separatamente. Maria Pietruccia nacque nel 1787; Giovanna Vincenza nel 1789: seguirono i maschi Giovanni Antonio nel 1792; Antonio Michele nel 1795; Lorenzo Alfonso nel 1800; Giovanni Andrea nel 1804. Non curandoci ovviamente degli altri sette tra figlie e figli, che diedero vita ad altre famiglie, ci occupiamo di quest’ultimo che fu il nonno di Giovanni Matteo.
Da notare che quest’avo mise su famiglia nel periodo appena precedente alla rivoluzione francese, durante e subito dopo, quando Napoleone divenne Imperatore dei Francesi. Da rimarcare anche che nel  1792-94 ci fu la “sarda rivoluzione.” In paese all’epoca ci furono dei sussulti e nulla più a voler seguire le annotazioni annalistiche di Giorgio Falchi.

Giovanni Andrea (1804) si sposò con Chiara Giovanna Maria Cossu dalla quale in prime nozze  ebbe  Matteo il 21 agosto 1829, ormai in piena Restaurazione e alla vigilia dei moti liberali.
Caterina Georgia senior nacque il 22 settembre 1831, Alfonso  il 20 settembre 1834, Caterina junior   il 9 settembre 1835 e morì  il 15 dello stesso mese; Maria nacque il 9 febbraio 1837; Pietro Antonio il 7 gennaio 1840 e altri quattro figli dalle seconde nozze con  Gavina Lucia Rebbecchesu Canu di Ploaghe, figli che ai nostri fini non interessano. C’interessa invece  Pietro Antonio, noto Antonio, che fu padre di Giovanni Matteo, noto Matteo.
Giovanni Matteo Tedde fu denunciato presso il Municipio di Chiaramonti, essendo sindaco Giorgio Falchi. Ecco alcune tracce dell’ estratto  di nascita:

L’anno Mille ottocento settantacinque addì cinque agosto a ore pomeridiane sei, e minuti cinquantacinque nella casa comunaleAvanti a me Falchi Madau avvocato Giorgio Sindaco ed Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Chiaramonti, è comparso Tedde Antonio, d’anni trentacinque, agricoltore, domiciliato in Chiaramonti, il quale mi ha dichiarato che alle ore antimeridiane due e minuti cinque, del dì tre del corrente mese, nella casa posta in via Grande, al numero 187, da Malta Mudadu Filomena, sua moglie, donna di casa, e seco lui convivente, è nato un bambino di sesso maschile che egli mi presenta, e a cui dà il nome di Giovanni Matteo”.
Colorita  questa prima “presentada” del bimbo nel Comune di Piatta, forse appena ultimato a piano terra.

18 agosto 2017 - Categoria: eventi luttuosi

Morire nella Rambla è come recidere una rosa in boccio di Ange de Clermont

La Rambla è il momento di svago, di canto, di poesia di libertà.
Sono stato due volte con una trentina di studentesse universitarie a Barcellona e ricordo con nostalgia quei momenti lieti. Sia che tu passeggi sia che ti fermi sia che ti senta ispirato sia che ti venga il desiderio di fare il figurante, perché i passanti ti offrano i soldi per un caffè per danzare nella felicità.
Da una parte il suono di un tango, dall’altra un ballo gitano di una coppia.
Sorridi nella Rambla, a tratti vai su di giri, ascolti, senti, sfiori i passanti, getti un euro al cantante solitario che canta improvvisando, lo getti anche alle tre allieve che all’improvviso, tenendo le ginocchia e le braccia alzate, in un equilibrio difficile, vogliono fare le statue, per procurarsi i soldi per un caffè.
Non è una giostra la Rambla, ma un luogo per giocare quasi fanciullescamente.
La Rambla è un incedere per assistere alle più stravaganti bizzarrie della gente e perciò ridi, sorridi, a volte ridi a crepapelle. Ti vien  voglia di gridare:
-Voglio vivere nel viale più bello del mondo.Voglio portarmi nel cuore immagini, suoni, follie di una commedia umana che manifesta gioia e speranza al chiaro di luna.-
Il diavolo però, invidioso della felicità degli uomini, ecco che si traveste con la sua masnada, per spegnere sorrisi, suoni, gioie e far scorrere  sangue.
Il sorriso si è spento, il suono del tango si è spezzato, il cantante improvvisato è caduto, spicciando sangue dal cuore come da una fontana d’acqua sorgiva.
L’ombra cupa della morte, vestita a lutto, con ghigno cupo, ha spento la gioia e la speranza.
Il sorriso colmo di gioia dei più si è improvvisamente spento. I 14 morti, i dispersi, gli oltre 100 feriti
hanno soverchiato  coi loro lamenti, balli, musiche, movenze dei figuranti.
Di tanti la morte ha spento per sempre il sorriso.

Maledetto
demonio
che sigilli
le appena sbocciate
speranze di vita.
Maledetta
bestia
che strappi
dal petto
i cuori
festosi.
O morte
corte
e bruciate
sono le palme
della tua vittoria.
Sui volti mesti
tornerà
il sorriso.
Le gambe
torneranno
a danzare,
la speranza
come rosa
sbocciata
fiorirà.
E tu maledetto
essere
immondo
precipiterai
donde sei arrivato
per affogare
nella bolgia
rovente
e maleodorante
l’odio
che nutri
verso il genere
umano
che potrà gustare
ancora nella rambla
la fiesta.

 

17 agosto 2017 - Categoria: cultura, memoria e storia, narrativa

“L’erba di Santa Giusta”  di Mario Nieddu-

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In piedi su una sedia zoppa rivoltava con abilità alcune forme di formaggio sopra su “cannittu”, finché cadde malamente. Mia madre aveva evitato di dare peso al gran dolore alla natica. Durante la giornata però, la sofferenza era divenuta continua e intensa. Di sera si fece controllare da un’amica vicina di casa, tia Vittoria, la quale notò un bel livido rosso e bluastro. Mia madre per alcuni giorni continuò il suo affaccendarsi tra i lavori di casa e la trasformazione del latte in formaggio e ricotta.

Dopo alcuni giorni dovette rivolgersi al medico di famiglia, il dolore con i movimenti aumentava, tanto da non poter più resistere. Quegli constatò un ematoma piuttosto esteso su uno spesso grumo di sangue nero rappreso. Consigliò l’assoluto riposo e le prescrisse una medicina e un unguento da spalmare sulla parte interessata.  Per la medicina e l’unguento mia madre fu ubbidiente, ma non poteva concedersi il riposo. Una madre di famiglia con marito e tre figli non se lo può permettere. Sicché, la situazione precipitò, l’ematoma si estendeva e di pari passo la sofferenza. Dovette rassegnarsi a stare a letto. Quando l’amica le frizionava delicatamente l’unguento, mia madre avvertiva un dolore lancinante. Io spiavo il tutto nascosto dietro la porta della camera da letto dei miei genitori. Al centro del gluteo aveva un bozzo color mattone, grande quanto la mia palla in gomma.

 Il dottore a quel punto decise di intervenire con iniezioni giornaliere. Non ci fu nulla da fare, la situazione era grave e mia madre si prese anche la febbre. Io ero impotente. Il medico una mattina, indeciso forse tra il ricovero o un altro tentativo terapeutico, prese tempo. Chiamò mio padre e gli disse : “ Facciamo come gli antichi, come dicono le nostre donne più anziane, proviamo con l’erba di Santa Giusta.”

C’è un Santuario dedicato a quella Santa, al quale si riconosce tuttora una concentrazione di magnetismo terrestre, ad alcuni chilometri da Nulvi, in territorio di Chiaramonti. In quel periodo però i festeggiamenti nel Santuario erano diretti quasi esclusivamente dai nulvesi, che vi si recavano al galoppo con cavalli di razza, anche se non mancavano le presenze di Chiaramonti e di Ploaghe, centri quasi equidistanti dal Santuario.

In quel tempo viveva in una casetta a ridosso della chiesa s’ ”Eremitanu”, credo con la sua famiglia. Una specie di guardiano-sacrista. In effetti viveva molti periodi di isolamento, forse era dovuto a questo il suo nome. Le vie di comunicazione erano desolate mulattiere, nonostante il sito non fosse molto lontano dai tre centri abitati…

Mio padre, ricevute le dovute raccomandazioni e indicazioni dalla sorella maggiore, zia Caterina, si mise in cammino. Pianificò un itinerario attraverso le campagne, tra valli e scarpate, con la speranza di non incontrare nessuno. La questione non era semplice, non bastava andare e prendere l’erba che s’ Eremitanu gli avrebbe consegnato senza problemi e senza fare domande. Bisognava osservare specifiche regole, se si voleva che l’erba di Santa Giusta attuasse il Miracolo. Occorreva recarvisi a piedi, in preghiera e in totale silenzio. Non avrebbe dovuto rivolgere la parola a chiunque avesse incontrato, né tantomeno rispondere al saluto o al richiamo di chicchessia. Anche inseguìto da qualche cane randagio, non doveva reagire…

E mio padre così fece. Sembrava però che la campagna si fosse animata per l’occasione, incontrò tanti di quegli amici e parenti, che lo salutavano e lo chiamavano per nome. Si imbatté anche in amico dell’infanzia con il quale non si vedevano da ragazzi. “ Ehi, ma tu sei Pietro ?! Come mai da queste parti?” Mio padre passò oltre e quello ci rimase male.

Arrivato finalmente al Santuario, S’Eremitanu tagliò l’erba cresciuta spontanea nel cortile dell’abside della Chiesa. Quegli sapeva esattamente quale erba consegnare e la quantità. Gli disse anche le modalità d’uso, ma mio padre lo informò con un cenno della testa e delle mani che le donne di casa conoscevano bene la “ricetta”.

Riposta con cura l’erba miracolosa dentro una tasca della bisaccia, mio padre rifece il cammino all’inverso, variando ancora l’itinerario. Incontrò ancora molti pastori, amici e parenti. Quelli, notato il suo silenzio ostinato, avevano capito tutto e nessuno gli rivolse la parola se non un cenno di saluto e di assenso con la mano e con la testa.

Arrivato a casa, zia Caterina poggiò l’erba su un pesta lardo, la tritò e fece una poltiglia. Ne mise un quarto sull’ematoma e lo coprì con un panno bianco. Le donne presenti si misero a pregare. Mia madre sembrava spacciata. Il febbrone continuava, il dolore era intenso e il medico si era arreso.

Fortunatamente prese sonno. Mio padre non era stanco per la camminata, l’avrebbe fatta cento volte se fosse servita a dare la salute a mia madre.

L’indomani mattina presto ritornò zia Caterina. Tolto il panno e la poltiglia notò che l’ematoma si era notevolmente ridimensionato. La febbre era sparita. Rifece tutta l’operazione.

Poi insieme a mia madre, rinfrancata e senza un intenso dolore, recitarono il rosario. Io, essendo troppo piccolo per andare con mio padre e i miei fratelli in campagna, avevo assistito a tutte le fasi della cura.

 Nell’arco di una settimana il problema era quasi risolto, dopo un mese dimenticato. Il primo a meravigliarsi fu il medico.
Nessuno riconosce più quell’erba e s’Eremitanu è scomparso da tanti anni.
Io avevo 7/8 anni all’epoca dell’erba di Santa Giusta.

Nota della Redazione

Facendo i calcoli del tempo ricavato dal racconto l’eremitano era un certo Gallu e la moglie Serafina Soddu, cugina di mia madre Serafina Linda Piras-Soddu. L’eremitano tuttavia fornito di una piccola macchia della Santa andava in giro per i paesi dell’Angola a raccogliere offerte in denaro e in natura (cereali, legumi e altro) che secondo alcuni doveva poi dividere col parroco del paese. Quest’erba ( sa pigulosa) era una delle tante erbe officinali che un tempo, ma forse anche oggi, crescevano in Anglona. (A. T.)

 

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