23 aprile 2017 - Categoria: lingua/limba, prosa

“S’aneddu” de Anna Maria Sechi (Charleroi B)

S’ANEDDU….
Fia fidantzada, con unu piciocu chi faghiat su minadore, sa tzoronada sua finiat a sas tres de merie, istaiat paris a duos fradiles, issos puru minadores, aiant leadu in afitu un’aposentu e cughina, in una carrera a curtzu a ue istaiat sa famìllia mia. Passaiat sas oras liberas in domo mia. Ogni sera non mancaimus de andare a passitzare, in sas via printzipale de sa tzitadina, tra una vetrina e s’àtera faeddaimus de sos bisos nostros .
Unu sero si frimmesit in antis a una vetrina de orerias, abbaidende.si sos aneddos de oro chi fiant esposto mi nartzeit – Abbaiada seberadinde unu chi ti praghet, ti lu regalo in pignu de s’amore chi ti téngio-. In s’intendere cussu, mi so restada a buca aberta, passadu s’atimu de s’emotzione, mi so posta a abbaidare sos aneddos de sa vetrina e li nertzei –Narami de totu cussos cal’est su chi praghet a tie? Apo bidu sos ogros suos sena risposta, a pustis de carchi minuto m’at nadu – Deo no isco seberare, non tèngio gustu. Tando li nartzei –De custos aneddos non nd’agato a gustu meu, deo diat cherrere una gemma atzurra luminosa chi m’ammentet su mare nostru cando su chelu bleu paret chi si baset su mare in un’abratzu, non tèngio presse, si cheres amus a abbaidare custas vetrinas ogni borta chi essimus, cando nd’apo a bìdere unu chi mi praghet ti lu naro.
Passant sas chidas e carchi mese fintzas chi una die s’amoradu meu m’at nadu- Aiò a bìdere una vetrina de orerias, mi paret ch’apo bidu un’aneddu comente su chi cheres tue.
Cando fiamus in antis de sa vetrina, sos ogro mios si sunt fissados in d’unu aneddu unu pagu a disparte dae sos àteros, e li nertzei- A lu bides cussu cun sa gemma atzurra atzurra est su colore chi m’ammentat su chelu chi basat su mare, mi diat pragher .
Sos prejos non si bìdiant, m’at nadu –Aiò intramus a preguntare e a lu bìdere dae prus a curtzu, s’orefice m’at fatu misurare s’aneddu chi pariat fatu pro me, su fidantzadu meu tèniat sos ogros chi lughiant de cuntentesa cantu sos mios, mi nertzeit sena perdere tempus – lassalu in su poddighe, praghet puru a mie, leat su potafoliu e pagat.
Amus sighidu sa passitzada nostra innamorados unu de s’àteru, giurende.nos amore eternu pro sa vida. S’istoria nostra at duradu 60 annos e cuss’aneddu mi praghet galu meda ca m’ammentat cussu donu de amore e, su chelu chi si perdet in s’atzurru de su mare nostru.
anna maria sechi

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15 aprile 2017 - Categoria: cristianesimo

La preghiera dl Papa Francesco al Colosseo

 A conclusione della Via Crucis  al Colosseo il Papa ha pronunciato questa preghiera:
“O Cristo, lasciato solo e tradito perfino dai tuoi e venduto a basso prezzo.
O Cristo, giudicato dai peccatori, consegnato dai Capi.
O Cristo, straziato nelle carni, incoronato di spine e vestito di porpora. O Cristo schiaffeggiato e atrocemente inchiodato.
O Cristo, trafitto dalla lancia che ha squarciato il tuo cuore.
O Cristo, morto e seppellito, Tu che sei il Dio della vita e dell’esistenza.
O Cristo, nostro unico Salvatore, torniamo a Te anche quest’anno con gli occhi abbassati di vergogna e con il cuore pieno di speranza.
Di vergogna per tutte le immagini di devastazione, di distruzione e di naufragio che sono diventate ordinarie nella nostra vita.
Vergogna per il sangue innocente che quotidianamente viene versato di donne, di bambini, di immigrati e di persone perseguitate per il colore della loro pelle oppure per la loro appartenenza etnica e sociale e per la loro fede in Te.
Vergogna per le troppe volte che, come Giuda e Pietro, ti abbiamo venduto e tradito e lasciato solo a morire per i nostri peccati, scappando da codardi dalle nostre responsabilità.
Vergogna per il nostro silenzio dinanzi alle ingiustizie, per le nostre mani pigre nel dare e avide nello strappare e nel conquistare, per la nostra voce squillante nel difendere i nostri interessi e timida nel parlare di quelle dell’altrui, per i nostri piedi veloci sulla via del male e paralizzati su quella del bene.
Vergogna per tutte le volte che noi, vescovi, sacerdoti, consacrati e consacrate abbiamo scandalizzato e ferito il tuo corpo, la Chiesa, e abbiamo dimenticato il nostro primo amore, il nostro primo entusiasmo e la nostra totale disponibilità, lasciando arrugginire il nostro cuore e la nostra consacrazione.
Tanta vergogna, Signore, ma il nostro cuore è nostalgioso anche della speranza fiduciosa che tu non ci tratti secondo i nostri meriti ma unicamente secondo l’abbondanza della tua misericordia, che i nostri tradimenti non fanno venir meno l’immensità del tuo amore, che il tuo cuore, materno e paterno, non ci dimentica per la durezza delle nostre viscere.
Speranza. La speranza sicura che i nostri nomi sono incisi nel tuo cuore e che siamo collocati nella pupilla dei tuoi occhi.
La speranza che la tua Croce trasforma i nostri cuori induriti in cuore di carne capaci di sognare, di perdonare e di amare; trasforma questa notte tenebrosa della tua croce in alba folgorante della tua Risurrezione.
La speranza che la tua fedeltà non si basa sulla nostra.
La speranza che la schiera di uomini e donne fedeli alla tua Croce continua e continuerà a vivere fedele come il lievito che da sapore e come la luce che apre nuove orizzonti nel corpo della nostra umanità ferita.
La speranza che la tua Chiesa cercherà di essere la voce che grida nel deserto dell’umanità per preparare la strada del tuo ritorno trionfale, quando verrai a giudicare i vivi e i morti.
La speranza che il bene vincerà nonostante la sua apparente sconfitta!
O Signore Gesù, Figlio di Dio, vittima innocente del nostro riscatto, dinanzi al tuo vessillo regale, al tuo mistero di morte e di gloria, dinanzi al tuo patibolo, ci inginocchiamo, invergognati e speranzosi, e ti chiediamo di lavarci nel lavacro del sangue e dell’acqua che uscirono dal tuo Cuore squarciato; di perdonare i nostri peccati e le nostre colpe.
Ti chiediamo di ricordarti dei nostri fratelli stroncati dalla violenza, dall’indifferenza e dalla guerra.
Ti chiediamo di spezzare le catene che ci tengono prigionieri nel nostro egoismo, nella nostra cecità volontaria e nella vanità dei nostri calcoli mondani.
O Cristo, ti chiediamo di insegnarci a non vergognarci mai della tua Croce, a non strumentalizzarla ma di onorarla e di adorarla, perché con essa Tu ci hai manifestato la mostruosità dei nostri peccati, la grandezza del tuo amore, l’ingiustizia dei nostri giudizi e la potenza della tua misericordia. Amen”.

Gesù muore sulla Croce e lascia sgomento e smarrimento, ma – afferma la Pelletier – era necessario che Cristo portasse l’infinita tenerezza di Dio nel cuore del peccato del mondo, perché bisognava che entrasse in questa obbedienza e in questa impotenza, per raggiungerci nell’impotenza in cui ci ha posti la nostra disobbedienza. Alla fine di tutto, con la morte di Gesù, resta sì il silenzio, ma si fa spazio la dolcezza della tenerezza e della compassione: è la “dolcezza di Dio e di coloro che gli appartengono”, di Giuseppe di Arimatea, che si prende cura del corpo di Gesù, e delle donne, che Anne-Marie Pelletier descrive nell’ultima stazione, intente a preparare i profumi e gli aromi per rendere il loro ultimo omaggio. Ignare che, all’alba della domenica, avrebbero trovato la tomba vuota e che a loro sarebbe stato affidato l’annuncio della Resurrezione di Gesù.

10 aprile 2017 - Categoria: cristianesimo

“La nostra Pasqua è l’amore” di Pietro Meloni, vescovo.

Osanna al Figlio di David!

La “Domenica delle Palme” è la festa dei bambini. Era la festa del popolo che attendeva il Messia perché solo Lui poteva riaccendere nei cuori la speranza. È la festa oggi dei credenti che accolgono l’Emanuele, riconoscendo in Lui il Figlio di Dio: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”.

La “Domenica della Palme” preannunzia la gioia della Pasqua e inaugura la “Settimana Santa”, la Settimana che è il cuore dell’Anno Liturgico. La comunità cristiana oggi va incontro a Gesù per partecipare all’esultanza del suo ingresso nella Chiesa e in ogni Famiglia, e si incammina con Lui sulla Via della Croce per giungere alla gloria della Risurrezione. E sente la voce del Risorto che, camminando accanto ai suoi discepoli, dice: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Luca 24,26). Gli uomini che vivono e soffrono con Cristo ascendono con Lui alla gioia della Pasqua.

Testimoni di Gesù Cristo! Noi cristiani siamo chiamati dal Papa e dalla Chiesa a svelare al mondo che Gesù è vivo e vuole abbracciare tutti gli uomini con il suo amore. Gesù è fedele alla sua promessa e rimane con noi nel Pane dell’Eucaristia “ogni giorno, sino alla fine dei tempi”. Nel Giovedì Santo la celebrazione della “Cena del Signore” ci fa sentire presente il Figlio di Dio che, inchinandosi verso di noi nell’umile gesto della lavanda dei piedi, dona a noi il Pane della Vita, il Pane della Carità, il Pane dell’immortalità. La “Santa Messa del Crisma”, che in quel giorno vede unita tutta la Comunità Diocesana, con i suoi presbiteri attorno al Vescovo nella Chiesa Cattedrale, è il segno visibile che l’Eucaristia è fonte dell’unità. L’unità dei cristiani è sorgente di pace per tutta l’umanità.

Il Mistero dell’Eucaristia ravviverà la nostra fede e farà crescere la comunione dei cuori in ogni famiglia e nella nostra Chiesa. Diciamo grazie a Dio per il grande dono di Cristo che è il “Sacramento della Carità”. Il “Pane della Vita” dona agli uomini la gioia della pace. La Chiesa “si fa voce della domanda di pace e di riconciliazione che sale dall’anima di ogni persona di buona volontà, rivolgendola a Colui che è la nostra pace e può rappacificare popoli e persone, anche dove falliscono i tentativi umani” (Sacramentum Caritatis 49).

Maria ci guida alla Pasqua di Cristo. Celebriamo s’incontru del Cristo Risorto con sua madre Maria. Lei ci guida a Gesù Eucaristia. Viviamo la Pasqua accogliendo da Maria e dal suo figlio Gesù il pane dell’amore della fraternità: “la vera gioia è riconoscere che il Signore rimane tra noi, compagno fedele del nostro cammino” (Sacramentum Caritatis 97).

Bonas Paschas!

+ Pietro Meloni

8 aprile 2017 - Categoria: memoria e storia

Quarantennale del Magistero di Sassari (1970-2010) di Pietro Meloni

A suo tempo, incaricato di predisporre la Guida dello Studente con tutti i programmi delle varie discipline, dedicai per tre anni l’introduzione alla storia della Facoltà di Magistero, divenuto poi, Facoltà di Lettere. Per meglio approfondire i dati consultai tutte le guide, da quella abbastanza sottile dei primi anni a quelle più voluminose degli anni successivi. Non pago di questo invitai due mie laureande: Antonietta Virdis ed Elisa Pala ad occuparsi della memoria storica della Facoltà dal 1970 al 2000, la prima studentessa attingendo ai verbali dei comitati tecnici e la seconda a catalogare tutti i laureati  con i titoli delle rispettive tesi di laurea inserendoli in una banca dati come parte integrante della tesa. Come capita per la maggior parte delle  tesi  restano poi lì a riempire gli scaffali senz’alcuna utilizzazione fino al macero. Le due tesi furono discusse nell’anno accademico 2002-2003. Prima di andare in pensione nel febbraio del 2002. Nel rinnovamento dei programmi, fu tolta la Storia della Scuola  insieme alla Storia della Chiesa, quando il titolare andò in pensione. Leggerezze che si spiegano soltanto nella insaziabile brama di poter espandere la propria disciplina a scapito delle altre. Per fortuna giunse poi il prof. Fabio Pruneri e la Storia della Scuola tornò ad essere insegnata e alcuni anni più tardi anche la Storia della Chiesa fu restaurata con un incarico.
La tirchieria o la parsimonia o il desiderio di digitalizzare tutto tolse di mezzo anche la Guida dello Studente, peraltro apprezzata alla Sorbona da una collega direttrice del dipartimento dell’educazione che osservò che nemmeno loro avevano una Guida dello Studente così curata. Otto anni dopo il mio pensionamento furono festeggiati i 4o anni della Facoltà. Questo è l’intervento inedito di mons.  Pietro Meloni, (vescovo emerito di Nuoro), già professore associato di Storia di letteratura cristiana antica, che poté partecipare a quell’anniversario e, sebbene con sette anni di ritardo, accademiasarda.it pubblica il suo intervento, assai prezioso perché degli altri interventi non se ne sa nulla. (Angelino Tedde)

I 40 anni della Facoltà di Magistero di PIetro Meloni

C’era un’aria di festa la mattina del 13 marzo 1970 nell’Aula Magna dell’Università di Sassari per l’annuncio alla popolazione studentesca della nascita della Facoltà di Magistero. Il giorno precedente era avvenuto l’incontro dei docenti con i tre membri del Comitato Tecnico, del quale era presidente il Prof. Alberto Boscolo con il Prof. Antonio Quacquarelli e il Prof. Pier Angelo Catalano.

Finalmente, ad Anno Accademico 1969-70 ormai inoltrato, veniva inaugurata la nuova Facoltà dinanzi ad una marea di studenti universitari, molti dei quali già iscritti all’ Università di Cagliari si affrettavano a chiedere il trasferimento a Sassari. Nel pomeriggio dello stesso giorno avevano inizio le “lezioni”, frequentate sempre con grande interesse e con l’euforia tipica del tempo pionieristico, e l’attività didattica fu protratta sino alla fine del mese di giugno “alla ricerca del tempo perduto”. La Facoltà di Magistero era nata senza una sede e per il primo tempo si affidava alla generosità dei professori di Giurisprudenza; ogni nostro docente con i suoi allievi attendeva pazientemente il termine della lezione dei colleghi per conquistare un’aula, mentre qualche lezione si svolgeva sulle scalinate dell’ Ateneo ed anche ai Giardini Pubblici.

Tra le discipline umanistiche c’era la “Lingua e Letteratura Latina”, simpatica ancora a tanti anche se non a tutti, e a risvegliare la simpatia per il Latino era la voce di zio Antonino, che allo scoccare dell’ora apriva la porta dell’aula e, suonando l’antica campanella, gridava a voce spiegata “finis”: gli studenti capivano bene il suo latino e all’istante obbedivano. Questa funzione rituale sembrava elevare il Signor Antonino al rango di “Rettore ad honorem”.

8 aprile 2017 - Categoria: cristianesimo, cultura, memoria e storia

II.”Il Rifugio la Madonnina di Santulussurgiu: c’era una volta” di Angelino Tedde

Nel cuore di Montiferru, al centro di un vulcano spento da milioni di anni, protetto da un foltissimo bosco di lecci e querce, sorge imponente e austero il “Rifugio” di ”La Madonnina”.
Singolari risultano in questo susseguirsi lussureggiante di boschi e cime vulcaniche, le antenne del ripetitore di Badde Urbara, simbolo, forse, di quelle invisibili antenne che dal “Rifugio” irradiano “parole di vita” per chi, assetate di Dio, cerca in Sardegna una “indicazione” un “riferimento” cristiano alla soluzione dei problemi dell’uomo moderno.
Il rifugio sorge al Km 9 della strada provinciale che collega Santu Lussurgiu a Cuglieri, a 6 Km da San Leonardo di Siete Fuentes. Ad appena 22 Km è sita la spiaggia di Santa Caterina di Pittinuri e la zona archeologica di Cornus. Un tempo al confine tra le province di Cagliari e Nuoro, oggi la località fa parte della provincia di Oristano.

”La Madonnina”, come preferisce chiamarla chi la frequenta, dista 130 Km da Sassari. Il rifugio è aperto tutto l’anno, E’ dotato di circa 150 stanze tutte col lavabo e un buon numero con bagno singolo. Parecchie verande e sale di soggiorno e di lettura. Una biblioteca, un auditorium, due cappelle, un bar e una cabina telefonica. I pasti sono impartiti ad orari precisi e rapidamente da studentesse-lavoratrici la cui modestia è pari alla cortesia e rapidità con cui servono gli ospiti. La cucina è squisitamente familiare, diretta dalla signorina “Luigina” che non ha nulla da invidiare a tanti pubblicizzati chef dei migliori alberghi italiani. L’altimetria (960 m. sul mare) e i quaranta ettari di bosco circostante danno all’ospite una meravigliosa sensazione di silenzio e di raccoglimento. Il paesaggio intatto, immerso nel silenzio, dà ristoro al fisico ed allo spirito.
Il Rifugio “ La Madonnina” non è tuttavia un luogo in cui uno possa vivere da “Vegetale” coi “Vegetali” . Per queste sensazioni esistono le terme del continente e le località turistiche isolane, qui si vive in “tensione”. La migliore qualifica del Rifugio, infatti, deriva dalla sua incessante attività. Si tratta di un centro di vita culturale e religiosa. L’atmosfera che vi regna è fatta per stimolare l’intelletto e per commuovere il cuore. Qui si fa autentica “ricerca”. Si “ricerca” per conoscere l’uomo nella sua dimensione genuinamente umana e per offrirgli, se lo desidera, il respiro della fede.
Il personale, invisibile e discreto, del Rifugio fa in modo che l’ospite venga accolto con tale naturalezza da sentirsi a suo agio fin dal primo momento del suo arrivo. La disponibilità per tutte le iniziative, autenticamente impegnate, è totale.
Ai corsi di formazione cristiana per religiosi e laici si alternano corsi di aggiornamento didattico per insegnanti di qualsiasi scuola; ai corsi di formazione cinematografica si alternano stages per lavoratori sindacalisti. Avviene di frequente che insieme ad un corso di esercizi spirituali per religiose, si svolga un seminario “Conventuale” di qualche organizzazione giovanile politica e sindacale del movimento operaio.

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