14 gennaio 2017 - Categoria: cultura, eventi culturali, letteratura sarda, recensioni

Giulio Angioni su “Cumenti oru di neula” di Giuseppe Tirotto

Caro Angelino,

Tirottoti invio questo intervento del recente scomparso Giulio Angioni inerente la presentazione del mio romanzo Cumenti oru di neuli del 2003 a Castelsardo.

Giulio Angioni ho avuto occasioni sporadiche di incontrarlo ma non come avrei voluto. Era in giuria quando ho vinto il premio Posada con Cumenti oru di neuli, Giacomino Zirottu mi aveva detto che a Giulio era piaciuto molto e che avrebbe voluto presentarlo. Avevamo concordato l’evento, poi, per un imprevisto, la cosa era saltata, però mi aveva fatto pervenire il suo intervento. L’ho visto qualche mese dopo a Castelsardo dove era stato invitato ad una rassegna, in quella occasione, pubblicamente, mi aveva elogiato (me e gli altri scrittori sardi-sardi) per il coraggio di scrivere romanzi in lingua sarda, coraggio che a lui mancava (non è vero perchè è stato il primo a pubblicare un racconto interamente in sardo nel 1978).

Rileggendo quell’intervento l’ho trovato interessante per il mio libro ma anche per alcune considerazioni sulla lingua sarda e sugli scrittori sardi. Ho pensato di inviartelo e magari in qualche modo farlo conoscere.

Intervento di Giulio Angioni

AngioniPrima di tutto bisogna dire che Giuseppe Tirotto è uno scrittore serio che ha cose da dirci e che gli preme dire.

Ci riesce?

Sì. Le sue storie, questa sua storia prende, trascina dall’inizio alla fine e costringe a ritorni. A ritorni contenutistici e anche a ritorni linguistici, perché non è proprio secondario che egli scriva in castellanese, cosa che a sua volta prende e commuove: per la scelta della lingua materna come mezzo espressivo e comunicativo, perché si tratta di una scelta per trattare solo temi di colore locale nei modi e nei ritmi consueti di una certa letteratura da colore locale, bensì per dire ciò che ha bisogno e voglia di dire nell’oggi del mondo a misura di Castelsardo, o forse nell’oggi di Castelsardo a misura del mondo, di uomini e donne che amano e disamano, di amore e morte, di uomini e donne di sempre e dovunque, ma qui a Castelsardo e dintorni, oggi o ieri sera. Anche se, lo so, lo sospetto, la tentazione di un castellanese che legge Cumenti oru di neuli dev’essere spesso quella di cercare di capire di chi in realtà sta parlando Tirotto, a chi si è ispirato tra gli abitanti di Corti di La Rena, delle castellanesi e dei castellanesi veri, a cominciare dalla protagonista del racconto, Gioia Struneddu, Gioia: abbaìdda e chi scera di nommu l’aìani appiuppaddu, per essere quella che è, serva amante prostituta sempre alla rincorsa di un amore impossibile e dagli appuntamenti impossibili che portano sempre ad altro dalle speranze, come in quest’ultimo appuntamento con cui incomincia e si chiude il racconto, in una serata di pioggia buia, di cui qui non si deve dire come andrà a finire: chi lo vuol sapere se lo vada a leggere fino in fondo.
Tentazione ovvia quella che immagino nel lettore castellanese, di riconoscere tutto e tutti nelle pagine di Tirotto, lo scrittore di Castelsardo, perché credo che Tirotto riesca a convincere i suoi lettori compaesani di poter riconoscere tutto e tutti in questa sua storia, rendendo all’autore il miglior riconoscimento, di riconoscere come vero proprio ciò che lui ha inventato. Perché i libri vivono solo della re-invenzione e della ri-creazione dei loro lettori, e i buoni libri sono buoni se hanno dei buoni lettori.

Questo secondo me spiega anche un po’ perché Tirotto scrive nella sua parlata materna, ritagliandosi una nicchia molto ristretta di lettori, che però sono probabilmente proprio quelli che lui vuole per primi e che privilegia, perché con loro lui si intende fino in fondo, con agio compaesano.

14 gennaio 2017 - Categoria: memoria e storia

“Il malinconico ricordo di una figlia coinvolta in un incidente stradale con i genitori e la sua salvezza grazie al seggiolino per bambini” di Sarah Savioli

incidenteGrazie a facebook abbiamo scoperto le buone doti di scrittura di Sarah Savioli che ha pubblicato qui ormai svariati articoli. Sarah è una giovane signora che conversa spesso oltre che col suo bambino, ormai scolaro, anche con se stessa, pensando agli eventi lieti e tristi suoi, ma anche delle altre persone. Ha una grande apertura verso le angosce del mondo, vorrebbe avere fede nell’uomo, ma questo nelle sue varie manifestazioni rassomiglia sempre più a Caino piuttosto che ad Abele, i mitici fratelli biblici, simboli della bontà e della malvagità umana. L’episodio che qui viene narrato l’hu appreso molto sobriamente dal padre, prematuramente scomparso. Essenziale nel parlare Mauro, questo era il suo nome, funzionario medico veterinario della Asl di Sassari, un giorno mi disse:-Pensa che ques’incidente mi è costato 123 suturazioni alle ossa.- Soffriva molto, ma sapeva sorridere alla gente. La figlia, salvatasi dall’incidente grazie al seggiolino, qui rievoca lo scontro tremendo che catapultò fuori dell’abitacolo della macchina i genitori, riducendoli quasi in fin di vita e diremmo noi salvi per miracolo grazie ad un intervento, anzi a tanti interventi per rimettere insieme, un uomo ed una donna,  bombardati dalla pazza corsa di un ubriaco al volante. (Angelino Tedde)

Sarah-Savioli-150x150Era l’estate del 1978.
Un parente quanto mai originale regalò ai miei genitori un seggiolino per auto nel quale mettermi.
Lo ricordo ancora. Immaginate come potesse essere una cosa del genere in quegli anni. Duro, scomodo, di plastica nera e arancione.

11 gennaio 2017 - Categoria: Chiaramonti e dintorni

“Chiaramonti: per il presepio di zia Mattea il re mago è il giornalista” di Angelino Tedde

presepe-ca91Chiaramonti, dicembre. Zia Mattea è in paese una istituzione. Senza di lei il suo paese sarebbe insignificante. Il fatto è che zia Mattea è un’artista; una di quelle artiste che è raro incontrare in questo mondo così mistificato: Zia Mattea è un’artista nel cuore è nella aspirazioni e di questo è fermamente convinta come è certa di essere ormai alle soglie dei suoi ottanta anni e al suo terzo felicissimo matrimonio. Come tutti gli artisti è un po’ vanitosa è aspira all’immortalità sulla carta stampata. Ogni mattina corre a comprare la ((Nuova Sardegna) e chiede al primo paesano che incontra col giornale in mano di guardare se qualche noto giornalista fra i tanti presunti che le si presentano, si è ricordato di lei, anzi non di lei, ma del suo immortale e ormai proverbiale presepio, causa di tutte le sue preoccupazioni, oggetto di tutte le sue cure, tormento delle sue notti insonni. Ho detto “chiede” perché zia Mattea non sa leggere e né scrivere. Tuttavia, in quanto al presepio, ha la certezza che non ce ne sia un altro al mondo simile a questo che lei inizia a comporre al primo di novembre a che scompone all’inizio della quaresima.

6 gennaio 2017 - Categoria: memoria e storia

“Serafina Linda Piras (1917-1947): a cento anni dalla nascita” di Angelino Tedde junior

Serafina Linda Piras (1917-1947)

Serafina Linda Piras (1917-1947)

Il pastore di capre Michele Piras-Farre (1886), oriundo di Nulvi e la   casalinga chiaramontese Maria Chiara Soddu-Massidda (1885) si unirono in matrimonio in Chiaramonti il 23 settembre del 1911. 
Nel 1914 venne alla luce il loro primogenito Giuseppe. 
Michele, in quello stesso anno fu chiamato alle armi e stette in osservazione per tre mesi soltanto a Caglari, quando , riconosciuto fabico e oligoemico, fu definitivamente congedato. 


Tre anni dopo, il 10 gennaio del 1917, nacque la secondogenita Serafina Linda.

Michele Piras Farre (1886-1976)

Michele Piras Farre (1886-1976)

La stessa  fu battezzata nella chiesa parrocchiale di San Matteo il  16 gennaio dal viceparroco Nicola Urigo. Fece da padrino lo zio Antonio Piras e da madrina la zia  Pietruccia Piras.
La neonata crebbe a Chiaramonti fino ai 10 anni col fratello Giuseppe, di tre anni più grande di lei, e solo nel 1925, le nacque la sorellina Georgia.
Tra le testimonianze di questo periodo si ricorda che quando la ragazza fu in condizioni di fare le commissioni, tra le più frequenti era quella di chiamare il fratello Giuseppe. preso dal gioco, con la curiosa e colorata espressione:
-Giuseppe, torra a domo. mi’ chi gia l’ischis chi mama at sa manu pesuda!-
-Giuseppe, torna a casa, lo sai che mamma è di mano pesante!-

Maria Chiara Soddu-Massidda (1885-1933)

Maria Chiara Soddu-Massidda (1885-1933)


La famiglia rimase in Chiaramonti fino al 1927, quando alla ricerca di  pascoli più idonei per le capre si spostò a Luras, dove però al pastore nulvese morirono di epidemia le capre e dovette adattarsi a fare altra attività, dimorandovi per sei anni, sicuramente lavorando nelle ferrovie e nelle strade che da Sassari portavano con centinaia di curve a Palau.
Su quel periodo
 più che da mio nonno, che ho avuto la fortuna di conoscere, ho raccolto testimonianze dalla lurese signora Caterina Zaccagni, allora novantaquattrenne, oggi defunta, su mia nonna definita un’inesauribile narratrice di contos de foghile, al punto che in estate ogni sera, i vicini di casa si riunivano presso casa sua per ascoltare i suoi racconti.

Angelino Tedde (1911-1947)

Angelino Tedde (1911-1947)

All’epoca (1927-1932) il fascismo mieteva i più calorosi consensi, specie dopo la Conciliazione e i Patti Lateranensi. L’ammodernamento delle infrastrutture, strade, ferrovie, scuole, uffici pubblici, creò posti di lavoro e fu un periodo di maggior serenità sociale al punto che furono definiti dallo storico Renzo De Felice “gli anni del consenso ”.
Luras, a poca distanza da Calangianus e da Tempio,in provincia di Sassari era ed è un’isola linguistica del sardo-logudorese in mezzo all’idioma sardo-corso parlato in Gallura e visto che c’era il lavoro per il capo famiglia Michele, Maria Chiara e le due figlie Serafina Linda e Giorgia dovettero trovarsi a loro agio tra le coetanee assai socievoli e aperte, con meno separatezza tra ragazzi e ragazze come usava in Gallura.

Antonia Chiara Tedde (1939) vivente

Antonia Chiara Tedde (1939) vivente

Giuseppe, tredicenne, non seguì i genitori, fermandosi a lavorare in paese presso i parenti.
Serafina Linda visse a Luras la sua adolescenza e la prima giovinezza con molta serenità sia aiutando la madre sia come portatrice d’acqua, sia come custode di qualche bambino, sia prestandosi ai lavori domestici. A 12 anni (1929) ricevette la Cresima; le fece da madrina una certa Giovanna Maria Bellu, originaria di Calangianus, ma vivente a Luras.
La madrina da lei prescelta, Caterina Zaccagni, non poté cresimarla perché non era in condizioni di comprarle la collanina d’oro con la medaglietta e gli orecchini come fece, invece, la madrina effettiva, secondo l’uso e il costume di Luras.

Angelino Tedde junior (10 genn.1937) vivente

Angelino Tedde junior
(10 genn.1937) vivente

Nel 1932 Serafina Linda rientrò, ormai sedicenne, a Chiaramonti con la famiglia e si trovò subito a disagio di fronte alle coetanee che erano abituate, almeno in pubblico, a tenersi a debita distanza dai coetanei, mentre lei, abituata a Luras, andò contro corrente. Il che le procurò delle critiche malevoli da parte delle coetanee che non videro di buon occhio il suo modo di fare. Inoltre, essendo una bella ragazza, alta circa 1,70, snella, bianchissima di carnagione, dai capelli nerissimi e lisci, portati secondo l’uso degli anni trenta del novecento, il suo modo di fare urtava ancora di più con l’ambiente più riservato e attento nelle relazioni tra ragazzi e ragazze.
Serafina Linda s’innamorò di un giovanotto, ma la famiglia di costui, dopo vari ondeggiamenti, a quanto narravano le voci, impedì il fidanzamento. Questo fatto, purtroppo, la ferì per tutta la sua esistenza. Alcuni anni più tardi, nel 1937, con l’atmosfera romantica delle canzoni si cantava “Il primo amore non si scorda mai”.

Mattea Tedde (1943) vivente

Mattea Tedde (1943) vivente

Nel 1933 vide morire la madre Maria Chiara che lasciò lei sedicenne, la sorella Giorgia di otto anni, orfani, col fratello Giuseppe   diciannovenne e il padre di 47 anni.
La morte della madre influì molto sulle ragazze che di colpo si trovarono senza una guida sicura e costrette a lavorare per conto terzi.

3 gennaio 2017 - Categoria: letteratura sarda, lingua/limba, versos in limba

La poesia sarda e Antoni Maria Pinna di Giovanna Elies

Antoni Maria Pinna

Antoni Maria Pinna

Parlare di “ poesia” nella tradizione popolare e culturale della Sardegna è quasi una forzatura. Si scrive “poesia”, in quest’isola al centro del Mediterraneo, ma nella realtà si pronuncia “càntigu”. La nostra poesia, infatti, altro non è se non quel modulare cadenzato di voce con il quale i nostri pastori, contadini, viandanti, riempivano le grandi solitudini. Rimodulare quel canto (che tra l’altro sembra essere derivato dal canto degli antichi aedi greci ed usato per magnificare i propri eroi) non deve essere una impresa facile, dal momento che non a tutti riesce. Occorre di certo essere padroni del proprio pensiero, delle parole, della musicalità, del verso e profondi conoscitori dell’animo umano. Oggi occorre anche saper entrare nelle pieghe di un lessico che- nel tempo- se pur ricco di effetto e di pathos, non è riuscito a conservarsi interamente Antoni Maria Pinna è una delle poche voci poetiche che ancora resiste alla moda novecentesca di una poesia facile, intimistica, scevra di significati (se non per l’autore), dal verso libero e spesso scarno. Non è il solo, certo, per fortuna, resiste ancora un manipolo di poeti a s’antiga, tuttavia è tra i caposcuola; tra coloro che sanno assoggettare il verso alle dolcezze del pensiero e dell’animo, coniugandole nel modo più musicale ma anche diretto. Quasi come se prima di mettere nero su bianco la futura poesia venisse provata e riprovata a “boghe bàscia oppure a mesa ‘oghe”, trattenendo il fiato all’interno della corona dentale e lasciando al cuore l’ultima parola. “ In suaves anderas m’incaminas In s’ora de iscrier mi turmentas Mi das paghe santa e m’accuntentas Ch’essere pitzinneddu in suidura. Antonio Maria sa ben manipolare il materiale poetico tanto da inglobare nel timbro della sardità i momenti ed i tormenti che precedono la scrittura. “ che unu raju de sole t’avvicinas” Sentza pasu né umbra e faghes nidu” In su coro da ue pesas bolu.

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