14 ottobre 2017 - Categoria: narrativa

 “Son luce e ombra” di Eliano Cau, recensione di Mauro Maxia   

Eliano Cau, Son luce e ombra, Condaghes, Narrativa ‘I Dolmen’ Cagliari  2016. pp. 229 € 18,00

 

Eliano Cau, nato a Neoneli nel 1951, fino a pochi anni fa ha insegnato lettere nelle scuole superiori di Sorgono dove risiede con la propria famiglia.

Il suo ultimo romanzo, Son luce e ombra, è stato pubblicato dall’editrice Condaghes a Cagliari alla fine del 2016. È un volume di 229 pagine con 35 capitoli e una “Nota storica” a pp. 231-237.

Prima di questo romanzo Cau ha dato alle stampe le seguenti opere di contenuto narrativo: Dove vanno le nuvole (S’Alvure 2001) storia di un’ossessione amorosa ambientata nel Barigadu del Settecento); Adelasia del Sinis (S’Alvure, 2004) romanzo storico su Adelasia di Torres); Per le mute vie (Aìsara 2008) racconto sugli anni Sessanta ambientato tra Oristano e Neoneli; Un giorno una vita (Ilmiolibro, Mondadori 2011), romanzo ambientato tra il 1970 e il 1971 a Torino. Un cenno a parte deve farsi per Deus ti salvet Maria (S’Alvure, 2005) che rappresenta un saggio antologico su Bonaventura Licheri, poeta e intellettuale neonelese del 1700.

Con Son luce e omba abbiamo di fronte un romanzo storico ambientato tra il 1769 e il 1770, una cinquantina d’anni dopo che la Sardegna era passata dal dominio spagnolo a quello piemontese. Teatro della narrazione è la Sardegna centrale tra l’Altopiano di Abbasanta, il Barigadu e il Mandrolisai. Personaggi principali sono il padre gesuita piemontese Giovanni Battista Varallo (in realtà Vassallo) e il prete Benedetto Loy del villaggio di Nole. Co-protagonisti di forte impatto emotivo sono il pedofilo Basile Femmineri e una innominabile indemoniata, detta “Quella” oppure Cudda in sardo. Il racconto poi è costellato da numerosi comprimari che vi giocano dei ruoli di diverso peso.

Qui non si possono anticipare, per ovvie ragioni, i particolari più significativi del racconto. Però possiamo dire che si tratta di un romanzo molto avvincente imperniato sulle esperienze di un personaggio realmente vissuto (il gesuita piemontese Giovanni Battista Vassallo) che offre l’occasione all’Autore per aprire degli squarci sulle storiche missioni dei Gesuiti in altre terre e, in modo particolare, nelle reducciones del Paraguay in cui essi furono perseguitati dal potere coloniale spagnolo.

Nel racconto Vassallo condivide una singolare esperienza, ricca di grande umanità, con un altro personaggio, volutamente più sfumato, che è Benedetto Loy, prete di Nole. I due personaggi danno vita a un’iniziativa caritatevole, una missione popolare che consiste nel prestare assistenza a un numero sempre crescente di derelitti la cui descrizione vale, da sola, la lettura del romanzo. Lettura che poi non è mai una fatica ma, anzi, è perfino piacevole. Il racconto infatti è ben concatenato e piuttosto avvincente e lega il lettore appassionandolo fino alla fine.

Vi sono degli spunti di particolare interesse. Qui ne accennerò soltanto qualcuno per non privare i lettori del piacere di scoprire altri non meno appassionanti. Intanto, trattandosi di un romanzo storico, il racconto è necessariamente ambientato in un teatro geografico. Inoltre, anche se il romanzo è diviso in capitoli, si articola idealmente in tre parti distinte che ora andiamo a vedere.

Mauro Maxia

I primi capitoli sono ambientati in una precisa località posta sulla riva destra del medio corso del Tirso. Si tratta del sito dove durante il 1700 sorgeva l’antico villaggio di Zuri. Ed è suggestivo il fatto che Cau ambienti una serie di vicende proprio in un villaggio e una chiesa (la celebre S. Pietro di Zuri) che né lui né noi abbiamo conosciuto in quanto questa località fu sommersa dalle acque del lago Omodeo nel 1925. La bellissima chiesa di San Pietro infatti fu smontata e ricostruita pietra su pietra tra il marzo del 1923 e il luglio del 1925 e rappresenta l’unico esempio di anastilosi in Sardegna (detto per inciso, è una fortuna che allora si lavorasse più seriamente di oggi e i 90 anni trascorsi da allora certificano che quel lavoro fu eseguito alla perfezione).

8 ottobre 2017 - Categoria: c'est la vie, narrativa

“Mentre la giornata mi sembra molto meno grigia…” di Sarah Savioli

Quale arcano mistero si nasconde dietro alle botte di luko ?! Mah!
Il laboratorio analisi stranamente non è pieno.
Anzi, davanti a me ho solo tre persone.
Una già in accettazione.
Una donna in tuta da ginnastica e con un bambino di due-tre anni con gli occhi lucidi dalla febbre in braccio.
Una signora altera con un buon restauro addosso, ma senza dubbio con un tempo di pensione partito già da qualche anno.
La donna con il bambino si volta e dice “Uh, signora, mi perdoni! Non mi ero accorta che per l’accettazione ci volesse il numero…”
La signora la guarda con una piega della bocca simile a un improvviso taglio in una stoffa tesa e con un colpo di tosse, forse un tentativo mal riuscito di risata sdegnosa, semplicemente le passa davanti.
La donna con il bimbo si allunga a prendere il biglietto dalla macchinetta che non aveva visto, ma la fermo e le do il mio. Io vado dopo. C’ero dopo, tra l’altro. Nulla di strano dunque.
Ma lei mi guarda e mi ringrazia per una cosa non solo normale, ma giusta…
Mentre fa l’accettazione il bimbo mi guarda imbambolato con la testolina appoggiata alla spalla della mamma. Mannaggia ai cocchi e mica cocchi della gola…forza picèn, mi sa che scoprirai presto la bellezza della vita moderna infiocchettata da scoperte quali quella degli antibiotici.
Tempo di accettazione della donna e del bimbo: al più un minuto e mezzo.
Quando entro per il prelievo non so dove sia la signora elegante e di fretta.
Forse a bucarla si è sgonfiata con lo stesso rumore di un palloncino scoreggiante per aria…
Forse l’ho rimossa e nel caso ne sarei contenta perché vorrebbe dire che finalmente sto imparando qualcosa.
Ma c’è un infermiere nuovo. Chissà dov’è la solita infermiera gentile…casomai a farsi giustamente i catzi suoi come ogni essere umano ancora di tanto in tanto baciato da un diritto sindacale.
“Signora, le faccio il prelievo. Lei guardi altrove.” mi dice lui.
Ma poi vede il mio braccio e si ferma.
“Sono un abituè, non si preoccupi.” lo rassicuro.
“…è che qua per trovare una vena ancora a posto…potrei farle un po’ male, ecco…”
“Vorrà dire che se farò la brava poi mi darà una caramella.”
Quando esco dalla sala prelievi il laboratorio si è alla fine ben riempito. Ma mentre sto per uscire dalla porta principale mi sento chiamare: mi volto ed è l’infermiere.
Mi sorride e ha in mano un lecca lecca a forma di orsetto ed entrambi scoppiamo a ridere mentre la giornata mi sembra molto meno grigia.
Sorrido ancora con il mio bel premio già scartato mentre mi fermo al supermercato a prendere un panino fresco per Matteo. Che oggi il putto inizia la ginnastica e, da brava mamma sarda, di merenda si va di pane e formaggio così poi si corre forte.
In coda alla cassa con solo un panino in una mano e l’impareggiabile compagnia del mio lecca lecca rosa, aspetto che facciano il conto tre carrelli con il ciuffo arrivati prima di me senza che nessuno dei loro condottieri si sogni nemmeno lontanamente di offrirsi di farmi passare.
Ma va bene così. Cioè non va bene affatto, ma ho ormai un’età nella quale non non mi stupisco più di nulla anche se me ne dispiaccio ancora. Brutta età quella del disincanto con in allegato pure il senso della fregatura.
Ma nel parcheggio vedo uno dei tre carrelli in questione con attaccata una vecchietta che cerca con fatica di caricare la sua enorme spesa nel baule di una panda gialla. Sembra che si spezzi nel tentativo di sollevare una confezione da sei bottiglie di gazzosa.
“Ha bisogno signora?” le chiedo.
Mi rivolge uno guardo arcigno. E capisco che ha paura. Di me.
E per aver paura di una donnina di poco più di uno e cinquanta per quarantatré chili lecca lecca ad orsetto compreso vuol dire doversi sentire davvero molto fragili…
Il tutto nella noncuranza di tutte le altre persone che nel parcheggio non si offrono di darle una mano e vanno via a testa bassa per non guardarsi intorno e così potersi dare l’alibi di non vedere.
La vecchietta mi fa di no con la testa con un piccolo ringhio: probabilmente mentre si fa la sua spesa porta a spasso la sua solitudine e la sua acredine, così prendono aria e si mantengono in salute…
Allora monto in macchina e sospiro.
Sento ancora il sapore dolce del lecca lecca. Buono, sa di arancia fragolosa con sprazzi di limone.
E penso che non è facile decidere di farsi illuminare le giornate da piccoli raggi di sole e non lasciarsi andare a una preventiva sfanculatura liberatoria e globale di questa nostra specie spaventata, vigliacca e rabbiosa.

30 settembre 2017 - Categoria: recensioni

Giuseppe Tirotto, La tuaglia ruia, recensione di Mauro Maxia

1.
Siamo con Giuseppe Tirotto per parlare della sua raccolta di racconti intitolata La tuaglia ruia,
edito  da Il Mio Libro dell’Espresso nel 2015.

Per quei pochi che ancora non lo conoscono diremo che Giuseppe Tirotto è uno dei maggiori scrittori sardi contemporanei. Non ho difficoltà a dire che è superiore ad altri scrittori sardi più reclamizzati e questo anche perché, al di là dello stile personale, Tirotto è uno scrittore bilingue. Cioè scrive la maggior parte delle sue opere in sardo-corso, anzi nella parlata di Castelsardo dove è nato nel 1954 e dove è sempre vissuto. Scrivere opere in una lingua locale, poco praticata, rappresenta una fatica doppia rispetto a chi scrive in italiano.

Tra le sue opere, in prosa e in poesia, scritte in castellanese sono da ricordare:

Lu bastimentu di li sogni di sciumma, 1997 (romanzo)

L’umbra di lu soli, 2001 (romanzo)

 Cumenti òru di nèuli, 2002 (romanzo)

 La forma di l’anima, 2004 (raccolta poetica)

 Lu basgiu di la luna matrona, 2007 (romanzo)

 La casa e la chisura, 2008 (raccolta poetica)

 E semmu andaddi cantendi…, 2012 (raccolta poetica)

 Cumentisisia t’avaràgghju amà, 2013 (raccolta poetica)

 La tuaglia ruja, 2015 (racconti)

Il fatto di scrivere nella sua parlata originaria non gli ha impedito di conseguire numerosi

riconoscimenti dal 1993 a oggi:

 1993 “Premio Ozieri”

 1995 “Premio Montanaru”

 1995 “Premio Gramsci”

 1995 “Casteddu de sa Fae”

 1999 “F. Modena – San Felice Panaro”

 1999 “Lions Duomo di Milano”

 2000 “Romangia”

 2002 “Premio Internazionale Nosside” di Reggio Calabria

 2002 “Premio Ozieri” (seconda volta)

 2002 “Casteddu de sa Fae” (seconda volta)

 2008 Premio San Leucio del Sannio

Oltre a racconti in castellanese Giuseppe Tirotto ha pubblicato delle opere anche in lingua italiana. Ricordiamo La rena dopo la risacca (2004), un romanzo noir, le raccolte poetiche Agra terra (2005) e Di geometria e d’amore (2014) e le traduzioni di alcuni dei suoi romanzi.

Qui parliamo di La tuaglia ruia, che rappresenta una raccolta di 20 racconti brevi. Come dice l’Autore, sono racconti di vita, di morte, d’amore e di libertà cuciti tra loro dal filo rosso dell’ideale e dei principi che danno sapore all’esistenza.

Uno dei racconti più brevi, poco più di 5 pagine, è appunto quello intitolato La tuaglia ruia e che dà il titolo all’intera raccolta. Dato che non dobbiamo fare una recensione, mi soffermerò a parlare proprio di questo testo. Mi ha incuriosito molto questo racconto prima di tutto perché – come anche altri racconti che compongono la raccolta – mi sembra autobiografico e, in secondo, perché l’Autore parla di un periodo particolare della sua vita quando Giuseppe un quarto di secolo fa era impegnato in politica. Mi ha interessato molto perché all’entusiasmo del giovane tutto preso dall’ideale politico si contrappone il disincanto del vecchio zu Tottoi Poréli che era stato un comunista della prima ora dato che aveva partecipato, quasi involontariamente, al congresso del Partito Socialista Italiano di Livorno del 1921 dal quale era nato il Partito Comunista Italiano. Questo breve racconto rappresenta un quadretto di storia paesana e di storia generale allo stesso tempo.

Altri racconti di questa raccolta non sono meno interessanti. Restando a Gramsci, mi ha colpito il racconto che inizia a pag. 52 e che si intitola Lèttara a un mastru. Uno pensa che si tratti di una lettera scritta a un vecchio maestro di scuola. E invece si tratta di una lettera scritta da un uomo dei nostri tempi a un maestro di vita e di ideali quale fu appunto Gramsci che ancora oggi, a 80 anni dalla morte, continua a costituire un modello per tutta una serie di aspetti anche minuti della nostra vita, sia sociale sia familiare.

In un altro breve racconto, intitolato Impianto 42, Tirotto racconta l’esperienza di un qualunque giovane sardo che si è dovuto recare sul Continente per trovare quel lavoro che la Sardegna anche allora negava a molti dei suoi giovani. Mi ha impressionato molto lo scontro di culture che sul posto di lavoro portava a contrapporre certi individui del Nord con certi giovani sardi. Questo racconto mi ha coinvolto anche più di altri perché mi ricorda un’esperienza analoga vissuta da me che, quando ero ancora un ragazzo, mi ero recato “in Continente” per trovarvi lavoro ma anche delle aspre contrapposizioni con la gente del posto.

Ne La tuaglia ruia di Tirotto colgo un punto di contatto con lo Scadaglio di Joan Adell di cui parleremo tra poco. Sono entrambi dei percorsi biografici, anzi dei tratti di percorso. Nella raccolta di Tirotto il percorso è fatto di piccole tappe che certamente marcano dei momenti importanti della sua vita se lui ha ritenuto di doverli raccontare in un libro.

Nella raccolta di Adell invece l’interesse è focalizzato su un unico episodio ma dal forte coinvolgimento che emerge ad ogni riga. Ma andiamo a vedere più da vicino questa sua opera.

2. Joan Elies Adell Pitarch, Escandall (traduzione italiana “Scandaglio”) Con la Sardegna ha uno stretto rapporto perché attualmente vive ad Alghero dove è coordinatore dell’ufficio della Delegazione del Governo della Catalogna in Italia.
Joan-Elies Adell è un poeta, traduttore e filologo spagnolo nato nel 1968. È stato professore di
Teoria della letteratura all’Universitat Oberta di Barcellona e visiting professor presso la
University of North Carolina.
Adell è uno dei più importanti poeti valenzani contemporanei. La sua statura emerge dai concorsi letterari tra i quali i seguenti

27 settembre 2017 - Categoria: letteratura sarda

Oreste Carboni, nostro compagno di collegio e corrispondente da Hong Kong è deceduto

Un infarto ha stroncato l’esistenza di

ORESTE CARBONI
1946-2017

compagno di collegio e nostro collaboratore.
Siamo vicini ai figli per la prematura perdita del loro caro genitore e a tutti i parenti ed amici.
Che la terra gli sia lieve.

Pubblico col necrologio l’ultima lettera che mi ha inviato da Lantau, l’isola più estesa delle 300 isole di Hong Kong

” Signore Iddio, perché hai voluto darmi ancora una croce, sapendo della mia debolezza.
Accetto passivamente la croce, in quanto sai che posso, con la mia testardaggine provare a resistere.
Mi hai mandato un Tuo figlio ad attraversare la mia strada, guarda caso sardo come me.
Ora, come Tu sai, si trova qui sulla mia strada implume nonostante abbia la mia età vittima di un furto cospicuo in quel dell’islamica Dubai.
Senza lavoro sicuro (domani cercheremo) e senza soldi.
Schifato dalla sorella, sarda come noi, al telefono, pagato da me, di tutto parla, meno che di offrirsi di aiutarlo mandandogli  qualche soldo finché non trova lavoro.
Ma lui ha trovato il suo angelo custode.
Nel mio piccolo, gli ho prestato 4mila HK$  (Hong Kong dollari) affinché possa muoversi.
Lo schifo ed il vomito che mi ha preso sta proprio nella sorella , che di tutto ha parlato, meno che di offrirsi ad aiutarlo.
Le lacrime mi impediscono di leggere e continuare a scrivere.
Che schifo di mondo moderno, che ci porta ad aiutare gl’islamici  ad invaderci, ma lasciamo morire i nostri sardi.  Da qualche suo discorso ho capito che vorrebbe suicidarsi.
Lantau, ottobre 2016″
 Questo era il cuore buono di Oreste che non ha messo in dubbio il racconto del richiedente aiuto come deve fare ogni buon uomo e cristiano.

 

25 settembre 2017 - Categoria: eventi straordinari

“San Matteo Apostolo ed Evangelista festeggiato a Chiaramonti” di Simone Unali

Le origini del culto di San Matteo a Chiaramonti si perdono, probabilmente, nei secoli XIV e XV, quando questo territorio entrò sotto l’influenza dei genovesi Doria, i quali avevano San Matteo come loro santo protettore a Genova. Dopo la demolizione del castello, sulla stessa rocca, che domina tutto il paese, fu edificata la chiesa dedicata al Santo, che sovrastò (e i cui ruderi sovrastano ancora) il paesaggio di Chiaramonti. Un santo, il nostro, al quale non ci si rivolgeva per grazie o benedizioni, per quello d’altronde c’era già Santa Giusta, ma al quale si affidava la protezione del paese, dei suoi abitanti e delle sue case. E San Matteo, dalla cinquecentesca chiesa al Monte, vegliò sul paese per ben quattro secoli. Quale posto più adatto se non la rocca per simboleggiare icasticamente questa protezione dall’alto? Poi, nell’Ottocento, con la costruzione della nuova chiesa parrocchiale, San Matteo ha continuato a vegliare su Chiaramonti dal cuore del paese.

I festeggiamenti in onore di San Matteo hanno da sempre rappresentato il paese stesso, sia per via della cospicua presenza di chiaramontesi che partecipano alla messa solenne, sia perché prendono parte alle celebrazioni religiose le associazioni civili e culturali, ma sopratutto l’istituzione amministrativa, simboleggiata dal maestoso gonfalone portato orgogliosamente in processione, ma sopratutto dal sindaco con fascia tricolore e dalla sua giunta. Fascia che quest’anno è stata indossata con onore non da un terrazzano eletto sindaco, ma bensì dal commissario comunale, unica nota stridente che ha riportato nelle menti di tutti la crisi politica nella quale è sprofondato il nostro comune.

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