“Giorgio Falchi (Chiaramonti, 1843-1922): ricordo dell’uomo e del cittadino dalle sue cronache. Prefazione al saggio di Carlo Patatu”

Carlo Patatu,Chiaramonti. Le cronache di Giorgio Falchi. Prefazione di Angelino Tedde, Stadium Adp, Sassari 2004

Prefazione [estratto dal saggio di cui sopra]

Il libro che mi accingo a presentare esce a cura di Carlo Patatu, operatore scolastico per oltre quarant’anni, insegnante e dirigente, giornalista pubblicista, ormai da dodici anni giudice presso il Tribunale per i Minorenni di Sassari, sindaco e operatore culturale, che ha scelto di vivere in Chiaramonti diversamente da altri suoi coetanei che hanno lasciato il paese, impoverendolo sul piano delle risorse umane. Chiaramonti è ed è stato per Carlo croce e delizia, stimato, amato, ma anche avversato per la sua dichiarata laicità.

Anche lui come il Falchi ha scritto molto sul paese non solo da corrispondente de La Nuova Sardegna per tanti anni, ma anche come esponente della classe dirigente chiaramontese. Io, che ho avuto l’opportunità di collaborare con lui durante la sua amministrazione comunale (1970-1975) ho potuto apprezzare l’alta ispirazione civica a cui egli ha improntato la sua azione.

La scoperta di Giorgio Falchi è un suo indiscusso merito. Credo che tra lui e l’autore delle cronache e delle meditazioni corra un forte sentimento di empatia e che egli abbia immediatamente avvertito quella forte affinità che li contraddistingue entrambi, pur essendo vissuto il primo tra l’Otto e il Novecento, l’altro viva tra la seconda metà del Novecento e il Duemila.

Questo lavoro di valorizzazione della storia chiaramontese costituisce un valido contributo all’educazione delle nuove generazioni della nostra comunità.

L’augurio è che egli continui a curare la pubblicazione dei rimanenti scritti di Giorgio Falchi.

Un intellettuale genuino

Questa pubblicazione contiene alcuni scritti di Giorgio Falchi, notabile chiaramontese sul quale il curatore ci ha fornito un breve profilo biografico. Diversamente dagli altri notabili suoi coetanei e come lui forniti di un discreto corso di studi, egli, oltre ad operare per il progresso del paese con le più svariate iniziative, provvide a scrivere “sulle fatte letture”, meditò sulla vita e sulla morte sia pure con lo pseudonimo di Caio Gunidio, raccolse detti, compilò diari sui martiri della patria e della fede, trascrisse i nomi dei vegetali noti nell’isola, rifletté sui guasti della fuga dai centri rurali, raccolse massime e proverbi, predispose schede dal Dizionario storico del Casalis, compilò raccolte di poesie in lingua sarda logudorese e, infine, compilò cronache di avvenimenti del suo stesso paese collocandosi come il più produttivo intellettuale nato e vissuto in Chiaramonti tra Otto e Novecento ancora quasi tutto da scoprire.

Nelle Cronache e nelle Notizie, prese in esame dal curatore, Giorgio Falchi dà inizio alle sue annotazioni (notizie, cronache, avvenimenti, appunti, riflessioni) che datano dal 1868, anno della sua laurea; ma, compiendo un salto di vent’anni anni, registra 10 scarne annotazioni del 1888, anno dell’inaugurazione della nuova chiesa parrocchiale dedicata alla Santa Croce e a San Matteo, senza svilupparne i contenuti; quindi riparte dal 1891 e da quell’anno prosegue con annotazioni sistematiche consecutive fino al 1921, per un totale di circa 199 annotazioni. Queste possono suddividersi in 128 notizie, 62 avvenimenti, 5 cronache, 3 appunti; il curatore pubblica anche, di altri fascicoli, notizie storiche su Chiaramonti e prospettive future del paese.

Si può ragionevolmente supporre, quindi, che egli abbia dato inizio alla compilazione di questi scritti a partire dal 1891 dal momento che da quell’anno si susseguono ininterrottamente le annotazioni fino all’anno anteriore alla sua morte.

Le annotazioni considerate quantitativamente riguardano 19 avvenimenti pubblici di ambito politico, 11 di ambito militare; 34 di uomini illustri chiaramontesi, 28 di ambito ecclesiastico locale, 18 di ambito scientifico, 26 di ambito economico, 56 di avvenimenti privati di ambito locale, 7 di ambito familiare. Le notizie sul paese sono estratte da fonti letterarie (Angius-Casalis, La Marmora), le considerazioni sono di Falchi. Il curatore ha pure aggiunto in appendice l’elenco, purtroppo parziale, dei libri della biblioteca donata al Comune e il suo testamento.

La pubblicazione è quindi varia e corposa e si presta a stimolare la curiosità dei chiaramontesi.

Le notizie di storia internazionale, nazionale, regionale, senza particolari approfondimenti, sono riferite in quanto si correlano con fatti e personaggi che riguardano Chiaramonti e i suoi abitanti. Il notista non vuol fare né lo storico né il saggista. Scopo preminente dei suoi scritti è quello di sviluppare il tema che a lui sta fortemente a cuore: Chiaramonti e i chiaramontesi in Italia e nel mondo, in pace e in guerra, nelle lettere e nelle scienze, nella condotta esemplare e deplorevole, con particolare attenzione alla condotta scorretta della classe dirigente locale del suo stesso ceto sociale e spesso della sua stessa rete parentelare.

Dalla lettura delle cronache emerge la selettività degli avvenimenti annotati da parte del nostro concittadino nel periodo che comprende parte dell’epoca crispina, l’intera epoca giolittiana e il primo dopoguerra, si tratta di circa trent’anni di storia contemporanea italiana, contrassegnata dalla crescita politica, sociale, economica del paese nel primo periodo (1891- 1913) ed i successivi sconvolgimenti contrassegnati dalla prima guerra mondiale -definita anche quarta guerra d’indipendenza- e dal successivo caotico dopoguerra che porterà all’avvento della dittatura fascista (1914-1921).

Il Falchi, promotore illuminato, registra le numerose iniziative portate avanti nel paese sul piano economico e sociale, ma non accenna agli avvenimenti internazionali e nazionali, se non brevemente; mancano altresì i riferimenti allo scoppio della guerra e alla sua inusitata e incredibile durata, sono assenti anche i riferimenti nazionali al caotico dopoguerra, alla fondazione dei partiti politici, al movimento degli ex combattenti e a quello nazionalista. Degli anni crispini fa riferimento indiretto alle guerre coloniali africane attraverso la commemorazione dei chiaramontesi che vi parteciparono, lo stesso dicasi sulla repressione crispina e sul fenomeno dell’emigrazione. Pare che il suo orizzonte non abbia altre coordinate che lo stretto rapporto che questi grandi avvenimenti nazionali hanno col proprio paese. Sarebbe inutile ricercare nelle sue cronache la consapevolezza di quanto il movimento operaio e contadino, il movimento femminista e lo stesso movimento cattolico

 

vadano promuovendo nel corso dell’epoca crispina e giolittiana e le stesse aperture di Giolitti verso le masse operaie: non menziona l’attività incessante dello stesso Francesco Cocco Ortu, eternamente ministro e manovratore parlamentare, oltre che luogotenente giolittiano in Sardegna. Egli non scrive un rigo sulla prima organizzazione della stessa previdenza sociale, preso com’è dalle sue iniziative locali di assistenza e di beneficenza e pure di iniziative promozionali in campo associativo. La stessa guerra mondiale è vista dall’ottica della gloria patria chiaramontese, che egli pone, nonostante la corrosiva critica agli amministratori, al di sopra di ogni cosa. Il richiamo alle guerre coloniali crispine o giolittiane, alla Brigata Sassari, alla stessa prima guerra mondiale è presente soltanto perché in questi avvenimenti si contraddistinguono i chiaramontesi.

Per un’agevole lettura mi pare utile suddividere i contenuti delle cronache tenendo conto degli avvenimenti internazionali, nazionali, regionali e soprattutto locali ai quali il nostro fa riferimento.

Cronache internazionali

Gli storici sostengono che tra Otto e Novecento emigrarono circa 11 milioni d’Italiani, in Europa e nelle Americhe. In particolare molte migliaia cercarono lavoro per alcuni anni nell’immane opera del taglio dell’istmo di Panama.

Il Falchi annota che a questa emigrazione diede il suo contributo anche Chiaramonti con la partecipazione di 130 compaesani; secondo lui però, quella emigrazione avrebbe prodotto “più danni che vantaggi giacché per causa di essa i vincoli familiari e sociali del tutto ebbero a cessare”. Per gli stessi emigrati e conseguentemente per il paese più che giovamento da questa esperienza sarebbero derivate miscredenza religiosa, idee sovversive e lotta di classe, disobbedienza civile, malattie schifose, perdita degli stessi lauti salari nel gioco e nei bagordi. Soltanto pochi, a suo dire, seppero conservare il frutto di un faticoso lavoro acquistando al rientro “un campicello e una casa di abitazione”.

Altri richiami sono rivolti alla politica colonialista di Crispi (1896), in Africa orientale, in particolare alla terribile sconfitta di Adua, dove morì gloriosamente combattendo il capitano Salvatore Cossu (1896); e alla ripresa del colonialismo da parte di Giolitti con le guerre in Libia e nell’Egeo (1912), alle quali parteciparono numerosi chiaramontesi, che si distinsero nelle varie battaglie a tal punto da meritare svariati encomi dalle autorità militari e che invece furono quasi del tutto ignorati dagli amministratori comunali che “freddamente accolsero i reduci della campagna d’Adua”, perché non riuscirono ad apprezzare in costoro la virtù del sacrificio mentre gli stessi amministratori manifestarono “la propria benevolenza ai reduci dalle patrie galere”, delinquenti incalliti, indotti dai prepotenti del paese nella via scellerata del delitto; lo stesso annota anche la messa di suffragio dei militari morti “combattendo da prodi nella Tripolitania e nella Cirenaica”.

Allo stesso Falchi non sfugge l’anniversario celebrato nel 1916 nelle scuole elementari per ricordare le atrocità compiute dall’Austria nel Trentino, nell’Istria e nella Dalmazia durante la prima guerra mondiale. Egli stesso, costante visitatore delle scuole elementari, in una occasione commemorativa, dopo la prolusione della maestra Giuliana Biddau, prende la parola per scagliarsi contro la stessa Austria e la Germania considerate “accanite nemiche della patria nostra”.

Tra i fatti di valore scientifico-astronomico egli ricorda la comparsa della cometa di Halley. Non sfuggono al nostro i vari congressi medici internazionali, celebrati in Italia e all’estero, (Napoli e Londra) ai quali partecipa il fratello Francesco, noto oftalmologo, professore e, per un certo periodo, preside della Facoltà di Medicina, presso l’Università di Pavia.

Cronache nazionali

Sulle annotazioni di ambito nazionale, c’è da osservare che il nostro, trascrive nelle sue cronache sia i dati del censimento del 1901, quanto quelli del 1911, concernenti Chiaramonti e offrendoci così, a distanza di un decennio, l’opportunità di considerare l’incremento demografico del paese. Apprendiamo così che gli abitanti di Chiaramonti nel 1901, agli inizi dell’epoca giolittiana, assommano a 2.318 unità, dei quali 1.944 (83,87%) risiedevano nell’agglomerato urbano, mentre 374 (16,13%) vivevano nelle frazioni. Sul censimento del 1911 annota l’incremento della popolazione con 2.584 abitanti, dei quali 2.270 (87,85%) risiedevano nell’agglomerato urbano, i rimanenti 314 (12,15%) nelle frazioni, con un decremento, rispetto al decennio precedente del 3,98% di residenze rurali. In occasione di questo secondo censimento il Falchi riporta anche l’elenco delle altimetrie, dalle quali risulta che il paese è situato a 447 metri sul livello del mare, il punto più alto del comune risulta Contra Erula a 638 m.l.m. con Bacchile de Bolonga 633 m.l.m. e Punta Mariannicca 624 m.l.m. Punta S’Arroccu a 560 m.l.m. e Funtana Preideru a 532 m.l.m., in pratica l’altezza media degli altipiani del territorio chiaramontese (Ha 111,08) risulta di 499,93 m.l.m. quindi ai limiti dei 500 m.l.m. elementi tutti che possono indurci a riflettere sull’aspetto orografico del nostro territorio comunale in quel periodo.

In secondo luogo non sfuggono al nostro gli avvenimenti politici nazionali più significativi quale, ad esempio, la repressione crispina che a mezzo del prefetto di Sassari, marchese Cassis, fa sentire i suoi effetti anche nella nostra comunità.

Secondo il Falchi le autorità, per quieto vivere, avevano permesso a numerose squadriglie di banditi delle campagne del Meilogu, del Monte Acuto, del Goceano e del Nuorese di compiere ogni genere di misfatti tanto da divenire ormai insopportabili. I fatti, denunciati al re Umberto I durante la sua visita in Sardegna, avevano spinto il governo ad autorizzare la prefettura di Sassari e la procura di Nuoro ad effettuare “una gran retata di cittadini per terrorizzare le popolazioni”.

“Infatti, in quattro giorni circa trecento <cittadini> furono privati della libertà sotto le speciose imputazioni di associazione a delinquere e per favoreggiamento di malfattori”.

Il Falchi annota con rammarico che gli arresti non avvennero solo nei villaggi delle regioni presunte criminogene, ma anche in quelle regioni e nei centri abitati che non lo erano come nell’Anglona e a Chiaramonti nonostante l’assenza dei famigerati banditi quali Monni, Goddi, Stara, Delogu, Campesi, Angius e Derosas. Dei trecento arrestati solo una quarantina poterono essere sottoposti a giudizio e soltanto dieci, tra questi, condannati a miti pene.

Il danno arrecato da questi arresti indiscriminati, secondo il Falchi, per un verso furono causa della rovina economica di numerose famiglie, per l’altro verso opportunità di compensi straordinari agli agenti della forza pubblica, di guadagni per gli avvocati e della promozione a prefetto di Venezia prima, a consigliere di Stato poi e, infine, a senatore del regno per il Cassis, senza con questo eliminare la delinquenza endemica.

È evidente, in questa annotazione, la critica feroce del Falchi sull’inutilità della repressione indiscriminata, secondo la linea dei più accreditati storici meridionalisti; egli pensa che l’ordine pubblico vada mantenuto con la costante e ordinaria sorveglianza da parte di tutte le autorità costituite e non con provvedimenti straordinari di repressione che servono solo a favorire le carriere degli operatori che a qualsiasi titolo la portino avanti.

Altra considerazione da fare, questa volta sui chiaramontesi, è che non si riesce a capire come mai avvenga che sull’opinione discutibile dello Spano che definisce il territorio chiaramontese “campo di sangue” gli stessi chiaramontesi si attribuiscano provincialmente una identità criminogena che, facendo le dovute comparazioni con altri centri dell’isola, non si riesce ragionevolmente a corroborare coi fatti. Potrebbe darsi che questa supposta identità provenga dal fatto che nell’anagrafe ecclesiastica del paese si registrino, per una lunga successione di anni, una media annua di sei morti violente, che tuttavia andrebbero confrontate con le contemporanee morti violente degli altri centri, quantomeno della stessa Anglona.

Altri riferimenti di carattere nazionale annotati dal Falchi sono la morte di Pio X, che egli giudica uno dei pochi papi che a partire dal XIV secolo si sia contraddistinto “nella cattedra di San Pietro per santità di vita e per rara e modesta bontà d’animo” (…). Nato povero visse povero e morì talmente povero, da dover lasciare in istato di miseria i più prossimi parenti avendo sempre ritenuto che i beni posseduti soltanto alla chiesa appartenessero”. Che rivolse il suo amore a tutte le nazioni senza distinzione di cultura, curò la disciplina del clero e ripristinò l’antica liturgia delle funzioni religiose, né trascurò di manifestare la propria italianità pur compiendo il suo dovere di Papa.

È indubbio che con questa annotazione il nostro manifesta un atteggiamento critico nei confronti della condotta dei papi del passato e sicuramente non ha la consapevolezza del forte contributo dato, ad esempio da Leone XIII, che nello stesso anno in cui era stato fondato il Partito Socialista Italiano (1891) aveva emanato l’enciclica Rerum Novarum nella quale è tracciata la dottrina sociale della chiesa, alla luce della quale si formeranno gli esponenti del movimento cattolico, quale lo stesso Falchi pur senza averne una piena consapevolezza potrebbe essere considerato, data l’attività di carattere socio- economica e culturale portata avanti nel paese a favore degli strati sociali meno abbienti.

Annotazione che rivela un tratto della personalità del nostro cronista è quella riguardante le elezioni politiche del 1919, quando ci fu l’allargamento del suffragio universale elettorale maschile.

Il nostro, estimatore dei deputati Pais e Pala, considerando la loro esclusione dal parlamento, annota le sue riflessioni in merito all’allargamento del suffragio elettorale, ritenendo che l’aver esteso l’elettorato “agli inalfabeti, ai nullatenenti e persino ai militari amnistiati a seguito di condanna per diserzione per tradimento fè sì che il più vil gentame della società divenisse l’assoluto arbitro delle elezioni per cui mentre riuscirono eletti individui (…), del tutto ignari dei nostri bisogni ed incapaci di tutelare presso il governo i nostri diritti; al contrario non vennero rieletti tanto il Pais che il Pala, nonostante essersi sempre adoperati del miglioramento delle sorti dell’isola”.

Da queste considerazioni emergerebbe la posizione di conservatore moderato del Falchi che, tuttavia, si rivela ammiratore di due deputati che non erano affatto né conservatori né moderati. Da queste considerazioni, quindi, più che il conservatore moderato emerge la lucidità di un intellettuale che sa molto bene quanto il diritto civile del votare richieda cittadini consapevoli e capaci di effettuare scelte oculate dei concittadini chiamati a governarli e che l’opportunità del voto a persone inconsapevoli e immorali potrebbe nuocere alla società. Viste le percentuali bulgare che di lì a qualche tempo avrebbe ottenuto il Partito Nazionale Fascista sicuramente le sprezzanti osservazioni del Falchi potrebbero assumere un altro significato alla luce di quella che sarà l’evoluzione del partito unico degli italiani per 22 anni.

Altri avvenimenti nazionali correlati con cittadini chiaramontesi riguardano i fatti d’arme.

Emerge così la figura eroica dello studente liceale soldato capitano di fanteria Salvatore Cossu, duellante a Napoli per un insulto alla Sardegna e che, successivamente nella battaglia di Adua, invitato alla ritirata, una volta messi in salvo i suoi, preferì morire combattendo contro le inferocite orde abissine; oppure, il soldato Giacomo Canu Cuadu che tornò in patria dopo aver subito ogni sorta di sevizie durante la prigionia in Abissinia, oppure il ricordo dei morti combattendo in Tripolitania e Cirenaica durante le guerre coloniali promosse da Giolitti.

La sua attenzione va continuamente al ricordo dei combattenti che persero la vita nella prima guerra mondiale e all’assistenza degli orfani, al ricordo e alla costante reiterata commemorazione dei morti nelle varie guerre, tanto nazionali quanto coloniali. Un patriottismo sentito, ricordato e illustrato nelle pareti della casa comunale, nonostante l’indifferenza degli amministratori municipali. Un patriota che si fa maestro di amor patrio per i propri concittadini. Le relazioni con avvenimenti nazionali avvengono, quindi, esclusivamente in funzione della presenza di chiaramontesi illustri, tanto suoi familiari, quali il fratello Francesco e il nipote Giovanni Grixoni, nominato maggiore medico e docente nella scuola di applicazione di Sanità Militare di Firenze, quanto di altri chiaramontesi che in campo nazionale si contraddistinsero in ambito sportivo o in altre arti.

Cronache regionali

Le annotazioni del trentennio sulla Sardegna (1891-1921), da parte del nostro concittadino, acquistano rilevanza soltanto se collegate a personaggi e fatti che riguardino direttamente Chiaramonti, per cui sarebbe inutile ricercare ad esempio la notizia sulla fondazione, da parte di un gruppo di progressisti laici sassaresi, del quotidiano “La Nuova Sardegna” avvenuta nel 1891, oppure la pubblicazione dell’ “Armonia Sarda”, quotidiano apparso tra il 1904 e il 1906 in

Sassari a cura di Salvatore Daddi, esponente di spicco del movimento cattolico.
Giorgio Falchi, pur essendo un estimatore del Pais Serra, non sente il bisogno di fare il benché minimo riferimento

alla relazione presentata dal deputato al parlamento nel 1896, né tanto meno cita il primo pacchetto di leggi speciali a favore della stessa isola approvato l’anno dopo. È assente anche l’annotazione sulla cruenta repressione del 1904 a Buggerru. Invano si cercherebbe una menzione del testo unico delle leggi speciali per l’isola del 1907.

La sua sensibilità viene colpita da avvenimenti che riguardano l’economia, in particolare la paurosa siccità del 1913; l’aumento del prezzo delle granaglie del 1915, dopo lo scoppio della guerra; la requisizione di grano per l’esercito del 1916; lo sfruttamento da parte di una società che operava a Canaglia di una miniera di manganese nella strada Chiaramonti-Ozieri in un tancato di Antonio Marras nel 1918.

Come di consueto provoca la sua indignazione l’abigeato di 50 capi vaccini e 10 equini, verificatosi nel 1914 nel territorio di Chiaramonti, ma sicuramente finiti presso facoltosi proprietari del Monte Acuto, del Bittese e del Nuorese. Insomma i committenti delle bande locali di malfattori sono in altre regioni dell’isola.

Non sfugge al nostro anche l’attenzione alla costituzione in Sassari della Camera Agraria del 1919.

Dietro richiesta del direttore del deposito degli stalloni di Ozieri, predispone una breve storia sull’allevamento dei cavalli in Sardegna dai Romani a metà Ottocento. Data la sua consuetudine di ricercatore attento c’è da credere che abbia attinto da fonti letterarie e orali di sicura attendibilità. Gli esperti di storia equina potranno verificarlo con maggior competenza.

Dei numerosi fatti politici dell’epoca che toccano la Sardegna annota un episodio di malcostume (1912) e le richieste degli ex combattenti che fonderanno di lì a poco il Partito Sardo d’Azione (1921).

Sul primo episodio, del 1912, depreca l’azione clientelare del deputato Giacomo Pala (Luras 1849-Roma 1927), pur apprezzato in altra circostanza. Secondo il nostro, il deputato del collegio di Tempio, in cui era compresa anche l’Anglona, avrebbe il torto di battersi per l’abbandono del porto del Golfo Aranci a favore di quello di Terranova, diversamente da come la pensa il Falchi, che parteggia per il primo; ma il maggior peccato del Pala sarebbe quello d’aver ottenuto la concessione del titolo di cavaliere per gli esponenti più in vista dei paesi dell’Anglona a cominciare da Nicolò Madau di Chiaramonti, Pancrazio Piana di Sedini, Michele Addis, Ignazio Frassetto, Gavino Bosinco e Tommaso Tedde, tutti di Nulvi, il cui merito sarebbe solo quello d’aver procurato suffragi elettorali al deputato gallurese.

Il secondo avvenimento, del 1920, che attira l’attenzione del Falchi, è l’ordine del giorno votato a conclusione di un comizio in Sassari degli ex combattenti nel quale si chiede, tra l’altro, l’autonomia dell’isola, lo scioglimento della Brigata Sassari, l’assegnazione delle terre agli stessi.

Per il Falchi queste richieste sono da considerarsi inattuabili e dannose, in quanto la Sardegna non avrebbe un sufficiente bilancio per gestire la stessa autonomia, compresa l’istruzione e le attività economiche; inoltre, secondo lui, l’autonomia regionale potrebbe comportare una disaffezione dei sardi nei confronti degli altri connazionali.

L’utilizzo della Brigata Sassari, effettuato nei punti caldi delle sommosse di piazza, per il mantenimento dell’ordine pubblico, dovrebbe considerarsi non un’ignominia, ma un servizio onorevole per la nazione.

Infine, il nostro guarda con forte sospetto la richiesta di assegnazione delle terre agli ex combattenti, senza la garanzia del pagamento di un equo canone ai proprietari.

Il suo sdegno, tuttavia, raggiunge l’apice quando considera gli sprechi, le malversazioni e le ruberie che in vario modo si perpetrano nel tentativo vano di giovare alle popolazioni. In particolare egli stigmatizza gli sperperi promossi dal medico provinciale Michele Alivia in occasione della campagna governativa contro la malaria, i cui fondi sarebbero andati a vantaggio di funzionari e medici, accoliti della massoneria, mobilitati per la distribuzione del chinino di Stato, più che alla ricerca di rimedi per la eradicazione. La malasanità con i conseguenti sprechi, promossi dallo stesso medico provinciale, in occasione dell’immaginario colera di Burgos (1910), in cui si curò un’epidemia inesistente, che ebbe come unico esito quello di favorire facili guadagni alla farmacia Gutierrez, medaglie, benemerenze e “lucrose missioni” ai medici Masia ed Alivia.

Anche gli scandalosi onorari approvati dall’ordine dei medici di Sassari lo fanno inorridire.

Non manca mai, da ultimo, il richiamo ai chiaramontesi che, vivendo in altre località della Sardegna, hanno illustrato con le loro azioni il paese di nascita come ad esempio il carabiniere Giovanni Spanu Cossu, vincitore nel 1904 della gara del tiro al bersaglio in Sassari; il ragioniere Proto Fogu Cossu, vincitore prima del concorso in lingua tedesca alle Poste di Udine (1909) e più tardi la promozione a contabile delle stesse poste; il diplomato presso l’Istituto Tecnico di Sassari Giovanni Maria Ruiu che consegue il diploma superiore di maestro elementare presso la Scuola Normale di Nuoro; la nomina a beneficiato della cattedrale di Sassari del dottore in leggi e in teologia del proprio nipote canonico Cristoforo Grixoni e il conferimento della medaglia d’argento al colonnello medico Giovanni Grixoni nel 1921.

Giorgio Falchi non dimentica nemmeno le belle figure di chiaramontesi che passano a miglior vita, dopo aver svolto con competenza e serietà la loro professione in altri centri urbani o rurali della Sardegna, come Francesco Maria Cossiga, medico chirurgo che, addottoratosi in Parma, mentre vi svolgeva gli obblighi di leva, “si era poi sposato in Siligo con una avvenente e modesta giovane della famiglia dei Lado”. Nello stesso centro aveva esercitato per 35 anni la professione, “stimato per la sua perizia nell’arte medica ed amato per le cortesi maniere usate con tutti” tanto da meritare la nomina a cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia. Negli ultimi anni della sua vita “due indegni ministri del santuario”, ai quali “non garbava la franchezza del Cossiga nell’esprimere i propri pensieri e quell’indipendenza di carattere che lo rendeva rifuggente dalle simulazioni e adulazioni”, gli avevano messo contro la popolazione di Siligo, provocandogli grandi amarezze. La sua morte, avvenuta nel 1910, “fu compianta dai giusti estimatori del suo ingegno, ma altresì dai suoi conterranei di Chiaramonti, verso i quali professò <…> sempre stima ed il più sentito affetto”.

Eppure la memoria storica dei chiaramontesi non ha dimenticato il diniego opposto al matrimonio di questo medico chirurgo con Anna Rosa Madau su cui il Falchi tace forse per amore di famiglia.

I politologi, i cronisti e i lettori della movimentata vita politica del pronipote Francesco Maria Maurizio Cossiga potrebbero ben dire in questo caso che buon sangue non mente.

Con lui viene ricordato Domenico Cuadu, medico condotto a Pattada e a Berchidda, assistente dell’anatonomo prof. Continelli e autore di importanti contributi scientifici, nonché fecondo letterato, al quale il nostro rimprovera il torto d’aver fatto bruciare, prima di morire nel 1911 in Sassari, tutta la sua produzione letteraria.

Il Falchi non dimentica neppure di ricordare nell’anno della loro morte alcuni amici non chiaramontesi, rispettivamente il suo amato professore del seminario, arcivescovo di Sassari, mons. Marongiu Delrio (1904) e il suo compagno affezionato, vescovo coadiutore del primo, mons. Giuliano Cabras di Bessude (1905), dei quali afferma d’aver svolto l’elogio funebre. Non dimentica nemmeno l’intemerata figura dell’ing. Domenico Cordella, dipendente della provincia e progettista di tante opere pubbliche -basti citare, tra numerosi altri, i progetti della chiesa di San Giuseppe in Sassari e quello di San Matteo in Chiaramonti- morto povero perché vissuto onestamente.

Cronache locali

Al momento della fusione della Sardegna col Piemonte (Genova, 30 novembre 1847), il governo subalpino provvide immediatamente all’emanazione della nuova legislazione sui comuni; scomparvero le assemblee comunitative per lasciare il posto al consiglio civico, alla giunta e al sindaco di nomina regia prima, elettiva poi.

Con la proclamazione dell’Unità d’Italia (1861) ebbe inizio così per gli enti locali quel periodo che potremmo definire di ammodernamento, in quanto dovettero dotarsi gradualmente della casa comunale-scuola prima e del caseggiato scolastico poi, della caserma o della delegazione di polizia, nei centri più popolati della pretura e delle carceri, della stazione ferroviaria, del telegrafo, della condotta medica, veterinaria e ostetrica, della farmacia, dell’acquedotto, del lavatoio pubblico, dei nomi delle vie e dei numeri civici, nonché del cimitero.

Giorgio Falchi ebbe in sorte di vivere e operare nel periodo compreso tra il 1861 e il 1921 per cui assistette e addirittura promosse una serie di iniziative che possono ben dirsi di organizzazione civile e di ammodernamento per il suo paese. Certamente non intende segnare tutte le tappe del processo d’incivilimento del suo villaggio, tuttavia ne richiama alcune. Il 65% delle sue annotazioni riguardano, infatti, avvenimenti, personaggi, notizie, curiosità locali, su cui, in linea di massima, non intendiamo soffermarci, limitandoci unicamente a far risaltare le tematiche più significative.

Le sue note si racchiudono su tematiche concernenti le istituzioni, la società, l’economia, quindi il comune, la chiesa, l’istruzione, la pubblica sicurezza, l’igiene pubblica e naturalmente gli amministratori comunali, i sacerdoti, gl’insegnanti, i medici e gli altri professionisti.

L’attenzione del nostro è fortemente rivolta a mobilitare anche la società, specie nel campo dell’educazione civica e della promozione di iniziative economiche e sociali, quali le cooperative, le assicurazioni, le istituzioni di beneficenza, l’asilo infantile, il patronato scolastico e le premiazioni, l’introduzione di nuova tecnologia nell’agricoltura e nell’industria.

Su quanto osserva o promuove nel suo villaggio egli si fa scrupoloso cronista; infatti non tralascia di annotare anche i fenomeni legati al ciclo del tempo (siccità, piogge torrenziali, infestazioni di animali, epidemie nefaste degli uomini e degli animali) e al ciclo della vita (crescita civile e professionale, premiazioni, morte).

Particolare attenzione egli rivolge all’educazione patriottica dei suoi concittadini, annotando con cura la carriera dei chiaramontesi che si sono distinti negli studi, nelle carriere pubbliche o private, nelle abilità, nelle lettere, ma particolarmente nella difesa della patria sia che si tratti di semplici soldati sia che si tratti di graduati.

Non sfuggono alla sua attenzione lo stato dei beni culturali, particolarmente di quelli religiosi, dandoci rendiconti di costruzioni di chiese, di restauri e di stati di abbandono. Annota anche con particolare cura lo stato dei dipinti, dei quali egli stesso si fa mecenate.

Lo stesso ci dà notizia delle principali scoperte archeologiche e scientifiche nel territorio del comune.

Il Falchi non si limita però a fornirci notizie e fatti senza emettere il suo giudizio a volte benevolo, più spesso ironico, a tratti impietoso sulle istituzioni, sugli avvenimenti di cronaca nera, sugli amministratori pubblici, sui costumi morali.

Le ruberie, le malversazioni, i fatti di sangue, gl’interventi eccezionali, la disamministrazione della cosa pubblica o dei beni della chiesa gli fanno perdere ogni remora, per cui i suoi anatemi piovono come un uragano sugli amministratori comunali ai quali non fa sconti, pur essendo suoi parenti, o sui sacerdoti, poco curanti dei beni che appartengono alla comunità dei credenti.

Dall’insieme delle cronache locali emerge l’uomo intemerato, generoso con la comunità, infaticabile promotore di progresso civile, sociale ed economico che ricorre alle dimissioni dagli enti che dirige quando scopre che ci si allontana dall’onesta e corretta amministrazione. Al tempo stesso l’uomo delle memorie patrie che, data la colpevole disattenzione della giunta municipale, fa dipingere a sue spese nelle pareti della casa comunale i nomi dei caduti in guerra. Infine l’implacabile giudice degli abusi pubblici, delle malversazioni, della corruzione politica, della stessa corruzione privata. Un uomo che sicuramente risente della formazione religiosa e laica ricevuta, dell’aver trascorso l’infanzia e la preadolescenza in un clima di vecchio ordine sociale e dalla giovinezza fino alla vecchiaia nel nuovo ordine che, con l’eccesso di libertà, rischiava di finire nell’immoralità e nella corruzione pubblica e privata.

I messaggi che emergono dalla cronaca locale sono chiari e inequivocabili.

Cenni sugli altri scritti di questa pubblicazione

Il curatore ha ritenuto opportuno pubblicare, ad abundantiam, insieme alle Cronache anche i seguenti scritti tratti dai quaderni del Falchi: Notizie storiche intorno al villaggio di Chiaramonti; Il bene ed il male in diverso tempo commessi dagli amministratori del

comune di Chiaramonti; Previsioni sull’avvenire degli abitanti di Chiaramonti; Persone riguardevoli che trassero i natali nel villaggio di Chiaramonti; Il testamento di Giorgio Falchi; documenti tutti che avrebbero potuto dar luogo ad un’altra pubblicazione. Aprire un discorso su di essi sarebbe lungo e forse più impegnativo di quanto non abbiano richiesto le Cronache. Penso che la preoccupazione di Carlo Patatu sia quella di mettere a disposizione dei compaesani quanti più scritti possibile del nostro concittadino, sia perché essi possano riflettere, sia perché, chi lo desidera, possa approfondire il pensiero di Giorgio Falchi.

Nel complesso, posso concludere dicendo che gli scritti si prestano a studi più lunghi e profondi, ad un’attenta contestualizzazione non solo delle coordinate storiche e ideologiche, ma anche ad un’opportuna collocazione dei generi letterari del suo tempo.

Fatte le dovute proporzioni, possiamo affermare che Giorgio Falchi può essere considerato per Chiaramonti quello che Enrico Costa è stato per Sassari; un memorialista, un conservatore delle memorie patrie, un pensatore a suo modo originale. Oserei dire, forse più del Costa, un intellettuale che non si accontentò di scrivere le memorie patrie, ma seppe operare, dirigere, orientare, assumersi responsabilità e contribuire alla crescita economica, sociale, civile e culturale dei suoi compaesani nel periodo dell’ammodernamento.

C’è da augurarsi che i suoi scritti possano essere pubblicati per intero e messi a disposizione delle diverse competenze che, per una corretta lettura critica, essi richiedono.

Angelino Tedde

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