“Il giovane imbranato in sala d’attesa di ginecologia” di Sarah Savioli

Sala d’attesa, tutte donne.
E poi lui. Cuffie nelle orecchie, occhi sul cellulare, gambe lunghe che stese vanno da un panchetto all’altro, diciotto, diciannove anni a dire tanto e mascherina messa a casaccio.
Le altre lo osservano stranite, io mi siedo e gli faccio un cenno.
“Per favore, puoi metterti meglio la mascherina.” dico e la frase non termina con un punto di domanda.

Grugnisce, la sistema, poi continua a occupare mezza sala con il suo stravacco artistico insonorizzato.
La porta dell’ambulatorio si apre, una donna esce, un’altra si alza per entrare e lui: “Oh, signora, dove vai? Sono arrivato prima io di te.”
La donna si stringe nelle spalle ed entra, le altre si scambiano sguardi perplessi.
“Scusa, ma questo è un ambulatorio ginecologico.” Sorrido divertita. I suoi occhi però sono pozze di smarrimento e sconforto che si posano su un foglio spiegazzato.
“Dove devi andare?”
Mi porge il foglio.
“Ti accompagno io.”
Fa un cenno con la testa, si alza ed è lungo e piegato come le piante che crescono al buio. Mi segue in silenzio, con la testa bassa tipica dei giovanissimi quando si imbarazzano per aver fatto una minchiata. Non sa che quando sarà più adulto la questione rispetto ai propri errori sarà diversa, non si imbarazzerà più, chiamerà lucido senso pratico l’arte di cambiare idea su qualsiasi cosa pur di non ammettere di essersi sbagliati.
“Come ti chiami?”
“Giovanni.”
“Bravo Giovanni.” dico mentre usciamo dal padiglione “E adesso sistemati la mascherina che la mamma ti ha fatto le orecchie e il naso apposta per questo momento storico di gloria. Di là, giriamo a destra.”
Borbotta, ha deciso che devo stargli sulle palle e crede che la cosa in qualche modo mi interessi.
“Tanto questa cosa delle mascherine, dei vaccini, del virus è tutta una fregatura.”
“Qui bisogna andare dritti. Giovanni, spiegami perché dici questo.”
“Eh, … Lo dico perché lo so.”
“No, non sai. Non esiste io so. Le persone intelligenti studiano, si informano, leggono, ascoltano chi casomai ne sa poco, ma sicuramente più di loro e poi si fanno un’opinione. Il concetto di io so, neanche i testimoni oculari di omicidio.”
“Ma tanto, signora, alla fine dicono tutti un sacco di balle.” brontola con la testa incassata nelle spalle e le mani in tasca.
“E allora se tutti dicono un sacco di balle, scegli a che balla credere? Ti crei una tua versione personalizzata di verità? Su che base? Logica? Creativa? Di ambarabaciccicoccò? Così, eh, per capire.”
Lui boffonchia, ma il suo sguardo comincia a illuminarsi di uno scazzo curioso.
“Giovanni, fa attenzione per quando dovrai tornare: vedi l’ingesso da cui sei entrato là in fondo? Ecco, da lì dovrai prendere il vialone principale, ok?”
Lui guarda l’ingresso, poi dove gli indico, ora comincia a orientarsi, a essere nello spazio e non più a farsi solo accompagnare.
Camminiamo spediti, che dal foglio il suo appuntamento era almeno venti minuti fa.
“Allora, mi stavi dicendo di quello che sai? E, zio pera, sistemati quella…”
“Sì, sì!” e la mette a posto.
“Giovanni, il problema è che quella non è una mascherina, è un topo morto speluccato e con l’elastico partito. Adesso giriamo a sinistra, per di qua.”
“Ma no che è una di quelle sicure.”
“Una FFP2 che hai recuperato da una tasca o dal fondo di uno zaino. Fa schifo, non protegge te e nemmeno gli altri. Se poi la porti sotto il naso…”
“Seee, ma è scomoda.”
“Certo, così messa a caso invece è di sicuro un altro mondo. Come se ci fosse l’obbligo di mettersi le mutande e tu non è che te le infili come si deve, che l’elastico dà fastidio, cammini con la mutanda al ginocchio. Geniale proprio. Scomodo e con il sedere di fuori.”
Gorgoglia la risata che non avrebbe voluto regalarmi.
“Sei di maturità quest’anno?”
“Non ancora, mi hanno segato…”
“Bene, così ti riguardi l’episodio come capita nelle migliori serie televisive.”
“Eh… sì.”
“A sinistra, siamo praticamente arrivati.”
“Signora… secondo me te sei una professoressa.”
“No, solo una rompi professionista con quarantasei anni di esperienza.”
Ride forte, adesso, la piantina cresciuta al buio.
“Siamo arrivati, Giovanni. Percorri questa rampa e dentro trovi l’accettazione. Sono gentili e vedrai ti spiegheranno tutto.”
Ma lui non si muove, mi guarda senza parlare.
Scosta la mascherina dal viso, lo fa per sorridermi di un sorriso bambino. E poi se la risistema per bene.
“Grazie signora.”
“Grazie a te. Grintoso e arrabbiato, ok?”
Mi allontano lungo il viale, poi mi giro e lo vedo sparire, ingoiato dalla porta del padiglione.
Prima visita oncologica.
Mettiti bene la mascherina, per carità, Giovanni.
Mettiti bene quel cavolo di mascherina.

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