Categoria : cristianesimo

“Amare nella libertà” di Padre Timothy Radcliffe

Come si concilia il fondamentalismo con la fede cristiana? E’ possibile vivere da credenti e abbracciare il populismo? Che rapporto può esistere tra sovranismo e cristianesimo? Sono questi alcuni dei temi che padre Timothy Radcliffe, teologo e biblista inglese, docente a Oxford, uno degli autori di spiritualità più conosciuti al mondo, toccherà nella sua conferenza in programma a Verona lunedì 13 maggio (Cinema Teatro Aurora, Borgo Venezia, via Fracastoreo 17), su iniziativa di Editrice Missionaria Italiana, Azione cattolica diocesana e Acli Verona. Titolo del suo intervento, Indentitari o plurali? Credere al tempo del sovranism

Nel cristianesimo si parla molto di amore, ma a volte sembra che questo amore sia un po’ astratto, avulso dalla realtà. Eppure è necessario amare con quello che siamo, con la nostra sessualità, i desideri, le forti emozioni, con il bisogno che abbiamo di toccare e di stare vicini agli altri.

Noi crediamo che Dio ha creato questi corpi, e ha detto che erano cosa molto buona; Dio si è fatto corpo tra di noi, essere umano come noi; Gesù ci ha donato il sacramento del suo corpo e ha promesso di resuscitare i nostri corpi. E dunque noi dovremmo sentirci a casa nostra nella nostra natura corporea, con le sue passioni, e a nostro agio nel parlare di affettività.

Dio si è incarnato in Gesù Cristo, ma forse noi stiamo ancora imparando a incarnarci nel nostro corpo. Dobbiamo scendere dalle nuvole!

Il mio cuore e la mia carne devono incarnarsi nella persona che sono, nella vita che Dio ha scelto per me, in questa carne e in questo sangue.

Dobbiamo imparare ad amare con quello che siamo, esseri dotati di sessualità e di passioni, a volte un po’ disordinati. Altrimenti non avremo nulla da dire sul Dio che è amore.

Il corpo non è soltanto un bene che possiedo. Il corpo sono io. È il mio essere, quello che ho ricevuto dai miei genitori, che a loro volta l’hanno ricevuto dai loro, e in ultima istanza da Dio. Al punto che quando Gesù dice: “Questo è il mio corpo, offerto per voi”, egli non sta disponendo di un bene: sta consegnando il dono che egli stesso è. Il suo essere è un dono del Padre ed è questo che egli ci lascia.

Le relazioni sessuali sono chiamate a essere una realizzazione di questo dono di sé. Sono qui e mi dono a te, con tutto quello che sono, ora e per sempre. E così l’eucaristia ci aiuta a comprendere che cosa significa per noi essere individui dotati di sessualità, e la nostra sessualità ci aiuta a comprendere l’eucaristia.
Aprirsi all’amore è molto pericoloso. Ci sono buone probabilità di rimanere feriti. L’ultima cena descrive bene il rischio che si corre ad amare. Per questo Gesù è morto: perché ha amato … Ma non aprirsi all’amore è ancor più pericoloso: è un rischio mortale.

Quando amiamo qualcuno profondamente dobbiamo imparare a essere casti. Tutti – celibi, sposati, religiosi – siamo chiamati alla castità … cioè a vivere nella realtà di quel che sono io e di quello che sono realmente le persone che amo … È un’estrema adesione alla realtà … Consiste nel vivere nel mondo reale, nel vedere l’altro così com’è, e me stesso così come sono. Non siamo né divini, né un semplice ammasso di carne. Siamo entrambi figli di Dio. Abbiamo la nostra storia.

Per rimettere i piedi per terra … bisogna imparare ad aprire gli occhi e a vedere i volti di quelli che ci stanno dinanzi … acquisendo la serenità di chi ha smesso di inquietarsi per il passato e per il futuro.

Durante l’ultima cena Gesù ha colto il momento presente. Invece di inquietarsi per quel che Giuda aveva fatto o per l’arrivo dei soldati, ha saputo vivere il presente: prese il pane, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: “Questo è il mio corpo, offerto per voi”. Ogni eucaristia ci immerge in questo “ora” eterno. È in questo momento che posso farmi presente a un’altra persona, sereno e tranquillo alla sua presenza. Ora è il momento in cui posso aprire gli occhi e guardarla. Sono sempre così occupato, impegnato a correre a destra e a sinistra, pensando a quello che succederà dopo, che può capitare che non veda il volto di chi mi sta di fronte, la sua bellezza e le sue ferite, la sua gioia e le sue sofferenze. Dunque la castità comporta l’apertura dei miei occhi!

In secondo luogo, si deve imparare l’arte di stare da soli. Non posso stare bene con gli altri se non riesco ogni tanto a stare solo con me stesso. Nella misura in cui la solitudine mi fa paura avrò la tendenza ad attaccarmi agli altri non perché stia bene con loro, ma come soluzione al mio problema. Vedrò la gente semplicemente come un mezzo per colmare il mio vuoto, la mia terribile solitudine. Dunque non sarò in grado di rallegrarmi con loro per quanto hanno di bene. E quindi, quando si è alla presenza di un’altra persona, bisogna sforzarsi di essere veramente presenti, e quando si è soli imparare ad amare la solitudine. Altrimenti quando si è con gli altri ci si aggrappa a loro fino a soffocarli!

[Bisogna poi] fare in modo che il nostro amore liberi le persone. Ogni amore, che sia quello degli sposati o dei celibi, deve essere liberante … Noi dobbiamo amare le persone in modo che esse siano libere di amare gli altri più di noi.

Questo presuppone che si agisca in modo da non essere al centro della vita degli altri facendone delle persone dipendenti da noi. Bisogna sempre che ci sforziamo di offrire loro altri punti di appoggio, altre consolazioni, di modo che noi diventiamo meno importanti per loro. Così la domanda che uno deve porsi costantemente è: il mio amore rende questa persona più forte, più indipendente, oppure la rende più debole, più dipendente da me?

Imparare ad amare è un’impresa pericolosa. Non sappiamo dove può condurci. La nostra vita ne sarà stravolta. Ci accadrà certamente in certi momenti di essere feriti. Avere un cuore di pietra sarebbe più facile che avere un cuore di carne, ma in questo caso noi saremmo morti! E da morti non potremmo parlare del Dio di vita. Ma come trovare il coraggio di vivere passando attraverso questa morte e resurrezione?

In ogni eucaristia noi facciamo memoria del fatto che Gesù ha versato il suo sangue per il perdono dei peccati. Questo non significa che doveva placare un Dio che era andato in collera. Né significa soltanto che se sbagliamo possiamo andare a confessare i nostri peccati ed essere perdonati. Significa molto di più. Vuol dire che al cuore di tutte le nostre lotte per essere delle persone viventi e amanti, Dio è al nostro fianco. La grazia di Dio è con noi nei momenti di fallimento e di turbamento, per aiutarci a rimetterci in piedi. Così come, la domenica di Pasqua, Dio ha trasformato il venerdì santo in un giorno di benedizione, noi possiamo confidare nel fatto che tutti i nostri sforzi per amare porteranno dei frutti. Dunque, non c’è ragione di aver paura! Possiamo lanciarci in questa avventura verso l’ignoto con fiducia e coraggio.

Radcliffe, Amare nella libertà

 

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