Categoria : memoria e storia

Vita da missionario della Sardegna del 1919 di Giovanni Battista Manzella

Pubblichiamo questa narrazione di Padre Manzella grazie alla generosità del Padre Erminio Antonello che ha curato insieme ad un confratello l’Epistolario del grande missionario vincenziano del primo novecento. Sembrano racconti “africani” più che “sardi”, ma la verità è che ai primi del novecento la nostra isola sprovvista di strade era percorribile a piedi, a cavallo e con qualche rara automobile e corriera e con il treno a scartamento ridotto che si fermava lontano dai paesi e per raggiungerlo bisogna camminare a piedi. I missionari vincenziani non si facevano scoraggiare dalle difficoltà per andare a predicare al popolo, per istituire le conferenze della Dame della Carità che a a loro volta dovevano supportare economicamente gli asili fondati dai missionari nei paesi più lontani. Se era il caso si istituivano anche orfanotrofio maschili e femminili per bimbi poveri e senz’altra assistenza se non quella delle Dame e delle Figlie della Carità. La relazione del Manzella offre uno spaccato dell’operosità dei missionari e dell’intera famiglia vincenziana. (Angelino Tedde)

 

Novembre 1919

Si doveva dare la Missione a Santa Giusta, ma non ne sapevamo la data precisa. Mi recai al telefono e dopo sette ore di inutile atte- sa non potei mettermi in relazione con Oristano. Tornato a casa dissi al compagno signor Sategna: “Non ho avuto comunicazione con Oristano ma non importa … Andiamo lo stesso”. Detto fatto. Eccoci alla stazione carichi del nostro bagaglio. Sono le sette del mattino. Alle cinque di sera, arriviamo ad Oristano e una mezz’ora dopo siamo a Santa Giusta. Strada facendo guardavo se si vedesse l’avanguardia. I ragazzi che in tutte le missioni si vedono pei pri- mi, nessuno! Ci avanziamo … non anima viva! Arriviamo … la chiesa chiusa! Il parroco sulla porta della casa ci vede, e fa le me- raviglie. “Come?! Non han ricevuto il mio telegramma?” E noi: “Come?! Non ha ricevuto la nostra lettera?”. Che fare? Ci accor- diamo, il mio compagno ed io, di tornare ad Oristano, salutare mons. Piovella, arcivescovo, e di far ritorno a Sassari il giorno do- po. Fare e disfare è tutto lavorare.1 Ripigliamo il carrozzino e tor- niamo ad Oristano. Monsignore ci attendeva, ben sapendo che la Missione non si poteva dare per allora. Ci ricevette con la solita sua bontà e cordialità. Narriamo l’accaduto, e lui risponde: La Provvidenza! La Provvidenza! La Provvidenza! Lei sig. Sategna darà gli esercizi alle normaliste, e lei sig. Manzella, visiterà le Conferenze di Carità su nell’alta Sardegna vicino al Gennargentu.

Un telegramma a Sassari per informare il superiore e l’indomani a mezzogiorno eccomi in via per i monti. Saluto il compagno, prendo la benedizione da monsignore, ed eccomi in automobile. Siamo in ottobre. Nelle pianure di Oristano fa caldo ancora, ma a misura che avanziamo si sente il freddo; la pioggia è dirotta, e più in alto ancora si trovano vento e neve. La Sardegna è per lo più montuosa. Due sono i punti principali. I monti del Limbara a Tempio e le giogaie del Gennargentu nel centro dell’isola. Su que- sti monti la neve manca soltanto qualche mese dell’anno. È nei pressi del Gennargentu che si trovano i villaggi che dovrò visitare.

Dopo nove ore di automobile arrivo a Sorgono che è il paese principale del luogo. Ivi fa capo la ferrata che da Cagliari sale nel centro dell’isola. Vi è una casa di Figlie della Carità. Il buon par- roco mi aspettava e mi offrì alloggio. La mattina celebro la santa Messa nella cappella delle suore e alle nove sono alla stazione. Ec- co i villaggi da perlustrare, quasi tutti a piedi e solo soletto: Belvì, Aritzo, Atzara, Meana, Desulo, Tonnara, Tiana, Ovodda, Teti, Austis, Ortueri, Neoneli, Nughedu Santa Vittoria, Sorradile, Bi- donì, Norbello;2 non mi sono mai sentiro tanto missionario come questa volta.

Dopo breve tratto scendo a Belvì. Paese affatto nuovo per me. Mi reco alla posta, ed ecco l’ufficiale che mi dice essere la segreta- ria della conferenza. Sono a cavallo, dico fra me. Cerco del parro- co, non c’è, ma le sue sorelle mi ospitarono con premura. Presi accordi pel domani, che era domenica, partii a piedi per Aritzo e per prima cosa mi presento al parroco dicendogli esser venuto per visitare la conferenza di Carità, e per promuovere l’apertura dell’asilo infantile. Aritzo è un ameno villaggio, ricco, colto, gene- roso. Un signore promise e diede una bella casa per le Figlie della Carità, e per l’Asilo. Mi fermai tre giorni, promossi delle azioni, radunai i principali signori nella sala del municipio e riuscii a for- mare un’amministrazione provvisoria. Eravamo alla vigilia delle elezioni politiche, e non potei aprire subito l’asilo, tanto più che la casa non sarebbe stata libera sino alla fine dell’anno. Lasciai però tutto pronto e partii per visitare la conferenza.

Tornai a Sorgono per passare un giorno dalle suore, visitai la conferenza fondata da molti anni ed esercitai, per un giorno il mio ministero. Venerdì mattina mi affido alle gambe. Riduco la già ridotta valigetta a un piccolo pacco che appendo alla cintola sotto la veste, prendo l’ombrello e via … vado a piedi ad Atzara. Qui si faceva la festa di un santo, e trovai la chiesa gremita di fedeli. Do- po la messa cantata feci una predica sulla carità e sul modo di esercitarla stabilendo la Società della Carità. Poi, come io faccio sempre, armato di penna e di carta, chiesi il nome di chi volesse iscriversi tra i soci e socie pagando 6 lire all’anno. Ne trovai una sessantina, il che dava modo alle dame di riscuotere lire 360 an- nue. Nel pomeriggio radunai le dame. Insegnai loro il modo di fare le opere buone e sciolsi tutte le difficoltà che misero in cam- po; fatta la colletta e chiusa l’adunanza mi misi in viaggio per Meana.

Il parroco non volle lasciarmi andare a piedi e dovetti aspettare il cavallo. Dopo diverse vicende si trovò anche il cavallo. Un pala- freno, giovane, ardente, con una voglia matta di correre. Salgo a cavallo, e dietro di me sale pure il ragazzo che doveva ricondurlo. La strada fu più lunga di quello che mi pensavo, ma, quando Dio volle, eccoci in vista di Meana. Avevo scritto al parroco che quan- do sentisse il suono della mia cornetta facesse suonare le campane così si risparmiava tempo; ma feci il conto senza l’oste. Al primo suono della trombetta il cavallo s’inalbera e prende il volo. Io stringo le gambe per non cadere da cavallo. Avevo anche lo spro- ne, ma l’animale che se lo sente nelle costole corre ancora di più. Come Dio volle mi feci coraggio, tirai le redini e il cavallo scalpi- tando si fermò e poi riprese il passo.

Eccoci a Meana; una cittadina, pulita, con case alte ed ornate, una chiesa bella ed ampia; un parroco d’oro. La sera era troppo tardi e non potei che recarmi dal sindaco il quale mi ricevette con cordialità. Si parlò dell’asilo erigendo e d’altre cose. Al domani avrei fatto la predica della carità e poi, visitata la conferenza, ripar- tire a piedi per Desulo. Alla conferenza si disse che non si sapeva come impiegare il danaro. Io abituato da lunga pezza a trovar po- veri, vidi una bambina sui dieci anni, povera, scalza, malvestita; le chiesi: hai il babbo? No, rispose. La mamma? Sì, e due sorelle, vanno a far legna, siamo poveri. Dammi il nome … I poveri ci so- no. Prima delle 10 (ora della predica) io avevo già in nota diversi poveri da soccorrere.

Merita la pena di descrivere le cerimonie d’un matrimonio a Meana. Tutti corrono a vedere gli sposi come a vedere una solen- ne processione. Gli sposi sono poveri e vestiti modestamente. En- trano in chiesa ove si compiono le cerimonie che tutti sanno. Fini- to tutto il parroco mi dice: “Venga anche lei sig. Manzella. Ac- compagniamo gli sposi. Si usa così”. Andiamo. Sfila il corteo. Die- tro gli sposi e i primi parenti, vengono il parroco e il missionario! Sulla porta della casa sono una giovane con un grosso pane che offre alla sposa e un giovanotto con un fiasco di vino che porge allo sposo. Entrano i due sposi portando il pane e il vino che de- pongono sul tavolo. La casa è stretta, si collocano tutti alla meglio attorno al letto e lungo le pareti. Sul tavolo sono le tazzine da caf- fè, e vicino al tavolo prendiamo posto il parroco, gli sposi ed io. Il parroco mette lo zucchero in una tazza, vi mesce il caffè e lo pre- senta agli sposi con due cucchiaini dicendo: “dividetelo fra di voi”. Gli sposi l’accettano e sorbiscono il caffè metà per uno. Por- tano paste dolci e il parroco prendendone una la porge agli sposi dicendo: “Dividetela fra di voi”. Così di seguito tutte le cose. Gli altri poi si servono per loro conto di caffè, liquori e altro, e depo- nendo il bicchierino sul tavolo ciascuno fa un augurio cristiano: Dio sia con voi. Dio vi benedica! E’ cosa commovente assistere a queste scene domestiche religiose.

Tornati in chiesa celebro la santa Messa, faccio la predica sulla carità, raccolgo le firme dei soci onorari. Poi raduno le dame, do loro in nota i poveri trovati nella mattinata; insegno il modo di trovarne altri e propongo delle buone opere a farsi. Dopo pranzo sotto la sferza del sole m’incammino alla stazione. Un’ora di stra- da. Qui in Sardegna han fatto le ferrovie in mezzo ai boschi, e per andare ai villaggi corrispondenti al titolo della stazione occorre talvolta un’ora o due di carrozza. Giunto alla stazione metto due cartoline nella buca delle lettere. Mentre aspetto il treno, arriva il postino e si sdraia lì sopra una panca e dorme o ciarla. Io gli chie- do: non prendete le lettere dalla cassetta? Egli rispondi freddo freddo: Non c’è mai niente. Povere mie cartoline! esclamai. Allora si alzò, aprì e ne trovò un’altra che forse era là da un mese ad aspettare. Ecco i disguidi postali! Giungo all’imbrunire a Desulo. Questo villaggio è diviso in tre rioni lontano l’uno dall’altro un dieci minuti. Non so perchè han fatto quel paese lassù.
La montagna è ripidissima e le case dei tre rioni sono appiccica- te al monte per modo che le fondamenta dell’una livellano i tetti dell’altra che le sottostà. In ogni rione vi è una chiesa. Il parroco non aveva ricevuto il mio avviso, e non mi conosceva affatto; ma divenimmo subito buoni amici. Mi condusse alla sua casa giù giù giù, non ci si vedeva affatto. Io mi tenevo stretto alla sua veste co- me i bambini dell’asilo quando fanno la processione, ed eccoci in casa. Faceva tanto freddo, ed io ero tutto sudato, ma per fortuna ho i polmoni buoni. Al domani dovevo dire la Messa nei due rioni, avrei binato, bipredicato, e non essendovi dame e non potendole formare perchè il parroco era al seggio degli elettori, sarei subito ripartito per Tonara. Infatti alle 9 ero libero. Mi metto in cerca di una guida. Dopo tanto un ragazzotto si offerse. Lui da buon mon- tanaro avanti e io dietro di lui.

Giunti sulla prima vetta, il giovane mi dice: “Vada in questa di- rezione e giunge a Tonara”. “Caro mio! Se tu non vieni io solo non vado”. Egli: “Non posso, non posso”. “Allora torno indietro anch’io “. “Fetta comente chèrede, faccia come vuole “. “Ebbene! Va in pace”. Mi raccomando all’angelo custode e riprendo la via. La montagna è brutta, pochi alberi, pochi cespugli, molte rocce e al fondo della valle si vedono vie serpeggianti e qualche casa bian- cheggiante. Scendo, risalgo, ma Tonara non si vede, e intanto le case e le strade sono scomparse e mi trovo in piena solitudine. Le capre, le pecore; i buoi vagano senza pastore. Non vedo anima viva ed incomincio a pensare d’aver smarrito la via; non mi smarri- sco d’animo, però riprendo la seconda discesa e mi trovo vicino ad un torrente. Mi fermo deciso di tornare sui miei passi. Ecco il be- neficio della cornetta. Mi metto a suonare. Dopo tanto vedo due uomini sull’altro versante. In quelle solitudini la voce corre indi- sturbata. Io grido: “A Tonara!!!”. Essi rispondono, ma io non li capisco. Finalmente dai loro gesti, capii che dovevo attraversare il torrente. Alla buon’ora! Andiamo. Poco dopo mi trovo al di là con quei due uomini. Ebbi un momento di timore, ma passò pre- sto: andiamo in Domino! Uno di questi uomini mi condusse fino in vista di Tonara e mi indicò il sentiero più conveniente. Dopo tre quarti d’ora ero a Tonara. La neve veniva densa densa ed il vento spirava gelido.
Tra le opere sviluppate nelle nostre missioni abbiamo le Dame di Carità e gli asili infantili. A Tonara trovasi l’una e l’altra. Tonara è un villaggio diviso in quattro parti distinte. Quattro gruppi di case separati gli uni dagli altri da dieci a quindici minuti di strada. La chiesa è affatto isolata nel mezzo. Vado dal parroco. Son rice- vuto colla solita cordiale ospitalità A suo tempo il suono delle campane ci chiama in chiesa. Faccio la predica della carità ador- nandola di molti esempi pratici osservati da me stesso nei molti anni che mi occupo di queste conferenze. Scendo dal pulpito e raccolgo le firme di tutti gli astanti perchè si associno come onora- ri (pagando 6 lire all’anno) alle Dame di Carità. Poi radunate le dame nella vicina scuola, insegnai loro il modo di trovare i poveri, il modo di visitarli, e le sante industrie per far denari. Nel rima- nente della breve giornata mi occupai dell’asilo infantile, cercando azioni e preparando la via per aprirlo presto. Al mattino affon- dando nella neve, al chiarore di un semplice fanale mi reco alla Chiesa e, dopo aver celebrato, mi metto in cammino per Tiana e Ovodda. Per me sono vie e paesi affatto nuovi.

Per abbreviare il cammino prendo un sentiero che saliva e mi trovo tra le nuvole. Credo che fosse là la fabbrica della neve. Non si vedeva a due metri di distanza. I sentieri del bosco eran coperti di neve, e mi raccomandai all’angelo custode per non smarrirmi. Come Dio volle, dopo due o tre ore di cammino, eccomi a Tiana. Il reverendo parroco mi ospitò con molta carità, ma trovando che non v’era nulla da fare in quel paesetto, mi contentai di pranzare, e via per Ovodda. Le nuvole si erano diradate, e il sole splendeva. Il buon parroco di Tiana volle accompagnarmi e prendendo am- bedue il cavallo di san Francesco 3 arrivammo in breve ad Ovod- da. Mi recai subito dal rev. parroco e colla mia solita fretta lo pre- gai a suonare le campane, avvisar il popolo e radunare le signore di Carità. Ma per contrapposto il parroco è flemmatico e non si muove così presto. Aspetta, aspetta, si ciarla di cose più o meno utili, e non si suona mai. Il tempo passa ed io impaziente ritorno alla carica. “Ma signor parroco, faccia suonare. Le giornate sono tanto corte!”. – “Veda, mi risponde, il sagrestano è mezzo stupido, e non si muove così presto”. – “Ho capito, dissi fra di me. Son ca- pitato bene”. Quando Dio volle si suona e andiamo in chiesa per la predica della carità. Il parroco mi dice: “Senta, Signor Manzella, non abbiamo la currichinadorza”. Che cosa ha detto?” chiesi. Qui il pulpito si chiama così – rispose – e nel nostro dialetto vuol dire la ragliatoia! Così, giacchè parliamo di vocaboli, la pila dell’acqua benedetta si chiama la pialassa, cioè prendi e lascia. Il turibolo si chiama s’andutorro, cioè va e vieni. Fatta la predica della carità e radunate le Dame, mi ritirai presso un signore del paese perchè il parroco non ha casa.
Al mattino, celebrato per tempissimo, ripiglio la via per Austis. Dall’altipiano di Ovodda, si vedono tutte le cime dei monti, valli profonde ai piedi. Le sono montagne poco coltivate e quasi tutte coperte da boschi. Dopo tre ore di cammino fatto da solo e senza incontrare anima viva, arrivo a Teti. Veramente non ero qui che di passaggio perché il mio itinerario segnava Austis, ma il parroco, poveretto, che non vede anima viva passare di là mi trattenne a pranzo. Teti è un paese tra Sorgono e Olzai. Da Sorgono a Olzai occorrono cinque ore a cavallo.
Quando le Figlie della Carità dei due villaggi vogliono vedersi si danno l’appuntamento a Teti. Pranzano insieme e ritornano poi alle loro rispettive case. Per dare un’idea della stima e del rispetto che si ha per le nostre suore in Sardegna voglio raccontare un fat- to. Le suore di Olzai volevano recarsi a Teti colle loro ragazze e la superiora fece chiamare il brigadiere dei carabinieri, affinché le facesse accompagnare. Proprio in quei giorni era capitato in quei dintorni qualche fatto di sangue e la superiora, voleva esser protet- ta; ma il brigadiere rispose: “Sorella, se noi carabinieri vogliamo esser sicuri della pelle non abbiamo che a prendere con noi una suora”. Il parroco di Teti è un bravo giovane, zelante; ma senza chiesa e in mezzo ai boschi (l’occasione fa il ladro); va volentieri alla caccia del cinghiale. Nella sua camera ha un trofeo, una vera esposizione di denti e mascelle di cinghiali, fucili, spade e ogni sorta di avanzi gloriosi di caccia.
Arriviamo ad Austis le tre di sera. Il buon parroco mi riceve colla tradizionale ospitalità sarda e i principali del paese vengono a farmi visita. Mando in giro la mia trombetta e si dà il segno delle campane. La chiesa si riempie. Faccio la predica, raccolgo le si- gnore a conferenza, do gli avvisi opportuni, ed ecco finita la mia missione in Austis. Tramontava il sole ed io mi ritiravo a casa.

Il quesito più difficile si presentava pel domani: andare cioè da Austis a Ortueri. Le carte più particolareggiate non segnavano alcun sentiero. Il popolo stesso mi diceva: “Non le conviene andar da solo ad Ortueri: passi invece da Neoneli”. A me mi sorrideva poco passare per Neoneli perchè perdevo tre ore buone di strada. Un uomo si esibì ad accompagnarmi credendo che io andassi a cavallo, ma quando sentì che di cavallo non ne avevo trovato, si rifiutò di venire. Dunque son di nuovo solo. Avanti! Non mi sono mai sentito tanto missionario come in quel tempo là. Celebrata per tempo la santa Messa, il parroco mi accompagna per un tratto di strada. Mi dà le indicazioni del viaggio e ci salutiamo. Eccomi in una delle vie più difficili. Cammino per un’ora sulla via maestra. Da una parte e dall’altra monti e colline coperti di grandi alberi. Non avevo mai visto una foresta così grande e così folta. Un silen- zio perfetto, non un’anima viva, qualche uccellaccio e nulla più. Dopo un’ora di strada trovo un ponte a due archi. Ecco l’indizio di abbandonare la strada maestra per entrare nel bosco e costeg- giare il ruscello secondo le indicazioni avute. Mi raccomando al mio buon angelo custode e mi addentro nella foresta. Il solo pen- siero della buona causa per la quale viaggiavo, mi dava coraggio a seguitare la via. Nessun panorama, monti da una parte e monti dall’altra, alberi alti e silenzio sepolcrale. Mi sembrava essere ilprimo uomo, solo al mondo. Quando Dio volle, dopo due ore e mezzo uscii da quella selva e dopo un’altra ora e più, per la via dei campi e per aperte montagne, giunsi al benedetto Ortueri. Anche qui dovevo occuparmi dell’asilo e delle Dame di Carità. Appena pranzato, faccio suonar le campane, mando in giro la mia trombet- ta e poco dopo la chiesa si riempie. Predico. Raccolgo le firme e soci e socie onorarie. Raduno le signore. Do qualche consiglio per l’asilo già quasi pronto. La sera stessa riprendo la via per Neoneli. Eccomi sull’imbrunire in questo simpatico paesello situato sull’estremo lembo d’una catena di colline e che sembra voler ad- ditare al passeggero la via per discendere ai paesi più bassi. La chiesa era qui chiusa, il vecchio parroco si era già serrato in casa. Poveretto! Credeva ormai che la sua giornata fosse finita. Ma io intendevo predicare la sera stessa per potere alle nove del mattino godermi un’automobile che mi avrebbe portato a Nughedu Santa Vittoria. Ne parlai timidamente al parroco. Ed egli: “Come!? A quest’ ora aprir la chiesa!”. “Stia tranquillo facciamo presto”. Do- po un lungo tergiversare, un po’ per ridere un po’ sul serio, si adattò ad aprir la chiesa e far suonare le campane. Era notte. Mando in giro la mia trombetta. L’insolito suono delle campane e della trombetta a quell’ora, fece sì che tutti vennero in chiesa. Vi predicai la carità, raccolsi molte socie e soci onorari. E indissi pel mattino la conferenza. Alle 9 del giorno ero già in automobile. Questa volta faccio il “Signore della Missione” anch’io. Alle 10 sono a Nughedu Santa Vittoria. Sono tutti in campagna. A stento trovo un bambino che mi suona la trombetta. La campana suona, suona, suona. Non si vede nessuno, manco per le strade. Poi una donna, due, tre… In capo a un’ora avevo undici o dodici donne. Feci quanto potei fare e, dopo pranzo, accompagnato dal parroco m’incammino a piedi per Bidonì. Passando per Sorradile mi faccio un dovere di visitare il parroco. Questi appena sente lo scopo del mio viaggio, mi dice: “Come! e lascierà Sorradile? Si fermi, fondi qui la Società che non abbiamo ancora “. Non me lo faccio dire due volte. In due ore: trombetta, campane, predica, società; ele- zioni, tutto. Ecco una fiorente società di carità in più. Terminato tutto, mi rimetto in viaggio per Bidonì accompagnato dal parroco di Sorradile. Giunsi un’ora prima di sera. Bidonì non so se faccia 300 anime. Ha un parroco molto pio, riservato, buono. E quel che è più, molto pacifico. Non aveva ricevuto nessun mio preavviso, ma mi lasciò fare. Io non desideravo altro. Fece suonare campane e trombetta e si radunò in chiesa tanta gente quanta non se ne ve- deva la festa di Natale. Il parroco tutto lieto mi diceva: Un miracolo! Un miracolo!”. Predicai la carità, pregai di venir presto l’indomani mattina perchè io desideravo partire coll’automobile e… all’aurora la trombetta incominciò a fare abbaiare i cani e be- stemmiare i cristiani. Raccolgo le signore, facciamo le elezioni del- la presidente, cassiera e segretaria, fissiamo subito un povero o due da visitare e alle 81⁄2 era tutto finito con grande stupore del parroco non abituato a vedere tanta gente nella sua chiesa. Pove- retto! Molte volte non ha neppure chi gli serva la Messa!

Alle 10 sono già salito nell’automobile e alle 12,30 ne discendo a Ghilarza per prendere, a piedi, la via di Norbello. Arrivo dopo tre quarti d’ora stanco e sudato, ma non voglio perdere un minuto e al mio incontro col parroco … lo trovo per la strada… gli espon- go subito il mio piano. “Ma quando intende dunque partire?” – mi domanda meravigliato. “Alle due, rispondo tranquillamente, prendendo il treno ad Abbasanta”. Eh! Tentiamo pure!… Ma qui il parroco è energico e ci sollecita. Manda avvisi, fa suonare la campana e la trombetta, e mentre si raduna in chiesa un bel con- corso, pranziamo alla svelta.
Secondo il solito predico: riunisco le dame, ecc. faccio tutto in fretta, ma completamente e quando ho terminato, il buon parroco mi accompagna per 3⁄4 d’ora di strada sino ad Abbasanta. Eccoci alla stazione. Il treno era già arrivato e stava per partire sicchè sen- za neppure prendere il biglietto apro in fretta lo sportello di una terza. “Ma lei non ha il biglietto” mi grida il capo treno respin- gendomi villanamente … Il capo stazione urla: Salga, salga!”. Il treno si muove ed io, fatti destramente quattro salti, entro nel ba- gagliaio. Era tempo. Due ore dopo ero ad Oristano, mio punto di partenza, e vi ritornavo dopo aver visitato quattordici o quindici villaggi. Le mie gambe avevano fatto quasi tutta la spesa del viag- gio, ma al ritorno mi trovavo sano e fresco, come prima. Dio sia benedetto!

 

252. RELAZIONE IN ANNALI DELLA MISSIONE da La Carità in azione. Epistolario di Giovanni Battista Manzella a cura di Erminio Antonello e Roberto Lovera, E.V, Roma 2014

Lettera 252 – Lettera sotto forma di racconto di padre Manzella sulla visita alle conferenze della Carità pubblicato in Annali della Missione 28 (1921) 289-299.

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