Categoria : letteratura sarda

Il ricordo di mia sorella Antonia Chiara ad un anno dalla scomparsa di Angelino Tedde

Un anno fa lasciava questo mondo la maggiore delle mie sorelle, Antonia Chiara. Aveva 79 anni e nell’ultima telefonata ci eravamo promessi di festeggiare l’ottantesimo, putroppo non siamo stati buoni profeti. Sapeva di avere un male incurabile, ma non ne fece mai parola coi figli e tanto meno con me. Forse sperava che nonostante le diagnosi e le cure avrebbe tirato avanti.


Si è spenta in un centro ospedaliere del Bourinage a Boudour. I figli l’hanno sepolta nel camposanto di Tertre accanto al marito Ico Biddau, anche lui chiramontese e compagno d’infanzia, spentosi una decina d’anni fa, mentre tornava da un negozio.
Due anime segnate dalla sofferenza e dalla fatica, dall’emigrazione in Belgio e dalla lontanza dai luoghi dell’infanzia. Si son fatti quattro figli che hanno dato loro sette nipoti. Una vita fatta di sacrifici all’insegna della parsimonia bandendo ogni altro diversivo. Vita insignificante per il mondo, vita ritirata, vita di famiglia, vita senza relazioni sociali se non quelle cogenti dell’andare a fare la spesa, recarsi dal medico per i figli e qualche rara volta incontrare i parenti.
Se non avessimo la fede dovremmo dire vita senza scopo, vita da erba che fresca cresce al mattino inaridisce la sera. Per fortuna la vita della famigliola di Nazareth non. è stata diversa e di milioni di famiglie che si formano, crescono e muoiono in questo nostro mondo; dall’Europa all’Asia, dalle Americhe all’Australia. Oggi vi è un agitazione generale e tutti, uomini e donne ricchi e pitocchi vogliono essere protagonisti, vogliono “godersi” la vita pienamente, fare carriera, guadagnare molti soldi, vestire griffato e sopratutto cambiare appena è possibile il partner e cominciare storie nuovo. I figli, se ci sono, vadano pure a ramengo. “Io sono io e voglio essere me stessa”. Un mondo che è diventato una bolgia infernale. La mia compianta sorella e il suo compianto marito non avevano queste ambizioni. Nati in un paese dell’Anglona, trascorsa l’infanzia tra giochi inventati, senza radio senza televisione, Per mia sorella, poi, chiusa la casa dov’eravamo vissuti, date le scelte tragiche dei nostri genitori, si aprirono le porte del collegio. Vivace quanto si vuole, periodo scolastico e di mare, un piatto sempre pronto, ma sradicati dal paese e in mezzo alla mandria di altri ragazzi sradicati, spesso in continua baldoria.

L’uscita dal collegio, altro sradicamento, il lavoro a Bergamo e la stima e l’affetto di una suora che le voleva bene. Poi la ricomparsa di Ico e il matrimonio. In questo cerchio si è sviluppata ed è maturata la sua vita. Non ha avuto tempo di prepararsi alla morte, di dire addio al fratello, ai figli tutti presi dal lavoro. Entrata in coma senza manco accorgersene lentamente si è spenta.
Il contributo di lavoro e di competenze date in Belgio dai figli e ora anche dai nipoti è solo quanto resta di questa umile storia di vita. Era felice quando seppe che un figlio si era laureato, che l’altro era entrato a lavorare in banca, che l’altro era un bravo carpentiere in legno. Ha visto nascere e crescere i nipoti e poi si è addormentata serenamente.
La fede ci dice che i primi del mondo saranno gli ultimi e questi saranno i primi. Ci resta questo conforto. 

 

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