Categoria : memoria e storia

“Chi vede nero e chi vede bianco, chi ha il senso storico e chi non ce l’ha” di Ange de Clermont

La famiglia vincenziana pose piede in Sardegna, ad Oristano, negli anni trenta dell’ottocento                                                                   coi Preti della Missione, ma in breve tempo furono falcidiati dalla malaria. Nel 1855 le Figlie della Carità furono chiamate in Sardegna per curare i colerosi presso gli ospedali di Cagliari, Sassari e la Maddalena svolgendo con grande impegno e professionalità la loro missione. Nel 1856 furono chiamate a dirigere sotto un’amministrazione laica maschile l’Orfanotrofio delle Figlie di Maria Addolorata, ubicato nelle attuali poste centrali. Una sezione fu destinata alle sordomute. Successivamente verso il 1879 giunsero a Cagliari  i Preti della Missione sia come come educatori presso i seminari sardi sia come predicatori popolari.
Nel 1855 il nobile Carlo Rugiu Tealdi fondò a Sassari i Signori della Compagnia di San Vincenzo de’ Paoli per soccorrere i bisognosi mentre un anno dopo, proveniente da Cagliari altra nobile istitui le Dame della Carità, una compagnia di nobildonne che sia con le loro risorse sia come amministratrici eressero e amministrarono enti caritativi per soccorrere i bisognosi. Sorsero grazie a questa sinergia asili infantili, istituti per bambini poveri di entrambi i sessi, istituti per anziani, istituti per sordomuti e ciechi. Migliaia di bambini e bambine, fanciulli e fanciulle, di anziani e di disabili furono raggiunti dalla carità della famiglia vincenziana che in Sardegna trovò una regione “di buon cuore” al punto che sia nel 1923 e 1925 la Sardegna, a Parigi, brillò nell’universo mondo vincenziano presente in 90 paesi del mondo.
A Sassari nel 1856 furono chiamate a educare gli orfani del cosiddetto Ospizio Cappuccini, nel 1906 come educatrici presso il Rifugio Gesù Bambino delle Bimbe abbandonate [al brefotrofio] e figlie di famiglie a disagio economico e sociale, nel 1910 fu istituito sempre in sinergia La Casa Divina Provvidenza per Cronici Derelitti [per anziani], ma nel 1931 furono istituiti reparti per bambine e bambini tracomatosi e non tracomatosi. Nel 1917 fu istituito dalla Damine di Carità, capeggiate dalla Damina Laura Carta-Caprino in Segni, l’istituto di Santi Angeli, per accogliere gli abbandonati del brefotrofio, nel 1935 fu istituito per iniziativa di Suor Marongiu l’Istituto dei Ciechi. Non parliamo degli asili presenti in ogni istituto per interni ed esterni. Queste istituzioni vincenziane si ressero sempre grazie alla generosità dei sassaresi nobili, borghesi e commercianti.   Carne e verdura, in tempi diversi, raggiungevano gli istituti e le Dame amministratrici, il fior fiore della nobiltà e aristocrazia Sassari e provinciale, amministrarono sempre, ampliandole a seconda delle necessità, queste istituzioni caritative. Alle Figlie della Carità spettava il compito educativo secondi gl’indirizzi pedagogici provenienti dalla Casa Madre e Provinciale di Parigi e di Torino da cui dipendeva la Sardegna. Gli asili secondo il metodo aportiamo e più tardi froebeliano dei giardini d’infanzia e le altre comunità secondo i modelli vigenti anche nelle famiglie. Del resto le Figlie della Carità provenivano dai più svariati strati sociali, dalla nobilità come dal popolo così come le scelse San Vincenzo de Paoli in Francia dal momento che le Dame avevano impegni in famiglia e nelle istituzioni pubbliche dell’epoca. Era impensabile tutto il bagaglio pedagogico che mano mano andò formandosi fino a giungere fino a noi, 2019.
Non potevano bastare un anno di seminario a Torino e sei mesi a Parigi per trasformare del tutto le persone, per cui queste ragazze volenterose che volevano dedicare la loro vita ai poveri di ogni età e condizione, conservavano sostanzialmente i modelli educativi familiari che come tutti hanno appreso dai nonni e dai genitori non erano di certo quelli odierni, per cui erano ammesse le punizioni corporali, sculaccioni, schiaffi, e anche bacchettate. La generale povertà dell’Otto e del Novecento in Sardegna non godeva certo di locali riscaldati coi termosifoni o con l’aria condizionata. Al massimo se si aveva una casa col caminetto ci si poteva riscaldare con la legna o con le brace procurate dai forni in cui si cuoceva il pane. Case, scuole, pubbliche e private, locali ricercativi erano privi di riscaldamento, non solo, ma anche di locali igienici e di acqua corrente. Le reti idriche e fognarie nei centri sardi furono iniziate ai primi degli anni cinquanta del novecento.Negli stessi anni dell’eradicazione della malaria. Molte settantenni ricordano ancora le levatacce alle 4 del mattino, all’età di dieci anni, per andare a lavare i panni nei pubblici lavatoi.
La povertà permetteva ai bimbi e alle bimbe di avere un solo vestito, di lavarsi il viso sommariamente perché l’acqua le madri o le ragazze dovevano portartarle dall’acquedotto, spesso risalente all’epoca giolittina 1900-1911 e più tardi al periodo fascista. Non parliamo dell’uso delle mutande, bastando i vestitini dal momento che la carenza di vestiario era un fatto generale. Così possiamo dire delle cure mediche per tutte le malattie agli occhi, da quelle gravi a quelle meno gravi. Non esistevano  locali igienici nelle case e tanto i ragazzi e gli uomini come le ragazze e le donne dovevano recarsi in luoghi stabiliti del paese o della città per provvedervi. L’odore di letame inondava d’estate paesi e città.
Le Dame e i Signori della Carità, i Preti della Missione e le Figlie della Carità non trascurarono di dotare queste loro opere di un pozzo per l’acqua, di locali igienici, di acqua corrente anche se non si conosceva la carta igienica, perché carta ruvida serviva per l’igiene immediata o tutt’al più carta di giornale.  Gli ospiti delle istituzioni caritative dovevano accontentarsi di quanto le Dame della Carità riuscivano a reperire dalla beneficenza pubblica e privata per soccorrere gli ospiti di ogni età che peraltro provenivano dal totale degrado economico dei paesi sardi, con storie di genitori delinquenti, di madri e padri assenti, di tragedie familiari e di ogni genere di povertà e miseria materiale e morale.
Gl’istituti si è sempre saputo non sono la panacea per gli ospiti, ma un rimedio di un periodo più o meno lungo in mancanza di una famiglia per sopravvivere.
Senza questa memoria storica ogni testimonianza, a volte più immaginata che realistica, [pensate che memoria può avere una bambina di tre anni proveniente da uno dei più miserabili paesi della Sardegna e da una famiglia dove il padre usciva ed entrava in galera quando era costretto a rubare qualche gallina per campare i figli!] non ha senso ed è fuorviante, tenendo conto poi che buona parte dei ragazzi e delle ragazze son cresciute, le Dame le hanno indirizzate a corsi d’infermiera ausiliaria o professionale, oppure al conseguimento di un diploma di maestra d’asilo o di maestra elementare, d’impiegata di Banca o delle Poste.
Le Dame, bisogna dirlo erano potenti, perché mogli di mariti potenti nella Sassari dell’Ottocento e del Novecento e le Figlie della Carità gestivano all’Ospedale Civile dei Corsi di infermiere professionali e quando potevano collocavano le orfane per conseguire il titolo. Per gli orfani era la stessa musica, innanzitutto la scuola d’infanzia e la scuola elementare e poi per i volenterosi la scuola d’avviamento o quella di computisteria. Sta di fatto che centinaia di ex ospiti femminili e maschili si sono sistemati a tutti i livelli dell’Amministrazione Pubblica e privata, nell’insegnamento, nelle banche, alle poste. Non dimentichiamo infine che dal 1927 le Figlie della Carità gestivano a Cagliari la formazione delle maestre d’asilo per conto dell’Ente Nazionale per l’educazione dell’infanzia.
Perché questa carrellata giornalistica, frutto di studi ben precisi sulle varie istituzioni, spesso pubblicati su accademia sarda di storia di cultura di lingua? Perché prima di gettare fango sulle istituzioni caritative in generale e di presentare le suore come streghe malefiche operatrici di angherie occorre contestualizzare i fatti. Un libello fatto di asserzioni più che di descrizioni può anche avere più o meno successo, ma non a scapito del tanto bene fatto dalla sinergia delle Famiglia Vincenziana.
Da sottolineare che nel proprio passato se una persona vuole mette gli occhiali neri oppure colorati, ma l’ideale sarebbe guardare i fatti nel loro contesto storico senza voler, per amore di  fama passeggera, sputare sul piatto dove si è mangiato, si è cresciuti, si è studiato, ignorando quanto si è avuto dalla generale generosità ed esaltando oltre misura le proprie capacità e le proprie cadute di stile. Tanti ragazzi e ragazze non si vergognano della carità ricevuto e ringraziano, ma come in mezzo al grano vi è la zizzania così tra i beneficati si nascondono persone prive di memoria storica personale per addebitare le proprie manchevolezze all’universo caritativo della benemerita famiglia vincenziana che da oltre centocinquanta anni opera in Sardegna.

 

Commenti

  1. Angelino è sempre un piacere leggerti soprattutto quando scrivi dell’Istituto dove sono cresciuta, il Rifugio Gesù Bambino. belle le foto che hai postato dove c’è la suora che mi ha fatto da mamma. grazie

    Ortu Eleonora
    ottobre 29th, 2019

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