Categoria : memoria e storia

“Don Enea ” di Mons. Pietro Meloni Vescovo emerito di Nuoro

Un suggestivo e commosso profilo di Don Enea Selis (questo dell’amico Vescovo Pietro Meloni) che anch’io sia pure per un anno conobbi come ospite beneficato del pensionato universitario della FUCI in via Arvivescovado, 7 in Sassari da lui presieduto. Qualcosa per me dava il Comune di Sassari, a mezzo l’assessora Eufemia Sechi, il resto dovevo completarlo effettuando i versamenti in banca e sostituendo sig. Giuseppe alla portineria per un’ora. Io, tuttavia,  spesso me ne andavo all’uscita delle magistraline  lasciando la portineria incustodita. Don Enea se ne accorgeva a mi diceva:-Angelino, Angelino…- ma niente più. Mi chiese di unirmi ai fucini e lo feci saltuariamente, partecipai alle Sante Messe celebrate da lui a San Michele per i fucini. Fu il mio primo anno da laico, essendo prima seminarista liceale filosofo  del PIME, quasi un approdo dopo un mese, settembre 1959, di estrema povertà, senza alloggio e senza vitto, senza parenti disposti ad accogliermi. Don Enea accolse l’invito dell’avv. Battista Falchi,  mio “santo” protettore.
Dopo l’anno ivi trascorso, frequentai il I anno di. Giurisprudenza, fui chiamato nel mio paese per un posto di avventizio in Comune, un vero e proprio imbroglio, perché dopo cinque mesi mi ritrovai sul lastrico e non ebbi il coraggio di tornare a chiedere un appoggio, un posto, quello già lasciato. Mi campai con 13 ore di ripetizioni al giorno.
Il ricordo dell’accoglienza di don Enea non l’ho mai dimenticato e tutto quello che di buona ho respirato con i colleghi fucini. Sono stato testimone del suo impegno per costruire l’albergo della Madonnina. Era arrivato addirittura un sottosegretario che gli disse francamente durante il pranzo nella casa della Noce che non poteva fare niente. Don Enea non si turbò ne insistette. Io avrei lasciato quel signore a fare autostop nella strada da San Leonardo a Cugliari, dopo il pranzo, in quella giornata piovosa, ma don Enea fu cortese e lo fece accompagnare, tornati a Sassari, cortesemente  all’Aeroporto di Fertilia. 
Un uomo e un sacerdote eccezionale che accanto alla ricchezza culturale di laico e di sacerdote seppe formare la classe dirigente cattolica sassarese con impegno e guardando in alto e avanti! (A.T.)

Don Enea di Mons. Pietro Meloni

“Dilatentur spatia caritatis”. Il motto di un vescovo è l’icona della sua personalità spirituale e della sua aspirazione pastorale. È la voce di una vita illuminata dalla risposta alla vocazione di Dio. Il motto scelto da Don Enea esprimeva con le parole di Sant’’Agostino il rinnovato proposito di amare Dio e il prossimo con una carità senza confini. Il “motto” era incastonato nello “stemma”, nel quale ardevano tre fiaccole sovrastate da una croce. E nello scudo i gigli erano immagine di Maria, che è madre dei sacerdoti, e di tutti i cristiani ed a maggior ragione dei vescovi.

 

Le parole del motto riverberavano la spiritualità del grande vescovo Agostino, sempre prediletto da Don Enea, e in un certo senso suo predecessore, dal momento che la prima diocesi a lui attribuita come “titolo” era l’antica Cesarea di Mauritania: una Chiesa vicina all’antica diocesi di Ippona, dove per trentaquattro anni Sant’Agostino era stato vescovo. “Fecisti nos Domine ad Te”, ripeteva spesso Don Enea a noi studenti del Liceo Classico Azuni e agli studenti universitari, “latinisti” a quel tempo per amore o per forza. E s’infiammava tanto, che a noi sembrava Sant’ Agostino in persona” “Fecisti nos Domine ad Te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te”. L’arte pedagogica di Don Enea era quella di comunicare ai giovani la passione religiosa che gli ardeva nel cuore perché scoprissero la bellezza e la grandiosità della vita.

 

Non è impresa facile ricostruire il mosaico della variopinta e laboriosa vita di Don Enea. Il giovane studioso Guido Rombi ha descritto con grande affetto questo “poema di vita”, dopo aver ricostruito l’azione apostolica di quel grande pastore della Chiesa Turritana che fu per trent’anni l’arcivescovo Mons. Arcangelo Mazzotti, delineando il quadro di un’epoca travagliata e feconda della storia cristiana e civile di Sassari e della Sardegna. Il grande affresco trova ora il suo naturale completamento nella descrizione del personaggio  che fu protagonista  accanto ad Arcangelo Mazzotti di quella stagione storica: il sacerdote e vescovo Mons. Enea Selis. Guido Rombi, ispirato dai diari di don Enea a lui gentilmente affidati dai familiari, pone in piena luce la sua fede cristallina, la sua sapiente e originale azione pastorale, la sua personalità carismatica  sempre fedele alla voce della Chiesa.

 

Enea Selis nacque a Bonorva nell’anno 1910 e fu battezzato dal grande parroco Don Giovanni Pirastru. Era giovanissimo quando conobbe il seminarista Giovanni Masia, il quale raccontava a tutti un aneddoto. Erano arrivati a Bonorva i missionari, e il Parroco aveva esortato gli uomini ad approfittarne per fare una bella. confessione. “Per primo mi confesso io” aveva risposto facendo un balzo il giovane Enea. Gli anni dell’adolescenza, intessuta di preghiera e anche di spensieratezza,  in una famiglia genuinamente  religiosa, furono la prima culla della sua formazione cristiana. La vita liturgica nella Parrocchia della Natività di Maria a Bonorva, sotto la guida di Mons. Giovanni Pirastru e poi del viceparroco Dott. Giovanni Masia, e la grande ammirazione  per le tradizioni religiose popolari, predisposero il cuore del giovane Enea ad accogliere da Gesù Sacerdote il seme della chiamata al sacerdozio. L’incontro con il Padre Giovanni Battista Manzella, che egli vedeva in “estasi” nel cuore della notte mentre pregava nella Cappella del Seminario, lo guidò ad una più intensa riflessione sulla sua vocazione: egli scelse subito quel santo missionario come suo direttore spirituale poiché intravide in lui “i vertici cui può arrivare un uomo quando si consacra totalmente a Dio”.

 

Una tappa “importante e decisiva” della sua vita fu il pellegrinaggio a Lourdes con don Giovanni Masia nell’estate del 1927, quando dinanzi agli occhi della Vergine Maria e di Gesù Eucaristia sentì “un intensissimo desiderio di diventare sacerdote”. La fortunata occasione di vedere il Papa Pio XI nel 1930, insieme con il suo parroco Mons. Pirastru divenuto vescovo, gli mostrò che il Signore lo chiamava sempre più vicino a sé. D’accordo con i suoi consiglieri spirituali e con il nuovo arcivescovo di Sassari Mons. Arcangelo Mazzotti si iscriveva in Filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore nell’anno accademico 1932-1933 e per un misterioso disegno della Provvidenza nell’anno 1935 iniziava gli studi teologici all’Università Cattolica di Friburgo. Il 24 settembre 1938 veniva ordinato sacerdote dal suo arcivescovo Arcangelo nella Chiesa Parrocchiale di San Giuseppe a Sassari, della quale era divenuto Parroco dott. Giovanni Masia.

 

La prima Messa a Bonorva fu una grande festa, nella quale anche il mitico vino di Oliena contribuì alla “perfetta letizia”. Le primizie del suo sacerdozio don Enea le dedicò per un mese ai detenuti della Colonia Penale dell’Asinara. Don Antonio Musina, che di don Enea descrive il servizio sacerdotale permeato da “intelligenza, discrezione, disinteresse, dedizione assoluta”, ne ricorda anche la sincera umiltà fin dagli inizi, quando, fresco di studi filosofici e teologici, “esercitò il suo primo ministero nella frazione di Osilo, a San Lorenzo: quattro case attorno a dei mulini ad acqua”.

 

L’arcivescovo Mons. Arcangelo Mazzotti, vedendo nel suo giovane sacerdote la cultura unita ad una amabile raffinatezza, lo scelse come suo segretario fino alla morte. Ne nacque una sintonia pastorale che, nell’ascolto della voce di tutti i sacerdoti, fu sorgente di vivace fecondità apostolica nella storia della Chiesa Turritana. “Il tempo non mi basta mai”, diceva. Ed ecco negli anni sacerdotali le grandi imprese apostoliche nella pastorale studentesca e universitaria, l’assistenza spirituale alle Suore di Padre Manzella, l’insegnamento d’italiano, latino e francese nel Seminario Arcivescovile, l’insegnamento di Religione al Liceo Classico Azuni, i Convegni della Fuci e dei Laureati Cattolici, le Conferenze di Carità, la costruzione dei Pensionati Universitari, il ritrovato gioiello della Chiesa di San Michele, dove la simpatia per la Liturgia delle Ore acquistava un sapore mistico e rasserenante. Massimo Pittau ricorda anche l’intenzione di don Enea di fondare a Sassari una Facoltà di Magistero e il suo pensiero di edificare a La Madonnina una “sede estiva di corsi universitari, sulla falsariga di quella istituzione estiva che era ‘La Mendola’ di Trento per l’Università Cattolica di Milano”.

 

Una storia ricca di vita evangelica e di alta cultura, che attraverso la testimonianza dei laici impegnati nell’Università e nelle professioni sociali e educative irradiava di umanità e di arte il cammino della città di Sassari e di tutta la Sardegna. Maria Sini, testimone dell’affascinante stagione vissuta da tutte le giovani universitarie con don Enea, ne delinea la passione formativa: “Per una preliminare istruzione religiosa suggeriva a tutti la lettura del Sillabario del Cristianesimo di Mons. Olgiati, lo studio del Vangelo, approfondito sulla scorta dei più aggiornati commenti, e numerosissime altre pubblicazioni di carattere filosofico, scientifico e sociale sulle tematiche emergenti”. E Francesca Mele afferma con tonalità confidenziale: “forse sarei una persona totalmente diversa se non fosse stato lui il mio professore di religione al Liceo Ginnasio Azuni di Sassari… È   stato lui che, in 1° Liceo, ci ha salvato quando, per la turbolenza di alcuni, tutta la classe ha rischiato il 6 in condotta a fine anno”.

 

Don Enea ad ogni persona che incontrava stringeva la mano dicendo: Auguri! Era il suo saluto ricco di cortesia, di astuzia e d’ironia, al quale immancabilmente la persona doveva rispondere “grazie”. E lui sorridendo diceva che gli auguri non costano nulla e fanno sempre piacere. A noi “studenti” del Liceo proponeva di divenire anche “maestri”, affidandoci i temi fondamentali del cristianesimo per studiarli e presentarli a tutta la scuola. E ci invitava ai Ritiri Spirituali nella casa dell’arcivescovo, e poi nelle diverse case da lui fondate, dandoci il visibile esempio di una assidua preghiera. Era infatti un sostenitore dell’antico principio della “teologia in ginocchio”.

 

 

Il vescovo Mons. Paolo Gibertini racconta con commozione la calorosa accoglienza che don Enea, insieme all’arcivescovo Mons. Arcangelo Mazzotti, fece a lui e a tutti i monaci benedettini che approdavano a San Pietro di Sorres nel mese di settembre 1955, e ricorda che don Enea fu “uno dei primi e più assidui sacerdoti sassaresi a partecipare agli esercizi spirituali in monastero”. È  la conferma dell’identikit che ne ha fatto don Mario Merenda, suo segretario nella Diocesi di Cosenza e suo primo biografo nell’anno 2000 , intitolando la sua biografia: don Enea uomo di Dio; parlando del suo amato vescovo egli dice: “la sua carità non aveva confini”. Era stata questa affettuosa carità filiale a inchiodare Don Enea al letto del suo vescovo Arcangelo Mazzotti fino all’ultimo respiro nell’anno 1961. Nei giorni dell’agonia, a me venticinquenne che ero andato a chiedere una benedizione al vescovo per la mia nascente vocazione, don Enea disse: “Vedi, ora che l’arcivescovo può guidare la diocesi soltanto con la sua sofferenza, il Signore sta mostrando i frutti apostolici più belli”.

 

Don Enea aveva allora 50 anni. Don Giovanni Battista Montini, che aveva partecipato nel 1932 al “Congresso Nazionale della Fuci” a Cagliari e che era intimo amico di don Enea fin da quando avevano guidato insieme la FUCI, diventato Papa con il nome di Paolo VI non esitò a sceglierlo come vescovo della Chiesa. Tutti ricordiamo la grande festa della sua ordinazione episcopale nella Chiesa di San Giuseppe il 19 marzo 1964. Mons. Paolo Carta guidava raggiante la celebrazione mentre Mons. Giovanni Masia emozionatissimo teneva con Mons. Giuseppe Budroni le redini della regia. Noi cantavamo nella Corale di Don Leonardo Carboni, bonorvese compaesano di Don Enea. Mons. Giovanni Pirastru, che lo aveva battezzato, era il vescovo consacrante che poneva la croce sul petto del novello vescovo e chiedeva al Papa di poterlo avere come “ausiliare” per la Diocesi di Iglesias. Don Enea ebbe la fortuna di partecipare al Concilio Vaticano II. Quando poi nella Chiesa Sulcitana si ammalò Mons. Pirastru, Mons. Enea Selis divenne Amministratore Apostolico Diocesano di Iglesias.

 

Qualche anno dopo il Papa Montini pose sulle spalle di Don Enea una croce più pesante, nominandolo Vescovo Assistente dell’Università Cattolica nel tempo della grande tempesta dell’anno 1968. “Tutto appare preordinato nel suo cammino”, osserva acutamente l’avvocato Battista Falchi, che illumina la finezza sacerdotale di Don Enea dicendo: “egli adorava l’azione di Dio nelle anime”. “Preordinato” può apparire visibilmente il suo cammino vocazionale fino alla missione episcopale, anche se la sua famosa allergia alla mitra e al pastorale farebbe pensare il contrario, ma sarebbe necessario un supplemento d’immaginazione per credere che lo Spirito aveva preordinato Don Enea ad essere un “sessantottino”, anche se un sessantottino singolare e acrobatico; Tanino Blasina mostra che il suo sessantotto studentesco milanese “fu segnato da vivissima sofferenza per l’alto indice di conflittualità ideologica e politica”, che pareva rendere gli animi impermeabili alla voce del Vangelo. Eppure molti giovani anche in quel tempo godevano della sua amicizia, e lui – come testimonia Gianfranca Murgia – era “molto popolare tra gli studenti”: pur premettendo talvolta “benché sia un prete”, essi esprimevano su don Enea “giudizi lusinghieri soprattutto per la sua capacità di ascoltare”.

 

Un quadretto simpatico del vulcanico attivismo di don Enea nel mondo ecclesiale e culturale sassarese é nel bozzetto descritto da Aldo Cesaraccio, con la tipica arguzia della Sassari “becia e noba” : “Via Arcivescovado, un budello breve e sbilenco, una ferita inferta, forse fin dal medio evo, in quelli che furono gli orti dell’arcivescovo … non credo che questo vicolo abbia avuto mai tanto lustro quanto ne ebbe nel secondo dopoguerra grazie al salone della Fuci”. “E tutte le sere – aggiunge Franco Milia con l’aria degli antichi cantori delle gobbule di li Tre Re – tutte le sere lo trovavi lì quel giovane sacerdote, alto, svelto., gioviale, con i suoi giovani, matricole e anziani, a parlare, discutere, spiegare … si cantava e si diventava amici … i momenti più belli erano nelle gite, nei convegni, nei campeggi o nelle serate goliardiche … così, con la guida di don Enea, molti giovani si formavano, studiavano, diventavano uomini (alcuni anche cristiani)”.

 

 

La missione episcopale a Iglesias dal 1964 al 1968, dove fu il primo vescovo a scendere con i minatori in casco e tuta nel cuore delle miniere, l’ardua evangelizzazione universitaria a Milano dal 1968 al 1971 e la sapiente azione pastorale a Cosenza dal 1971 al 1979, contrassegnate da grandi gioie e grandi sacrifici, sono narrate da Don Enea stesso nelle commoventi testimonianze custodite nel suo diario. Era un vescovo che amava i sacerdoti e viveva con loro in una familiarità che a quei tempi appariva una vera novità. La cultura e le comunicazioni sociali erano il suo forte. L’incontro con i bambini, con i giovani e con tutta la gente era il suo pane quotidiano. Nella Settimana Santa, e soprattutto nella Santa Messa del Crisma, celebrava i riti con una speciale commozione, attingendo al mistero della liturgia il soprannaturale messaggio che edificava la comunità dei presbiteri e dei fedeli nella perfetta carità.

 

Quando lasciò la guida pastorale della Chiesa di Cosenza fu accolto a Roma dalle Suore del Getsemani, le figlie di Padre Manzella che di Don Enea era stato paterno maestro spirituale, e visse le sue giornate nell’oasi contemplativa vicina alla Basilica di San Pietro, dove andava a cantare la Liturgia delle Ore nel Capitolo dei Canonici. Nella nuova casa all’ombra delle Mura Vaticane, circondato dalle amorevoli premure delle Manzelliane, specialmente di Suor Giovanna e Suor Gesuina, viveva ancora nella piena azione pastorale, accogliendo ogni giorno familiari e conoscenti, sacerdoti e vescovi, vecchi fucini e nuovi amici, alla sua confidenziale scuola dello spirito. Frutto eccellente di questo periodo di spirituale contemplazione e di umana nostalgia sono i suoi libri sulla storia della Chiesa Turritana nel Novecento. Annino Pruneddu e Elda Rosa, che furono vicini a don Enea anche negli anni del suo ritiro romano, svelano che lui parlava serenamente della teologia della morte “nel radicato convincimento che la vita presente va vissuta con il massimo impegno come preparazione all’incontro definitivo con il Signore nella vita futura in Paradiso”. E Mario Casu, mostrando che “l’unione con Dio” è stata “la fonte della sua attività intensa e multiforme” ed “il centro della sua vitalità più segreta”, trae dalla serenità di don Enea un incoraggiamento per tutti: la morte è la “porta” che accoglie i credenti ad “un’esperienza definitiva e assoluta, che perpetua davanti a Dio e agli uomini la presenza positiva di un’anima”.

 

Don Enea tornò alla sua Sassari solo nei giorni dopo la morte. L’accoglienza fu commovente, illuminata dalla fede e dalla preghiera. Ancora oggi è grande nel cuore di tutti il ricordo e la riconoscenza. Al camposanto di Sassari, dove il suo corpo riposa, molti porteranno un fiore. E tutti lo ricorderemo nel profondo del cuore con le parole dell’arcivescovo Mons. Salvatore Isgrò: “È la fede in Cristo, in Cristo morto e risorto, che ha alimentato tutta l’esistenza dinamica, premurosa, rispettosa, intraprendente, accogliente, instancabile di Don Enea”. Alla Chiesa Cattedrale di Sassari ha donato le sua croce pettorale, alla Caritas e alle Missioni i risparmi francescani della sua povertà. Anche a me lasciò in eredità una “croce”, copia della gloriosa croce normanna dell’imperatore del Sacro Romano Impero custodita nell’Arcivescovado di Cosenza.

 

Il “Testamento Spirituale” è il suo affettuoso “grazie” a Dio, con cuore semplice e sincero, il suo “grazie” a Cristo Sacerdote e alla Vergine Madre, il suo “grazie” ai genitori e ai familiari e a tutte le persone che la Provvidenza gli ha fatto incontrare nel cammino della vita: “tutti considero amici e benefattori, e per tutti prego e pregherò anche in Paradiso”. La sua preghiera al Signore nel viale del tramonto è risuonata con la tonalità di un’intima fiduciosa invocazione: “Prego il Signore che mi accolga nel suo Regno e spero di potergli presto andare incontro e di dirgli con cuore lieto: Veni Domine Jesu!”.

 

+ PIETRO MELONI

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