Categoria : narrativa

“Parabola del buon Catamarano” di Mario Nieddu

Nomi tipici del Continente Africano

Abasi Abayomi Abimbola

Addo Ade Adisa

Adjatay Adofo Ajene

Akello Akia Akil

Akin Amani Amara

Amari Amir Anwar

Asad Asante Atsu

Atu Ayo Ayodele

Ayubu Azekel Azibo

Azikiwe Azizi Baba

Babatunde Babu Babukar

Badu Bakari Bandele

Banga Bassey Bem

Berta Bikila Biko

Bobo Bolaji Bomani

Boseda Bruk Bwana

Carama Chad Chaga

Chaka Chege Cheikh

Cheops Chewe Chicha

Chimezie Chinedu Chinua

Chioke Chisulo Coffie

Coujoe Dakarai Dalmar

Danjuma Danso Daren

Dia Diara Diji

Din Dinari Dume

Dumisani Ebo Edet

Efunsegun Ehioze Ekow

Ekundayo Eno Erasto

Essien Eze Faraji

Fela Fifi Fynn

Gahiji Gamba Gebre

Geteye Ghali Ghana

Ghedi Guedado Gyamfi

Gyasi Hagos Hamidi

Hamisi Hasani Hauhouot

Hiji Husani Idowu

Ike Iniko Ipyana

Issa Iyasu Kamau

Kanelo Kantigi Kashka

Kato Kaunadodo Kayin

Keita Kenan Kenyatta

Khamisi Kijana Kimoni

Kito Kobbi Kobbina

Kodwo Kofi Kojo

Kokumuo Kolapo Kumi

Kwabena Kwaku Kwame

Kwesi Labaan Leabua

Lindani Lisimba Lumumba

Lungile Lusala Lutalo

Mabili Malik Mamello

Manu Mashudu Matunde

Mazi Menefer Mhina

Minkah Modupe Mongo

Montsho Mopati Morenike

Mosi Mothusi Muenda

Mugambi Mulalo Munyika

Munyika Muzi Mwaka

Nakia Nangila Nassor

Ndasuunye Ndulu Ngozi

Njanu Nkhangweleni Nkosi

Nkrumah Nnamdi Nuru

Nyack Nyamekye Oba

Obasi Obi Obike

Obioma Ode Odiambo

Ohini Oji Okpara

Okwui Olaitan Olakunle

Olu Olufemi Olugbenga

Oluwa-Seyi Oluwafemi Onyinyechi

Orum Osahar Otieno

Paki Penha Peponi

Phomello Pili Popo

Pra Pupa Qalhata

Qwara Raekwon Rafiki

Rahsaan Rakanja Ras

Rashid Retta Roho

Ron Rudo Runako

Sadiki Salehe Salongo

Sef Sefu Segodi Mogotsi

Sekou Selassie Selassiee

Semelo Sentwali Shaaboni

Shanette Shomari Shombay

Silko Simba Sipho

Sisi Sule Ta’

Tafari Taharka Tahir

Talib Tamirat Tano

Tau Tawonga Taye

Tebogo Tedros Tegene

Temilade Temitope Thabo

Thato Themba Thembi

Themdo Thikhathali Thilivhali

Tinochika Tomi Toure

Tshepo Tshifhiwa Tuamanguluka

Tumaini Tupac Tutu

Ubani Ubekwenisha Uchenna

Uchi Unika Upenyu

Usutu Uuka Uzoma

Vinza Vuai Wambua

Wamukota Wanjala Wekesa

Xola Yahya Yao

Yera Yerodin Yohance

Yohaness Zahur Zebenjo

Zere Zifa Ziyah

Zuhri Zulu Zuri

Zwanga

 

Recatosi a Niamey, in Niger, per dare sepoltura ad un fratello della madre, Abasi si sorprese d’essere l’unico nipote e di ereditare tutto. Era partito qualche giorno prima da Bilanga, piccolo centro del Burkina Faso molto lontano dalla Capitale Ouagadou.

Il congiunto non era ricco, ma aveva lasciato un gruzzolo interessante. Dopo le cerimonie di rito, salutati amici e parenti, prima di far ritorno a casa pensò bene di fermarsi su un viadotto per gettare un’occhiatina dall’alto  al Niger, chissà quando gli sarebbe capitata un’altra occasione di vedere quel grande fiume!

Abasi aveva 22 anni e frequentava da due anni la Facoltà di Biologia all’Università della Capitale. Avrebbe voluto frequentare Architettura, disciplina che era stata la sua passione, e sognava di poter andare a studiare a Firenze, in Italia.

Con quella somma avrebbe potuto affrontare le spese di viaggio e sostenersi nei primi tempi a Firenze, poi  di certo avrebbe trovato un lavoro. Pensò giusto, però, pensare prima alla famiglia che non se la passava bene. I genitori facevano sacrifici per lui coltivando terra arida e allevando qualche capra. Di otto figli era l’unico sopravvissuto a malattie e incursioni di criminali.

Avrebbe usato quei soldi per la famiglia e, in seguito laureato in Biologia, avrebbe avuto una professione dignitosa e magari, chissà, avrebbe potuto coronare il sogno di raggiungere l’Italia.

-Tu sei Abasi, vero?-

-Sì, sono io Abasi- Rispose ad un Tizio alto e ben piazzato che scendeva da una grossa Gip.

 -Io sono Tumaini e lui –indicando l’amico seduto sulla Gip- è Tebogo. Conoscevamo bene tuo zio Kwabena. Ci ha parlato spesso di te. Che fai, rimani in Niger o ritorni in Burkina ?-

-Rientro a casa, appena trovo un mezzo-

-Io e Tebogo andiamo a Pièla per degli affari…

-Ma scherzi ?Il mio paese  è Bilanga, non è lontano da Pièla-

-Dai, sali a bordo allora, a questo punto ti accompagniamo direttamente a Bilanga, abbiamo un conto in sospeso con alcune ragazze…-

E risero. Mentre quelli continuavano con la loro risata, Abasi rasserenato, afferrato il suo zaino, sedette nel  sedile posteriore.

Creatasi quella caratteristica atmosfera tra camerati, durante il viaggio si parlò di tutto e si rise tanto. Abasi era sereno.

-Fermati a Namaro, per rifornire…così mangiamo un boccone-

Disse Tebogo all’amico. Dopo pochi chilometri Tumaini rifornì e parcheggiò…

Abasi aprì gli occhi con forza, aveva le ciglia incollate. Doveva aver dormito tanto o forse bevuto tanto. Poggiava le mani  sulla sabbia fredda, sotto un albero spoglio. Un fiume lontano scorreva rumoroso. Il giovane tentò di alzarsi, ma un dolore lancinante al fianco lo bloccò. A mano a mano che si svegliava cercava di fare mente locale e il dolore aumentava. Poi riprese a dormire. Dormì per un giorno intero, finché si svegliò del tutto. Il dolore al fianco sinistro però  era insopportabile e aveva freddo, tanto freddo.

Riuscì a toccarsi il fianco. Aveva una garza enorme fermata con dei cerotti…

Avvertì dei passi.

-Non avere paura, io sono Padre Francesco e loro sono i miei amici e collaboratori della Missione di Dargol.-

Il missionario bianco, vestito in borghese era in compagnia di alcuni ragazzi di colore.

-Abbiamo disperato di trovarti, ti cerchiamo da giorni, da quando ti hanno portato di peso nel “caseggiato dei delitti” che alcuni chiamano Ospedale.-

Abasi capiva le parole, ma non capiva nulla.

Accompagnatolo presso amici,  in luogo sicuro, gli diedero da bere e da mangiare, lo fecero riposare su un letto comodo e gli iniettarono degli antidolorifici.

– Il mio zaino! I soldi di mio zio!… – Urlò. L’agitazione acuì  il dolore al fianco come una coltellata.

-Sei stato rapinato, caro ragazzo, gli disse Padre Francesco, ed è tanto cha hai salva la vita. Fortunatamente hai una bella fibra e ti adatterai a vivere con un solo rene.-

Il ragazzo si tocco la ferita al fianco sinistro…

-So che vorresti rientrare in Burkina, ma ora è troppo pericoloso, bande armate trucidano tutti in piena libertà al confine, l’unica via da percorrere, anche questa per la verità non priva di rischi,  è quella per l’ Algeria-

Il ragazzo ammutolì.

Ci impiegarono un mese e mezzo per arrivare a Reggane, in Algeria, anche perché erano stati costretti ad una ritirata strategica in Mali. Avevano fatto quasi tutto il percorso a piedi. Il Missionario si era ammalato per strada e febbricitante era dovuto rimanere da alcuni amici a Tessalit in Mali, ma prima aveva dato loro un po’ di danaro, tutto ciò che aveva.

Abasi con Talib, Zwanga e Ubani, i tre più giovani, avevano proseguito. Fame, sabbia e paura erano stati la loro unica compagnia.

-Per noi non c’è più speranza di tornare indietro disse Talib- dopo aver fatto una perlustrazione a Reggane. -Gira voce che tutti si recano in Libia per imbarcarsi nel porto di Zuwarah. Ci sarebbe anche un tale che per pochi danari ci accompagnerebbe e ci farebbe imbarcare per l’Europa.-

-Per l’Italia !- Pensò Abasi. Il suo sogno magari si avverava all’interno di un incubo. Più di tutti aveva patito le sofferenze del viaggio con quella maledetta menomazione cagionata dagli uomini. Il pensiero dei suoi genitori non lo aveva mai abbandonato. Forse non li avrebbe più visti. Certo, non li avrebbe più rivisti…

-Dimmi, Talib, sei sicuro di ciò che dici? Ci si può fidare di questo Tizio di cui parli? Anche quelli che mi hanno dato un passaggio a Niamey promettevano cose belle !-

-E’ diverso, Abasi, credimi questa volta è diverso. Dicono chiaramente che lo fanno per soldi. Noi paghiamo e lo ci accompagnano…-

La situazione del presente era talmente terribile che quella prospettiva era la sola alternativa accettabile.

Raccolsero tutti i denari e andarono ad incontrare un certo Mugambi.

Quello contò i soldi. – Per il viaggio ci siamo, ma per l’imbarco bastano a malapena per due, per il terzo dovreste procurarveli, in qualche modo-

Saliti su una specie di camion militare lentissimo, mangiarono polvere per due giorni seduti sul cassone del camion con altri venti malcapitati, finché arrivarono in località Remada. Il resto della strada sino al porto di Zuwarah doveva essere affrontato a piedi. Quattro ragazzi, fra cui Ubani, appena scesi dal camion stramazzarono sulla polvere e poco dopo morirono.

Vennero lasciati lì e si proseguì pensando al porto e alla salvezza presso Paesi fortunati e straordinari.

La sera vennero accompagnati e rinchiusi in un recinto. Poterono mangiare qualcosa che avevano trovato per terra durante il tragitto. Dormivano, quando sentirono delle voci maschili concitate miste a urla disperate di ragazze. Qualcuno faceva una specie d’appello. Tutti mantennero il silenzio. Forse controllavano chi aveva pagato e aveva il diritto all’imbarco, forse qualcuno si era infiltrato…

Bastonarono alcuni, compreso Abasi per sbaglio, e li buttarono fuori dal recinto, di notte, mezzo nudi e sanguinanti.

Abasi era dolorante, ma vivo e speranzoso di imbarcare, senza neanche la forza di odiare. Impiegarono due giorni prima di arrivare in vista del porto della salvezza.

Altra catapecchia, tanta fame e tanti schiaffi e calci per una settimana. Finalmente gettati su un gommone, con gli occhi sbarrati, ammassati e uniti da sudore, sporcizia e lacrime.

Le acque del mare erano chete. Navigarono non si sa per quante ore, quasi sempre in silenzio e immobili.

A notte inoltrata d’improvviso si sentirono rumori, mentre dei fari illuminavano a sprazzi persone e imbarcazione, si udivano tante voci, ma non si capiva nulla. Poi, forse un movimento brusco, uno speronamento, uno sbandamento, il gommone si rovesciò.

L’inferno quella notte si gettò urlando nel mare per straziare corpi e anime, per dilaniare speranze, ricordi e affetti. Mani impotenti si aggrappavano all’acqua. Al nulla di quell’acqua diventata del tutto nemica, insopportabilmente salata in gola, dolorosamente disumana, soffocante e impietosa, implacabile, prevaricante; al nulla di quell’acqua tanto ambita che aveva fatto  da ponte alle tue speranze…

 Il Professor Cecchirelli era al largo sul suo maestoso Catamarano, pilotato da un suo dipendente. La giornata era bellissima e il mare stupendo, azzurro come quello delle cartoline. Leggeva il giornale il professore, che da giovane, da buon sessantottino, in contrasto con il padre, barone democristiano, aveva abbracciato il Comunismo. E aveva fatto strada all’Università anche grazie a quella fede, o meglio a quella tessera.

-Professore! Professore, c’è qualcuno in acqua !-

Il Professor Cecchirelli si alzò lentamente, scrutò attorno a sé e avvistò dei corpi apparentemente immobili  sulla superficie dell’acqua…

Abasi e altri due, mezzo assiderati, trovarono così la salvezza.

Il Professore diede disposizione al suo dipendente di attraccare in una baia non frequentata e di far sbarcare i naufraghi senza dare nell’occhio…Due di loro, toccata la battigia, corsero lontano e sparirono.

Il Professore, f veramente generoso con Abasi, ordinò dei vestiti e dei cibi preconfezionati. Mentre finiva il pasto, venne raggiunto da altri ragazzi di colore che avevano assistito all’approdo, i quali, nell’arco di un quarto d’ora, gli spiegarono  le norme di comportamento nostrane. Italiani gente strana e generosa.

Lo invitarono ad andare con loro per alloggiare in una vecchia stazione. -C’è un materasso libero, quello che lo occupava è stato trucidato ieri sera dai suoi connazionali. Per campare, qui non devi lavorare, segui i nostri consigli. Domani ti indicheremo un Supermercato. Dovrai stare semplicemente  all’esterno con un bicchiere di plastica in mano. La mattina si deve dire Buongiorno e la sera Buonasera. Se le persone ti sorridono puoi dire Ciao! Vedrai, a fine giornata avrai un po’ di soldini…Poi c’è dell’altro, ma non è il momento…-

Abasi ripresosi, si recò sulla riva per  ringraziare, ma il Professore, pago per la sua buona azione, era già al largo sul suo Catamarano.

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