Categoria : cristianesimo, cultura

Commento al romanzo “Alzati, rivestiti di luce !” di Prof. Giuseppe Rabitti

Questo romanzo,  pubblicato dalla scrittrice Maria Cristina Manca sotto il nome di Yaakov De Montfort, ha un filo conduttore: la gioia.
Gioia che illumina coloro che, in situazioni umane dolorose, ritrovano in se stessi il perché  della vita.
L’autrice, con un crescendo meraviglioso, conduce il lettore alla partecipazione di questa  gioia interiore.
I protagonisti del romanzo evidenziano che la vita, nonostante le difficoltà e le delusioni,  va vissuta con il conforto continuo di Dio, il Quale lo concede a tutti coloro che, oltre ad amare Lui,  amano il prossimo.
Don  Roberto è il sacerdote che sigilla l’unione tra il lontano da Dio e l’anima semplice.Yaakov De Montfort

Per meglio chiarire questi concetti alleghiamo alcuni passi del romanzo:

Yaakov De Montfort, Alzati, rivestiti di luce!  Abbà, Cagliari,

“ «L’inverno non vuole finire», pensò Teresa.
Dentro l’antica chiesa giungeva il suono della pioggia scrosciante, il pomeriggio si era fatto d’ombra, rimbombò un lungo tuono, Teresa rabbrividì.
Era attorniata da navate e banchi vuoti che parevano rivelare presenze. Era la presenza di sé, la quale essendo sola si rifletteva nell’aria e nelle cose. Strinse il rosario, stette in ginocchio, iniziò le cinque decine”.  (p. 9)

“Era tornato sull’isola, sua terra d’origine, per ritrovare il principio, adesso che la malattia lo stava portando alla fine.
Pioveva, guardò il mare dalla finestra, grigio, agitato, confuso all’orizzonte con il plumbeo del cielo.
Una nave stava salpando, dovevano essere le diciotto, entro breve il porto si sarebbe fatto deserto fino all’indomani.
Mattia si allontanò dalla finestra. Sedette con lentezza di fronte alla scrivania, si rialzò, soffriva, avrebbe voluto dirlo a qualcuno capace di consolarlo, non esisteva, attorno a lui solo parole vuote.
Il dolore si fece insopportabile. Il dolore che nessun farmaco sapeva vincere, quello che stacca le fibre dell’essere dal contatto con l’esistenza. Chiuse gli occhi, le mani sulle tempie, disperato, ad un passo dalla follia. Tutto finito! Per anni si era inebriato della propria onnipotenza. Ed ecco all’improvviso arrivare una realtà portatrice di terrore che gli comunicava d’essere stato per anni soltanto preda di un miraggio delirante.
Cercò di ricomporsi, era un iniziato, un gran maestro, possedeva la rosa d’oro degli eletti, custodiva in sé la croce ermetica dei sapienti” (p. 12)

“Don Roberto si alzò, cercò il biglietto da visita che gli aveva lasciato Teresa, lo trovò in cucina dentro lo sportellino di una credenza.
«Al lavoro, vecchio don!»
Emise un sospiro e compose il numero del cellulare.
«Pronto»
«Dottor De Joseph?»
«Si, chi parla?!»
«Don Roberto Simplicio. Amico di Teresa. La chiamo perché mi piacerebbe conoscere la storia del gioiello celtico che le ha regalato. Possiamo incontrarci, magari a casa mia?»
«Un tempo mi sarei infuriato per una simile telefonata»
«Per fortuna ho azzeccato il tempo giusto»
«Molto sicuro di sé, per essere un prete!»
Don Roberto proruppe in una risata sonora.
A Mattia divenne di colpo simpatico.
«Verrò a trovarla, don Roberto. Posso già domani?»
«E’ amore a prima vista! Domani va benissimo. Che ne dice delle nove del mattino? Purtroppo non ho altri orari liberi». (p. 48)

Il romanzo narra della conversione di un anticlericale. Al un certo punto del racconto il protagonista entra in una chiesa durante una messa feriale:

“Fu al momento della consacrazione e della distribuzione della Sacra Ostia che Mattia smise di programmare il resto della sua serata atea. Ancora una volta quel mistero di transustanziazione lo sconvolgeva. Ecco, si stavano muovendo i cardini della terra! D’un tratto dovette guardare altrove con violenza, perché quella infuocata presenza d’amore nascosta nelle Ostie avrebbe potuto bruciarlo. Lì c’era il roveto ardente ed incombusto di Mosè. Fece un respiro profondo e si volse a guardare la gente. Credeva di scorgere fattezze umane infiammate come le sue da quel fuoco. Vide invece gente spenta, annoiata, distratta. D’istinto inorridì per la loro indifferenza”

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