Giovanni Miele (Torre del Greco,1908- Gaeta ,1979) Vent’anni di fatiche nel clima malarico della Birmania (1933-1956) di Padre Ferdinando Germani PIME

P. Giovanni Miele Pime

Le peripezie di un missionario dagli anni trenta ai cinquanta nelle foreste della Birmania a caccia di anime. 

Il 20 novembre sostò all’aeroporto di Ciampino un aereo proveniente dall’Asia; tra i passeggeri vi erano anche due missionari del P.I.M.E. il P. Busnelli espulso dalla missione di Kaifeng e il P. Miele della missione di Kengtung (Birmania). L’uno e l’altro prima si recarono in visita alla Direzione Generale di Roma e poi vennero a Napoli ad ossequiare S. E. Mons. Pollio. Arrivò per primo il P. Busnelli, che si trattenne con noi solo alcune ore. Verso sera giunse anche il P. Miele, che divenne il protagonista inconsapevole della presente intervista.

  La verità, quando sentimmo che il suo racconto era interessante, lo invitammo a scrivere qualcosa, ma in buoni modi egli si scusò dicendo che veniva dalla foresta e che aveva dimenticato perfino il modo di presentarsi ad un pubblico civile.

  Volendo far gustare in qualche modo anche ai nostri lettori la sua piacevole conversazione, ci siamo sforzati di riprodurre quanto abbiamo ascoltato dalla sua viva voce.

CENA FRUGALE

  La conversazione cominciò a cena. I nostri occhi erano puntati su di lui e notavamo ogni suo gesto per renderci conto se fosse realmente divenuto un primitivo della foresta, come lui ci aveva dichiarato. Era stanco; prese un po’ di brodo di riso nel piatto, lo assaggiò e fece una smorfia, segno chiaro che non gli andava giù.

-Perché non mangia, Padre?

-Oh che volete comandare al mio stomaco? – rispose calmo e assonnato. Poi, approfittando d’un momento di sospensione, prese due, tre volte del pepe e lo rivoltò con le quattro cucchiate di riso che ancora gli rimanevano nel piatto.

-Sapete, riprese, io in Birmania sono abituato a mangiare per ogni pasto, fino a quindici peperoncini forti… (per chi non lo sapesse, presso i Birmani, l’intingolo principale che serve a condire il riso è fatto a base di peperoni forti).

-Ma almeno beva un bicchiere di vino!-

-Preferisco non berne; orami mi sono abituato a bere solo le poche gocce che si usano nella Messa.

-Ma la vite non cresce nella sua missione?-

-A dire il vero non è coltivata; io però in questi ultimi anni ne ho tentato la coltivazione e sono riuscito a ricavarne il vino sufficiente per la celebrazione della S. Messa.

-Padre oltre il riso a cui si è accennato, quali altri cibi sono in uso tra la popolazione? Si mangia mai il pane?

-Il pane non lo vedo da vent’anni; ormai mi sono abituato a fare a meno anche del pane.

Di carne quanta ne volete; sia di maiale come di galline selvatiche, basta essere un buon miratore e ne avrete tutti i giorni. Io nella mia residenza allevo parecchi animali domestici per poter sfamare i quaranta orfani e le quaranta orfane, oltre i catechisti, i maestri e i cristiani di passaggio.

– Ma avete anche del terreno da coltivare?

-Si.

-E chi ve l’ha dato?

-Tutta la terra che voglio è mia; da noi non esistono padroni. Chi vuol coltivare un pezzo di terreno si avvicina alla foresta e le appicca il fuoco; sulle ceneri getta il seme e tutto il raccolto è suo. Dopo tre anni di coltivazione la terra diventa sterile; allora si lascia quella e si brucia un altro pezzo di terreno e si comincia daccapo.

-E la terra lasciata a chi appartiene?

Se il primo coltivatore ne vuol conservare il possesso, basti che pianti dei pali nel terreno e dia la forma di una cinta, sia pur rudimentale.

-Ma con questo sistema non c’è nessuna protezione sui campi, vi entrano a loro piacere uomini e bestie!

-E’ vero, ma anche quando il campo è custodito dal padrone, ognuno ha il diritto di entrarvi e mangiare quanto desidera.

  Un giorno mentre viaggiava insieme ai miei portatori, passai dinanzi a un campo di cetrioli; avevo molta sete e pensai che essi certamente me l’avrebbero attutita.

Uno dei portatori si offerse a raccoglierne, ma io gli suggerii di chiedere prima il permesso al padrone; ma questi meravigliato della domanda rispose: se domandi non c’è più merito; prendi quanti cetrioli desideri. Ed era un pagano!

-Padre, oltre alla coltivazione della vite e del grano curate anche gli ortaggi?

-Sicuro! Nella mia residenza, accanto alla casa, c’è anche un piccolo orto ben curato con concime di animale, dove pianto carciofi, fagioli, e altre verdure nostrane. I nativi trascurano tutte questa cose, ma noi missionari ci teniamo molto anche per mostrare loro come si coltiva la terra in modo più razionale.

  Tra domande e risposte ormai la conversazione è divenuta interessante ma la cena è finita.

-Padre mangia un po’ di frutta?

-No

-Forse perché è sabato? – Non rispose, ma abbozzo un sorriso e fece cenno affermativo con la testa.

  Capimmo che faceva il fioretto alla Madonna e ci alzammo da tavola…

  Ma non potevamo lasciare così sospeso un discorso tanto piacevole e continuammo poi nel tempo della ricreazione.

-Padre, precedentemente ha detto che non mangiava pane da vent’anni; credo che siano altrettanti gli anni passati in missione, non è vero?

-Si sono precisamente vent’anni, ora ne ho 45; partii per la Birmania nel 1933 e fui assegnato alla residenza di Mongpong che oggi è un villaggio di cento abitanti, tutti battezzati.

-Ma di suoi cristiani sono appena cento?

-No, sono 1300, ma dispersi in 17 villaggi, distanti tra di loro fino a due-tre giornate di cavallo.

-E se sono così distanti, quante volte all’anno li visita?

-Dovremmo visitarli quattro volte all’anno, ma non sempre ci si riesce, date le distanze e le difficoltà di viaggio.

  Per avere un’idea delle distanze, pensate che solo per ricevere o spedire lettere per l’Italia bisogna percorrere 150 chilometri che richiedono sei giorni di viaggio. Non parliamo poi del denaro che devo spendere perché solo per pagare i portatori ci vogliono circa diecimila lire ogni volta.

-E’ mai possibile?

-Sembra eccessivo, ma non lo è. Tale cifra è necessaria per pagare tre portatori.

– E non ne può usare uno solo? Forse che per portare una lettera ci vogliono tre uomini? (!..).

-Nooo… non avete idea della vita di laggiù. Un portatore non s’avventura mai da solo attraverso i monti e le foreste, per paura di bestie feroci e di malattie. E quindi se si vuol rimanere in contatto col mondo civile bisogna fare anche questi sacrifici pecuniari. Non pensate però che io non approfitti della loro andata al centro della missione. Da loro mi faccio comprare anche sale, medicine e quanto non trovo nel bazar del mio villaggio.

MALATTIE

-Ha accennato alle malattie; quali di esse sono più frequenti?

-Al primo posto c’è certamente la malaria; quella ordinaria, la “cerebrale” (benigna) e la terzana. Questa sera è il turno della terzana e mi meraviglio come non sia stato ancora attaccato dai brividi della febbre, forse sarà stata scongiurata dalle pillole americane che hanno dato sull’aereo.

  Mi sento però alquanto stordito; ma questo stordimento non ha nulla a che fare con gli attacchi della malaria “cerebrale”, la quale lascia per parecchie ore senza conoscenza. Non parliamo poi della terzana. L’ultimo attacco lo ebbi il giorno prima di partire per l’Italia. Stavo inchiodando delle finestre insieme ai miei orfani, quando cominciai a tremare in modo eccezionale. Smisi, mi buttai a letto e mi caricai di coperte, ma i brividi di freddo continuarono per circa quattro ore.

  Quando passarono potei riprendere il lavoro. Il guaio più grande sarebbe stato se la terzana mi avesse colpito in viaggio o in tempo di pioggia. In queste occasioni c’è solo da raccomandare l’anima a Dio, perché essendo sudati o bagnati sopravvengono sempre complicazioni.

VIAGGI

-Sicché è proprio pericoloso viaggiare per la Birmania?

-Pericoloso non solo perché non avete dove riparare, ma anche perché le strade sono impervie; anzi in certe zone le strade non esistono affatto e l’unico mezzo di locomozione sono le gambe e il cavallo. Ma anche andare a cavallo non è facile. Se oggi sono vivo e proprio per miracolo; quante volte ho sperimentato visibilmente l’assistenza del Signore, soprattutto tra i pericoli. Un giorno dovevo attraversare un fiume profondo e largo diversi metri; l’unico ponte era costruito con canne di bambù… sotto, l’acqua mugghiava terribilmente; sopra, un cielo di tempesta… mi feci coraggio e spinsi in avanti il cavallo. Arrivato verso la metà cominciai ad avvertire degli scricchiolii; scesi, feci appena a tempo a fare un passo indietro che vidi il cavallo sprofondare nell’acqua con tutto il carico. Fortuna che non affogò, ma a nuoto riuscì a raggiungere la riva.

  Un altro giorno, erano i primi anni di missione, mentre cavalcavo lungo un sentiero scosceso, il cavallo scivolò su un precipizio di oltre mille metri e rimase attaccato alla roccia solo con le zampe anteriori. Io ero avvinghiato alla sella e pendevo nel vuoto spaventoso. Un minimo movimento avrebbe trascinati me e il cavallo nell’abisso. Mi raccomandai al Signore e alla Madonna, e dopo pochi minuti di trepidazione il cavallo con uno strappo disperato riuscì a rimettersi sul sentiero. Ma era stata tanta la tensione nervosa della povera bestia…e anche mia, che appena al sicuro stramazzammo entrambi a terra esauriti e ci vollero dieci buoni minuti per rialzarci.

-Ma perché affrontare questi viaggi così pericolosi?

-Perché? Sarebbe lo stesso che mi domandaste: perché ti sei fatto missionario?

  Certo, se non ci fosse di mezzo la salvezza delle anime, sarebbe preferibile rimanere comodamente a casa propria.

VESTITI

A questo punto notiamo che il Padre solleva un lembo della veste – una veste che appare ancora nuova – per estrarre non so che cosa.

– Ma padre, non ha le tasche? Perché fa tutta questa manovra?

– Sicuro, questa veste che fu cucita 13 anni fa non ha le tasche – bisogna proprio che ce le faccia mettere -; oggi è una delle poche volte che la indosso perché abitualmente in Birmania non portiamo né veste talare, né scarpe.

-Ma che cos’è quel rosso che esce fuori dagli occhielli?

-E’ un maglione con bordo rosso che mi hanno fatto le mie orfanelle prima di partire per l’Italia. A proposito del rosso, sentitene una bella.

  Ieri mi trovavo a Roma e, come voi, un benedettino aveva osservato quel filetto rosso. Mi si avvicinò e sotto voce, sicuro d’aver indovinato mi disse –Lei certamente è un monsignore! – Si, gli risposi celiando, ma non lo dica a nessuno, perché lo sappiamo solo noi due. Dentro di me però pensavo: quanto poco ci vuole per ingannare gli uomini!

– Bella questa!

– E le scarpe?

-Le scarpe? Erano vent’anni che non ne usavo più. Queste furono comprate a Rangoon da P. Vismara insieme ad un casco che mi è servito fino a Roma, e che tornerà in Birmania prima di me.

-Non capisco, Padre; si spieghi meglio.

-A Roma c’è il P. Colombo che dovrà presto rientrare in Birmania; io non avevo il cappello nero e per avere il suo gli ho ceduto il casco… così almeno servirà anche ad un altro missionario e infine lo potrà usare anche il vero padrone, P. Vismara che lo attende in Birmania.

-E il colletto?

-Il colletto non ce l’ho; se ne avete uno a disposizione lo metto, se no ci pensa la barba a coprirmi il collo.

-Bel tipo, lei! Davvero simpatico! Ma lasciamo stare queste cose… ci parli piuttosto di cose più interessanti. Quali sono le condizione generali della sua missione di Kengtung?

LA MISSIONE

– la mia missione di Kengtung ha una estensione quanto un terzo d’Italia ed una popolazione di almeno un milione di abitanti affidati ad appena a 35 sacerdoti italiani e uno indigeno (quello che mi ha sostituito in questo periodo di mia assenza), sotto la direzione di S. E. Mons. Guercilena.

-Ma scusi, padre, noi abbiamo sempre letto che la sua missione conta poco più di centomila abitanti, come mai lei parla di un milione?

-Le statistiche ufficiali non corrispondono a realtà perché il censimento è fatto non per teste, ma per case e molte volte capita che alcune famiglie, per sfuggire alle tasse del Governo, si raggruppano sotto la medesima denominazione e così fino a quattro, cinque famiglie, con un totale di anche trenta persone, vengono calcolate praticamente per una.

-Guarda che astuzia! Ma queste cose capitano solo nella sua tribù dei Lahu?

-Un po’ dovunque.

-Questa tribù quale parte della missione abita?

-La parte nord-est, confinante con la Cina comunista.

-E’ in pericolo anche lei allora?

-Certo che non posso dormire sulle piume; un monito l’abbiamo avuto con l’uccisione del P. Manghisi.

-Ma nella sua residenza non è difeso da nessuno?

-E chi volete che mi difenda? Sono completamente solo, a mala pena riesco a vedere un altro padre ogni 45 giorni per potermi confessare.

-Ma dev’essere ben dura la vita, se è come lei la descrive; senza assistenza, senza conforto…

-Che dice mai? Senza conforto, senza assistenza. Ma non c’è il tabernacolo? È lì che troviamo la nostra forza e la nostra gioia…ed è propria questa assistenza divina, che sperimentiamo tutti i giorni e che ci accende di zelo per fondare la Chiesa mediante l’istruzione, le cure mediche, il ricovero degli orfani, dei lebbrosi…

-Ha anche la scuola nel suo distretto?

-Sicuro; attualmente essa è organizzata così: cinque classi elementari e cinque classi medie. Finiti questi corsi chi vuol continuare deve scendere a Mandalay o a Rangoon, perché la nostra missione, essendo ancora tra i primitivi, non ha né liceo né università.

-Ma avrà almeno locali adatti per ospitare tutta la sua gioventù studentesca?

-In verità non ancora, data la povertà della missione. Ho però giù costruito una casa in mattoni, a due piani, che serve da orfanotrofio, chiesa e casa del padre.

-Cosicché, non ha ancora una chiesa vera e propria?

-Non ancora; il più grande locale a pianterreno serve anche da chiesa, dove ogni domenica si radunano i cristiani dispersi sui monti.

-E vengono volentieri a scuola i ragazzi?

-Molti preferirebbero essere ancora uccelli di bosco; dopo la guerra però abbiamo notato una corsa verso l’istruzione e della sua necessita se ne sono resi conto tutti coloro che hanno combattuto con gli europei.

-Ma il grado di cultura locale è soddisfacente?

-In genere gli abitanti sono molto arretrati; pensate che non hanno neanche i nomi propri di persone e per chiamare i loro figli usano i nomi delle bestie. Così potrete incontrare una ragazza che si chiama scimmia e un’altra che si chiama vacca.

-Ci dica un’altra cosa, Padre, e poi basta; abbiamo notato che è stanco abbastanza. Il clima è sopportabile?

-Sopportabile come tutti i climi tropicali, un caldo umido e con piogge interminabili. Generalmente il periodo delle piogge va da giugno ad ottobre; cinque mesi, quindi; quest’ anno però è stato un’eccezione, perché ha piovuto sette mesi e siamo stati fino a 15 giorni senza vedere il sole.

-Vita da cani, dunque?

-Ma che vita da cani? Io spero di ritornarvi presto; ho già pronto il passaporto per il ritorno e faccio conto di poter rientrare al mio villaggio di Mongpong prima della stagione delle piogge.

-E che Dio ci benedica!

  Così dicendo trillò la cicala che ci invitò alle preghiere della sera e cominciò il silenzio rigoroso.

  1. FERDINANDO GERMANI, P.I.M.E.

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