L’inno de su patriottu sardu di Francesco Ignazio Mannu 1794 a cura di Daniela -k.d.-

L’inno del patriotta sardo ai feudatari, composto dal magistrato cav. Francesco Ignazio Mannu, nato a Ozieri e morto a Cagliari. Qui riportiamo alcune notizie utili sull’autore e sull’intero inno in sardo logudorese con la traduzione di Sebastiano Satta in lingua italiana. (curatrice Daniela -k.d.-)

L’Innu de su patriottu Sardu a sos feudatarios fu stampato clandestinamente in Corsica e diffuso in Sardegna, e divenne il canto di guerra degli oppositori sardi, passando alla storia come la Marsigliese sarda. E’ composto da 376 ottonari fortemente ritmati, in lingua sarda logudorese, e ricalca contenutisticamente gli schemi della letteratura civile illuministica. L’ incipit è costituito da un perentorio attacco alla prepotenza dei feudatari, principali responsabili del degrado dell’isola: Procurad’e moderare, Barones, sa tirannia… (Cercate di moderare, o Baroni, la vostra tirannia…). Il canto si conclude con un vigoroso grido d’incitamento alla rivolta, suggellato da un detto popolare di lapidaria efficacia: Cando si tenet su bentu est preziosu bentulare (“quando si leva il vento, è d’uopo trebbiare”)
Il canto è stato interpretato, fra gli altri, dai Tazenda, da Maria Teresa Cau, dagli Jentu, Piero Brega, Pino Masi, Giovanna Marini e Dario Fo, Elena Ledda, Piero Marras, Cordas et cannas, Stefano Saletti & Piccola Banda Ikona, Daniele Sepe, Compagnia Daltrocanto,Boghes de Bagamundos, Kenze Neke oltre che da Francesco Guccini.La versione di Luciano Ligabue e Angelo Branduardi si intitola “Ai Cuddos” (a coloro) perché riprende le strofe dalla 29 alla 36

Guccini, i Tenores e il canto della rivoluzione sarda
di Walter Fadda
da Rispieghiamo Guccini per chi era assente

Sanremo, 1999: Francesco Guccini e i Tenores di Neoneli.

Sanremo, 1999: Francesco Guccini e i Tenores di Neoneli.

Alla edizione del 1999 del festival sanremese della canzone d’autore, promosso dal “Club Tenco”, Guccini ha partecipato al “Progetto Barones” insieme a Elio delle Storie Tese, Francesco Baccini, Angelo Branduardi e Luciano Ligabue. Sul palco del teatro Ariston hanno cantato strofe di “Barones sa tirannia” insieme al coro Tenores di Neoneli.

Gli anni fra il 1794 ed il 1796 furono drammatici ed eroici per la Sardegna: la cacciata dei piemontesi, il feroce assassinio di don Gerolamo Pitzolo e del Marchese di Planaria, l’epopea della marcia di Giommaria Angioi e della sollevazione antifeudale sono i momenti in cui si coagulano ed esplodono i fermenti di un vasto moto popolare, che ancora oggi siamo abituati a riguardare come uno dei fatti fondamentali della storia isolana.

Di tutto quel mondo di sentimenti, di passioni, di dibattiti, di disperazione e speranze, l’espressione più sincera ed emozionante è un inno, nato dal cuore stesso degli avvenimenti: l’Inno de su patriottu sardu a sos feudatarios di Francesco Ignazio Mannu, meglio noto come Barones, sa tirannia.

Del Mannu, cavaliere e magistrato ozierese, vissuto fra il 1758 ed il 1839, si conosce pochissimo: quasi che la sua sorte fosse proprio questa, di scomparire con la sua fisionomia e la sua vicenda individuale, per restare vivo, nella memoria, in questo inno che è, prima della poesia di Satta, l’unica opera in cui i sardi appaiono finalmente come popolo, uniti nella voce del poeta che vuol essere ed è veramente la voce di tutta la sua gente.

Del resto l’anno di nascita e le stesse connotazioni del censo e della professione fanno apparire il Mannu, non solo come un contemporaneo dell’Angioi e dei giacobini isolani, ma come un uomo nutrito della loro stessa cultura, espresso come loro da quelle famiglie medio-gentilizie di estrazione paesana che sembrano rappresentare, in questo periodo, il primo nucleo della borghesia agraria sarda.

L’inno del Mannu, pubblicato alla macchia in Corsica nel 1794, ma subito diffusosi per tutta l’isola come un canto di guerra, va letto nella prospettiva di questa sua origine complessa: esso appare concepito come un’arma di propaganda, rivolta soprattutto al popolo; per accenderlo di odio contro i feudatari, ma anche per offrirgli, nei modi più vicini all’intelligenza delle classi diseredate, un’indicazione precisa ed evidente delle ragioni della polemica.

Il moto di G. Angioi fu, in larga parte, un moto di plebi rustiche, guidato da un manipolo di intellettuali borghesi, portatori di istanze della loro classe contro l’alleanza del potere fra la nobiltà feudale ed i governanti piemontesi. L’inno del Mannu è, appunto, uno dei momenti più caratterizzanti di questo incontro fra l’ideologia e l’interpretazione della realtà storica, come era maturata nella cultura dei capi del moto, ed il modo oscuro, più viscerale e passionale, in cui il popolo sentì come sua la causa della sollevazione antifeudale.

In una parola, quest’inno che viene chiamato la “Marsigliese sarda”, non ha un’origine autenticamente popolare, ma è anzi un’opera sostanzialmente colta. La sua bellezza scaturisce dall’impegno del poeta a guardare e ad interpretare quella realtà con gli occhi degli umili e degli oppressi, dalla passione accorata e sincera per il diritto delle genti ed il riscatto dei diseredati, dalla religione della libertà e della patria che tutta la pervadono.

Abbiamo detto colta: alla cultura dell’autore, infatti, appartengono innanzitutto le ragioni stesse della polemica, che appaiono sostanzialmente quattro: la dichiarazione della illegittimità filosofica del privilegio feudale, la mancanza di sicurezza e di giustizia per il vassallo, lo squilibrio disumano fra l’enorme ricchezza del barone e la miseria del popolo e, infine, l’indignazione per il ruolo subalterno in cui i sardi erano tenuti dai piemontesi.

rtnrDi queste ragioni, come si vede, solo alcune erano comuni all’intellighentsia borghese ed alle plebi rustiche, ed anche quelle erano viste in prospettive diverse: la mancanza di sicurezza e di giustizia, se per gli strati popolari voleva dire soltanto paura degli arresti e delle persecuzioni , per il Mannu era vista come violazione di quel regime di contropartite che dovrebbero presiedere alla cessione dei diritti del vassallo a favore del feudatario: dove appare,sullo sfondo, quella concezione dello Stato come contratto sociale che appartiene, appunto, alla cultura del poeta, alla sua formazione borghese. La polemica sull’illegittimità del sistema feudale, poi, e la polemica contro i piemontesi, erano addirittura estranee alla coscienza popolare, né il Mannu sembra preoccupato di nasconderne le origini colte introducendo nella poesia espressioni proprie del linguaggio giuridico.

Il cuore del componimento che rappresenta la vita oziosa del barone e la condizione di indigenza del vassallo , ha più un movimento proprio di un certo modo borghese di vedere questa realtà, un modo che vien fatto chiamare pariniano perché la contrapposizione frai due modi di vita, la satira dell’aristocratico del paese, riecheggia l’impostazione ideologica e, non di rado, proprio i modi della poesia del Parini.

Questa veloce indicazione delle ragioni culturali da cui nasce il discorso del Mannu diventa tanto più interessante quando si tiene presente un altro elemento di giudizio: lo straordinario successo che l’inno ha avuto in tutti i tempi, e l’amore che ancor oggi hanno per esso i sardi. Ciò significa che l’inno è davvero un canto di protesta e significa anche che esso è un canto autenticamente popolare: un canto in cui la poesia nasce da questa attenta adesione del poeta alla causa degli oppressi, da questo sentirsi tutti uniti nella rivolta contro il privilegio, da questo sentire la ribellione antifeudale come una causa comune a tutti i sardi, finalmente pensati come unico popolo.

La forma metrica dell’inno è quella delle strofette di ottonari, veloci e fortemente segnati dalla rima, facili a trovare subito come dovettero trovare, un ritmo di canto popolare: per l’ultimo verso di ognuna delle 47 strofe ci sono solo due rime, sicchè tutto l’inno suona anche per questo stratagemma tecnico, più denso e più omogeneo.

Questa stessa velocità del ritmo anima il discorso , che, più che un ordinata esposizione di argomenti, è uno scoppiare continuo di esclamazioni e di interrogativi, di rimproveri e di esortazioni, di immagini popolaresche efficaci e di sentenze così vigorosamente incise da essere diventate, come quella finale, veri e propri proverbi:

Cando si tenè su bentu
Es prezisu bentulare.

Per il Mannu, il tempo di trebbiare, di bentulare, era quello: il vento che soffiava in Sardegna era il vento della rivolta:

Procurad’ e moderare,
Barones, sa tirannia,
chi si no, pro vida mia,
Torrades a pè in terra!

E’ il grido iniziale dell’inno, un attacco minaccioso e fortissimo, con quell’immagine del “tornare con i piedi in terra” che è un modo di dire comune nel dialetto logudorese, ma che qui assume un significato più rigorosamente preciso nei confronti di una classe per la quale andare a cavallo, e non a piedi, era un segno essenziale di distinzione.

E la canzone è un susseguirsi di strofe in cui le visioni storiche, le rappresentazioni della realtà dell’epoca, l’acceso patriottismo sardo, la satira nei confronti dell’usurpatore, ma soprattutto l’intenzione di aprire gli occhi al popolo sardo, che fino ad allora tanto aveva subito, assumono un significato non puramente poetico, ma serviranno da slancio per il movimento di rivolta che stava per cominciare.

1. Procurade e moderare,
Barones, sa tirannia,
Chi si no, pro vida mia,
Torrades a pe’ in terra!
Declarada est già sa gherra
Contra de sa prepotenzia,
E cominzat sa passienzia
ln su pobulu a mancare
2. Mirade ch’est azzendende
Contra de ois su fogu;
Mirade chi non est giogu
Chi sa cosa andat a veras4;
Mirade chi sas aeras
Minettana temporale;
Zente cunsizzada male,
Iscultade sa ‘oghe mia.3. No apprettedas s ‘isprone
A su poveru ronzinu,
Si no in mesu caminu
S’arrempellat appuradu;
Mizzi ch’es tantu cansadu
E non ‘nde podet piusu;
Finalmente a fundu in susu
S’imbastu ‘nd ‘hat a bettare.4. Su pobulu chi in profundu
Letargu fit sepultadu
Finalmente despertadu
S’abbizzat ch ‘est in cadena,
Ch’istat suffrende sa pena
De s’indolenzia antiga:
Feudu, legge inimiga
A bona filosofia!5. Che ch’esseret una inza,
Una tanca, unu cunzadu,
Sas biddas hana donadu
De regalu o a bendissione;
Comente unu cumone
De bestias berveghinas
Sos homines et feminas
Han bendidu cun sa cria

6. Pro pagas mizzas de liras,
Et tale olta pro niente,
Isclavas eternamente
Tantas pobulassiones,
E migliares de persones
Servint a unu tirannu.
Poveru genere humanu,
Povera sarda zenia!

7. Deghe o doighi familias
S’han partidu sa Sardigna,
De una menera indigna
Si ‘nde sunt fattas pobiddas;
Divididu s’han sas biddas
In sa zega antichidade,
Però sa presente edade
Lu pensat rimediare.

8. Naschet su Sardu soggettu
A milli cumandamentos,
Tributos e pagamentos
Chi faghet a su segnore,
In bestiamen et laore
In dinari e in natura,
E pagat pro sa pastura,
E pagat pro laorare.

9. Meda innantis de sos feudos
Esistiana sas biddas,
Et issas fe ni pobiddas
De saltos e biddattones.
Comente a bois, Barones,
Sa cosa anzena est passada?
Cuddu chi bos l’hat dada
Non bos la podiat dare.

10. No est mai presumibile
Chi voluntariamente
Hapat sa povera zente
Zedidu a tale derettu;
Su titulu ergo est infettu
De s’infeudassione
E i sas biddas reione
Tenene de l’impugnare

11. Sas tassas in su prinzipiu
Esigiazis limitadas,
Dae pustis sunt istadas
Ogni die aumentende,
A misura chi creschende
Sezis andados in fastu,
A misura chi in su gastu
Lassezis s ‘economia.

12. Non bos balet allegare
S’antiga possessione
Cun minettas de presone,
Cun gastigos e cun penas,
Cun zippos e cun cadenas
Sos poveros ignorantes
Derettos esorbitantes
Hazis forzadu a pagare

13. A su mancu s ‘impleerent
In mantenner sa giustissia
Castighende sa malissia
De sos malos de su logu,
A su mancu disaogu
Sos bonos poterant tenner,
Poterant andare e benner
Seguros per i sa via.

14. Est cussu s’unicu fine
De dogni tassa e derettu,
Chi seguru et chi chiettu
Sutta sa legge si vivat,
De custu fine nos privat
Su barone pro avarissia;
In sos gastos de giustissia
Faghet solu economia

15. Su primu chi si presenta
Si nominat offissiale,
Fattat bene o fattat male
Bastat non chirchet salariu,
Procuradore o notariu,
O camareri o lacaju,
Siat murru o siat baju,
Est bonu pro guvernare.

16. Bastat chi prestet sa manu
Pro fagher crescher sa r’nta,
Bastat si fetat cuntenta
Sa buscia de su Segnore;
Chi aggiuet a su fattore
A crobare prontamente
Missu o attera zante
Chi l’iscat esecutare

17. A boltas, de podattariu,
Guvernat su cappellanu,
Sas biddas cun una manu
Cun s’attera sa dispensa.
Feudatariu, pensa, pensa
Chi sos vassallos non tenes
Solu pro crescher sos benes,
Solu pro los iscorzare.

18. Su patrimoniu, sa vida
Pro difender su villanu
Cun sas armas a sa manu
Cheret ch ‘istet notte e die;
Già ch ‘hat a esser gasie
Proite tantu tributu?
Si non si nd’hat haer fruttu
Est locura su pagare.

19. Si su barone non faghet
S’obbligassione sua,
Vassallu, de parte tua
A nudda ses obbligadu;
Sos derettos ch’hat crobadu
In tantos annos passodos
Sunu dinaris furados
Et ti los devet torrare.

20. Sas r’ntas servini solu
Pro mantenner cicisbeas,
Pro carrozzas e livreas,
Pro inutiles servissios,
Pro alimentare sos vissios,
Pro giogare a sa bassetta,
E pro poder sa braghetta
Fora de domo isfogare,

21. Pro poder tenner piattos
Bindighi e vinti in sa mesa,
Pro chi potat sa marchesa
Sempre andare in portantina;
S’iscarpa istrinta mischina,
La faghet andare a toppu,
Sas pedras punghene troppu
E non podet camminare

22. Pro una littera solu
Su vassallu, poverinu,
Faghet dies de caminu
A pe’, senz ‘esser pagadu,
Mesu iscurzu e ispozzadu
Espostu a dogni inclemenzia;
Eppuru tenet passienzia,
Eppuru devet cagliare.

23. Ecco comente s ‘impleat
De su poveru su suore!
Comente, Eternu Segnore,
Suffrides tanta ingiustissia?
Bois, Divina Giustissia,
Remediade sas cosas,
Bois, da ispinas, rosas
Solu podides bogare.

24. Trabagliade trabagliade
O poveros de sas biddas,
Pro mantenner’ in zittade
Tantos caddos de istalla,
A bois lassant sa palla
Issos regoglin’ su ranu,
Et pensant sero e manzanu
Solamente a ingrassare.

25. Su segnor feudatariu
A sas undighi si pesat.
Dae su lettu a sa mesa,
Dae sa mesa a su giogu.
Et pastis pro disaogu
Andat a cicisbeare;
Giompidu a iscurigare
Teatru, ballu, allegria

26. Cantu differentemente,
su vassallu passat s’ora!
Innantis de s’aurora
Già est bessidu in campagna;
Bentu o nie in sa muntagna.
In su paris sole ardente.
Oh! poverittu, comente
Lu podet agguantare!.

27. Cun su zappu e cun s’aradu
Penat tota sa die,
A ora de mesudie
Si zibat de solu pane.
Mezzus paschidu est su cane
De su Barone, in zittade,
S’est de cudda calidade
Chi in falda solent portare.

28. Timende chi si reforment
Disordines tantu mannos,
Cun manizzos et ingannos
Sas Cortes han impedidu;
Et isperdere han cherfidu
Sos patrizios pius zelantes,
Nende chi fint petulantes
Et contra sa monarchia

29. Ai cuddos ch’in favore
De sa patria han peroradu,
Chi sa ispada hana ogadu
Pro sa causa comune,
O a su tuju sa fune
Cheriant ponner meschinos.
O comente a Giacobinos
Los cheriant massacrare.

30. Però su chelu hat difesu
Sos bonos visibilmente,
Atterradu bat su potente,
Ei s’umile esaltadu,
Deus, chi s’est declaradu
Pro custa patria nostra,
De ogn’insidia bostra
Isse nos hat a salvare.

31. Perfidu feudatariu!
Pro interesse privadu
Protettore declaradu
Ses de su piemontesu.
Cun issu ti fist intesu
Cun meda fazilidade:
Isse papada in zittade
E tue in bidda a porfia.

32. Fit pro sos piemontesos
Sa Sardigna una cucagna;
Che in sas Indias s ‘Ispagna
Issos s ‘incontrant inoghe;
Nos alzaiat sa oghe
Finzas unu camareri,
O plebeu o cavaglieri
Si deviat umiliare…

33. Issos dae custa terra
Ch’hana ogadu migliones,
Beniant senza calzones
E si nd’handaiant gallonados;
Mai ch’esserent istados
Chi ch’hana postu su fogu
Malaittu cuddu logu
Chi criat tale zenìa

34. Issos inoghe incontr’na
Vantaggiosos imeneos,
Pro issos fint sos impleos,
Pro issos sint sos onores,
Sas dignidades mazores
De cheia, toga e ispada:
Et a su sardu restada
Una fune a s’impiccare!

35. Sos disculos nos mand’na
Pro castigu e curressione,
Cun paga e cun pensione
Cun impleu e cun patente;
In Moscovia tale zente
Si mandat a sa Siberia
Pro chi morzat de miseria,
Però non pro guvernare

36. Intantu in s’insula nostra
Numerosa gioventude
De talentu e de virtude
Oz’osa la lass’na:
E si algun ‘nd’imple’na
Chircaiant su pius tontu
Pro chi lis torrat a contu
cun zente zega a trattare.

37. Si in impleos subalternos
Algunu sardu avanz’na,
In regalos non bastada
Su mesu de su salariu,
Mandare fit nezessariu
Caddos de casta a Turinu
Et bonas cassas de binu,
Cannonau e malvasia.

38. De dare a su piemontesu
Sa prata nostra ei s’oro
Est de su guvernu insoro
Massimu fundamentale,
Su regnu andet bene o male
No lis importat niente,
Antis creen incumbeniente
Lassarelu prosperare.

39. S’isula hat arruinadu
Custa razza de bastardos;
Sos privilegios sardos
Issos nos hana leadu,
Dae sos archivios furadu
Nos hana sas mezzus pezzas
Et che iscritturas bezzas
Las hana fattas bruiare.

40. De custu flagellu, in parte,
Deus nos hat liberadu.
Sos sardos ch’hana ogadu
Custu dannosu inimigu,
E tue li ses amigu,
O sardu barone indignu,
E tue ses in s’impignu
De ‘nde lu fagher torrare

41. Pro custu, iscaradamente,
Preigas pro su Piemonte,
Falzu chi portas in fronte
Su marcu de traitore;
Fizzas tuas tant’honore
Faghent a su furisteri,
Mancari siat basseri
Bastat chi sardu no siat.

42. S’accas ‘andas a Turinu
Inie basare des
A su minustru sos pes
E a atter su… giù m ‘intendes;
Pro ottenner su chi pretendes
Bendes sa patria tua,
E procuras forsis a cua
Sos sardos iscreditare

43. Sa buscia lassas inie,
Et in premiu ‘nde torras
Una rughitta in pettorra
Una giae in su traseri;
Pro fagher su quarteri
Sa domo has arruinodu,
E titolu has acchistadu
De traitore e ispia.

44. Su chelu non faghet sempre
Sa malissia triunfare,
Su mundu det reformare
Sas cosas ch ‘andana male,
Su sistema feudale
Non podet durare meda?
Custu bender pro moneda
Sos pobulos det sensare.

45. S’homine chi s ‘impostura
Haiat già degradadu
Paret chi a s’antigu gradu
Alzare cherfat de nou;
Paret chi su rangu sou
Pretendat s’humanidade;
Sardos mios, ischidade
E sighide custa ghia.

46. Custa, pobulos, est s’hora
D’estirpare sos abusos!
A terra sos malos usos,
A terra su dispotismu;
Gherra, gherra a s’egoismu,
Et gherra a sos oppressores;
Custos tirannos minores
Est prezisu humiliare.

47. Si no, chalchi die a mossu
Bo ‘nde segade’ su didu.
Como ch’est su filu ordidu
A bois toccat a tessere,
Mizzi chi poi det essere
Tardu s ‘arrepentimentu;
Cando si tenet su bentu
Est prezisu bentulare.

Traduzione di Sebastiano Satta del 2007

INNO DEL PATRIOTA SARDO AI FEUDATARI

1 Cercate di frenare,
Baroni, la tirannia,
Se no, per vita mia,
Ruzzolerete a terra!
Dichiarata è la guerra
Contro la prepotenza
E sta la pazienza
Nel popolo per mancare

2 Badate! contro voi
Sta divampando il foco;
Tutto ciò non è gioco
Ma gli è fatto ben vero;
Pensate che il ciel nero
Minaccia temporale;
Gente spinta a far male,
Senti la voce mia

3 Non date più di sprone
Nel povero ronzino,
O in mezzo del cammino
Si fermerà impuntito;
Gli è tanto stremenzito
Da non poterne più,
E finalmente giù
Dovrà il basto gittare

4 Il popolo, da profondo
Letargo ottenebrato,
Sente al fin disperato,
Sente le sue catene,
Sa di patir le pene
Dell’indolenza antica.
Feudo, legge nemica
A tutte buone cose!

5 Quasi fosse una vigna
O un oliveto o un chiuso,
Borghi e terre han profuso…
Li han dati e barattati
Come branchi malnati
Di capi pecorini;
Gli uomini ed i bambini
Venduto han colle spose

6 Per poche lire han reso,
E talvolta per niente,
Schiava eternamente
La popolazione;
Mille e mille persone
Curvansi ad un sovrano.
Gramo genere umano,
Grama sarda genia!

7 Si hanno poche famiglie
Partito la Sardegna.
In maniera non degna
Furono fatte ancelle
Le nostre terre belle
Nell’empia antichità;
Or questa nostra età
Vuol ciò rimediare

8 Nasce il Sardo, soggetto
A rei comandamenti;
Tributi e pagamenti
Deve dare al sovrano
In bestiame ed in grano
In moneta e in natura;
Paga per la pastura,
Paga per seminare.

9 Già, pria che i feudi fossero,
Fiorian i borghi lieti’
Di campi e di vigneti,
Di pigne e di covoni;
Or come a voi, Baroni,
Tutto questo è passato?
Colui che ve l’ha dato
Non vel potea dare.

10 Né alcun potrà presumere
Che volontariamente
Tanta povera gente
Innanzi a voi si prostri;
Questi titoli vostri
San d’infeudazione
Le ville hanno ben ragione
Di volerli impugnare.

11 I balzelli che prima
Sembravan men penosi,
Più forti e più dannosi
A noi voi li rendeste
Man mano che cresceste
In lusso ed in pretese,
Scordando tra le spese
La buona economia.

12 Né vi giova accampare
Possession avita.
Con minacce di vita,
Con castighi e con pene,
Con ceppi e con catene
Dai poveri ignoranti
Imposte esorbitanti
Voi sapeste spillare.

13 E almeno si spendesse
In pro della Giustizia
Per punir la nequizia
Degli sparsi predoni,
E potessero i buoni
Di salute fruire
Ed andare e venire
Sicuri per la via!

14 A ciò solo servire
Dovrian pesi e diritti,
A guardar da’ delitti
Chi nella legge viva.
Ma di tal ben ci priva
Del Baron l’avarizia
Che in spese di giustizia
Fa solo economia

15 Chi sa meglio brigare
Vien fatto uffiziale.
Faccia egli bene o male,
Ma non chiegga denaro;
Leguleio o notaro,
Servidore o lacché
Sia bigio o sia tam.
Nato è per governare

16 Basta che faccia in modo
Di render più opulenta
L’entrata e più contenta
La borsa del signore,
Ed aiuti il fattore
A trovar, prestamente
O messo od altra gente
Scaltra nel pignorare.

17 Talvolta da Barone
Suol fare il cappellano;
Le ville ha in una mano
Nell’altra ha la dispensa.
Feudatario, deh! pensa
Che schiavi non ci tieni
Per accrescerti i beni,
Poterci scorticare.

18 Tu vuoi che per difenderti
Il povero villano
Vegli con l’arme in mano
L’intera notte e il dì;
Se deve esser così
E se nulla godiamo
Di ciò a te paghiamo,
E’ da stolti il pagare.

19 E se il Barone gli impegni
Non tien da parte sua,
Villan, per parte tua
A nulla se’ obbligato;
I soldi che succhiato
Ei ti ha negli anni andati,
Son danari rubati
E te li de’ ridare.

20 Giovan solo le rendite
A procacciar brillanti,
Livree, carrozze e amanti,
A creare servizi
Vani, a crescer vizi.
A scacciar la noia
E a poter ogni foia
fuori casa sfogare,

21 Ad avere dieci o venti
Portate a mensa ognora,
Per poter la signora:
Cullare in portantina;
La scarpetta (o meschina!)
Le sbuccia il bel piedino,
Lo punge un sassolino
E non può camminare

22 Per portare un messaggio
Il vassallo, tapino!,
Fa giorni di cammino
A piedi, non pagato,
Va scalzo, sbrendolato,
Esposto a ogn’inclemenza
E pur con pazienza
Soffre e non de’ parlare.

23 Così si sparge il vivo
Sangue del nostro cuore!
Or come tu, Signore,
Soffri tanta ingiustizia?
Tu, Divina Giustizia,
Rimedia queste cose,
Tu sol puoi far le rose
Dai tronchi germogliare.

24 O miseri villani,
Sfiniti dal lavoro
Per mantener costoro
Come tanti stalloni!
Per lor sono i covoni,
A voi dan la pagliata,
E sbarcan la giornata
Pensando ad ingrassare.

25 Sorge tardi dal letto
Il feudatario, e pensa
Tosto a mettersi a mensa,
Va dalla mensa al gioco;
Per poi svagarsi un poco
Si reca a donneare;
Più tardi, all’annottare,
Scene. danze, allegria.

26 Quanto diversamente
Volge al vassallo l’ora!
Già prima dell’aurora
Egli è nella campagna;
Brezze e nevi in montagna,
Al piano sole ardente;
Ahi! come può il paziente
Tal vita tollerare!

27 Con la vanga e l’aratro
Geme l’intero giorno;
Biascica a mezzo giorno
Un sol tozzo di pane.
Meglio, assai meglio il cane
Si pasce del signore.
Quel can che a tutte l’ore
Suol dietro a sè portare.

28 Le Cortes osteggiarono
Con raggiri e soprusi
Perché codesti abusi
Non dovesser cessare;
Cercaron di fugare
I patriotti migliori
Dicendoli fautori
D’odio alla monarchia.

29 A chi levò la voce
Per la natia contrada
A chi strasse la spada
Per la causa comune
Volean cinger di fune
Il collo: od i meschini
Siccome Giacobini
Volevan massacrare.

30 Ma il cielo, il ciel i giusti
Guardò veracemente;
Atterrato ha il possente
E ha l’umile esaltato
Iddio s’è dichiarato
Per questa terra nostra,
Ed ogni insidia vostra
Egli dovrà sfatare.

31 Per far tue mire prave,
Feudatario inumano,
Chiaramente la mano
Distendi al Piemontese
E con lui sulle intese
Stai per far le tue voglie
I borghi tu, egli toglie
Le cittadi a pelare.

32 Fu per Piemontese l’isola
Nostra una gran cuccagna;
Come l’Indie la Spagna
Egli ci mette in croce;
Non mai levò la voce
Un vil cameriere,
Che servo o cavaliere
Non si dovean piegare

33 Essi da questa terra
han tratto milioni.
Giungean senza calzoni
E partian gallonati
Non ci fossero mai stati
Per cacciarci in tal fuoco.
Sia maledetto il loco
Che cresce tal genia.

34 Essi trovano tra noi
Splendidi maritaggi
A lor gli appannaggi,
A lor tutti gli onori,
Le dignità maggiori
Di stola, spada e toga;
Ed al sardo una soga
Per potersi appiccare.

35 Tutti i facinorosi
tra noi per punizione
Mandan, e han pensione
E stipendi e patente;
In Russia una tal gente
La si manda in Siberia
Per crepar di miseria
Ma non per governare.

36 E intanto, intanto lasciano
Qui molti virtuosi
Giovani inoperosi
Che in mezzo all’ozio annegano:
e se alcuno ne impiegano
Lo cercano sciocco a prova,
Però che a loro giova
Coi ciechi aver da fare

37 Se d’impiegatucci al sardo
Talor son liberali,
Questi deve in regali
Spender tutto il salario,
Poiché gli è necessario
Di spedire a Torino
Bei cavalli, buon vino,
Cannonau e malvasia

38 Nel dar al Piemontese
Il nostro oro e l’argento
Sta tutto il fondamento
Della possanza loro.
E che importa a costoro
Che vada male il regno,
Se essi credon non degno
Il farlo prosperare?

39 Guasto ha l’isola nostra
Quest’orda di bastardi;
I privilegi sardi
Ci ha tolto; degli archivi
Nostri ci ha fatto privi;
Come robaccia, parte
Delle memori carte
Nostre ha fatto bruciare.

40 Ma (volle Iddio) siam quasi
Da tal danno risorti.
I Sardi sono insorti
Contro l’empio nemico,
E tu, Baron, da amico
Anche adesso lo tratti!
E indegno ti arrabatti
Per farlo ritornare?

41 Perciò tu a viso aperto
Decanti il Piemonte,
Vile, lo stigma in fronte
Del traditor tu porte!
Le tue figlie la corte
Fanno al primo venuto,
Valga men d’uno sputo
Pur che sardo non sia.

42 Se ti rechi a Torino,
Non appena lo vedi
Baci al ministro i piedi,
Baci agli altri il…m’intendi;
Purché ciò che pretendi
Ti diano per danaro,
Vendi la patria e caro
Ti è dei sardi sparlare.

43 Là ti mungon la borsa,
Ma in cambio fai ritorno
Di croci e stemmi adorno.
Perché venisse eretto
Il quartiere, il tuo tetto,
Il tuo tetto atterrasti,
E nome meritasti
Di traditore e spia.

44 Ma il cielo non vuol che sempre
Trionfi la tristizia
E deve la giustizia
Infrangere ogni male.
La potestà feudale
Già tocco ha la sua meta;
Il vender per moneta
Le plebi de’ cessare.

45 L’uomo cui molto urgeva
Secolar tenebrore
Par che al prisco splendore
Levi la fronte ancora.
Nella novella aurora
Si affissano i gagliardi.
Ascoltatemi, o Sardi,
Io vi schiudo la via.

46 Popoli, è giunta l’ora
D’infrangere gli abusi;
A terra, a terra gli usi
Malvagi e il dispotismo.
Sia guerra all’egoismo,
Sia guerra agli oppressori
I piccioli signori
Devono a noi piegare.

47 Non osi chi fu inerte
Mordersi un dì le dita;
Or che la tela è ordita
Date una mano a tessere.
Tardo vi potrebbe essere
Un giorno il pentimento;
Quando si leva il vento
E’ d’uopo trebbiare

inviata da k.d. 5/4/2007 – 18:14


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