Categoria : storia

Settecento di Sardegna: i viceré dal 1720 al 1799 di curatore Anonimo

La Sardegna passò ai Principi sabaudi nel 1720. Con questo passaggio i Principi assunsero anche il titolo di Re di Sardegna. I loro domini, dopo la Rivoluzione Francese  e l’inizio della Restaurazione (1815) comprendevano oltre al Principato di Piemonte, al Ducato  di Savoia, al Genovesato, alla Contea di Nizza, il Regno di Sardegna. Il Settecento sardo, studiato per alcune istituzioni: riordino dell’amministrazione, restauro delle due università sarde (1780-1765) con l’arrivo di celebri scienziati, l’istituzione delle Comuni o Comunità (1771, 1775), il tentativo d’introdurre l’Italiano negli uffici e come lingua curricolare nei collegi gesuitici e scolopici, osteggiato, e rinviato ad un’applicazione graduale, la lotta al banditismo “ai bandeados” coloro che per qualsiasi motivo erano stati oggetto di bandi, più tardi l’istituzione del catalogo dei banditi, l’abolizione dell’asilo per i banditi nelle chiese diroccate, l’introduzione dei primi pesi e misure, della notifica degli ospiti (un’anticipazione di quella che più in là sarà la segnalazione della residenza, il passaggio dal metodo gesuitico del trivio e quadrivio alle sette classi boginiane (dalla VII alla I) e l’introduzione nella VII classe dell’italiano. Il più grande riformatore fu certamente il Bogino che fu licenziato con la salita al trono di Carlo Emanuele III (1730-1773) dopo Amedeo II, (forse il più grande principe dei Savoia (1666-1732) e primo ad assumere il titolo regale con il possesso del Regno di Sicilia prima e di Sardegna poi. Un secolo, a a mio avviso, da ulteriormente approfondire nonostante la numerosa bibliografia.  Interessantissimo a riguardo il lavoro di A. Mattone e di Piero Sanna, Settecento sardo e cultura europea. Lumi, società, istituzioni nella crisi dell’Antico Regime, FrancoAngeli, Milano 2oo7 pp. 380 €, 30. Vedi anche Catalogo storico ragionato degli scrittori sardi del Settecento nei link di internet, la collana Einudi,
Storia dei Sardi in Jaka Book e i lavori dei settecentisti sardi: Carlino Sole, A. Mattone. Piero Sanna, Raimondo Turtas per la storia ecclesiastica, la collana delle Diocesi Sarde e altri autori.
Avendo potuto rintracciare questi brevi cenni ai viceré sardi ho ritenuto utile per i miei cinque lettori chiaramontesi riportare questo lavoro anonimo che ha preferito non firmarsi sui viceré sardi. (A. T.)

REGNO DI VITTORIO AMEDEO II
DON FILIPPO GUGLIELMO PALLAVICINO DI SAN REMIGIO
BARONE DI SAN REMY
(1720 – 1723, 1726 – 1727)

All’inizio del dominio sabaudo Vittorio Amedeo II nominò come primo viceré dell’isola il barone di San Remy. Il sovrano promulgò un indulto generale per presentarsi alle popolazioni con un messaggio di pace. Nonostante ciò, il barone incontrò serie difficoltà nel governo dell’isola soprattutto a causa della criminalità.

Per combatterla promulgò un pregone che vietava l’uso di pistole, carabine, e terzette (armi da fuoco inferiori a tre palmi e mezzo di Sardegna), vietandone la fabbricazione. In caso di violazione venivano applicate pene durissime: ai militari da una multa di 500 ducati a 10 anni di esilio, ai plebei dai 10 anni di carcere alla pena di morte. Negli anni successivi le pene furono riviste e rinnovate.

Il viceré subì ripetutamente il richiamo del suo sovrano, le lamentele e le lettere anonime di coloro che erano stati privati di certi privilegi.

Nel primo periodo del suo incarico, ebbe rapporti epistolari con il governatore di Sassari e con numerosissime personalità di tutta l’isola.

Andrea Giovanni Claret, delegato di giustizia della contrada del Marghine, fu il suo primo interlocutore col quale intercorse una intensa corrispondenza sull’ordine pubblico e su altri problemi.

Tra le lettere più importanti si possono citare quelle in cui il viceré informò Claret che rientrava nei suoi compiti anche il coordinamento del corpo dei miliziani addetti al servizio della sicurezza interna, che detto corpo versava in uno stato di trascuratezza. San Remy minacciò Claret di addebitargli i danni procurati qualora non avesse provveduto a regolarizzare la situazione.
Nel 1722, Claret denunciò al viceré l’irregolarità dei pesi e delle misure impiegate nella contrada del Marghine; il viceré, per evitare danni ai vassalli, consigliò al delegato di lasciar trascorrere il periodo del pagamento dei tributi prima di prendere i necessari provvedimenti.

Nel 1726 il viceré impartì disposizioni per la riparazione delle carceri di Macomer.

REGNO DI CARLO EMANUELE III

MARCHESE TOMASO ERCOLE ROERO
DI CORTANZE
(1727 – 1731)

Nel 1730 Vittorio Amedeo II abdicava in favore del figlio Carlo Emanuele. Fra i primi provvedimenti del nuovo sovrano, la nomina nella carica di viceré del marchese di Cortanze e la promulgazione di un indulto per i delitti meno gravi.

Condizionò la concessione pretendendo dai sindaci un giuramento che impegnasse tutti i sardi al rispetto delle leggi.

Il viceré diede l’ordine di sorvegliare rigorosamente le zone dove avvenivano frequentemente furti di bestiame che costituivano un notevole danno per l’agricoltura. I furti continuarono e il viceré perse la fiducia nei delegati addetti al controllo dei seminati. Antonio Maria Carta, già delegato della Curia baronale del Marghine, chiese al viceré un controllo delle vidazzoni con l’impiego di corpi speciali per fronteggiare i continui danneggiamenti del bestiame.
Per combattere la speculazione, il viceré, previa visione dei dati sulla produzione agricola, stabiliva annualmente il prezzo del grano per il commercio internazionale (afforo).

Per diminuire la criminalità emanò un pregone sul porto d’armi, vietando a chiunque, all’interno dei centri abitati, il porto di coltelli di qualsiasi genere (tranne poche eccezioni), e stabilì l’imposizione della pena senza attenuanti dai 18 anni anziché dai 25 e decise di premiare con un compenso chiunque avesse arrestato disertori.

In più rese pubblici i valori delle monete estere affinché i commercianti ne accettassero il pagamento.

Prima di lasciare l’incarico, accolse la richiesta degli ufficiali del distaccamento di fanteria di far distribuire gratuitamente la legna da ardere e le candele.

MARCHESE GEROLAMO FALLETTI
DI CASTAGNOLE
(1731 – 1735)

In concomitanza al viceregno di Castagnole, la delinquenza organizzata non si attenuò perché era stato azionato un sistema repressivo non supportato da interventi idonei a risanare la precaria condizione economica e sociale della popolazione.

In seguito alla ribellione dei vassalli, nata dall’ingiustizia del sistema feudale, banditi e i nobili si allearono contro i rappresentanti dello stato, quando questi si presentavano per stabilire l’ordine. Questo fenomeno si verificò soprattutto nelle regioni centro-settentrionali a prevalente economia pastorale.

Si costituirono bande criminali (quadriglie), legate a qualche nobile o signorotto di paese, animati dalla ribellione per lo stato di povertà a cui erano sottoposti e dalla voglia di difendere i propri interessi privati (faide).

Per contrastare le ribellioni dei vassalli oppressi dal sistema feudale il governo interveniva di frequente con la forza; quel clima repressivo favoriva le alleanze tra banditi e nobili contro i rappresentanti dello stato che limitavano le loro attività criminali. Questo fenomeno si verificò soprattutto nelle regioni centro-settentrionali a prevalente economia pastorale. Si costituirono bande criminali (quadriglie), legate a qualche nobile o signorotto di paese, animati dalla ribellione contro la povertà a cui erano sottoposti e dalla voglia di difendere i propri interessi privati (faide).

Il viceré per fronteggiare il fenomeno, pubblicò un pregone con cui rafforzò i divieti e le sanzioni per il porto delle armi da fuoco e aumentò le pene da infliggere ai criminali.

Nel 1733 dispose un’azione per sgominare le quadriglie che infestavano il Marghine e altre regioni con furti, assalti, rapine e omicidi.

Dopo aver appreso che le quadriglie erano sostenute da alcuni prinzipales, ordinò di catturare i banditi con la collaborazione degli stessi prinzipales che li sostenevano. Non si riuscì a concludere positivamente la situazione.
In campo economico il viceré di Castagnole si interessò al commercio dei grani, in particolare alla cerealicoltura di Macomer e della contrada del Marghine (gli altri viceré si erano occupati solo di banditismo e ordine pubblico).

Diede quindi un importante contributo al miglioramento del commercio, combattendo il monopolio degli incettatori. Il viceré richiedeva i dati annuali relativi al raccolto, per regolare le estrazioni, l’alimentazione e la semina del regno.

CARLO AMEDEO BATTISTA MARCHESE DI SAN MARTINO D’AGLIE’
E DI RIVAROLO
(1735 – 1738)

Il Marchese di Rivarolo, Carlo Amedeo Battista, ricoprì la carica di Viceré il 1-10-1735. Genovese ed ex comandante delle galere sabaude viene ricordato più di ogni altra cosa per la sua spietata lotta al banditismo.

Operò principalmente nella parte settentrionale della Sardegna dove molti nobili e cavalieri proteggevano bande di criminali, ma non esitò ad addentrarsi in Gallura, nell’ Ang1ona e nel Goceano.

Era spietato persino nelle esecuzioni e impassibile nelle torture. Prima impiccava il bandito e poi lo bruciava disperdendone le ceneri, oppure tagliava loro la testa e le appendeva in cima alle torri perché servissero d’esempio. Condannò all’ esilio i favoreggiatori e i loro familiari.

Fu una politica sanguinaria perché secondo Carlo Amedeo Battista il banditismo era la causa principale dello scarsissimo sviluppo economico e sociale dell’isola e doveva essere contrastato in tutti i modi.

Infatti egli mandò in prigione circa 3000 persone e oltre 400 vennero giustiziate. Durante il suo mandato il Parlamento non venne mai convocato per discutere dei problemi dell’isola.

Durante il 1736 ebbe stretti rapporti con Macomer e si incontrò per e risolvere il problema del prezzo del grano che in quell’anno aveva raggiunto prezzi esorbitanti.

Il viceré Rivarolo decise di visitare l’entroterra e di constatare in prima persona quali fossero i veri problemi della popolazione. Il Re impedì questa spedizione poiché sarebbe costata troppo, ma solo dopo una lettera del Rivarolo, dove egli si impegnava a caricarsi alcune spese, egli acconsentì.

In tutte le zone dove il viceré sarebbe passato si affrettarono i lavori di restauro di ponti e strade e venne mobilitato un servizio di sicurezza.

Il Rivarolo e la sua compagnia partì nel marzo del 1737 e in ogni paese egli veniva accolto dal popolo per la sua fama di garante della legge e della pace sociale. Egli era il primo viceré sabaudo che visitava l’entroterra e come suo solito si interessò particolarmente della giustizia. Infatti prese visione dei processi in corso e accelerò l’emissione delle sentenze e le esecuzioni delle pene.

Il 25 marzo 1737 il Marchese emise un pregone che notificava l’arresto immediato, pena l’ammenda di 200 scudi, di tutti i delinquenti che prestavano servizio presso i prinzipales e i vari nobili, che appunto avrebbero dovuto licenziarli e depositare una lista con i nomi delle persone al loro servizio.

In quei giorni scrisse al re denunciando questa grave piaga.

L’8 aprile 1737 il Rivarolo con un altro pregone proibì ai pastori di ospitare criminali negli ovili e di trasferire i pascoli e le tanche dalle zone impervie ad altre più accessibili e in prossimità di strade principa1i.

Gli abusi dei militari nei confronti delle popolazioni indussero il viceré ad emanare un regolamento con disposizioni severissime.

Il viceré con altri pregoni, vietò l’uso delle barbe lunghe perché occultavano i connotati, dimezzò i tempi di durata del lutto, bandì l’uso di strumenti di misura non autorizzati.

A conclusione della visita il Rivarolo costituì una commissione di esperti per analizzare i problemi sociali ed economici della Sardegna. Informò il sovrano delle precarie condizioni in cui versavano le popolazioni dell’isola; propose innovazioni nel campo amministrativo e giudiziario per accelerare le procedure burocratiche e processuali; autorizzò il perfezionamento di giovani sardi nel campo della medicina e della chirurgia fuori dell’isola; promosse il popolamento di un’isoletta a sud della Sardegna con una colonia di marinai genovesi che chiamò Carloforte in onore del sovrano.

I rapporti di conoscenza instaurati con persone autorevoli nel corso della visita gli permise di potenziare la rete delle informazioni che gli permise di controllare il fenomeno della criminalità, le attività della burocrazia feudale e del potere ecclesiastico.

FRANCESCO LUIGI D’ALLINGE D’APREMONT
(1738 – 1741)

Il successore del Rivarolo fu il conte Francesco d’Apremont che riprese la lotta contro la criminalità con l’emanazione di tre pregoni per arginare l’ondata degli omicidi e dei furti in continuo aumento. Emanò inoltre un pregone per regolamentare l’attività dei ministri di giustizia.

Per limitare i furti nelle chiese proibì l’acquisto di oggetti d’argento di provenienza sospetta e la fusione del metallo per ricavarne lingotti.

Per un maggiore controllo della criminalità introdusse l’obbligo per chiunque di denunciare la morte di congiunti e di servitori e impose a medici e chirurghi di comunicare gli interventi ai feriti ed ammalati.

Carlo Emanuele, con pregone del 13 Luglio 1739, istituì il servizio di raccolta e di recapito della corrispondenza fra le città più importanti dell’ isola (Cagliari, Oristano, Bosa, Alghero e Sassari). In ogni città fu creato un banco munito di “buca” dove poter consegnare e ritirare la corrispondenza; la gestione fu affidata ad un direttore (retribuito dalle città) ed il trasporto a dei corrieri selezionati dall’Intendenza generale. Le lettere provenienti da tutta l’isola dovevano essere depositate dai mittenti presso gli appositi banchi nelle città attraversate. I direttori erano obbligati a riceverle e a recapitarle se il destinarlo aveva la residenza nei centri di passaggio o altrimenti doveva tenerle a disposizione. Per avvisare il pubblico delle lettere in giacenza i direttori dovevano esporre delle note ogni dieci giorni. La maggior parte della corrispondenza interessava la burocrazia vice reale, feudale, gli ecclesiastici e i pochi escriventes . Seppure lento e da perfezionare, il servizio postale aprì una prospettiva nell’organizzazione delle comunicazioni dell’isola. La gestione governativa garantì maggiore sicurezza nei recapiti.

Nel 1740 il viceré accusò due nobili di Macomer di sostenere delinquenti e banditi della zona; anziché esiliarli concesse loro la possibilità di evitare la condanna a condizione che procedessero alla loro persecuzione e allo sterminio. I due nobili non accettarono le condizioni imposte ed allora il viceré gli intimò di presentarsi a Cagliari per giustificare il loro operato con la minaccia di applicare loro una penale di 500 scudi in caso di disobbedienza.

L’attività dei criminali di Macomer (soprattutto lungo il Camino Real) era ripresa con gravi disagi per i viaggiatori; il viceré richiamò il delegato di giustizia del Marghine ordinandogli di individuarli e arrestarli.

BARONE LUDOVICO DE BLONAY
(1741 – 1745)

Ludovico De Blonay a breve distanza dalla nomina, emanò un importante pregone sull’ agricoltura nel quale stabilì che in ogni villaggio fosse nominato un censore dell’ agricoltura. Questi, eletto dalle comunità dei villaggi, doveva redigere una nota precisa delle terre aratorie esistenti in ciascun villaggio, dei gioghi impiegati per i lavori agricoli e delle terre incolte utilizzabili per la semina.

Il provvedimento fu innovativo sotto l’ aspetto sociale ed economico, infatti abilitò i membri delle comunità ad eleggere un proprio direttore comunale dell’ agricoltura e introdusse un principio democratico e di emancipazione nei confronti del potere feudale ed ecclesiastico. Il provvedimento obbligava anche il feudatario all’ adempimento delle richieste del censore.

Coinvolto nella guerra di successione, Carlo Emanuele III, che si era schierato dalla parte di Maria Teresa, siglò un patto con il quale si impegnava alla difesa dei possedimenti austriaci in Italia, in cambio del ducato di Milano. Gli oneri della guerra comportarono anche un maggiore impegno finanziario per i sardi. Per fronteggiarlo il viceré, nel 1742, chiese ai rappresentanti degli Stamenti, ai sindaci delle città e dei villaggi agli ecclesiastici l’anticipazione del reale donativo. I sardi risposero immediatamente con un’offerta di 30.000 scudi annui e proposero la creazione di un corpo militare con l’impiego di pregiudicati, condannati a pene non gravi. La proposta fu accolta positivamente.
Quando nel 1744 l’ esercito franco-spagnolo invase la contea di Nizza, la Savoia e il Piemonte attraversarono un momento difficile. Fortunatamente l’ esercito nemico, per una serie di circostanze, si ritirò in territorio francese e Carlo Emanuele, con un editto del 30 Luglio, ordinò la confisca dei beni spagnoli nell’ isola e negli altri territori del Regno. Si dimostrò un provvedimento duro e difficile da applicare, soprattutto in Sardegna, dove i possedimenti erano di dimensioni eccezionali. Molti nell’ isola cercarono di evitare il severo provvedimento; fra questi il nobile macomerese don Francesco Salaris Y Sanjust.

GIUSEPPE MARIA DEL CARRETTO
DI SANTA GIULIA
(1745 – 1748)

Giuseppe Maria del Carretto di Santa Giulia condusse una lotta senza quartiere contro il banditismo. Il fenomeno infatti si manifestò nel Logudoro dove le bande si erano riorganizzate. Il viceré emanò nuove disposizioni con l’introduzione di tempi di applicazione più ristretti e rigorosi, con maggiore puntualità nell’istruttoria dei processi, tempestiva condanna all’esilio e denuncia per i protettori dei criminali.

Inizialmente del Carretto intavolò trattative anche con i capi delle bande dei criminali, ma non concluse nulla di soddisfacente; allora organizzò la cattura del bandito Marceddu e dei suoi seguaci che terrorizzavano le contrade del Logudoro.

Nel 1747 l’ufficiale in carica, responsabile della contrada del Marghine, Antonio Francesco Marcello con l’aiuto di altri ufficiali, organizzò un’azione congiunta nel tentativo di sgominare la banda. Coinvolse molti prinzipales nell’azione diffondendo un elenco dei banditi da arrestare.

Il viceré era costantemente aggiornato dai suoi collaboratori più fidati, ma nonostante l’efficienza informativa, non ottenne mai una buona capacità organizzativa. La situazione rimase pressoché immutata.

PRINCIPE EMANUELE DI VALGUARNERA
(1748 – 1751)

Nell’ottobre del 1748 il marchese di Santa Giulia fu sostituito dal cavaliere don Emanuele dei principi di Valguarnera, capitano di compagnia della Guardia del corpo di Carlo Emanuele III.

Sin dal principio del suo mandato il nuovo viceré fu molto impegnato nella lotta contro il banditismo. Il collegamento delle bande dei Delitala e dei Pintus con quella di Leonardo Marceddu di Pozzomaggiore moltiplicò le azioni criminali e il Valguarnera s’impegnò a fondo con un piano d’attacco.

In una prima fase si servì dell’ausilio e dell’esperienza di alcuni commissari per la spedizione armata nel nord dell’isola, cercando di creare tanti fronti d’attacco quanti erano i distretti dove era più intensa l’attività criminale. Le meticolose disposizioni impartite ai commissari documentano la sua determinazione nell’organizzare l’offensiva: bisognava attaccare i banditi solo nei casi in cui ci fossero state le condizioni per sconfiggerli, impartire l’ordine di sparare all’eventuale reazione dei criminali dopo l’intimazione di resa, uccidere e presentare i corpi alla giustizia; i banditi catturati catturati vivi dovevano essere condotti a Sassari ed essere processati e condannati possibilmente nel giro di un giorno.

Il viceré teneva una fitta corrispondenza con i commissari e con i delegati di giustizia delle contrade maggiormente interessate dalla criminalità. Fu molto intensa l’attività svolta dal Pala, suo collaboratore e corrispondente, nel portare a termine diverse azioni di particolare importanza.

Nel dicembre dello stesso anno, il viceré emanò ancora un pregone che consentiva a chiunque di ricevere un compenso per la cattura dei capi banda e ogni anno doveva essere rinnovato e pubblicato un catalogo dei banditi condannati in contumacia. Il pregone divenne dunque uno strumento legislativo di grande operatività e i risultati che si raggiunsero furono alquanto lusinghieri.

Nel 1750 il Valguarnera iniziò ad interessarsi dei problemi economici e sociali e delle condizioni dei coloni tunisini e greci che risiedevano nell’isola.

Introdusse nell’isola la coltivazione dell’erba soda (salicornia), che ebbe un notevole sviluppo, tanto che nel giro di una ventina d’anni, si passò ad una coltivazione estesa e mirata alla commercializzazione del prodotto.

Durante il viceregno del Valguarnera il re suggerì la convocazione del Parlamento per esaminare i problemi complessivi dell’isola e rivedere il ricavato dei tributi; il viceré decise dunque di indire un nuovo censimento.

Dal 1728 la popolazione dell’isola ebbe un incremento di oltre cinquantamila unità, ma ripopolare la Sardegna quasi deserta e per di più infestata dalla malaria non era certo semplice. Nelle tante zone ancora deserte, ma fertili, non potevano essere trasferiti contadini sardi già impegnati nelle superfici coltivate.

La politica del governo piemontese fu quindi indirizzata ad una colonizzazione con l’impiego di elementi stranieri. Non tutti i tentativi però andarono a buon fine.

Un altro freno alla politica di ripopolamento era allora costituito dall’alto tasso di mortalità dovuto alla malaria, alle epidemie ricorrenti, alla miseria, alle condizioni precarie dei centri abitati, alla mancanza d’igiene in generale. In simili condizioni, col regime promiscuo delle terre e col pericolo continuo degli sconfinamenti del bestiame, l’agricoltura era in decadenza. Il contadino non aveva più stimoli a produrre e il reddito annuo veniva commisurato all’indispensabile.

In presenza di uno scenario economico così modesto, l’iniziativa commerciale e industriale non poteva trovare alcuno spazio.

Nonostante ciò, il governo piemontese favorì la nascita di manifatture locali, ma nella maggior parte dei casi i risultati furono

Il Valguarnera concluse il mandato nel 1751.

CONTE GIOVANNI BATTISTA CACHERANO DI BRICHERASIO
(1751 – 1755)

Il conte Giovanni Battista Cacherano di Bricherasio nella prima fase del suo viceregno, constatata la difficile situazione dell’ordine pubblico, promosse un riordinamento della legislazione vigente con l’introduzione di nuove e più rigorose disposizioni. Introdusse l’obbligo di redigere un rapporto di servizio con l’indicazione dell’itinerario, della data , e dei nomi dei miliziani di turno, poiché si erano verificate delle negligenze nei servizi di ronda. Ordinò ai feudatari, ai baroni, agli ufficiali regi e di giustizia di dividere in “cussorgie” i territori di ogni contrada, a capo di ognuna delle quali doveva essere nominato un caporale col compito di impedire eventuali danni ai seminati e al bestiame. Il viceré pretese inoltre il rilascio di certificati di condotta e la descrizione dei connotati per le persone trasferite di residenza. Stabilì l’obbligo, per chiunque desse ospitalità a persone di qualunque grado sociale, di denunciarne la presenza alle rispettive Curie d’appartenenza e il divieto agli osti e ai tavernieri di offrire cibo e ospitalità ai banditi. Sancì una disposizione che permetteva agli ufficiali di giustizia di controllare trimestralmente i territori degli abitati appartenenti alla loro giurisdizione.

Nel 1752 il viceré emanò una legge sugli arresti dei criminali e sul servizio di ronda nei litorali dell’isola, l’anno successivo una legge riguardante la donazione dei lasciti ad un convento di ragazze povere.

Nel 1753 diffuse una circolare ai ministri di giustizia con lo scopo di reclutare soldati per la fanteria.

Nel 1754 emanò un pregone riguardante i diritti da rivendicare nei porti dell’isola e una clausola aggiunta alla circolare che obbligava le curie a fornire un resoconto preciso sulla situazione del bestiame.

Per sviluppare l’economia sarda, il viceré si occupò del controllo delle zone in cui cresceva la “roccella”, utile per la colorazione dei tessuti e dell’alabastro.

Inoltre, perfezionò il sistema di controllo della produzione del frumento, orzo e legumi, pretendendo un resoconto annuale dagli ufficiali di giustizia responsabili delle contrade; sollecitò la lavorazione del cuoio e delle pelli per favorire l’impianto di qualche fabbrica di scarpe.

Il Bricherasio fu un convinto sostenitore della politica di ripopolamento dell’isola e cercò di incentivare i matrimoni assegnando ai novelli sposi terre incolte.

Alcuni dissidi con il suo intendente generale accelerarono la conclusione del suo mandato.

CONTE FRANCESCO TANA
DI SANTENA (1758 – 1762)
Da quando il Bogino assunse la sovraintendenza per gli affari della Sardegna si avvertì nell’isola la presenza di una nuova regìa politica. Furono numerosi i provvedimenti emananti sull’agricoltura, sul commercio, su questioni ecclesiastiche, sull’amministrazione pubblica, sulle truppe regolari e sulle milizie nazionali.

A richiesta del sovrano, il papa emanò un breve apostolico con cui fu abolito il diritto d’asilo nelle chiese rurali, nelle cappelle private, nelle case dei sacerdoti, nei campanili e negli orti delle chiese stesse. L’abolizione di quei privilegi comportò una revisione della legislazione vigente: con un editto reale del 1759 furono introdotte maggiori garanzie nella difesa dei criminali, stabiliti tempi più rapidi per l’istruttoria dei processi, ridotte le pene ai minori di vent’anni per i delitti più efferati, abolito l’esilio per quelli più gravi. L’editto modificò anche l’applicazione delle torture, introdusse la pena di morte per la falsificazione di atti, per i furti in luoghi sacri e per quelli di una certa entità compiuti da domestici; per i nullatenenti, oziosi o vagabondi, sancì disposizioni di tipo economico con la pena di catena per un anno.

Il viceré adottò criteri molto rigidi nella lotta alla criminalità, emanò diversi pregoni per regolare il corso di monete estere nell’isola.

In materia di sanità, nel 1759, istituì una cattedra di chirurgia a Cagliari; nominò titolare Michele Plazza, un professore dell’università di Torino incaricato di preparare giovani studenti alla professione chirurgica. Fu regolamentata con maggiore severità l’attività dei flebotomi e indetto un censimento per rilevare informazioni sulla professionalità delle levatrici.

Furono sancite pene più rigide per i disertori, riordinati i percorsi e le diposizioni per i servizi di ronda.

Nel 1759 il viceré diramò circolari per l’attuazione dell’immunità delle chiese, abbandonate e lasciate in uno stato di degrado.

Il delegato di giustizia del Marghine, Giovanni Martino Sanna, catturò quattro pericolosi criminali che imperversavano nella regione. Per l’esercizio della sua attività contro i criminali ottenne dal viceré il porto d’armi per una sofisticata pistola, da tempo vietata, detta de gancho.

Il ministro Bogino, per migliorare il riordinamento e lo sviluppo dell’agricoltura, sollecitò la riorganizzazione dei Monti frumentari in collaborazione con gli ecclesiastici.

Il viceré intervenne in modo autoritario per risolvere i problemi della comunità di Macomer, mentre lo stesso ministro Bogino si interessò al problema del prosciugamento di uno stagno che insisteva in prossimità del centro abitato.

Le numerose lamentele per i danni ai seminati pervenute dai villaggi del Marghine richiamarono l’attenzione del viceré sullo sconfinamento del bestiame nelle superfici seminate; per porre fine agli abusi stabilì con apposito pregone l’arresto dei responsabili per quindici giorni. Ai proprietari fu ordinata la recinzione delle tanche, mentre per la sosta del bestiame da macello in transito nel territorio di Macomer fu destinata un’apposita superficie.

CONTE LUDOVICO COSTA
DELLA TRINITA’(1763 – 1767)

Il conte Ludovico Costa della Trinità intensificò la sua attività legislativa con editti reali e pregoni sotto il suggerimento del ministro Bogino. Tra i provvedimenti più importanti la riorganizzazione dell’università di Cagliari e di Sassari, l’introduzione e la diffusione della lingua italiana.

Il viceré stimolò e potenziò le attività industriali con la regolamentazione della coltivazione del tabacco e l’introduzione di norme contro il contrabbando. Altri provvedimenti furono emanati per combattere l’omissione della denuncia annuale dei cereali. Fu resa obbligatoria, infatti, la rilevazione annuale dei nuclei familiari e la quantità dei cereali prodotti.

Alcuni decreti, come quello sui porti abilitati all’imbarco dei cereali da esportare, si rivelarono di difficile applicazione a causa della loro rigidità.

Il viceré introdusse ulteriori divieti riguardanti il pascolo del bestiame e l’allevamento in generale.

Al fine di concludere la lite tra il Feudo di Oliva e lo Stato, il Bogino propose un piano di risanamento che prevedeva all’interno dello stesso feudo una politica di ripopolamento, l’assegnazione di doti e l’introduzione di forestieri, il potenziamento dell’agricoltura con sistemi innovativi, il miglioramento dell’allevamento del bestiame, l’incentivazione al commercio e allo sviluppo di nuove piantagioni e manifatture. Con l’accettazione della proposta fu rimossa la confisca del feudo che durava da oltre quaranta anni e riconosciuto un indennizzo di 2500 scudi sardi per venticinque anni. Con successivo decreto il sovrano attribuì la dignità di ducato al Monteacuto, di principato all’Anglona, di marchesato al Marghine e di contea a Osilo e al Coghinas, tutte contrade appartenenti al feudo di Oliva.

CONTE VITTORIO LUDOVICO D’HALLOT DES HAYES
(1767 – 1771 )

Il ministro Bogino continuò la sua opera di rinnovamento durante il viceregno del conte Vittorio Ludovico d’Hallot des Hayes. La colonizzazione delle isole dell’arcipelago de La Maddalena diede impulso alla crescita del villaggio omonimo e creò le condizioni per la formazione di nuovi insediamenti. Nel campo economico apportò miglioramenti ai settori del commercio e dell’industria.

Il nuovo viceré contribuì al miglioramento delle condizioni nelle carceri, alla riorganizzazione delle curie e alla regolamentazione dei diritti richiesti dai notai. Contribuì anche al risanamento delle condizioni sanitarie e della viabilità, a tutelare le attività degli agricoltori e a regolamentare la vendita del bestiame.

Emanò un editto per l’amnistia concessa ai rei che avessero riportato condanne non superiori a 10 anni di carcere: consentì il recupero di tanti latitanti alla vita familiare e al lavoro dei campi; infatti, tra gli obiettivi del governo piemontese rientrava l’esigenza di aumentare la produzione annuale per coprire il fabbisogno della popolazione sarda.

Una maggiore produzione di cereali richiedeva lo scioglimento di alcuni regimi che bloccavano lo sviluppo economico dell’isola (le terre comuni, le imposizioni feudali, l’usura dei prinzipales e i sistemi arretrati di coltivazione).

Il Bogino capì che era necessario limitare se non abolire il potere dei feudatari per avviare lo sviluppo economico, ma abbandonò questa idea per la sua irrealizzabilità.

Nel 1767 il viceré regolamentò l’amministrazione dei Monti Granatici con nuovi criteri di gestione affidati a diversi organismi di coordinamento e di controllo.

A Cagliari fu istituita infatti una giunta generale presieduta dal viceré con la funzione di sovrintendere alla realizzazione e alla gestione di tutti i Monti Granatici del regno. In seguito in ogni città e in ogni villaggio nacque una giunta.

Tra i compiti di quest’ultima rientrava l’estensione delle superfici da coltivare per garantire raccolti annui sufficienti al fabbisogno alimentare e all’esportazione, ma soprattutto per evitare il ricorso al prestito degli usurai da parte dei poveri.

Inoltre la giunta doveva scegliere i terreni comuni da lavorare gratuitamente, censire il numero dei gioghi e degli zappatori, accertare le quantità seminate e raccolte, registrare i prestiti per la semina e la loro restituzione.

Nella seconda metà del Settecento la dotazione comunale dei terreni divenne sempre più insufficiente sia per l’aumento demografico sia per l’aumento del bestiame; ciò causò conflitti sempre più frequenti tra contadini e pastori.

Il ministro Bogino si interessò anche delle questioni ecclesiastiche, infatti vennero emesse due bolle papali, secondo le quali alle parrocchie fu imposta la nomina di vicari perpetui con l’assegnazione di una congrua non inferiore a 50 scudi per il mantenimento del sacerdote.

Il viceré, con un pregone nel 1768, emanò disposizioni riguardanti le festività e la loro osservanza: niente attività lavorative; niente balli, giochi e chiusura di bar e locande. Con un altro, nel 1770, regolò l’esercizio e la frequenza della dottrina cristiana.

Des Hayes compì una visita nell’isola per verificare personalmente lo stato della popolazione e il funzionamento delle istituzioni; la visita durò tre mesi.

Nel corso dei colloqui con i sindaci censori il viceré fu informato di particolari aspetti all’interno delle comunità: gli uomini al suo servizio ispezionarono i locali delle Curie, dove furono riscontrate negligenze.

Durante i suoi viaggi nel Marghine, si preoccupò di far pervenire disposizioni e risposte ai problemi propostigli.

Si interessò, in base alle notizie acquisite dalle comunità isolane, a riformare le amministrazioni locali, introducendo nuove regole per la tutela dei cittadini, dei villici e dei poveri. Istituì l’elezione di un consiglio in ogni comunità, i cui rappresentanti appartenevano ai tre ordini di persone: primo (nobili, cavalieri e laureati), mezzano (negozianti, notai e cittadini viventi di proprie entrate) e infimo (mercanti, bottegai). Il più votato del primo ordine sarebbe stato sindaco per il primo anno; negli anni seguenti i più votati degli altri due. Rispetto al passato questo decreto conferiva l’autorità di riunirsi ed amministrarsi senza il benestare dei feudatari, i quali venivano limitati nelle questioni di vita locale.

I consigli furono posti sotto la protezione reale e i viceré, i magistrati e i governatori furono investiti dell’autorità di intervenire contro chiunque avesse intralciato la loro attività (disposizione emanata per contrastare le reazioni dei baroni).

I consigli dovevano salvaguardare le comunità da nuove imposizioni del potere feudale, impedire l’usurpazione dei territori, non abusare nell’imposizione dei comandamenti, salariare equamente i lavoratori, organizzare la riscossione delle rendite e del reale donativo, gestire l’ordinaria amministrazione.

Sulla base del riordinamento monetario del Piemonte anche in Sardegna fu emanato un editto reale per la coniazione del carlino, del mezzo carlino e della doppietta, la moneta in uso, in oro, perché l’erosione del metallo delle monete circolanti creava gravi danni e ne riduceva il potere d’acquisto.

Furono introdotte inoltre nuove regole per il pascolo del bestiame, la cura delle vidazzoni, l’allevamento dei cavalli e la salvaguardia dei boschi.

Il viceré Des Hayes concluse il suo mandato nel 1771: con lui si chiuse uno dei periodi più fecondi di riforme.

REGNO DI VITTORIO AMEDEO III

CONTE ANTONIO FRANCESCO GALLEAN DEI CAISSOTTI DI ROBBIONE
(1771 – 1773)

Il conte di Robbione succedette nel 1771 al conte Des Hayes. I primi quattordici mesi di attività coincisero con l’ultimo periodo di vita Carlo Emanuele III e di servizio del ministro Bogino.

Nel 1771 fu emanato l’editto sui consigli comunicativi già messo a punto dal suo predecessore.

Nel 1772 emanò il suo primo pregone con nuove disposizioni sulle volontà testamentarie ed uno successivo sul valore di scambio della nuova moneta spagnola, per consentirne la circolazione anche in Sardegna. Dopo la morte del re Carlo Emanuele seguirono altri due pregoni riguardanti la materia monetaria.

Le spese per la riparazione del ponte di Illorai suscitò le lamentele dei consiglieri di Macomer; Robbione rammentò che con il nuovo regolamento dei Consigli comunicativi, le spese per le opere pubbliche non venivano imposte come nel passato dal potere feudale, ma deliberate dalle comunità e rese pubbliche senza l’intervento del viceré.

In occasione di una visita pastorale che il vescovo di Alghero doveva intraprendere nel Marghine e nel Goceano, il viceré, invitò i delegati di giustizia a garantire da parte delle popolazioni di quelle contrade a manifestare al vescovo la venerazione che meritava, a rispettarlo secondo i principi della religione, a concorrere alle spese necessarie per la visita.

Pretese un censimento di tutti gli ecclesiastici ed i civili residenti nel Marghine esenti dal pagamento di tributi; dovevano essere compresi anche i notai con l’indicazione delle esenzioni godute.

A causa della scarsa raccolta del 1772, i contadini ebbero difficoltà nel pagamento delle decime, dei diritti baronali e nella restituzione al Monte Granatico del grano utilizzato per la semina. Il Consiglio Comunicativo chiese una dilazione; Robbione concesse solamente la dilazione del pagamento dei diritti baronali.

Quando Vittorio Amedeo III salì al trono nel 1773, dispose subito l’esonero del Bogino dalla sua importante carica politica e pubblica. La carica di viceré di Robbione terminò nel novembre del medesimo anno.

CONTE FILIPPO FRANCESCO DELLA MARMORA
(1773 – 1777)

Il conte Filippo Della Marmora diede attuazione al provvedimento di soppressione della Compagnia dei Gesuiti decretato da Clemente XIV.

Si interessò al problema dei carcerati della Curia di Macomer che vivevano in condizioni precarie ed erano scarsamente alimentati. Accertò che le condizioni erano pressoché simili in tutte le carceri dell’isola e caratterizzate da forti disparità tra Sassari e Cagliari. Pretese di estendere ai carcerati di Sassari il trattamento riservato a quelli di Cagliari. Per dare conforto ai detenuti propose la costruzione di cappelle per la celebrazione della messa imputando i costi alla Regia cassa.

Con l’esonero del Bogino, si diffuse un permissivismo e un’eccessiva tolleranza, infatti molti contadini non denunciarono il loro raccolto annuale. Così fu pubblicato un pregone per sollecitare alla popolazione la denuncia dei propri bene elevando le pene per le denunce omesse.

Fu emesso un altro provvedimento per frenare l’evasione del donativo da parte di molti ecclesiastici. Fu modificato l’editto per la formazione dei consigli comunitativi: nella elezione dovevano essere preferiti coloro che disponevano di maggiori ricchezze.

L’incremento della popolazione nel Marghine e le migliorate condizioni economiche determinarono una carenza di terre coltivabili. La crisi esplose soprattutto tra la comunità di Macomer e quella di Borore. L’intervento del viceré attenuò le tensioni, ma negli anni successivi la crisi riprese e si concluse con una lite che durerà decenni.

Il Della Marmora obbligò i contadini che avevano ricevuto delle quote per la semina, a restituirle dopo il raccolto, pena la carcerazione. Migliorò lo stato di alcune chiese in rovina.

CONTE FRANCESCO LASCARIS DI CASTELLAR DI VENTIMIGLIA
(1777 – 1780)

Il conte di Ventimiglia, sollecitato dalle proteste dei vassalli del marchesato del Marghine e del ducato di Monteacuto per gli abusi del reggitore Giraldi nella gestione dell’amministrazione e della giustizia locale, informò le duchesse di Benavente, titolari del feudo. In particolare il reggitore, nel corso delle sue frequenti visite, pretendeva dai vassalli prestazioni personali e regalie non dovute, imponeva ai sindaci e ai barracelli di ciascun villaggio il pagamento di sei lire, amministrava la giustizia con leggerezza lasciando impuniti tanti reati, intimidiva chi protestava con minacce e archibugiate alle porte e alle finestre delle loro abitazioni. Il podatario del feudo, don Cesare Baylle, esonerò il Giraldi e lo sostituì con un nuovo reggitore, don Giovanni Musso incaricandolo di indagare sulla situazione esistente. Il nuovo incaricato si recò in visita in tutti i villaggi del feudo, ascoltò i sindaci, i consiglieri e i responsabili dei vari servizi sui comportamenti del Giraldi e sugli abusi compiuti. A conclusione dell’indagine Musso pubblicò un’ordinanza con cui impose la salvaguardia dei seminati dagli sconfinamenti del bestiame, il divieto agli ufficiali di giustizia di compiere abusi nell’amministrazione della giustizia, di pretendere prestazioni personali non previste e riscuotere tributi non dovuti. L’intervento determinante del viceré contribuì a far cessare gli abusi a danno dei vassalli.

Fra le iniziative del conte di Ventimiglia, rientrò il trasferimento della preziosa biblioteca dei Gesuiti all’Università di Cagliari e l’inaugurazione del nuovo seminario a Cagliari.

Fu il primo viceré a proporre presso la corte di Torino l’assunzione di sardi negli impieghi che venivano solitamente svolti dai piemontesi. Inoltre sollecitò le diocesi ad introdurre in tutta l’isola la coltura di alberi, in particolare, di quelli da frutto.

L’annata del 1779 fu caratterizzata da una profonda crisi dei raccolti, infatti fu immediatamente imposta la restituzione del grano ai monti Granatici per evitare l’indebitamento degli agricoltori in occasione della semina. Il re inviò dal Piemonte una provvista di quattromila sacchi di frumento, ma la carestia fu inevitabile e la popolazione abbandonò i villaggi per trasferirsi nelle città. A Sassari nel 1780 scoppiò una rivolta, proprio a causa della mancanza di viveri.

La crisi fu di stimolo alla creazione dei Monti di soccorso, un organismo strettamente legato ai Monti frumentari realizzato per concedere prestiti in denaro agli agricoltori per le spese del raccolto, l’acquisto di animali e di attrezzature.

Nel settembre dello stesso anno, a causa della mancanza di denaro liquido, furono stampati dei biglietti di credito da venti scudi.

L’incarico al conte di Ventimiglia ebbe termine nel 1780.

MARCHESE CARLO FRANCESCO VALPERGA
(1780 – 1782)

Carlo Francesco Valperga ricoprì la carica di ministro di Vittorio Amedeo III.

Fra i principali provvedimenti il sostegno della proposta degli Stamenti di destinare la somma di 15.000 scudi alla costituzione di un’azienda di formazione e riparazione dei ponti e delle strade nell’isola. Fu creata una giunta generale di cui facevano parte anche tre rappresentanti degli Stamenti. Il programma dell’azienda prevedeva la costruzione di due strade principali: una da Cagliari a Sassari, denominata strada di ponente, l’altra da Cagliari all’Ogliastra, strada di levante.

L’aumento della popolazione e le migliorate condizioni economiche influirono sui consumi alimentari, in particolare su quello della carne maggiormente diffuso nelle città. Le crescenti richieste di bestiame da macello influirono negativamente sull’agricoltura perché molti contadini, per pagare i debiti, misero in vendita il bestiame da lavoro. Per arginare il fenomeno il viceré emanò un pregone con nuove regole sulla compravendita del bestiame, sulla macellazione, sui prezzi di vendita. Furono così limitate le macellazioni non autorizzate e stabilite severe pene per i contravventori. Fu vietata la vendita della carne in luoghi non autorizzati e stabilito un prezzo per le città e per i villaggi. Il provvedimento limitò il ricorso alla macellazione del bestiame da lavoro, ma impose un prezzo politico soprattutto agli allevatori di cui, in quel tempo, s’ignoravano i costi di produzione. Di questo ne risentirono maggiormente le regioni dell’isola dove l’allevamento era maggiormente diffuso, fra queste il Marghine.

A Macomer, capitale del Marghine, l’incremento dell’allevamento del bestiame e il traffico di quello in transito verso i mercati di Cagliari e di Sassari richiamò l’interesse dei ladri che si moltiplicarono in tutto il marchesato con un notevole aumento dei reati. Il consiglio comunitativo ricorse al viceré. Fu inviato un delegato speciale con poteri particolari per fronteggiare la situazione. Con decisione il delegato procedette all’arresto di numerosi malviventi per la cui detenzione fu necessario ricorrere anche alle carceri di altri villaggi del feudo.

Al termine del suo mandato autorizzò la stipula di una convenzione con un chirurgo per garantire l’assistenza sanitaria alla comunità di Macomer.

Valperga concluse il suo mandato nel novembre del 1782.

CAVALIERE ANGELO MARIA SOLARO DI MORETTA
(1783 – 1787)

 

Il cavaliere di Moretta assunse l’incarico di viceré nel 1783.

Nel 1784 avviò delle trattative con i francesi per uno scambio dell’isola con la Corsica. Inoltre attuò altre trattative con gli austriaci per lo scambio della Sardegna con un territorio interno più conveniente al re.

Per limitare dannose conseguenze agli agricoltori, nei casi di procedure esecutive, emanò un pregone che consentiva il sequestro del grano limitatamente alle quantità eccedenti quelle necessarie al sostentamento della famiglia. Per garantirli contro le azioni dei creditori autorizzò il deposito delle riserve di grano riservate al fabbisogno familiare presso i Monti granatici. Agli agricoltori, invece, fu vietata la vendita del bestiame da lavoro, salvo che non fosse destinato ad altri agricoltori.

Durante il suo viceregno furono realizzate le prime opere stradali previste dal programma dell’azienda ponti e strade. Per la circolazione sulle nuove strade fu resa obbligatoria la revisione dei cerchi di ferro dei carri trainati da buoi.

Il viceré si interessò per garantire il rifornimento della carne per la beccheria di Cagliari dal marchesato del Marghine.

Per garantire la celebrazione delle funzioni spirituali nel villaggio di Mulargia, la cui parrocchia non poteva disporre del servizio di un parroco per l’esiguità del gettito delle decime, il viceré Solaro interessò il vescovo d’Alghero di intervenire. Gli suggerì di far gravare le spese sul prebendato di Macomer al quale affluivano anche le decime dei mulargesi.

CONTE CARLO FRANCESCO THAON
DI S. ANDREA
(1787 – 1790)

Il conte Carlo Francesco Thaon di S. Andrea prestò giuramento il 4 Luglio del 1787.

Egli s’interessò alla coltura del cotone con l’intento di introdurre in Sardegna un prodotto utile per l’esportazione e, con il medesimo scopo, promosse la coltivazione dei gelsi e dei bachi da seta.

Emanò nel 1787 un pregone che introduceva nuove disposizioni riguardanti l’Università di Cagliari. L’anno successivo ne emanò un altro inerenti alle ronde militari.

Promosse la costruzione di una accademia agraria per migliorare la situazione isolana e mostrò interesse anche al grave problema sanitario.

Alla fine del 1788 sull’isola si abbatté un’ insolita nevicata, il viceré fece un rapporto al sovrano per informarlo della grave calamità. Di S. Andrea informò il re sull’impreparazione dei sardi a fronteggiare tale calamità e l’assoluta mancanza di ricoveri per il bestiame. Con apposito editto reale fu abolito per gli allevatori ed i pastori l’obbligo di fornire il bestiame per il fabbisogno delle città. Venne abolita l’imposizione del prezzo e data facoltà di vendere secondo la convenienza.

L’aumento demografico che si manifestò nella comunità di Borore spinse molti vassalli a recintare e ad edificare su terreni soggetti al regime di promiscuità. Questi abusi diedero origine a forti contrasti anche con la vicina comunità di Macomer con la quale già da diversi anni era in corso una lite per questioni relative all’uso delle terre. Su ordine del viceré il reggitore emanò un’ordinanza che vietò la costruzione e le recinzioni non autorizzate. Controversie e atti di ribellione per l’insufficienza delle terre si registrarono anche in altri villaggi del Marghine e del Capo di sopra: erano i segni premonitori dell’insofferenza dei vassalli contro il potere feudale.

Il viceregno del conte di S. Andrea si concluse nel Settembre del 1790

COMMENDATORE VINCENZO BALBIANO
(1790 – 1794)

Il commendatore Vincenzo Balbiano subito dopo l’elezione si occupò di alcuni problemi riguardanti l’isola. Richiamò l’attenzione del sovrano sull’opportunità di chiamare dei sardi a ricoprire incarichi nel pubblico impiego, propose il potenziamento delle forze di polizia. S’interessò anche al problema dell’istruzione. Era convinto di poter introdurre in Sardegna metodi e testi in uso nelle scuole di Torino. Col vescovo di Alghero s’interessò al numero delle scuole esistenti nella Diocesi, al numero degli insegnanti, alle possibilità di reperire dei fondi per l’apertura di nuove scuole. Gli eventi che seguirono a breve distanza interruppero l’iniziativa.

La politica del governo piemontese in quegli anni era influenzata dalla presenza di tanti nobili fuorusciti dalla Francia, mentre i savoiardi fuorusciti facevano pressioni sul governo rivoluzionario per aprire le ostilità col Piemonte. A Torino, centro di intrighi con l’Austria e con la Prussia per una crociata antifrancese, Vittorio Amedeo III aveva avviato iniziative diplomatiche per un’alleanza contro la Francia.

Quando l’esercito rivoluzionario invase la Savoia e successivamente la contea di Nizza entrambe furono annesse alla Francia. In Sardegna, insieme alle notizie delle vittorie francesi giunsero le raccomandazioni di organizzare la difesa dell’isola perché si temeva una sua possibile invasione.

Il viceré Balbiano, come responsabile dell’incarico ricoperto, non assunse le misure necessarie per organizzare la difesa dell’isola; il suo atteggiamento infatti suscitò dei sospetti.

Il senso di responsabilità della classe dirigente sarda sopperì all’atteggiamento di indecisione del viceré. I rappresentanti degli Stamenti s’impegnarono a fondo in una serie di iniziative per esortare le popolazioni ad organizzare e partecipare alla difesa dell’isola. Pervennero offerte di collaborazione, di denaro, di cavalli, di altre offerte consistenti; numerosi i volontari che si presentarono per essere addestrati. Forse sollecitato dal quel clima di tensione e di fermento organizzativo anche il viceré si dimostrò più disponibile a collaborare nell’organizzazione della difesa. Informò il sovrano di avere convocato le prime tre voci degli Stamenti per informarli sulle iniziative da assumere per la difesa dell’isola e per ascoltare i loro suggerimenti.

Il 21 dicembre comparve nel golfo di Cagliari la flotta francese; era comandata dagli ammiragli Truguet e La Touche Treville. Una tempesta improvvisa costrinse la formazione a spostarsi verso l’Africa ma, a distanza di qualche settimana, le navi si riunirono nel golfo di Palmas dove avevano trovato rifugio. Il 29 dicembre alcune di esse si presentarono nuovamente nel golfo di Cagliari suscitando molto panico fra la popolazione.

Gli Stamenti deliberarono la chiamata alle armi di quattromila miliziani e la convocazione del consiglio di guerra. Il viceré ordinò un reclutamento di uomini fra i diciotto e i cinquanta anni.

Nel gennaio 1793, Balbiano si impegnò nel reclutamento di milizie, diramò circolari con l’ordine di reclutare i migliori uomini tra i 28 e i 50 anni ai quali sarebbe stata corrisposta una paga giornaliera; stabilì delle pene contro chiunque manifestasse solidarietà ai francesi.

Da ogni parte dell’isola accorsero a Cagliari volontari per essere arruolati; numerose le offerte di vettovaglie, di denaro e di cavalli, soprattutto da parte dei nobili e del clero preoccupati per la loro sorte. Anche nei centri abitati dell’interno si organizzarono corpi di volontari; alla fine di gennaio il governo dell’isola disponeva di un corpo di fanteria e di cavalleria forte di circa seimila volontari, tanti altri erano disponibili per l’impiego.

La flotta francese, dopo aver occupato le isole di San Pietro e di S. Antioco, il 22 gennaio si presentò nel golfo di Cagliari. Dopo alcuni incidenti che causarono morti e feriti, i francesi il 27 gennaio iniziarono il bombardamento della città fino al giorno successivo, quindi le navi si ritirarono per riparare le avarie.

Il 12 febbraio, dopo una serie di preparativi, una parte della flotta gettò le ancore di fronte alla spiaggia di Quartu, le altre navi scatenarono un forte bombardamento contro la città e contro le fortificazioni esistenti tra Cagliari e Quartu.

Il 14 febbraio sbarcarono sul litorale di Quartu 4000 uomini. Le milizie schierate a difesa del luogo si dispersero terrorizzate dal fuoco dei cannoni. I francesi si misero in marcia verso Cagliari protetti dal fuoco dei cannoni della flotta.

Nel corso della notte un’avanguardia delle forze francesi portatasi a ridosso delle postazioni sarde fu accolta da cannonate e da scariche di fucileria. Convinti di essere attaccati i francesi retrocedettero, ma dalle loro postazioni furono esplose altre scariche di fucileria nella convinzione che si trattasse di un attacco dei miliziani sardi. Il panico diffusosi nel buio della notte provocò altre scariche di fucileria fra le stesse truppe francesi causando molti morti, mentre i sardi non si erano mossi dalle loro postazioni. Alla luce del giorno i francesi terrorizzati ripiegarono sulla spiaggia per essere reimbarcati. Dopo alcuni giorni la flotta lasciò il golfo di Cagliari.

La sconfitta della flotta francese fu accolta a Torino e negli altri stati europei come un segnale di buon auspicio per quelli che avrebbero dovuto sostenere l’urto degli attacchi francesi.

La vittoria fece maturare nei sardi la consapevolezza che potevano essere assunte altre importanti iniziative nella gestione politica, sociale ed economica dell’isola. La classe dirigente decise di sottoporre all’attenzione del re un documento con cinque precise richieste (cinque domande) comprendenti la convocazione decennale del Parlamento, la riconferma degli antichi privilegi sanciti dalle leggi del Regno, il conferimento ai soli sardi degli impieghi ad eccezione di quello del viceré, l’istituzione di un ministero per gli Affari di Sardegna a Torino e di un Consiglio di Stato a Cagliari. La delegazione sarda con le domande partì per Torino nel settembre del 1793.
I delegati trascorsero diversi mesi a Torino senza essere stati mai interpellati dall’apposita commissione incaricata di esaminare le richieste e di esprimere un parere in merito; l’esito delle richieste fu inviato direttamente a Cagliari ignorando la loro presenza nella capitale. Un grave affronto che umiliava la dignità dei sardi e le loro aspirazioni autonomistiche mettendo in luce la politica reazionaria di Vittorio Amedeo III e dei suoi uomini di governo.

Il rifiuto ad un popolo che aveva dimostrato attaccamento e fedeltà alla corona e respinto l’attacco dei francesi creò malumore fra la gente dell’isola, soprattutto a Cagliari dove gli atteggiamenti provocatori dei piemontesi contribuivano a fare esplodere la collera popolare e di quei rappresentanti degli Stamenti ai quali non erano stati concessi incarichi ed impieghi. In diversi villaggi dell’isola, intanto, ci furono forti manifestazioni di protesta contro la pressione fiscale aggravata dagli scarsi raccolti di quegli anni.

In quel clima maturò una rivolta contro il governo e contro la burocrazia piemontese. Era stata programmata per il 4 maggio, giorno di rientro del simulacro di S. Efisio, ma il viceré ne venne a conoscenza. Ordinò l’immediato arresto dei presunti organizzatori: gli avvocati Vincenzo Cabras e Bernardo Pintor che furono incarcerati nella torre di San Pancrazio. L’arresto fu la scintilla che fece esplodere la rivolta. La popolazione insorse, abbatté le porte del Castello, travolse la guarnigione uccidendo uno dei comandanti, raggiunse la prigione e la residenza del viceré: i prigionieri furono liberati: era il 28 aprile 1794. L’ira popolare si scatenò grido di “Viva il Re e fuori i piemontesi”. Nei giorni seguenti nel porto di Cagliari furono imbarcati 514 piemontesi compreso il viceré Balbiano. Anche i piemontesi residenti a Sassari , Alghero e in altre parti della Sardegna subirono lo stesso trattamento.

Il governo dell’isola fu assunto dagli Stamenti e dalla Reale Udienza per oltre quattro mesi; il 6 settembre 1794 giunse a Cagliari il nuovo viceré don Filippo Vivalda.

MARCHESE FILIPPO VIVALDA
(1794 – 1799)

 

In Sardegna, dopo la cacciata dei Piemontesi, si creò una situazione di tensione sociale nell’attesa che da Torino giungesse la risposta favorevole del sovrano sulle cinque richieste presentate dagli Stamenti.

Il viceré Filippo Vivalda, uomo di carattere debole ed indeciso, fu favorevole alle forze più progressiste dell’isola, ma questo suo atteggiamento influì negativamente sulla formazione politica più conservatrice guidata dal marchese della Planargia e dal Cavalier Pitzolo. Il marchese della Planargia sosteneva lo scioglimento delle milizie rivoluzionarie che avevano contribuito alla cacciata dei piemontesi, il cavalier Pitzolo mirava a rendere pubblica la lista dei promotori della ribellione del 28 aprile e dei loro seguaci. Il loro progetto di restaurazione fu contrastato dal movimento dei democratici e dai club dei giacobini con una forte propaganda e la diffusione di scritti politici e satirici. Giomaria Angioy fu uno dei principali animatori di quei movimenti, convinto sostenitore di un rinnovamento dell’assetto economico e sociale dell’isola, contro la politica conservatrice del governo. Gli atteggiamenti e le azioni del Pitzolo e del Planargia aumentarono la tensione popolare; la nomina di alcuni magistrati imposti da Torino animarono il vento della ribellione.

Il 6 luglio 1795 gli Stamenti si pronunciarono per destituire Planargia e Pitzolo, ma il viceré esitò circa il modo di agire, lasciandoli in mano al popolo che assassinò il primo e trucidò il marchese dapprima imprigionato nella torre dell’Elefante.

La classe dirigente sassarese, rappresentata in prevalenza dal potere feudale del Capo di Sopra, condannò i due delitti attribuendone la responsabilità al partito giacobino. I rappresentanti sassaresi degli Stamenti disertarono le riunioni.

Intanto nel Capo di sopra, la forte propaganda antifeudale aveva coinvolto diversi villaggi nella sottoscrizione di un atto di indipendenza dai feudatari e nella richiesta di riscatto dei feudi. La nobiltà e la classe dirigente sassarese, scosse dall’incalzare di tanti avvenimenti che minacciavano la loro sopravvivenza, contrastarono la politica di Cagliari e meditarono un processo di secessione.

Nell’organizzazione di quel processo furono coinvolti il governatore e l’arcivescovo di Sassari.

La situazione peggiorò con l’arrivo a Sassari di una lettera anonima che accusava i democratici di Cagliari di aver richiesto l’intervento armato dei francesi. Per reazione, il governatore, sollecitato dal giudice Flores della Reale Governazione, chiese l’intervento militare degli inglesi mettendo al corrente della situazione il sovrano ed informando volutamente il viceré con forte ritardo.

Il giudice Flores fu arrestato e pubblicato un bando che metteva in guardia i sassaresi contro il rischio della guerra civile; il viceré e gli Stamenti chiesero l’intervento del Pontefice per chiarire al re la difficile situazione.

Intanto i Consigli comunitativi del Capo di sopra, a sostegno dei contadini che si opponevano al pagamento dei tributi baronali, chiesero l’intervento del viceré; fu emanata una circolare che invitava i sindaci a denunciare le imposizioni dei tributi abusivi.

I secessionisti sassaresi chiesero al governo la separazione da Cagliari e il 12 ottobre 1795 il governatore di Sassari emanò una circolare per proibire l’esecuzione di qualunque ordine superiore non accompagnato dall’autorizzazione del governo stesso.

In risposta il 23 ottobre Vivalda dichiarò la circolare di nessun valore tramite un pregone emanato con il consenso della Reale Udienza e incaricò una commissione di tre commissari. Nel dicembre un esercito composto da popolani costrinse Sassari alla resa; il governatore di Sassari e il viceré furono arrestati e condotti a Cagliari.

L’ impresa accentuò la divisione tra democratici, progressisti e moderati. Intanto a Sassari le rivendicazioni nelle campagne provocarono un forte movimento antifeudale. Per controllare la situazione il governo investì il giudice Giomaria Angioy dell’alta carica di alternos e lo fece partire alla volta di Sassari. Lungo il tragitto fu accolto festosamente nei vari villaggi attraversati.
Giunto a Sassari, Giovanni Maria Angioy avviò la riorganizzazione della Reale Governazione, dispose il riassetto della forza di polizia e curò l’approvvigionamento del grano; inoltre attuò opere pubbliche, migliorando le condizioni economiche dei lavoratori più poveri.

Diversi feudatari si erano allontanati da Sassari ed avevano organizzato una congiura per sopprimere Angioy; alcuni nobili furono arrestati.

Nelle popolazioni maturava una crescente aspettativa per il riscatto dei feudi e una consapevolezza che la coesione esistente nella rivendicazione dei loro diritti apriva, in prospettiva, la possibilità di partecipare alle decisioni politiche. La situazione sempre più incandescente del Capo di sopra insinuò fra gli amici di partito che Angioy sostenesse soltanto l’interesse dei vassalli a danno dei feudatari, ma anche della borghesia della capitale. Nacquero i primi contrasti: Angioy si oppose all’impiego dei miliziani per obbligare i vassalli al pagamento dei tributi, a Cagliari fu soppresso il Giornale di Sardegna e sottratta alla Reale Governazione l’indagine sulla congiura contro Angioy. Ebbero così inizio una serie di atti per screditare l’alternos da parte dei suoi maggiori sostenitori.

Quel clima di ostilità mise in difficoltà Angioy; allora meditò di promuovere una grande manifestazione con la partecipazione delle popolazioni del Logudoro per costringere il viceré e gli Stamenti ad accogliere le rivendicazioni dei vassalli. Il 29 e il 30 maggio le delegazioni di diversi villaggi del Logudoro manifestarono a Sassari contro i tentativi di sopprimere il movimento. Il 2 giugno Angioy partì da Sassari alla volta di Cagliari alla guida di centinaia di vassalli e di rappresentanti di tante comunità del Logudoro.

Giunti a Macomer il fattore baronale si oppose all’entrata di Angioy nel villaggio per impedire che il Consiglio comunitativo sottoscrivesse l’atto di unione e concordia con gli altri villaggi del Logudoro. Quando l’alternos si presentò alle porte del villaggio con i suoi seguaci il fattore baronale ordinò di far fuoco e provocò il ferimento di alcune persone. L’attacco inconsulto provocò la reazione dei seguaci di Angioy che penetrarono nel villaggio e saccheggiarono le abitazioni dei sostenitori del fattore baronale. Nello scontro ci furono alcuni morti e diversi feriti. Nel pomeriggio Angioy e le sue schiere proseguirono alla volta di Oristano.

Giunto ad Oristano, inviò una lettera al viceré, chiarendo le ragioni dell’insurrezione e minacciando velatamente la secessione nel caso le richieste non fossero state accettate.

Vivalda decise la destituzione di Angioy, in seguito alla convocazione della Reale Udienza e degli Stamenti. Al suo posto fu investito l’avvocato Antonio Delrio.

Il 9 giugno il viceré emanò un pregone col quale accordava un condono generale, a nome del re, a coloro che si fossero ritirati dalla lotta, nel tentativo di isolare Angioy. In seguito istituì una taglia sui responsabili della rivolta.

Angioy, ormai diventato un fuorilegge, tornò a Sassari; più tardi si imbarcò da Porto Torres verso Genova. Così iniziò il suo esilio che sarebbe terminato a Parigi circa dieci anni dopo.

Intanto Delrio inviò al viceré una relazione circa la situazione di Sassari.

Il 20 giugno Vivalda dispose l’istruttoria del processo contro gli angioiani, stabilendo la piena grazia a coloro che avevano seguito Angioy fino ad Oristano.

Conferì a Cristoforo Cadoni, avvocato criminale della Reale Udienza, l’incarico di acquisire tutte le informazioni circa i delitti commessi da Angioy e dal suo seguito durante il saccheggio di Macomer. Le indagini, che subirono dei ritardi anche a causa di minacce ricevute da Cadoni, terminarono a Settembre con l’elargizione, da parte della Regia Tesoreria, di una somma a titolo di risarcimento da distribuire tra i danneggiati.

Il 16 ottobre 1796 morì a Torino Vittorio Amedeo III e lasciò il regno al suo primogenito Carlo Emanuele IV, che, a causa di una grave malattia, non era in grado di gestire autonomamente le questioni di Stato.

Vivalda e i rappresentanti del partito moderato perseguitarono, uccisero e incarcerarono i sardi ribelli. Alla richiesta di amnistia, come previsto dal trattato con la Francia, Vivalda affermò che le leggi del Piemonte non erano valide in Sardegna.

Riguardo il rimpatrio di alcuni angioiani, Vivalda fu costretto ad intervenire autorizzando il ritorno di questi nonostante si votò contro.

La criminalità diffusasi in tutto il Marghine condizionava l’attività di contadini e pastori a scapito dell’economia, in più non esisteva un distaccamento di soldati che la reprimessero. Inoltre gli ufficiali della curia dovevano lottare con l’evasione dei tributi sul bestiame esportato, fatto che resero noto al viceré. Vivalda decise di affidare a persone del Marghine di sua fiducia il controllo dell’ordine pubblico sul territorio.

Intanto, nonostante la condanna di Angioy, la propaganda antifeudale continuava, spesso capeggiata dai sindaci e dai Consigli Comunitativi.

Dopo l’arrivo a Cagliari della famiglia reale, Carlo Emanuele IV concesse l’amnistia per reati politici e la grazia per reati comuni; successivamente assegnò importanti incarichi a membri della sua famiglia: il governo di Cagliari a suo fratello Vittorio Emanuele e il comando della fanteria miliziana a Carlo Felice. Questo andava a discapito dei sardi aspiranti a quegli incarichi.

Carlo Emanuele risalì al potere nel giugno 1795 in Piemonte dato l’imminente pericolo dell’invasione di truppe francesi.

Carlo Emanuele, nel lasciare la Sardegna, investì suo fratello Carlo Felice della carica di vice

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