Giulio Angioni su “Cumenti oru di neula” di Giuseppe Tirotto

Caro Angelino,

Tirottoti invio questo intervento del recente scomparso Giulio Angioni inerente la presentazione del mio romanzo Cumenti oru di neuli del 2003 a Castelsardo.

Giulio Angioni ho avuto occasioni sporadiche di incontrarlo ma non come avrei voluto. Era in giuria quando ho vinto il premio Posada con Cumenti oru di neuli, Giacomino Zirottu mi aveva detto che a Giulio era piaciuto molto e che avrebbe voluto presentarlo. Avevamo concordato l’evento, poi, per un imprevisto, la cosa era saltata, però mi aveva fatto pervenire il suo intervento. L’ho visto qualche mese dopo a Castelsardo dove era stato invitato ad una rassegna, in quella occasione, pubblicamente, mi aveva elogiato (me e gli altri scrittori sardi-sardi) per il coraggio di scrivere romanzi in lingua sarda, coraggio che a lui mancava (non è vero perchè è stato il primo a pubblicare un racconto interamente in sardo nel 1978).

Rileggendo quell’intervento l’ho trovato interessante per il mio libro ma anche per alcune considerazioni sulla lingua sarda e sugli scrittori sardi. Ho pensato di inviartelo e magari in qualche modo farlo conoscere.

Intervento di Giulio Angioni

AngioniPrima di tutto bisogna dire che Giuseppe Tirotto è uno scrittore serio che ha cose da dirci e che gli preme dire.

Ci riesce?

Sì. Le sue storie, questa sua storia prende, trascina dall’inizio alla fine e costringe a ritorni. A ritorni contenutistici e anche a ritorni linguistici, perché non è proprio secondario che egli scriva in castellanese, cosa che a sua volta prende e commuove: per la scelta della lingua materna come mezzo espressivo e comunicativo, perché si tratta di una scelta per trattare solo temi di colore locale nei modi e nei ritmi consueti di una certa letteratura da colore locale, bensì per dire ciò che ha bisogno e voglia di dire nell’oggi del mondo a misura di Castelsardo, o forse nell’oggi di Castelsardo a misura del mondo, di uomini e donne che amano e disamano, di amore e morte, di uomini e donne di sempre e dovunque, ma qui a Castelsardo e dintorni, oggi o ieri sera. Anche se, lo so, lo sospetto, la tentazione di un castellanese che legge Cumenti oru di neuli dev’essere spesso quella di cercare di capire di chi in realtà sta parlando Tirotto, a chi si è ispirato tra gli abitanti di Corti di La Rena, delle castellanesi e dei castellanesi veri, a cominciare dalla protagonista del racconto, Gioia Struneddu, Gioia: abbaìdda e chi scera di nommu l’aìani appiuppaddu, per essere quella che è, serva amante prostituta sempre alla rincorsa di un amore impossibile e dagli appuntamenti impossibili che portano sempre ad altro dalle speranze, come in quest’ultimo appuntamento con cui incomincia e si chiude il racconto, in una serata di pioggia buia, di cui qui non si deve dire come andrà a finire: chi lo vuol sapere se lo vada a leggere fino in fondo.
Tentazione ovvia quella che immagino nel lettore castellanese, di riconoscere tutto e tutti nelle pagine di Tirotto, lo scrittore di Castelsardo, perché credo che Tirotto riesca a convincere i suoi lettori compaesani di poter riconoscere tutto e tutti in questa sua storia, rendendo all’autore il miglior riconoscimento, di riconoscere come vero proprio ciò che lui ha inventato. Perché i libri vivono solo della re-invenzione e della ri-creazione dei loro lettori, e i buoni libri sono buoni se hanno dei buoni lettori.

Questo secondo me spiega anche un po’ perché Tirotto scrive nella sua parlata materna, ritagliandosi una nicchia molto ristretta di lettori, che però sono probabilmente proprio quelli che lui vuole per primi e che privilegia, perché con loro lui si intende fino in fondo, con agio compaesano.

Così Tirotto si affianca, non solo per la scelta linguistica dialettale, alle prove di un Benvenuto Lobina, insieme con altri prosatori come Ignazio Lecca, Franziscu Masala, Franciscu Carlini, Marina Danese, Pitzente Mura, per restare dentro le edizioni Condaghes. Credo che tutti i prosatori odierni nelle diverse varianti sarde, e Tirotto per primo e in particolare, siano ben coscienti di fare anche un’operazione di creazione linguistica che potrebbe anche solo giustificarsi come atto d’amore alle proprie lingue materne, che oggi forse sono ormai in una loro vecchiaia irreversibile, e dunque vogliono finalmente rendere testimonianza della potenzialità dialettale del raccontare in prosa, finora molto rara in sardo.
Innovativamente coraggiosi questi prosatori nelle varie parlate sarde!
Il poeta in sardo oggi si muove ancora lungo strade note e frequentate, va sul sicuro, sullo sperimentato e più voluto da un pubblico di lettori, di cui forse fanno parte, o potrebbero anche far parte con profitto, tutti quei vecchi e nuovi fruitori della miriade di raccolte di poesie dialettali che ancora oggi si pubblicano in Sardegna, più o meno alla macchia. Da noi infatti la poesia ha una notevole tradizione semicolta e popolare, sia orale sia scritta, in Sardegna forse più che altrove in Italia negli ultimi tempi. Non si vede forse in Sardegna una grande e preponderante tradizione poetica colta, sebbene ci sia pure questa in quantità e qualità non trascurabile (in sardo e in altre lingue a seconda dei tempi).
Nell’ultimo secolo è piuttosto la prosa in italiano, più precisamente la narrativa, la forma letteraria scritta più notevole, mentre è solo recentissima la narrativa in sardo, con le prove notevoli, tra gli altri, di Michelangelo Pira, Antonio Cossu, Benvenuto Lobina, Gianfranco Pintore, Lorenzo Pusceddu, Ignazio Lecca, Giuseppe Tirotto e tanti altri, e dove, appunto, Tirotto risulta fruttuosamente continuo, attento, linguisticamente accorto, anche perché la scelta linguistica dialettale, come per Carlini e pochi altri, non è mai per lui un mero pretesto, non un presunto bel gesto di coraggio, ma un mezzo ovvio e ricco di espressione, potente in quanto nativo, materno appunto, che non si può lasciar perdere anche se risulta ormai limitato come mezzo di comunicazione oggi in Sardegna rispetto all’italiano in prosa e in poesia. E questa scelta linguistica non è nemmeno soltanto, come dice di sé la collana “Paberiles” che ospita anche quest’ultimo libro di Tirotto, per “azudare sa limba nostra a intrare in su tertzu millenniu”: non solo, ma è soprattutto un bisogno estetico e non un mero espediente sociolinguistico o patriottico.

Dicevo che in Sardegna come in Italia e in Europa non mancano i poeti, sebbene siano anche qui ormai più numerosi i narratori che acquisiscono lettori e rinomanza. In Sardegna in ambito popolare e anche semicolto la poesia e i poeti continuano però a essere forse i più letti, i più ascoltati e i meglio conosciuti dai più, anche dagli analfabeti, immagino anche qui a Castelsardo. Nelle sagre paesane e rionali si vedono ancora i banchetti dove si vendono opuscoli e fogli volanti con componimenti poetici sardi. In ciò, forse, c’è qualcosa di specifico della nostra isola, anche come qualità, posto che per quantità non ci sia paragone altrove in Italia e dintorni. Qualche volta mi chiedo se gli editori “normali” sanno di questa editoria “minore” distribuita “alla macchia”, che forse ha ancora le sue possibilità di continuare in modi già noti e affermati. Magari trascinandosi dietro e insieme o magari davanti anche questi libri in prosa sarda, perché no?

Ma per tornare a Cumenti oru di neuli di Tirotto e per finire, l’esercizio di riconoscimento dei personaggi che immaginavo particolarmente tentante per un castellanese che legga questo libro, può anche essere ritenuto fruttuoso, e da incoraggiare. Sì perché Tirotto non è uno sprovveduto, ci sa fare, e questi suoi personaggi, a cominciare dalla sfortunata Gioia, e tutte le altre donne buone o cattive e poi tutti gli uomini sempre da meno delle donne compreso il beneamato e idrolatato Filippareddu, sono sì castellanesi e dei vari luoghi sardi e continentali di cui si dice nel libro, ma hanno anche una riconoscibilità più vasta: in questi casi si dice universale, ed è un termine che va usato, questo della riconoscibilità universale, nel caso di un libro così locale che anche un sassarese o un tempiese immagino che spesso ci inciampa e si ferma, e magari ci naufraga, ma, come un altro famoso naufragare, sarebbe con profitto.

Settimo San Pietro 20/08/2003                                               Giulio Angioni

 

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