Categoria : memoria e storia

II. “Il paese che non c’è più” di Carlo Patatu, recensione di Ange de Clermont

patatuCarlo Patatu Il paese che non c’è più. Usànzias, còntos, mestièris, buttègas e màstros de Zaramònte in su tèmpus passàdu (Consuetudini, racconti, mestieri e botteghe in Chiaramonti nel tempo che fu). Prefazione di Luisella Budroni.
Grafiche Essegi srl, Perfugas, 2016 pp. 400
Offerto in omaggio dall’autore, non in vendita, ma su richiesta.

Tra otto e novecento (1850-1950) Chiaramonti come tutti i centri urbani e rurali italiani ha visto svilupparsi una borghesia intellettuale, industriale e agraria; basti pensare ai nobili Grixoni e ai suoi rampolli, distintisi a livello nazionale; ai borghesi agrari e intellettuali Falchi, ugualmente distintisi a livello nazionale e internazionale, ai possidenti Madau, in parte intellettuali e in parte agrari; datori di lavoro a numerosi compaesani per almeno un secolo, ai piccoli industriali dell’ammodernamento (energia elettrica e mulini) Budroni e Rottigni, ai banchieri Schintu a percentuale sui budget concessi.
Strati sociali tutt’altro che parassitari, ma datori di lavoro in tempi di ristrettezza e di vita da sussistenza.
Nobili e borghesi dati all’Italia che si stava formando come nazione. (Si vedano le numerose fotografie che illustrano la trilogia di Carlo Patatu).

Come fiori all’occhiello della borghesia chiaramontese si possono citare in campi diversi l’oftalmologo di fama internazionale Francesco Falchi, il tenente colonnello medico Giovanni Grixoni, professore presso l’Istituto Medico Militare di Firenze e in campo socio-religioso-politico l’avv. Battista Falchi, fondatore in Pavia, con l’allora don Montini (futuro papa) e con Aldo Moro della Federazione Universitari Cattolici Italiani (FUCI) ( da cui il partito dei cattolici ha attinto ampiamente  dirigenti e personale politico) e successivamente eletto alla Costituente da cui si dimise per motivi di salute, nonostante le pressioni reiterate di Aldo Moro. Senza voler elencare tutti e in tutti i campi si può affermare che la nobiltà e la borghesia locale, clero compreso, ha dato il suo cospicuo contributo “a fare gl’italiani” fuori del paese.

Gli homines novi

toreDopo la seconda guerra mondiale, a metà novecento, il paese è stato animato dagli homines novi, provenienti da strati sociali subalterni (artigiani, contadini e operai) che hanno operato nelle istituzioni culturali e politiche (maestri, impiegati, professori, avvocati, dirigenti scolastici,sindaci, consiglieri provinciali e regionali) e che con un faticoso accesso agli studi sono riusciti a dare lustro al paese anche se spesso emigrando come del resto è avvenuto nelle città sarde con l’emigrazione d’intellettuali nobili e borghesi e uomini d’affari emigrati nelle capitali della penisola (i Cossiga, i Savona, i Segni, i Siglienti). Pochi rimasti in provincia come sentinelle del mattino.

L’istruzione generalizzata, innescata dalla partecipazione dei socialisti al governo nazionale; la graduale fine della separazione dei sessi; lo sviluppo del pensiero laico, favorito dal processo di secolarizzazione; la politicizzazione dei contadini e dei pastori, emersa dal mondo dei giornalieri, divenuti operai dei poli industriali; la mobilità, favorita dalla diffusione dei mezzi di locomozione; tutti fenomeni che hanno innescato la crescita degli strati sociali meno abbienti della popolazione e l’emergere di personalità che hanno inciso non poco sia in campo culturale che sociale. Si guardi in proposito al mondo della scuola e ai suoi operatori. Molti emigrati nella crescita, altri rimasti come sentinelle del mattino.

Un altro grosso sbocco ha dato al paese l’emigrazione, dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni settanta, sia verso i poli industriali e turistici interni sia verso l’Europa e il resto del mondo.

Si può affermare che con tutti questi movimenti sia di carattere emigratorio, ma anche di crescita economica, il mondo contadino, con i suoi valori e i suoi ritardi è andato man mano scomparendo dal paese dove però non sono scomparse le case e le vie sia pure mute e prive dei suoi abitatori.
Vari finanziamenti europei hanno contribuito al restauro del centro storico che però, a parte pochi abitanti, si è trasformato in “un paese che non c’è più”, tolte le vie e le case, le scalinate e gli archi, i portoni fine ottocento, peraltro pregevoli.

Il nostro autore come homo novus, con il legame ombelicale legato alla terra madre, ha visto ed osservato, se non sempre nei taccuini della memoria o nei suoi nastri magnetici, certamente nella sua mente e nel suo cuore, questa metamorfosi e finalmente, forse preso dalla nostalgia che prende quasi sempre gli anziani, che vedono il mondo della loro fanciullezza scomparire, ha dato sfogo ai ricordi struggenti, meglio sarebbe dire agli amarcord, ovvero agli “ar record= io ricordo” come il paradigmatico film  di Federico Fellini.

(II. Continua)

 

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