Categoria : memoria e storia

V. “Ai lavori forzati e agli arresti collegiali” di Eleonora Ortu

Eleonora Ortu

Eleonora Ortu

La perfidia della superiora raggiungeva il suo culmine d’estate, quando tutte le sezioni delle ragazze andavano a Lu Bagnu e io rimanevo da sola a Sassari con le suore anziane.
Oltre ad occuparmi della cucina dovevo verniciare porte, finestre, termosifoni, altalene, panche e scivolo per tutta l’estate e la domenica, quando l’arpia andava in colonia, non m’invitava mai spontaneamente ad andare con lei, aspettava sempre che gliela elemosinassi  ovviamente nella maniera più umiliante che conoscessi. Ciononostante non sempre mi portava con sé, perciò la domenica mi trovavo a vagare da sola in quei lunghi corridoi vuoti, con le lacrime che mi solcavano il viso dalla frustrazione e e dall’ impotenza.

Odiavo quella donna che continuava incessantemente ad umiliarmi e a goderne, mi domandavo:

-Perché si è fatta suora una persona così malvagia e perfida?-

Non nascondo che in più di un’occasione ho pensato al suicidio e avevo appena 15 anni.

Suor Giovanna FdCd-4Probabilmente non ho mai attuato il mio piano suicida per amore di Suor Giovanna, anche lei rimasta a Sassari e che, oltre alla portineria, si occupava anche della cucina, essendo un’ottima cuoca, che cercava di consolarmi in tutti i modi, esortandomi ad aver pazienza e a perdonare.

Quell’anno in cucina al posto di Suor Paola arrivò Suor Cecilia, questa suora era allegra e simpatica e cosa ancora più importante amava i gatti, ma che non sapendo cucinare vi rimase per poco tempo. In sostituzione di Suor Cecilia arrivò Suor Angela, che divenne la spia fidata della superiora: spifferandole tutto, compreso il soprannome che Grazia le aveva appioppato  “culibascia” per via del suo fondoschiena basso.

Man mano andarono via dal rifugio Grazia, Graziella e Margherita, e vennero sostituite da Sonia anche lei interna e pagata e Marcella che doveva aiutarmi a lavare le pentole, ma siccome si rifiutava perciò ci picchiavamo tutti i giorni. Lei ha ancora sulla mano il segno di un morso che le diedi.

GattiI miei gatti da uno erano arrivati a una decina ed io raccoglievo gli avanzi dalle sezioni per darglieli, siccome non potevo tenerli tutti nel pollaio, li lasciavo liberi di girare nella pineta e fintanto che rimase al comando quella superiora, ogni estate, sapendo perfettamente che io la guardavo impotente dalla finestra, li consegnava ad un pastore affinché li abbandonasse da qualche parte nelle campagne di Sassari.
gatto topoUn giorno d’estate, nei corridoi vuoti del rifugio, si aggirava un topo di fogna, grosso come un gatto, per poi nascondersi in cantina.  Io per stanarlo ho usato il miglior gatto cacciatore che avevo, che l’ha subito preso mangiandogli la testa. Ho preso il resto del corpo del ratto per la coda e l’ho portato nella camera di ricreazione delle suore, per farlo vedere alla superiora che, nonostante tutto, ha continuato imperterrita a cacciarmi i via gatti unico bene di quella mia adolescenza travagliata.

Nel 1976, per non passare un’estate infernale come la precedente e guadagnarmi qualcosa, sono voluta andare a lavorare alla Colonia estiva delle Manzelliane, che avevano dei locali adiacenti alla nostra colonia a Lu Bagnu. Inizialmente dormivo lì, poi con un escamotage, per dormire, sono riuscita ad entrare nella nostra colonia e occupai un il letto nella mia vecchia sezione, quella di Suor Rosalia.

Che bella estate! Quante risate con Grazia, Anna Paola e le altre compagne!

Rientrata a Sassari, ho ripreso il mio lavoro in cucina, nel frattempo avevo iniziato le medie superiori, l’Istituto Statale per il Commercio e la superiora, imperterrita, continuava ad umiliarmi e a non darmi il corredo necessario per la scuola.

Nel 1977 passai in seconda superiore e fui bocciata, mi meraviglio come il Cosnglio dei professori non l’abbia fatto prima, visto che studiavo pochissimo, perché non avevo libri.

Quell’estate la suora della cucina, visto che ero l’unica che le era rimasta, mi volle con sé in colonia dove trascorsi un’estate fantastica con Grazia, Anna Paola, Valentina e Caterina .
Dopo pranzo, per scendere in spiaggia di nascosto, eludevamo la sorveglianza della superiora, che come un nibbio  si metteva nel terrazzo della cappella, di fronte alla discesa al mare , per beccarci fuori posto. Ma noi, passando dal cancello principale, sempre attente a non farci scoprire, riuscivamo ad andare al mare dove incontravamo quei ragazzi che ci correvano dietro per manifestarci la loro simpatia.
Quella fu l’ultima estate di Grazia in colonia, perché la superiora. a novembre, con il pretesto che la madre, per la Feste dei Santi, l’aveva riportata al Rifugio con un giorno di ritardo, la cacciò via.
Grazia non fu l’unica ragazza che cacciò via. In quel tempo fece tabula rasa di gran parte delle quindicenni che aveva nella sua sezione suor Teresa senza preoccuparsi minimamente delle loro condizioni familiari e soprattutto del loro futuro.
C’era dietro lo zampino delle amministratrici Dame della Carità o fece tutto di sua iniziativa?
Questa domanda mi mulina ancora nella mente senza risposta.
Certo è che le une o le altre non furono capaci di formare delle adolescenti che si avviavano a diventare signorine e che bene orientate, avrebbero potuto diventare maestre d’asilo o elementari, infermiere o a tutto malandare ausiliarie ospedaliere, invece furono “gettate” in un mondo sconosciuto e rischioso per loro, vista la diffusione della droga, perciò qualcuna ci rimise pure la pelle.

Nel 1978 divenni maggiorenne e la superiora non perdeva mai occasione per ricordarmi che non aveva più nessun obbligo nei miei confronti. Ultimai con la promozione il secondo anno delle medie superiori e mi rifiutai di continuare a studiare, avevo bisogno di lavorare, non potevo continuare a vivere con la sua elemosina soprattutto adesso che, a quel che mi disse, la Regione Sarda non pagava più un soldo per me.

A maggio di quell’anno la mia cara compagna Tina rimase incinta dal suo ragazzo, io fui la sua confidente e le nascosi il test di gravidanza nel mio armadio. La superiora appena seppe la notizia la mandò via dal Rifugio e arrivò al punto che quando veniva a trovarci non le permetteva di accedere ai locali dove stavamo noi, ma l’obbligava a fermarsi in parlatorio dove potevamo incontrarla.

Due anni dopo, però, la stessa superiora, ospitò al Rifugio la conoscente (o forse parente) di una consigliera d’amministrazione in avanzato stato di gravidanza: l’orfana incinta scartata, come direbbe Papa Francesco, la conoscente accolta cristianamente.
Il modo con cui la superiora aveva dimesso Tina fu veramente discriminatorio che certo non si addice alla condotta  non solo di una Figlia della Carità, ma nemmeno di un’Amministratrice Dama della Carità.
Da ricordare anche che questa consuetudine di mandar via una figlia rimasta incinta era “buona” consuetudine di molte famiglie sarde. L’Istituto della “Madre e del Bambino”,di Cagliari dove venivano ospitate madri nubili di tutta l’Isola potrebbero raccontare tante storie simili. I tempi forse non erano maturi come lo saranno più tardi per le Figlie della Carità impegnate nella cooperativa Primavera di Alghero o in altre comunità dell’Isola.

Nell’ottobre del ‘78 andai a lavorare all’asilo aperto agli esterni e alle orfanelle con Suor Marina che mi aveva richiesto espressamente. Mi fu assegnato uno stipendio di 100 mila lire e 20  dovevo darli al Rifugio per il mio mantenimento. Ho lavorato lì per 9 mesi, ma nel frattempo avevo fatto domanda come ausiliaria all’ospedale civile cittadino.

Il provvidenziale padrino

Un giorno Suor Rosalia tornò al Rifugio, dopo essere andata ad informarsi sull’accoglimento della mia domanda e di quella di Sonia, al suo rientro riferì che  aveva incontrato in un ufficio dell’ospedale un signore che diceva di essere mio padrino di Battesimo. Suor Rosalia inizialmente restò un po’ titubante, poi davanti alle prove inconfutabili non batté ciglio.
Il ritrovato padrino raccontò che quando nacqui e Camilla mi rifiutò, pur avendomi riconosciuta, un’infermiera uscì nella corsia con due bambine in braccio chiedendo se c’era qualcuno che volsse fare da padrino e lui con una sua collega si offrirono a farlo, dandomi pure il nome di Eleonora Maria Giuseppa (come risulta dal certificato di battesimo che lui ha dato a Suor Rosalia come prova).

Ci raccontò che dopo un po’ di tempo dal battesimo voleva adottarmi, ma nessuno sapeva dirgli che fine avessi fatto. Un Cappuccino, suo amico, gli aveva detto che ero finita a Cagliari e lui mi cercò anche lì, ma niente. Negli anni non ha mai perso la speranza di ritrovarmi e tutte le suore che gli capitava d’incontrare chiedeva se mi conoscessero, sperava che con la Cresima, visto che si richiede il certificato di Battesimo, sarebbe riuscito a trovarmi, ma niente, finché quel giorno Suor Rosalia non capitò nel suo ufficio.
La settimana successiva venne ad incontrarmi al Rifugio, io restai incredula, ma anche stupita, ascoltando tutta quella storia e lui emozionato per avermi ritrovata. Essendo lui a capo del personale, avendo visto che avevo frequentato e superato i due anni di scuola superiore, mi convinse, a fare il corso di infermiera professionale, io, se pur riluttante e a malincuore acconsentii a riprendere gli studi. Con la superiora, tuttavia, continuai a scontrarmi.

Il massimo dello scontro lo ebbi a luglio, quando mi accusò di aver rubato della carne per darla ai gatti ed io in quell’occasione le dissi che preferivo la compagnia di un cane alla sua.
La carne poi l’aveva trovata nel freezer, ma non sentì il dovere di coscienza di chiedermi scusa, anzi mi accusò presso la presidente di allora che mi suggerì di andare a lavorare tutta l’estate in una colonia.
Io lavorai tutta l’estate a Tramariglio, ma mi tenevo in contatto costantemente con Suor Giovanna della quale conservo ancora un suo scritto
Cara Eleonora, in fretta rispondo alla tua lettera, mi fa piacere che stai bene e ti trovi bene anche, mi fa tanto piacere che sei di buon esempio alle altre compagne, prega tanto, io come sai prego sempre per te, io sto bene, si gode tanta pace e tranquillità, potevi scrivere due righe alla superiora, lo so che ti costa tanto, ma anche quello è dovere cerca di riparare e scrivi. Ti saluto e abbraccio con tanto affetto Suor Giovanna”.
Non ricordo d’aver scritto alla superiora, il rancore e l’astio che provavo nei suoi confronti erano tali che neanche la richiesta di Suor Giovanna era riuscita a convincermi a scriverle.
Rientrata da Tramariglio gli scontri con la superiora invece di attenuarsi si intensificarono.
Le mie compagne di quel periodo con cui uscivo erano Valentina, Caterina e Maria Rosa. a volte con noi veniva anche Raimonda. La domenica, quando chiedevamo di uscire, la superiora pretendeva di farci rientrare dopo un’ora, invece noi rientravamo alle 21. Prima che Grazia partisse per il Continente ci portava con una vecchia 500 a ballare, ricordo una volta, andando a Castelsardo nelle curve le dissi:

-Grazia, forse stiamo camminando su due ruote!-

Mi rispose

-Perché? Non ve l’avevo detto prima!-

E lì, a ridere a crepapelle, incuranti del pericolo che avevamo appena corso.
All’epoca per andare in discoteca le donne non pagavano e noi ogni domenica ci andavamo, si ballava un po’ e poi di corsa al Rifugio per arrivare in orario.
Un giorno rientrammo alle 21.30 e la superiora ci aveva messo alle strette, o stavamo alle sue regole oppure dovevamo andarcene e noi decidemmo di andare via.
Abbiamo iniziato a cercare lavoro e casa e io, che nel frattempo avevo fatto la domanda per iniziare il corso di infermiera, avevo deciso di rinunciarci, poi Suor Rosalia aveva chiamato mio padrino che si era offerto ad ospitarmi in casa sua, ma non era stato soltanto lui a convincermi a rimanere e a iniziare il corso, ma soprattutto Suor Giovanna che ancora una volta mi aveva fatto ragionare.
Caterina, Raimonda e Valentina decisero di andar via mentre io ho iniziato il corso, restando al Rifugio.
Uscivo alle sette del mattino e rientravo alle 19; la mattina facevo il tirocinio e la sera la scuola, siccome non avevo soldi per pagare il vitto e l’alloggio al Rifugio, la superiora decise che dovevo pulire l’ingresso, la portineria, i due piani di scale tutti i giorni e il sabato il parlatorio e la camera delle suore.
Molte volte rientrando la sera stanca morta, trovavo la mia cara suor Giovanna che mi diceva:

-Vai pure a riposarti, ho pulito io per te.-

Nel corso di quei tre anni  la buona suora ha continuato ad aiutarmi cercando di spronarmi a studiare e ripetendomi continuamente studia:
– Studia, ricordati che il pane dei padroni è duro e molto amaro.-
L’unica consolazione che potevo darle per ripagarla dei sacrifici che faceva per me fu quella di impegnarmi nello studio, appena davo un esame la chiamavo subito per dirle che l’avevo superato, ma la gioia più grande che le ho dato è stato il mio diploma, finalmente era fiera di me ed io devo a lei tutto, senza di lei non ce l’avrei fatta.
La superiora, finalmente fu trasferita dal Rifugio nell’80, con la gioia di tutte, suore comprese. Il suo trasferimento per me è stata una gioia immensa e mi sentii libera da quella tiranna tanto malvagia, quanto vendicativa.
L’ho rivista solo in occasione della morte della mia amata Suor Giovanna, nel ‘90, quando la superiora dell’epoca mi chiese se potevo andare a prenderla da Santa Maria di Pisa, io inizialmente mi sono rifiutata, poi ho ripensato alle parole che spesso mi ripeteva Suor Giovanna
-Perdonale , so che ti costa tanto-
E soltanto per amor suo sono andata a prenderla per portarla al Rifugio a rendere omaggio alla salma della mia amata mamma.

Andata via quella superiora e arrivata suor Aurelia, al Rifugio si tornò a respirare aria di normalità.  Gran parte delle ragazze andate via e se con suor Mameli siamo arrivate a 150 unità, con l’arrivo di suor Aurelia eravamo poco più di una cinquantina.

Fui invitata a lasciare il Rifugio dalla vicepresidente nell’83, a conclusione del diploma, ma con una certa angoscia, perché non avevo ancora il posto fisso, ma si vede che le amministratrici non si rendevano conto che adattarsi a 23 anni a vivere nel mondo non era cosa agevole per una collegiale. Ad ogni modo, sistematami alla bella meglio,  continuai regolarmente a recarmi a trovare Suor Giovanna e, visto che guadagnavo bene, ho cercato di ripagare almeno in parte quello che lei aveva fatto per me, regalandole ciò che più lei amava: i fiori.

Ogni settimana glieli portavo freschi e lei ritenendoli troppo belli per sé li metteva alla Madonna in cappella. Le comprai un piccolo presepe luminoso che teneva in portineria e che tutti le vantavamo. Per il compleanno le portavo la torta, e lei non abituata a tutte queste attenzioni, mi diceva di non esagerare. Quando divenne più anziana e non ce la faceva più a lavarsi, permetteva solo a me di aiutarla, visto che ero infermiera, e mentre le asciugavo e pettinavo i cappelli bianchi, morbidi e sottili, lei mi ripeteva sempre:

– Tu non ti dimentichi mai di me.-
Ed io le rispondevo :
-Come faccio a dimenticarmi  chi mi ha voluto così bene ed è stata l’artefice del mio futuro?-
Le ripetevo continuamente che per me era la mia mamma e che le volevo molto bene.
Suor Giovanna non è mai stata una che dimostrava l’affetto con baci e abbracci, eppure, poco prima di morire, mentre eravamo sedute su un divano adiacente la camera delle suore,  lei ha iniziato a baciarmi e ad accarezzarmi i capelli dicendo che mi voleva molto bene.
Ancora oggi mi vengono le lacrime agli occhi ricordando questo episodio. Per me è stato il modo migliore che lei ha usato per congedarsi da me, infatti, pochi mesi dopo è venuta a mancare, aveva 83 anni.
Dopo la sua morte sono tornata al Rifugio saltuariamente, per visitare suor Vincenza e quando anche lei è morta non ci sono più tornata per anni, sono ritornata nel 2007 quando giunse come superiora Suor Concetta.

Il comportamento disumano della vecchia superiora ha lasciato dei segni su di me. Per anni ho sognato di non sapere dove andare, che nessuno mi voleva, appena ho avuto la possibilità economica ho speso ingenti somme per comprarmi abbigliamento, tuttora ho armadi stracolmi di vestiti, pantaloni, cappotti, giacche, maglioni, camicette e vestiario di ogni genere, cassetti pieni di biancheria intima e soprattutto calze che devono essere rigorosamente calde e che tengo 24 ore su 24 escluso d’estate, 3 scarpiere.

A chi legge, tutto questo può sembrare eccessivo, ma io mi sono ripromessa che mai più mi sarei trovata nella condizione di quando adolescente andavo a elemosinare i vestiti dalla superiora, ma soprattutto più nessuno mi avrebbe presa in giro per i vestiti inidonei allla mia persona che  indossavo all’epoca.

Conclusione

Quanto ho raccontato è stato indubbiamente il periodo più doloroso della mia permanenza al Rifugio, per un errore commesso all’età di 14 anni, la punizione che ne è seguita, a mio avviso è stata eccessiva e a tratti crudele.

Perché ho voluto raccontare tutto questo scendendo in particolari così personali? Forse perché per troppi anni, ho sempre nascosto a tutti, anche al lavoro, di essere stata in collegio, come una sorta di vergogna, ma soprattutto per paura di essere discriminata e compatita com’era già avvenuto in passato. Il mio vissuto in collegio è un dato di fatto che non posso, ma soprattutto non voglio cancellare, perché mi ha permesso di conoscere persone meravigliose che ho sempre considerate la mia vera famiglia, in primis Suor Giovanna, la mia mamma vera, le suore, le mie zie, e le compagne di collegio, le mie sorelle. (V Fine)

Commenti

  1. Eleonora, ho letto il tuo racconto, in alcune parti col sorriso e in altre con le lacrime agli occhi! Mamma mia, quanto ne hai sopportato!!Sei una persona eccezionale, hai avuto una grande forza a sopportare tutte queste cattiverie!!!Io non so se mai racconterò di ciò che tu sai, perché la persona che mi ha fatto del male da piccola, ora mi sembra cambiata e ho visto con che imbarazzo mi ha accolta e il sollievo che ho notato nei suoi occhi, quando le ho fatto capire che non serbavo rancore nei suoi confronti! Mi dispiace moltissimo per tutto ciò che hai passato. Col sorriso, non hai mai fatto notare a nessuno la tua sofferenza! Sei una guerriera e hai tutta la mia ammirazione.
    Rita Marras

    Eleonora Ortu
    ottobre 14th, 2015
  2. Ma di tutte le “ANGHERIE” che hai dovuto sopportare, nessuna Suora è mai intervenuta x difenderti? Nemmeno Suor Rosalia è mai intervenuta in tua difesa? mah!!!! RAZZISTA
    Patrizia Caciolli

    Eleonora Ortu
    ottobre 14th, 2015
  3. Io penso che non ha potuto difendervi sicuramente non poteva, ma la cosa più brutta è che la superiora faceva come voleva senza essere disturbata da nessuno
    Mi piace · Rispondi · 1 · 18 settembre alle ore 15:54
    Patrizia Caciolli

    Eleonora Ortu
    ottobre 14th, 2015
  4. Paola Pau mamma mia che tragedia mi son venute le lacrime agli occhi nel sentire il tuo racconto neanche ai miei tempi tragedie cosi dure le suore erano rigide ma non a quel punto e proprio vero che chi ha vissuto in collegio si porta tanti problemi dietro per tutta la vita un abbraccio

    Eleonora Ortu
    ottobre 14th, 2015
  5. Impropriamente,in quanto non so come aprire una nuova discussione,mi alla ccio a questa,in quanto abbiamo vissuto vite quasi parallele.
    Voglio parlarvi dal lontano oriente,del miracolo che accese i nostri cuori di adoloscenti.
    Era il 1958 ed al ritorno da Alghero dove trascorremmo l’estate(Spiaggia di S.Giovanni)non trovammo la sg.na Antonietta che per 9 anni vidi incollata al letto con grave frattura alla spina dorsale(caduta dal cavallo)
    Suor Luisa la Benedetta ci disse che,era andata a Lourdes.
    Nel mentre che aspettavo i preparativi per il trsferimento a Palermo,eccoti un pomeriggio di settembre,la Sign.na Antonietta scendere di corsa ,con ancora la vestaglia da camera,le scale che separavano i cortili dei maschi e le femminucce e corrermi incontro abbracciandomi
    Gavinooooo io cammino, cammino.
    In realta’ correva.
    Se solo ci fossero dei dubbi,io credo in Dio.
    PS vabbe’,saro’ stato sconclusionato e confusionario,ma qui e’ notte fonda e mi scuserete.

    oreste detto Gavino
    novembre 2nd, 2015

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