Ricordando Giovanni Unali (1918-2014). “Addio caro padre” di Mario Unali

Pubblichiamo, con affetto fraterno, l’addio al padre Giovanni, appena scomparso a 95 anni, dell’amico. Mario Unali, cultore non solo di archeologia chiaramontese.
 Uomo burbero, ma profondamente umano, dalla vita laboriosa e dalla memoria vivace. Mentre abbracciavo Mario gli ho sussurrato “Adesso hai un santo contadino che in Cielo prega per te e per la tua famiglia”. In effetti zio Giovanni ha tribolato nel corso della sua esistenza, lasciando nei due figli e nella figlia un patrimonio di affetti, di laboriosità, e una ricca memoria storica che il figlio Mario sta utilizzando magistralmente a vantaggio della memoria e storia del paese. Un testimone del Novecento se n’é andato, ma grazie a Mario, di quel periodo restano racconti, eventi ed episodi di un mondo contadino con le sue fatiche, contrassegnato dalla vita dei campi, dall’economia del suino domestico, del grano, dei legumi, della frutta e del vino. Che il Signore doni al caro scomparso la beatitudine eterna!  (A.T.)

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Il 23 maggio 2014 è mancato mio padre Giovanni, aveva novantacinque anni e avrebbe compiuto il 96°, il 13 di Novembre prossimo. Di forte carattere, burbero e introverso manifestava con difficoltà atteggiamenti affettivi con noi familiari e con gli altri, perché li riteneva femminei e non adatti a un uomo. Sono rari gli episodi che mi vengono alla mente di un padre che evidenziava il suo benvolere, in un certo senso “si vergognava” di darci carezze e abbracci che, secondo lui erano solo debolezze femminili. Nacque nel 1918 a Chiaramonti e solo quando aveva tre anni, restò orfano di mia nonna Maria Chiara Manca. Mio Nonno Foeddu si risposò per altre tre volte, lui crebbe con la matrigna e come un piccolo pacco tra la famiglia del fratello maggiore zio Antonino e quella di zia Maria. Ragazzo di pochi anni fu accolto nella casa della sorella di mia nonna Gavina Manca condividendo l’infanzia con il cugino Giuseppe e Sebastiana Cossiga. Per questo motivo io e i miei fratelli chiamavano “giaja” quella che era solo una zia ma, che allevò babbo come un figlio. Presto ancora giovanotto andò teraccheddu pastore a lavorare con tiu Chiccu Cossiga, cugino di nonna Manca. Poco più che sedicenne andò a lavorare alla bonifica nella piana di Chilivani; vi andava a piedi e rientrava alla fine della settimana in paese, sempre apiedi, per rinnovare le misere provviste. Fu in quell’attività lavorativa, che nonostante la sua giovane età, percepiva il compenso giornaliero uguale agli adulti. Non si lesinava negli sforzi lavorativi e anzi qualche adulto con la scusa di fumare una sigaretta gli scaricava la sua parte di lavoro. Impiantò e coltivò amorevolmente il vigneto di Giombachis con annesso frutteto e oliveto. Non vi mancavano la coltivazione di fave e piselli, lenticchie e fagioli, con pattate, cipolle, aglio e prezzemolo con discrete quantità di camomilla.

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 Partì per il servizio militare e con alterne vicende più o meno brutte e pericolose legate alla guerra e ai bombardamenti salvò la pelle.
Tornato in famiglia, partecipò all’esproprio di alcune terre a Runaghe Ruju e a sa Leriga, che furono divise tra i reduci di guerra. Conobbe mia madre a sos Renarzos, mentre era caposquadra all’ERLAS per l’eliminazione della zanzara anofele. Formò un nuovo nucleo familiare, dove nascemmo io con mio fratello Gianpiero e Antonella. Partecipò come capo squadra nel servizio antincendio e, per la sua profonda conoscenza dell’agro di Chiaramonti diventò vedetta. Fu assegnatario all’ETFAS e insieme ad un piccolo lotto della Cooperativa fu sempre tra i maggiori produttori di cereali del paese. Ma lui, ciononostante, tendeva sempre a sminuire i quantitativi del raccolto, (si no, si lu mandigat sa colora). Ultimamente teneva a rilevare che era diventato il più vecchio del paese a Chiaramonti, con la fortuna di condividere il quotidiano con mia madre 87.nne, e di essere l’ultimo reduce di guerra. Fino a sette anni fa si recava quotidianamente in vigna, sempre a piedi, accogliendo di buon grado i passaggi in auto che gli proponeva il caro amico Mario Muzzoni, confinante al suo vigneto.

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Ogni tanto io, mio fratello Gianpiero e Tore mio cognato gli offrivamo dei passsaggi in auto, ma solo per il rientro perché lui era molto mattiniero e, il levare del sole, lo accoglieva già a lavoro lungo i filari di vite. Un giorno, era ancora notte, recandosi a lavoro fu investito da un’auto mentre camminava sul bordo stradale. Era alla guida un suo amico, lo ricoverammo in fin di vita, fu sottoposto a un’asportazione di ematoma dal cranio. Riprese a lavorare quasi subito ma altri acciacchi lo costrinsero a riporre gli attrezzi di lavoro. Restò autonomo per le sue cose personali fino a qualche settimana fa, e divento prodigo di racconti del passato e di aneddoti su amici e conoscenti. Molti racconti li ho riportati su questo sito, taluni simpatici altri meno, che raccontano momenti di vita dura e difficile. Infine, intendo ringraziare tutti quelli che gli sono stati vicini nella sua dipartita e hanno manifestato nei confronti di noi familiari la loro solidarietà. Grazie padre, insieme a mamma, ci hai fatto grandi e col tuo essere quotidiano, ci hai dato grandi insegnamenti di onestà umiltà e rispetto. Sono certo che se nei pascoli del cielo ci sono anche i vigneti, andrai a zappare anche in quelli del Signore, per ottenerne un buon vino come quello di Giombachis. Che te ne renda merito.

 

 

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