Categoria : filologia

L’Odissea e la Sardegna nuragica di Massimo Pittau

UlisseNell’antico mondo greco, già in epoca classica e dopo in quella postclassica, riguardo ai poemi omerici e soprattutto riguardo all’Odissea si determinò un movimento esegetico-culturale molto caratteristico: numerosi interpreti, commentatori, storici e geografi si diedero da fare per indicare la rotta esatta del viaggio fatto da Ulisse nel suo peregrinare da una terra all’altra del Mediterraneo e più precisamente per individuare le diverse tappe da lui fatte e cioè le terre da lui toccate. La motivazione di fondo di questa affannosa esegesi di carattere geografico stava nel fatto che – come tutti sappiamo – i due poemi omerici costituivano ormai i “libri” per eccellenza della etnia greca, la loro Bibbia nazionale, gli strumenti essenziali della paideia dei Greci e cioè della loro educazione e della loro cultura. Quelle identificazioni delle varie «tappe» del viaggio di Ulisse pertanto erano promosse dal desiderio di dare decoro e gloria alla propria patria locale, alla propria isola, alla propria città o regione, decoro e gloria che scaturivano appunto dall’essere stata essa raggiunta dall’eroe di Itaca.

Senonché la identificazione di quelle tappe non risultava affatto univoca, bensì variava da interprete a interprete, ovviamente in funzione ed a vantaggio delle rispettive patrie locali; col risultato finale che circa la identificazione di alcune tappe, perfino di quelle fondamentali, venivano indicate decine di differenti località…\1\ Il quale modo di procedere dei vari interpreti fu criticato e anche deriso dal grande filologo e geografo Eratostene di Cirene, con la seguente frase che ci viene tramandata da Strabone (I, 2, 15): «Si ritroverà dove Ulisse ha navigato, quando si troverà il pellaio che ha cucito l’otre dei venti» (evidentemente quello datogli da Eolo). Senonché questa critica e questa derisione di Eratostene non fu affatto recepita dagli interpreti successivi, nemmeno dallo stesso Strabone che ce l’ha tramandata; e molti ancora continuarono nelle loro identificazioni delle varie tappe del viaggio di Ulisse: nel mondo greco, fino al suo trapasso in quello bizantino, e anche nel mondo romano, dopo che Livio Andronico nel secolo III a.C. Aveva proceduto a tradurre in latino l’Odissea.

Non solo, ma i tentativi di ricostruire l’esatto itinerario del viaggio di Ulisse vennero ripresi in epoca moderna, a iniziare dall’età umanistica, di secolo in secolo, fino ai giorni nostri, con innumerevoli e purtroppo assai differenti proposte di identificazione. In epoca recente c’è stato persino chi ha localizzato qualche episodio del viaggio di Ulisse nello Jutland e chi addirittura ha pensato di costruirsi una barca alla foggia di quella usata da Ulisse e, munito di perfezionati apparecchi fotografici, ha deciso di ripercorrere e di fotografare l’itinerario dell’antico navigatore, ovviamente finendo col giurare che quella effettivamente era stata la precisa rotta del peregrinare dell’eroe itacense…

Ma a prescindere da queste amenità, per i tempi recenti sia sufficiente citare due opere molto impegnate, alle quali i rispettivi autori hanno voluto dare tutti i crismi della acribia scientifica: Victor Bérard, Les Navigatione d’Ulysse\2\, e Hans-Helmut & Armin Wolf, Der Weg des Odysseus. Tunis-Malta-Italien in den Augen Homers, con nuova edizione dal titolo Die wirkliche Reise de Odysseus. Zur Rekonstrution des Homerischen Weltbildes\3\. Senonché soprattutto quest’ultima opera dei fratelli Wolf, nonostante ed anzi proprio per l’impegno esegetico profuso nella loro ricerca, si è attirata una sostanziale condanna da parte dei filologi\4\.

D’altra parte il tema della “ricostruzione della rotta del viaggio di Ulisse” è ormai diventato un topos della stampa quotidiana e periodica, tanto che non passa anno in cui non si annuncino le strabilianti “ricostruzioni scientifiche” fatte dagli immancabili capitani di mare o navigatori o ingegneri od avvocati… E tutto questo ha pure avuto le sue ovvie conseguenze pratiche: ad esempio, «nel 1974, il Golfo di Squillace è stato denominato, in base alla localizzazione wolfiana, “Riviera di Nausicaa”, con tanto di lapide nel luogo del fatidico incontro tra Odisseo e la figlia di re Alcinoo»\5\. E pure la nostra Sardegna ha fatto la sua parte: evidentemente a seguito delle indicazioni di Victor Bérard, che aveva localizzato la terra dei Lestrigoni nella Sardegna settentrionale, nella insenatura di Porto Pozzo, di recente è stato ufficialmente trovato e battezzato un «Porto di Ulisse»…

Dal modo in cui ho finora condotto il mio discorso sarà apparso chiaro che io non credo affatto alla “scientificità” dei tentativi di ricostruzione del viaggio di Ulisse; io non ci credo per una grossa difficoltà che espongo subito.

C’è da premettere che ciò che ha spinto innumerevoli interpreti, antichi e moderni, a ritenere realmente avvenuto il viaggio di Ulisse, è di certo la forma di racconto autobiografico che il poeta dell’Odissea ha adottato nel raccontarlo. Si è pertanto ritenuto che il racconto fatto da Ulisse al re Alcinoo e alla sua corte non sia altro che il resoconto di un viaggio compiuto realmente da un navigante antico, quasi il resoconto trascritto nel suo «diario di bordo». Senonché l’ipotesi che quel viaggio sia realmente avvenuto cade di fronte a questa grave difficoltà: il viaggio di Ulisse quale viene descritto nell’Odissea, pur prescindendo del tutto – ovviamente – dai riferimenti a fatti mitici, fantastici e portentosi, quali i Ciclopi, giganti con un solo occhio, i Lestrigoni giganti ed antropofagi, i mostri di Scilla e Cariddi, Eolo col suo otre dei venti, la maga Circe, la ninfa Calipso, la fascia di Leucotea, ecc. ecc., dal punto di vista strettamente nautico presenta una lunga serie di difficoltà ed incronguenze insuperabili, quali sono, ad esempio, il resistere di Ulisse in mare per 9 giorni aggrappato alla chiglia della nave infranta dal fulmine, il suo nuotare per 2 giorni, il suo salvarsi nonostante l’essere stato sbattuto agli scogli (Od., VII 250-253, 267-268, V 279, 388, 425-430), ecc., ecc. Non è da accettarsi l’ipotesi che quel lungo viaggio di mare, nella sua interezza, sia stato realmente effettuato da un navigatore antico. Dunque, in termini strettamente nautici, quel viaggio, così come viene descritto dall’Odissea, risulta intrinsecamente impossibile. Al massimo si può concedere che tutte quelle tappe e alcuni di quegli episodi narrati nel poema non siano il resoconto di un solo viaggio effettuato da un solo navigatore, bensì siano la somma di vari resoconti di differenti viaggi effettuati da diversi navigatori precedenti. Uno di questi sarà stato Ulisse nativo dell’isola di Itaca, alla cui reale esistenza storica si può anche dare credito, dato che Itaca era famosa in tutto il mondo greco per questa sola circostanza: l’aver dato i natali appunto al famosissimo Ulisse\5 bis\.

La qual cosa risulta confermata dalla circostanza che – come tutti sappiamo – secondo numerosi studiosi moderni l’unità di composizione dell’Odissea è soltanto apparente, dato che il poeta che effettuò la composizione scritta e quasi definitiva dell’Odissea, in realtà fece un’opera di assemblaggio di canti più antichi, tramandati per via orale, i quali narravano i viaggi di altri navigatori precedenti. In via più specifica è quasi pacifico tra gli studiosi recenti che l’Odissea costituisca la sintesi di tre lunghi racconti differenti: la Telemachia o il racconto del viaggio effettuato da Telemaco per rintracciare il padre, i Viaggi di Ulisse o il racconto di Ulisse alla corte di Alcinoo ed infine la Vendetta di Ulisse sui Proci. A questi tre lunghi racconti, che costituiscono la parte essenziale dell’Odissea, in seguito furono aggiunti altri racconti di estensione molto minore.

Ho fatto questa abbastanza lunga premessa con l’intento di precisare che col mio presente studio, io non mi sono affatto prefisso il compito di tentare una nuova ricostruzione dell’«itinerario» dell’intero viaggio di Ulisse e nemmeno quella di procedere alla identificazione di una o di alcune tappe di quel viaggio. Escludo del tutto questo proponimento per il motivo essenziale che io sono dalla parte di quegli studiosi i quali ritengono che Ulisse sia fondamentalmente una creatura fantastica e poetica e che pertanto non sia mai esistito un Ulisse reale ed unico che abbia fatto quell’impossibile viaggio che l’Odissea gli attribuisce. Il compito che mi sono prefisso è uno enormemente più modesto, ma insieme – così almeno mi sembra – molto più “scientifico”; ed è quello che ora mi accingo ad esporre.

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C’è innanzi tutto da premettere e precisare che i due poemi omerici, l’Iliade e l’Odissea, non citano mai la Sardegna. È ben vero che un riferimento alla Sardegna sembrerebbe implicito nella famosa locuzione «riso sardanio o sardonio», cioè “riso amaro e forzato”, col quale Ulisse avrebbe risposto alla grave provocazione di uno dei Proci (Od., XX 302); «riso sardanio o sardonio» che numerosi interpreti antichi hanno di fatto riferito proprio alla Sardegna, come terra in cui esiste la velenosa «erba sardania o sardonia» che provocherebbe la morte di un uomo, costringendolo prima a fare un riso doloroso, oppure come terra in cui c’era l’usanza di uccidere i vecchi settantenni ed essi avrebbero affrontato la morte ridendo, in maniera artefatta, per dimostrare coraggio nell’affrontare la loro tragica fine\6\. Già da tempo però io ho escluso che in origine, per quanto realmente risulta dal contesto dell’Odissea, la locuzione «riso sardanio» si riferisse alla Sardegna; è molto meno costoso ritenere che si riferisse ai Sardiani abitanti di Sardeis, capitale della Lidia, terra strettamente contigua alla Ionia, in cui sono nati e maturati i due poemi omerici, che non alla lontanissima Sardegna\7\. Non solo, ma a prescindere dal problema della sua esatta origine e motivazione, è del tutto evidente che la frase implicava una notazione negativa da parte dei Greci della Ionia, notazione negativa che era molto più ovvia nei confronti degli abitanti della vicina Sardeis, loro confinanti ed intesi come “nemici”, che non nei confronti degli abitanti della lontanissima Sardegna. Il fatto poi che i tardi interpreti greci dell’Odissea abbiano invece riferito la locuzione «riso sardanio» alla Sardegna costituisce solamente una delle prove del fatto che nella memoria storica dei Greci resisteva ancora il ricordo della emigrazione dei Lidi e quindi anche degli abitanti di Sardeis o Sardiani non soltanto verso l’Etruria, secondo il notissimo racconto di Erodoto (I 94), ma anche verso la Sardegna, alla quale addirittura essi avevano dato il nome\8\.

Dunque lo ripeto: né l’Iliade né l’Odissea citano mai la Sardegna. Ebbene, col presente studio io mi propongo il compito di appurare se, nonostante questo silenzio dei due poemi omerici rispetto alla Sardegna, almeno in quello più recente, l’Odissea, si possa affermare che la nostra isola risulti presente in forma implicita, sia nella sua realtà geografica, sia nella sua realtà culturale. Ed anticipo che il risultato della mia ricerca a me sembra essere positivo od affermativo.

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Una prima considerazione di carattere geografico. Dovendosi ovviamente considerare l’isola di Itaca – che è vicina alla costa occidentale della Grecia, quella volta al mare Ionio – come ideale centro geografico dei numerosi viaggi che il poeta dell’Odissea attribuisce ad Ulisse, risulta quasi pacifico fra gli interpreti, sia quelli antichi che quelli moderni, che l’area geografica di quei viaggi era fondamentalmente il Mediterraneo posto ad occidente di Itaca e della Grecia e quindi fondamentalmente il Mediterraneo centrale, coi suoi bacini del mare Ionio, di quello Adriatico, di quello Tirreno e di quello posto fra la Sicilia, l’Africa settentrionale e la Sardegna. In questo quadro geografico e marittimo è evidente che la Sardegna trovava una sua posizione effettiva e importante, nel senso che ogni e qualsiasi navigazione che si svolgeva soprattutto nel mare Tirreno e anche lungo le coste dell’odierna Tunisia trovava nella nostra isola un suo necessario riferimento, cioè una tappa quasi obbligata. A maggior ragione si deve supporre questa situazione per la Sardegna di quei lontani secoli, a motivo della tecnica navale che vigeva allora, quando la autonomia delle navi era molto ridotta rispetto a quella delle navi moderne, per cui era pressoché impossibile che un navigante che si muovesse nel mare Tirreno e lungo le coste dell’Africa  centro-settentrionale non toccasse, volente e nolente, la nostra isola.

Il poeta dell’Odissea caratterizza il quadro marittimo e geografico del Mediterraneo dove si svolgono i viaggi di Ulisse e cioè quello che egli conosce, ovviamente in maniera piuttosto nebulosa, dicendo che era il luogo dove «i sentieri della notte e del giorno sono vicini» (Od., X 86), dove cioè – dico io – il sole, morendo, si predispone a rinascere il giorno successivo, sia pure alla parte opposta. Siamo dunque nell’area del Mediterraneo occidentale, della quale evidentemente la Sardegna costituiva un punto centrale e perfino essenziale. Dunque già in termini strettamente geografici è del tutto legittimo ritenere che, nonostante che la Sardegna non sia mai citata dall’Odissea in maniera esplicita, l’isola risultava essere una delle terre presso le quali si svolgevano i viaggi di Ulisse o, meglio, quelli dei naviganti reali che avevano effettuato viaggi in tempi precedenti alla composizione dell’Odissea.

Una seconda considerazione, questa di carattere cronologico e storico . Alcuni storici moderni avevano sostenuto che il racconto dei viaggi attribuiti dall’Odissea ad Ulisse non erano altro che i riflessi letterari e i ricordi poetici della colonizzazione che le varie stirpi greche avevano fatto sia in Sicilia sia nell’Italia meridionale o Magna Grecia ad iniziare dalla metà dell’VIII secolo avanti Cristo. Senonché l’autorevole storico Jean Bérard, nella sua importante opera La colonisation grecque de l’Italie méridionale et de la Sicilie dans l’antiquité. L’histoire et la légende\9\ ha ampiamente e convincentemente dimostrato che i viaggi di Ulisse in effetti sono di molto anteriori a quella colonizzazione, per cui, più che essere il resoconto di quella colonizzazione, al contrario sono stati quasi la “guida” per i coloni greci che si mettevano in viaggio alla volta dell’Italia meridionale e della Sicilia. Secondo il Bérard i mitici viaggi raccontati dall’Odissea sono l’effetto ed il ricordo di precedenti viaggi effettuati dai Greci nei secoli precedenti nel Mediterraneo centrale e soprattutto nel Tirreno, secondo le modalità di una precolonizazione greca in quell’area geografica.

I viaggi di quella «precolonizzazione greca» sono da attribuirsi in maniera preminente ai Micenei, e quindi risalgono anche ai secoli XIII e XII avanti Cristo. In linea di fatto le scoperte dell’archeologia successive alla citata opera del Bérard hanno dato piena ragione e conferma all’illustre studioso francese: reperti micenei sono stati trovati e si vanno tuttora trovando in quasi tutte le terre bagnate del Mediterraneo centrale, la Sardegna compresa\10\.

Rispetto a questi reperti micenei trovati di recente in Sardegna a me sembra che non si debba pensare soltanto a viaggi effettuati dai Miceni in Sardegna, probabilmente in cerca di quei minerali che la nostra isola aveva in abbondanza, come dimostra anche il fatto che essa, prima che venisse denominata Sardó dai Sardiani venuti da Sardeis della Lidia, veniva chiamata Argyróphlebs, ossia «Vena d’Argento», secondo la lingua greca\11\; ma si debba pensare anche a una certa frequentazione dei Sardi Nuragici nel Peloponneso, sede della civiltà micenea, nei loro viaggi di andata e di ritorno che li legavano alla madrepatria lidia\12\. I Greci di Micene, Argo, Tirinto, Pilo, ecc. conoscevano pertanto da antica data la Sardegna ed i Sardi; ma li conoscevano anche i Greci dell’isola di Creta e quelli dell’isola di Cipro, come dimostrano in maniera incontrovertibile sia il ritrovamente in Sardegna di ben 17 talenti di rame a forma di pelle bovina distesa, del tutto simili a quelli trovati appunto a Creta ed a Cipro, sia il ritrovamento in Sardegna della statuetta di bronzo di Nule, che di certo raffigura il Minotauro sotto forma di toro con la testa umana\13\.

Dunque, come dimostrano i reperti micenei rinvenuti nell’isola e soprattutto i citati talenti di rame, sul piano cronologico risulta del tutto certo che i Greci conoscevano la Sardegna e la sua civiltà nuragica almeno dal XIII secolo avanti Cristo.

D’altra parte è cosa abbastanza nota che i due poemi omerici hanno trovato la loro sistemazione scritta e quasi definitiva nei secoli VIII-VII a.C., ma conservavano e conservano il ricordo di avvenimenti dei tre o quattro secoli precedenti, relativi per l’appunto alla civiltà micenea.

E traggo una prima conclusione dicendo: sia per le considerazioni di carattere geografico sia per quelle di carattere archeologico e cronologico or ora esposte, è pressoché impossibile ritenere che il poeta che ha composto i Racconti della corte di Alcinoo non avesse alcuna notizia della Sardegna, tanto nella sua posizione e configurazione geografica quanto e soprattutto per la civiltà nuragica che essa aveva prodotto ed ospitava. Ed a maggior ragione doveva egli avere una certa conoscenza almeno indiretta della Sardegna nei suoi aspetti geografici ed in quelli culturali sia per il fatto che la civiltà nuragica in effetti era una figlia di quella civiltà della Lidia, che era una terra contigua alla patria di origine dei poemi omerici (la Ionia), sia per il fatto che proprio nei secoli che vanno dal XIII all’VIII a.C. la civiltà nuragica aveva raggiunto l’apice del suo sviluppo e del suo splendore, non ancora toccato ed infirmato dall’arrivo dei Fenici e dei Cartaginesi in Sardegna.

Senonché sta di fatto che l’Odissea – come abbiamo visto prima – non cita mai la Sardegna. Come può pertanto essere superata questa grossa e singolare incongruenza di carattere storico-documentario? Può essere superata ritenendo e dicendo che il poeta dell’Odissea cita effettivamente la Sardegna, ma non chiamandola con la sua denominazione, quella che in seguito diverrà tradizionale e definitiva, bensì con qualche altra denominazione relativa a una sua regione oppure a una sua popolazione. Ed è per l’appunto questo il mio punto di vista, quello che mi appresto ad indicare e a dimostrare: il poeta dell’Odissea cita la Sardegna e la sua civiltà nuragica quando parla della «Scherìa o isola dei Feaci».

Una prima importante considerazione: «la Scherìa o isola dei Feaci», la loro civiltà e la corte del loro re Alcinoo giocano un ruolo molto importante nell’Odissea, come dimostra chiaramente il fatto che la parte più importante ed anche quella più bella del poema viene dai moderni esegeti chiamata – come abbiamo visto sopra – Viaggi di Ulisse oppure Racconti della corte di Alcinoo. Ebbene questa importanza del ruolo dell’isola dei Feaci, della sua popolazione e della sua civiltà risulta del tutto congruente con la importanza che la Sardegna con la sua «civiltà nuragica» aveva nel Mediterraneo centrale nei secoli XIII-VIII. Si consideri che per quei lontani secoli Giovanni Patroni ha definito la Sardegna, in virtù della sua «civiltà nuragica», «la perla dell’occidente mediterraneo»\14\; si consideri che quella nuragica è stata la prima grande civiltà non solamente dell’Italia ma anche di tutto il bacino centro-occidentale del Mediterrano, civiltà precedente di quattro secoli a quella «civiltà etrusca», che troppi autori si ostinano a definire la «prima civiltà dell’Italia» (d’altronde molti sanno che io vado sostenendo da una quindicina d’anni che la civiltà nuragica e quella etrusca erano geneticamente affini, perché entrambe derivate e scaturite dalla civiltà lidia, e che addirittura quella nuragica ha promosso il primo sorgere di quella etrusca!). A ciò va aggiunto che ha di certo un enorme significato storico la denominazione di mare Tirreno acquistata dal bacino centrale del Mediterraneo: la quale appunto deriva dall’etnico Tyrrhenói, Tyrsenói, che propriamente significava «Costruttori di torri», e questi inizialmente erano i Sardi Nuragici, costruttori delle circa 7 mila «torri nuragiche» della Sardegna. Il mare Tirreno dunque dovette la sua denominazione al predominio o «talassocrazia» che prima i Sardi Nuragici o Tirreni della Sardegna e dopo anche i loro parenti Etruschi o Tirreni d’Italia esercitarono a lungo su quel bacino del Mediterraneo centrale\15\.

Dunque la descrizione abbastanza circostanziata, cordiale e perfino ammirata che il poeta dell’Odissea fa del popolo dei Feaci e della sua civiltà si adatta perfettamente alla importanza, alla grandezza ed alla magnificenza della «civiltà nuragica» della Sardegna, mentre non si vede a quale altro popolo e a quale altra civiltà del Mediterraneo centrale e dei secoli XIII-VIII a.C. potesse essere riferita con ugualmente esatta congruenza.

Numerosi interpreti greci dell’età classica e di quella postclassica avevano identificato l’«isola dei Feaci» descritta dall’Odissea con l’isola di Corcira, cioè con l’attuale Corfù\16\. Senonché a tale identificazione si oppongono quattro gravi difficoltà: 1ª) L’Odissea mette l’isola dei Feaci nel lontano occidente mediterraneo, «lontano dagli uomini» e «in disparte, ultimi nel molto ondoso mare» (Od., VI 8, 204-205) e questa di certo non era la posizione geografica di Corcira, che invece è vicinissima ad Itaca; 2ª) Non risulta per nulla che l’antica Corcira abbia mai ospitato una civiltà di così alto tenore, quale è quella dei Feaci descritta dal poeta dell’Odissea; 3ª) Costui fa chiaramente intendere che il popolo dei Feaci era molto civile ed avanzato, ma anche “altro” o “diverso” e cioè xénos o «forestiero» rispetto alla etnia greca, mentre ai Greci non risultava affatto che Corcira avesse mai ospitato una civiltà dissimile da quella greca; 4ª) L’Odissea dice che nell’isola dei Feaci regnavano 12 re più Alcinoo, il tredicesimo (Od., VIII 390-391); orbene è da escludersi del tutto che nell’isola di Corcira potessero regnare contemporaneamente 13 re, sia pure sovrani di altrettanti piccoli regni.

Uno degli argomenti che gli esegeti moderni mettono avanti per sostenere che i due poemi cosiddetti “omerici” sono usciti dalle mani di almeno due differenti poeti si ha nel fatto che nell’Odissea, a differenza dell’Iliade, trova largo spazio l’elemento soprannaturale, cioè magico e portentoso, costituito da mostri, giganti, ciclopi, semidei, ecc. Di passaggio faccio notare che questo elemento soprannaturale trovava nei tempi antichi le sue ragioni di fondo in due fatti principali: da una parte l’esistenza nei mari di fenomeni che in quei tempi risultavano del tutto inspiegabili in termini razionali, quali maremoti, correnti impetuose, vortici, trombe marine, grotte profonde sulle coste, pesci mostruosi, ecc., dall’altra il tentativo dei mercanti delle varie etnie di allontanare i concorrenti dalle diverse zone di commercio fruttuoso. Ebbene questo elemento soprannaturale si incontra in quasi tutti gli episodi che costituiscono altrettante tappe del viaggio di Ulisse, e cioè i Lotofagi, Polifemo, Eolo, i giganti Lestrigoni, Circe, il regno dei Morti, le Sirene, le rupi erranti, Scilla e Cariddi, Calipso. Tutto al contrario, nell’episodio relativo all’isola dei Feaci, che – lo ripeto e ribadisco – gioca un ruolo di primissimo piano nell’Odissea, l’elemento soprannaturale non compare quasi mai. Nel racconto relativo all’isola dei Feaci ci sono, sì, i tre episodi di Atena che si presenta ad Ulisse sotto le mentite spoglie prima di una ragazza, dopo di un araldo ed infine di un giudice di gara, ma questo modo di procedere della potente dea amica di Ulisse si ritrova in tutta l’Odissea e si ritrova di frequente anche nell’Iliade. Nel lungo Racconto di Ulisse nella corte di Alcinoo un solo elemento veramente magico e portentoso si incontra, ed è l’episodio della nave dei Feaci che, al ritorno dal viaggio che aveva riportato Ulisse ad Itaca, in vista ormai della terra da cui era partita, viene da Poseidone irato contro i Feaci pietrificata e trasformata in un’isola saldamente connessa al fondo del mare. Ebbene quest’unico episodio portentoso o miracoloso relativo ai Feaci, non solo non distrugge né attenua il carattere realistico della descrizione dell’isola dei Feaci e della loro civiltà fatta dall’Odissea, ma addirittura finisce, come vedremo più avanti, col caratterizzarsi come uno degli indizi più consistenti a favore della realtà geografica e storica dell’isola e del popolo dei Feaci.

La descrizione dell’isola e del popolo dei Feaci, come risulta fatta dall’Odissea, non solo non presenta elementi magici e portentosi, ma tutto al contrario è realistica, precisa, abbastanza circostanziata ed inoltre presenta elementi che danno al lettore la sensazione che si riferisca ad una terra e ad un popolo realmente esistiti ed effettivamente conosciuti – sia pure in maniera quasi di certo indiretta – dal poeta dell’Odissea. Ed infatti è stato giustamente affermato che «Sebbene remoti e isolati (….), i Feaci saranno i primi uomini che Odisseo incontrerà da quando ha perso i compagni, otto anni prima»\17\. La stessa descrizione della ricchezza della reggia di Alcinoo e quella del suo giardino hanno certamente la nota della esagerazione, ma non quella del portentoso o miracoloso.

Nella descrizione dunque dell’isola dei Feaci si incontrano molti elementi realistici, alcuni dei quali si stagliano in maniera esatta e – direi – sorprendente con la realtà culturale dei Sardi Nuragici, quale la archeologia e la storiografia moderne hanno ricostruito e delineato.

Il racconto relativo ai Feaci inizia con una importante notizia: essi in origine abitavano altrove e rispetto alla Scherìa, lontana terra circondata dal mare (Od., VI 204), risultavano nuovi arrivati (Od., VI 4-10). Ed anche i Sardi Nuragici – come ho accennato prima – in origine vivevano nella Lidia e nella loro nuova sede, la grande isola del Mediterraneo centrale, risultavano nuovi arrivati.

Ripetutamente il poeta dell’Odissea dice che i Feaci erano grandi navigatori (Od., VI 270; VII 36, 108, 328; VIII 247, ecc.); ed anche i Sardi Nuragici erano grandi navigatori, come dimostrano l’essere arrivati in Sardegna dalla lontana Lidia, l’avere a lungo mantenuto rapporti con la loro lontana madrepatria, l’avere partecipato alle numerose imprese che i «Popoli del Mare» fecero in Egitto e in tutte le terre del Mediterraneo orientale, l’essersi impadroniti delle Baleari, l’avere stabilito loro stanziamenti nella Corsica meridionale, sulle coste della futura Etruria e su quelle dell’Iberia nord-orientale, l’avere probabilmente tentato la conquista di una grande isola nell’Oceano Atlantico – forse Madera – impediti però dai Cartaginesi\18\.

Nel descrivere la reggia di Alcinoo, re dei Feaci, il poeta dell’Odissea mette in grande evidenza l’abbondanza di metalli preziosi con cui essa era fatta e la ricchezza degli oggetti che vi erano contenuti (Od., VII 81-102). Ebbene l’intera civiltà nuragica è stata caratterizzata dal largo uso dei metalli, dei quali i Nuragici si sono dimostrati ottimi lavoratori; e questo in virtù del fatto che tutta l’isola era, nell’intero Mediterraneo, uno dei maggiori centri di produzione di metalli: argento, rame, piombo, zinco e ferro, tanto che – come abbiamo visto sopra – prima di chiamarsi Sardó per effetto dell’arrivo dei Sardiani della Lidia, veniva chiamata dai Greci Argyróphlebs, cioè «Vena d’Argento».

I Feaci conoscevano l’usanza dei giochi ginnici e militari (Od., VIII 120 segg.); ed anche i Sardi Nuragici avevano questa usanza, come dimostrano i bronzetti di pugili, di lottatori, di cavalieri che tirano d’arco inginocchiati sul dorso del cavallo\19\.

I Feaci avevano una grande passione per la danza e addirittura si vantavano di essere i migliori in questa attività diversiva (Od., VIII 253); la loro danza poi prevedeva una catena di giovani di forma circolare, al cui centro si metteva il suonatore che dava il tempo per la danza (Od., VIII 262, 380). Ebbene, pure i Sardi hanno sempre dimostrato e tuttora dimostrano vivissimo interesse e gusto al loro ballo tradizionale, il quale prevede anch’esso una catena circolare di giovani, al cui centro si metteva, fino all’inizio del secolo XX, il suonatore delle antichissime launeddas o flauti multiplici, che sono di probabile origine lidia\20\, mentre attualmente si mette il suonatore di fisarmonica.

Circa il sistema di governo dei Feaci il poeta dell’Odissea segnala che essi venivano retti da dodici re, mentre Alcinoo era il tredicesimo (Od., VIII 390-391). Ebbene, anche per i Sardi Nuragici giustamente si è parlato di un sistema di governo di forma “cantonale” e cioè “federativa” delle varie popolazioni, le quali venivano governate da altrettanti piccoli sovrani; rispetto ai quali il capo supreno – probabilmente eletto soltanto in occasioni di guerre contro popoli invasori – risultava essere solamente un primus inter pares. Non solo, ma perfino nel numero dei re che regnavano sui Feaci possiamo riscontrare una nuova notazione realistica: perché risultavano essere 13 e non, ad esempio, 12, che per tutta l’antichità e presso numerosi popoli è stato un numero canonico e sacrale, in dipendenza dal numero delle 12 lunazioni che si hanno in un anno solare. In linea di fatto, dopo uno studio accurato, io ritengo di avere di recente individuato ed elencato le seguenti 10 tribù o popolazioni nuragiche: Rubresi in Ogliastra, Galillesi nel Gerrèi, Salchitani nel Sarcidanu, Alchitani presso San Nicolo d’Arcidanu e nelle pendici del monte Arci, gli Ipsitani presso Fordongianus, i Giddilitani abitanti di Citil in Campeda, gli Uddadhaddi presso Cuglieri, gli Iliesi nella Barbagia di Ollolái, i Lesitani presso le terme di san Saturno di Benetutti,  i Nurritani nella attuale Nurra oppure presso Nurri\21\.

Il poeta dell’Odissea, parlando di Arete, moglie del re Alcinoo, si dilunga nel parlare dell’alta stima e del grande prestigio che essa godeva presso il marito e presso i sudditi, tanto che veniva richiesta di pareri e perfino dirimeva le loro liti (Od., VII 65-74). D’altronde sia Nausicaa sia Atena consigliano Ulisse di rivolgersi, per la richiesta di aiuto, prima e piuttosto ad Arete che non ad Alcinoo (Od., VI 305-315; VII 53-54) e inoltre l’ultimo saluto di commiato Ulisse lo rivolge ad Arete e non ad Alcinoo (Od., XIII 59-62). E sono tutte notazioni che da una parte non corrispondono affatto alla posizione che la donna aveva nel mondo omerico e greco, dall’altra, al contrario, sembrano stagliarsi meglio nella lunga tradizione dei Sardi, quella per la quale essi hanno avuto una regina come Eleonora d’Arborea, quella per cui in epoca medioevale e fino a settant’anni fa nelle zone interne dell’isola c’era l’usanza di denominare un individuo col nome della madre e non con quello del padre\22\ ed infine nel grande prestigio che tuttora ha la donna, soprattutto la madre, nel mondo agro-pastorale. Per la figura della odisseica regina Arete si è parlato di un ricordo di un antichissimo matriarcato, e pure per la Sardegna se ne deve, almeno in una certa misura, ugualmente parlare.

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Ho già detto che nel lungo racconto dell’Odissea relativo ai Feaci esiste un solo elemento magico-portentoso: la pietrificazione, effettuata da Poseidone irato, della nave con cui i Feaci avevano riportato Ulisse nella sua patria Itaca e la sua trasformazione in un’isola saldata al fondo del mare. Ed ho pure anticipato che quest’unico elemento magico-portentoso del lungo racconto odisseico in effetti si caratterizza come uno degli indizi più forti della realtà storica dei Feaci e inoltre della loro identificazione con gli antichi Sardi Nuragici.

Io sono del parere che esista effettivamente lungo le coste della Sardegna un’isola che poteva essere interpretata come una nave pietrificata, e quest’isola è Tavolara.

Tavolara è un’isola dalla conformazione geologica molto caratteristica, in virtù della quale essa si impone a un qualunque navigante vi passi vicino in maniera immediata e vistosa e più che qualsiasi altra isola. Intanto è un’isola molto lunga (circa 7 chilometri) e viceversa molto stretta (poco più di 1 chilometro), inoltre è costituita da una lunga cresta montana che si eleva quasi a picco sul mare, raggiungendo la considerevole altezza di 564 metri nella Punta Cannone\23\. Effettivamente l’isola di Tavolara poteva e può dare l’impressione e l’immagine di una grande nave che è stata pietrificata nella sua veloce corsa sul mare, assieme al suo apparato di grandi vele spiegate al vento. La sua lunga ed alta cresta di montagna si presenta infatti frastagliata e mossa, per cui l’immaginazione dello spettatore può essere spinta a intravedervi il susseguirsi e il vario muoversi di più vele. Ma che l’isola di Tavolara si presenti effettivamente in questo modo ai naviganti è dimostrato in maniera sorprendente soprattutto da una precisa ed esatta circostanza: la sua appendice nord-orientale ha il nome di «Punta su Timone», “il timone”, evidentemente, di una nave!

Questa denominazione del piccolo promontorio di Tavolara costituisce nel mio discorso una prova di straordinaria importanza, dato che dimostra chiaramente e senza ombra di dubbio che l’intera isola era dagli antichi naviganti vista come una grande nave di pietra calcarea, rispetto alla quale il suo piccolo promontorio nord-orientale costituiva appunto il timone. Su questo argomento mi piace riportare quanto ha scritto quell’acuto e attentissimo studioso che era Dionigi Panedda: «Se, tenendo presente la configurazione orizzontale di Tavolara e del timone, si scorrono le illustrazioni che, di navi dell’antichià e del medioevo, riportano enciclopedie e pubblicazioni specializzate, non potranno non saltare agli occhi le due somiglianze che corrono tra le dette navi e la grande isola olbiese. L’una, la somiglianza tra lo strumento di direzione di quelle antiche navi – il gubernaculum dei romani – e la configurazione sia orizzontale che verticale del promontorio del Timone. L’altra, la somiglianza tra la posizione dell’antico timone direzionale, rispetto alle navi a cui veniva applicato, e la posizione del detto promontorio, rispetto all’isola di Tavolara»\24\.

Dalla quale attenta considerazione del Panedda si deve dedurre che la denominazione di Punta su Timone deve essere molto antica. E infatti c’è da considerare che per i naviganti antichi, privi come erano dei moderni strumenti di orientamento astronomico e radiogoniometrico, il riconoscere una determinata isola o un determinato promontorio, con la sua esatta denominazione derivante dalla figura che essi vi vedevano, era una questione di enorme importanza, anche una questione di vita e di morte nel caso che essi cercassero un approdo per sfuggire ad una tempesta.

Ovviamente, come ho dichiarato di ritenere che non sia mai esistito un Ulisse greco che abbia fatto tutti quei viaggi sul mare che l’Odissea gli attribuisce, a molto maggiore ragione dichiaro di non concedere proprio nulla al “portento” della pietrificazione della nave dei Feaci al loro ritorno da Itaca nella loro isola. Io semplicemente interpreto che l’isola di Tavolara apparisse come una grande nave in pietra, con le vele spiegate al vento e col suo timone a poppa sia ai Feaci e cioè ai Sardi Nuragici, sia ai naviganti greci che arrivavano in Sardegna per motivi di commercio oppure perché sbattutivi dalle tempeste. Però nei racconti di questi naviganti greci l’isola di Tavolara finì con l’essere interpretata come la nave dei Feaci che aveva riportato Ulisse nella sua patria, ma che era stata pietrificata da Posidone irato contro i Feaci….

Ed esiste un altro particolare del racconto odisseico che si adatta alla perfezione alla conformazione geologica e geografica dell’isola di Tavolara: secondo il racconto dell’Odissea la nave dei Feaci fu pietrificata da Poseidone nel suo viaggio di ritorno ed inoltre quando già tutti gli abitanti della città la vedevano (Od., XIII 155). E infatti, in primo luogo il fatto che la Punta su Timone e cioè la poppa della nave sia rivolta a nord-est, cioè verso l’Italia, spingeva a intendere che la nave, quando venne pietrificata, era sulla via di ritorno in Sardegna, in secondo luogo l’isola di Tavolara era ed è tuttora veduta da coloro che si trovino nella costa della Sardegna….

Ma c’è un altro particolare almeno curioso: nella costa orientale di Tavolara esiste un ampio arco di calcare, ben visibile da tutti i naviganti che si avvicinano all’isola: lo si è chiamato l’”arco di Ulisse”. Ma ad iniziare da quando?

*   *   *

L’aver identificato la mitica nave pietrificata dei Feaci dell’epopea odisseica con la odierna e reale isola di Tavolara ci consente di procedere a un’altra importante identificazione: la capitale dei Feaci, la città del re Alcinoo, della regina Arete e della principessa Nausicaa, era la città che in seguito, per effetto di uno stanziamento greco molto più tardo, finì col chiamarsi Olbia….

Io respingo con decisione la tesi sostenuta di recente da un archeologo secondo cui Olbia sarebbe stata fondata dai Cartaginesi nel 350 a.C.\25\, e sostengo invece che non si possa dubitare per nulla del fatto che il sito di Olbia fosse stato occupato in epoca molto più antica già dai Sardi Nuragici. Lo dimostra all’evidenza innanzi tutto il fatto che tutto il retroterra olbiense è risultato ricco di monumenti e reperti nuragici – si pensi al pozzo sacro di sa Testa ed inoltre al santuario fortificato di Cabu Abbas\26\ -, in secondo luogo la circostanza che ai Nuragici non poteva sfuggire l’importanza enorme della baia di Olbia come insenatura difesa dai venti e quindi adattissima alla pesca, all’estrazione del sale ed alla navigazione.

Ebbene, anche la descrizione che l’Odissea fa della città di Alcinoo si adatta abbastanza bene alla situazione geografica di Olbia. Il poeta dell’Odissea dice che la città dei Feaci aveva “dall’una e dall’altra parte un bel porto, con una stretta entrata» (Od., VI, 263-264); il che fa intendere che essa era come su un piccola penisola che si infilava nel mare\27\. Orbene questa situazione corrisponde esattamente a quella di Olbia, la quale, prima che venisse creato il lungo molo artificiale che la unisce all’Isola Bianca per consentire l’approdo delle moderne motonavi, aveva un lungo porto a forma di ferro di cavallo, che andava dall’attuale Póltu Romanu, a nord, fino all’altro nella sua riva volta a sud-est, Póltu ‘Étzu\28\. La «stretta entrata» del porto potrebbe essere quella del Póltu Romanu, ora scavalcata da un ponte. Inoltre il poeta dell’Odissea ci dice che la città aveva la «agorá costruita di pietre trasportate e conficcate nel terreno» (Od., VI 266-267): e anche questa è una notazione che si adatta perfettamente con le usanze costruttive dei centri abitati della Sardegna settentrionale, nei quali le piazze lastricate con granito sono una caratteristica inconfondibile.

Ma nel racconto fantastico fatto dall’Odissea dell’ira di Poseidone contro i Feaci c’è un’altro particolare che probabilmente trova anch’esso una esatta conferma nella conformazione della insenatura di Olbia: racconta l’Odissea che Poseidone ottenne da Zeus non solamente il permesso di pietrificare la nave dei Feaci, ma anche quello di nascondere la loro città con un grande monte (Od., VIII 569, XIII 152, 158, 177, 183). E’probabile che in questo particolare del racconto ci sia un riferimento a quel promontorio costituito dal Monte Maladrommì, il quale effettivamente chiude in parte la vista di Tavolara agli Olbiesi e inoltre sembra chiudere la insenatura di Olbia. Oppure nel citato particolare odisseico può darsi che ci sia un riferimento alla circostanza che l’imboccatura della baia di Olbia ha sempre conosciuto il pericolo di essere interrata dai detriti del fiume Padrogianu; tanto è vero che, per consentire il passaggio delle moderne motonavi, l’imboccatura è stata spesso sottoposta a dragaggio. E pure la circostanza per cui, mentre Poseidone ottiene da Zeus il permesso di «nascondere la città dei Feaci con un monte», alla fine sembra che egli abbia accolto la preghiera dei Feaci stessi di non portare a compimento la sua grave decisione (Od., XIII 182-183): non potrebbe darsi che i naviganti greci che conoscevano effettivamente, per averla praticata, l’antica capitale dei Feaci, si fossero accorti che il pericolo dell’interramento della imboccatura della baia di Olbia in certi periodi, a seconda del movimento delle onde e delle correnti marine, era particolarmente grave, mentre in altri periodi lo era molto di meno?

Infine il poeta dell’Odissea, quando si dilunga nel presentare le meraviglie dell’orto-giardino di Alcinoo, lascia intendere che l’intera zona fosse particolarmente adatta alla agricoltura: di certo questo particolare non sembrerebbe corrispondere alle attuali condizioni dell’agro dell’odierna Olbia, ma potrebbe adattarsi alle condizioni dei tempi antichi, quando il retroterra di Olbia sicuramente sarà stato molto più fertile di adesso, per il fatto che le acque che vi confluivano saranno state molto più abbondanti e più regolari di adesso in virtù del molto più vasto e più denso manto boschivo dei monti circostanti.

Un’ultima considerazione e un’ultima domanda che mi propongo io stesso: se fosse vero che effettivamente l’isola dei Feaci non era altro che la Sardegna dell’età nuragica, per quale motivo il poeta dell’Odissea parla dell’isola dei Feaci per l’appunto e non affatto dell’isola dei Sardi? La facile risposta si potrebbe trovare in una circostanza che ho indicato in precedenza: nella Sardegna nuragica non è mai esistito un potere centrale e una capitale dell’isola intera. La Sardegna nuragica era fondata e governata secondo un sistema cantonale o federativo di più tribù o polazioni. Ebbene i Feaci saranno stati i Sardi che vivevano nella zona che fa capo ad Olbia e alla sua baia. I Feaci e il loro re Alcinoo avranno avuto una notevole importanza nella Sardegna settentrionale, sia perché Olbia, o – meglio – il centro abitato nuragico che esisteva nell’attuale Olbia, era aperto ai contatti marittimi col mondo italico e con quello greco, sia perché avrà costituito un’importante base di appoggio per tutti i naviganti, sardi e non sardi, che tentavano di attraversare l’importantissima e pericolosa via di mare che erano le Bocche di Bonifacio, via che, ad esempio, portava alla foce del Rodano, dove giungeva il tragitto continentale e fluviale che lo stagno delle isole Cassiteridi e l’ambra dei paesi del Baltico seguivano per arrivare nel Mediterraneo\29\.

E anche per questa precisa circostanza geografica non può sussistere alcun fondato dubbio sul fatto che gli antichi Greci conoscessero da epoca molto antica le coste nord-orientali della Sardegna e quelle settentrionali che danno sulle Bocche di Bonifacio. Ebbene, in quella importante zona della Sardegna nord-orientale i Feaci saranno stati la popolazione più potente e più ricca, tanto che col nome della loro Scherìa il poeta dell’Odissea avrà preferito indicare l’intera isola anziché con quello di Sardó, che con ulteriori svolgimenti diventerà quello tradizionale e definitivo di Sardegna.

E c’è da aggiungere un’altra notazione prettamente linguistica: anche l’etnico Feaci, cioè Pháiakes, probabilmente dimostra di appartenere al fondo linguistico nuragico, in virtù del suo suffisso –ak, che si ritrova ad esempio, anche negli appellativi protosardi nuráke «torre di pietra» e neuláke «oleandro», ecc.

Concludo riassumendo quelli che mi sembrano essere i risultati effettivi della mia odierna ricerca:

1°) Dato che il mondo dell’Odissea risulta avere avuto come spazio geografico il Mediterraneo centrale e come tempo cronologico i secoli XIII-VIII a.C. e d’altra parte la Sardegna in quello spazio e in quel periodo risulta avere avuto un ruolo notevole e addirittura un primato civile e culturale sulle altre terre circostanti, è pressoché assurdo ritenere che questa non abbia avuto un qualche ruolo anche in quel poema. Per eliminare questa singolare incongruenza e quasi vera e propria assurdità, si deve ritenere che il poeta dell’Odissea abbia, sì, fatto riferimento alla Sardegna, ma chiamandola in un altro modo, cioè Scherìa o isola dei Feaci. E questo mi sembra un risultato della mia ricerca che si presenta con un elevatissimo grado di probabilità.

2°) In virtù della conformazione geomorfica dell’isola di Tavolara, che sembra tuttora una “nave pietrificata” come quella mitica dell’Odissea, si può pensare che i Feaci fossero una delle popolazioni della Sardegna nord-orientale e che la loro capitale fosse quel centro abitato che più tardi si chiamerà Olbia. E questo mi sembra un risultato della mia ricerca che si presenta con un discreto grado di probabilità.***

                                                    

NOTE

          1 – Cfr. A. Heubeck, Omero, Odissea, I-V, Fondazione Lorenzo Valla, Milano, 1981, 1982, 1983, 1984, 1985, vol. III, pag. XI.

2 – Paris, 1927-1929.

3 – Rispettivamente Tübingen, 1968; München-Wien, 1983.

4 – Cfr. W. Marg, in «Gnomon», XLII, 1970, pagg. 225-237; A. Heubeck, art. e loc. cit.

5 – Così G. Chiarini, Odisseo. Il labirinto marino, Roma, 1991, pag. 55, (libro di esegesi omerica pur’esso molto discutibile…).

5 bis – La notevole differenza fonetica che esiste tra la forma greca Odysséus e quella lat. Ulixes ci induce a ritenere che l’antroponimo greco sia entrato nel latino per il tramite etrusco.

6 – Cfr. i recenti studi: E. Cadoni, Il Sardonios gelos: da Omero a Giovanni Francesco Fara, in «Sardinia antiqua, studi in onore di P. Meloni», Cagliari, 1992, pagg. 223-238; G. Paulis, Le “ghiande marine” e l’erba del riso sardonico negli autori greco-romani e nella tradizione dialettale sarda, in «Quaderni di Semantica», XIV, 1 giugno 1993, pagg. 9-50.

7 – Cfr. M. Pittau, La lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi, Sassari, 1981, pag. 33. Con la quale considerazione viene del tutto meno il sospetto che il passo relativo al «riso sardanio» sia interpolato.

8 – Cfr. Platonis dialogi, curante C.F. Hermann, Lipsia, 1877, scholia in Timaeum 25 B.

9 – Paris, 1957; tradotta in italiano col titolo La Magna Grecia, Torino 1963, VII ediz., cap. VIII.

10 – Cfr. M.L. Ferrarese Ceruti, Ceramica micenea in Sardegna, in «Rivista di Scienze Preistoriche», XXXIV, 1979, fasc. 1/2, pagg. 243-252; Eadem, Documenti micenei nella Sardegna meridionale, in Autori Vari, Ichnussa – La Sardegna dalle origini all’età classica, a cura di G. Pugliese Carratelli, Milano, 1981, pagg. 605-612; F. Lo Schiavo, in «Archeologia viva», XII, 35, gennaio/febbraio 1993, pagg. 14-16.

11 – Cfr. nota 8.

12 – Cfr. M. Pittau Origine e parentela dei Sardi e degli Etruschi. Saggio storico-linguistico, Sassari, 1994, Delfino Editore,  39.

13 – Cfr. M. Pittau, op. cit.,  41, 46.

14 – G. Patroni, La Preistoria, Milano, 1951, pag. 474. Cfr. E. Pais, Sardegna prima del dominio romano, in «Atti della R. Accademia dei Lincei», VII, 1880-1881 (ristampa anastatica, Cagliari, ediz. Trois, senza data), pagg. 300-301.

15 – Cfr. M. Pittau, La lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi, Sassari, 1981,  9 e pag. 266; M. Pittau, Lessico Etrusco-Latino comparato col Nuragico, Sassari, 1984, pagg. 18-19.

16 – Cfr. J. Bérard, op. cit., pag. 311, con relative citazioni antiche nella nota 25.

17 – Così J.B. Hainsworth, Omero, Odissea cit., vol. II (1982), pag. 183.

18 – Cfr. M. Pittau, op. cit.,  49-51, 63.

19 – Cfr. M. Pittau, op. cit.,  61.

20 – Cfr. M. Pittau, Lessico Etrusco-Latino cit, pagg. 61-63.

21 – M. Pittau, Origine e parentela ecc. cit.,  25. Per i Salchitani e gli Alchitani vedi M. Pittau, Studi Sardi di linguistica e storia, Pisa, 1958, cap. III. Lascio cadere i Campitani (= attuali Campidanesi) perché la loro denominazione mi sembra che avesse solo un valore geografico, ed i Tibulati, che probabilmente erano soltanto gli abitanti di Tibula = Castelsardo (vedi M. Pittau, Castelsardo-Tibula, in «La Grotta della Vipera», Cagliari, 1987, num. 38/39, pagg. 53-55).

Ritenere che i Nurritani fossero gli abitanti dell’antica città di Nura e cioè della attuale Nurra oppure, in subordine, dell’attuale villaggio di Nurri, sulle pendici meridionali del massiccio del Gennargentu, mi sembra molto più verosimile che non ritenere che fossero gli abitanti della zona di Núoro. Questa seconda ipotesi è stata sostenuta in base ad un cippo terminale rinvenuto presso Orotelli, che porta la dicitura FIN NURR, la quale è stata interpretata come FINES NURRITANORUM [cfr. M. Bonello Lai, in La Tavola di Esterzili, Atti del «Convegno di studi, Esterzili, 13 giugno 1992» (Sassari, 1993) pagg. 175-177]. Io invece interpreto questa scritta come FINES NURDOLENSIUM «confini dei Nurdolesi», ossia di un villaggio Nurdòle, che esisteva ancora nel Medioevo (CSP 43, 194, 195, 269, 270, 324) e di cui rimangono ancora il toponimo ed inoltre i resti ad una decina di chilometri dal luogo di rinvenimento del cippo, nella medesima lunga e larga vallata che porta dal fiume Tirso a Núoro.

22 – Cfr. G. Spano, nel «Bullettino Archeologico Sardo», III (1857), pagg. 169-170; G.D. Serra, Etruschi e Latini in Sardegna, in «Mélanges de philologie romane offerts a M.Karl Michaëlsson», Göteborg, 1952, pag. 412; S. Satta, Il giorno del giudizio, Padova, 1977, I ediz., passim; M. Pittau, Origine e parentela ecc. cit.,  30.

23 – Cfr. E. De Felice, Le coste della Sardegna. Saggio toponomastico storico-descrittivo, Cagliari, 1964, pagg. 31-32; A. Papurello Ciabattini, Il profilo geografico di Tavolara. Sardegna, Cagliari, 1973; D. Panedda, I nomi geografici dell’agro di Olbia, Sassari, 1991, pagg. 614-615.

24 – D. Panedda, op. cit., pag. 625, num. 2161. Numerose raffigurazioni di navi antiche si trovano nel libro di O. Höckmann, Antike Seefahrt, München, 1985, trad. ital. La navigazione nel mondo antico, Milano, 1988.

25 – R. D’Oriano, in Autori Vari, Olbia e il suo territorio – Storia e archeologia, Olbia, 1991, pag. 53.

26 – Cfr. la stessa op. cit., Olbia e il suo territorio, pagg. 35-49.

27 – «Il luogo è pensato come una penisola con insenature portuali su entrambi i lati dell’istmo», così J.B. Hainsworth, op. cit., pag. 221, a proposito di Od., VII 43.

28 – Cfr. D. Panedda, op. cit., pag. 475 num. 1663 bis e pag. 476 num. 1668.

29 – Cfr. M. Pittau, Origine e parentela ecc. cit.,  52.

*** Studio estratto dall’opera di Massimo Pittau, Storia dei Sardi Nuragici, Selargius (CA) 2007 (Libreria Koinè Sassari), con qualche lieve correzione ed aggiunta.

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