XIV Amore e morte a Miramonti all’ombra del Mulino a vento e della Torre dei Doria di Ange de Clermont

La tragica fine di Giuanne Malta incombeva su Miramonti. Anche il Mulino a vento si mise in movimento con quelle pale poderose che assordavano il rione de sa Niéra e la torre dei Doria s’immalinconiva stufa di stare a guardare da lassù da cinque secoli il borgo tormentato da omicidi, suicidi, bardane e arresti a volte azzeccati, a volte indiscriminati. Ogni individuo dotato dell’uso della ragione aveva da dire la sua. Gli stessi antichi patroni del villaggio, San Matteo, Santa Giusta, Santa Maria Maddalena, Santa Lucia, Santa Caterina d’Alessandria, Santa Cecilia, Santu Miale, che da lassù vedevano tutto, pregarono il buon Dio di mandare qualche benedizione per rasserenare gli animi, ma questi non si rasserenavano a cominciare dalle autorità che indissero una riunione in Comune, nella sala delle assemblee civiche, presieduta dal sindaco  che sembrava il più agitato di tutti.

Vi convennero anche il parroco, il medico condotto, il brigadiere Carrigni e più tardi si unì a loro il pretore di Vulvu, nuovo di zecca, dopo la condanna e la carcerazione del precedente pretore dr. Rossi. Assistettero anche gli assessori e i notabili del paese, compresa quell’anima dannata del massone tiu Nanneddu e il superbo, già stato sindaco, Zenone Corsu, anche lui in odore di massoneria. Prese la parola per primo il sindaco Moddau dicendo che non era possibile che in così breve tempo, a sette anni dell’altro triplice assassinio dell’1882, si fosse arrivati a questi due morti ammazzati e , siccome, non c’è due senza tre, c’era da attendersi un terzo delitto. Intervenne quindi il parroco che si disse mortificato dell’avvenimento nonostante la buona condotta religiosa della maggior parte del suo gregge e aggiunse che lui altro non poteva fare che elevare preci a Dio. Lo interruppe bruscamente tiu Nanneddu dicendo che le sue parole erano solo vento e che Dio, se c’era, non andava disturbato per questi volgari assassini. Il sindaco lo mise bruscamente a tacere indicandogli la porta. Parlò ansimando il medico Grisone dicendo che la maggior parte della gente del paese era sana di mente e ben orientata, che si guardasse intorno, perché era inutile prendersela con i compaesani quando sette anni prima l’assassino dei tre morti ammazzati era un estraneo al borgo e addirittura un continentale. Il brigadiere Carrigni, dandosi un certo contegno, visto che tra i presenti aveva notato il sig. Nigoleddu, padre di Anghela, disse che occorreva ricercare l’assassino dopo aver vagliato il movente. Certo, c’era da restare perplessi, osservando che tutt’e due delitti erano avvenuti nelle domus de Janas e con uno stiletto  nella cui impugnatura c’era la protòme taurina e più chiaramente la fronte e le corna di un toro che erano impresse anche nell’ingresso quadrangolare delle domus. Parlò infine il pretore appena giunto da Vulvu, un napoletano dalla faccia simpatica, dr. Lauro  Dello Vicario, che disse che era inutile rompersi il capo. Per risolvere questi delitti era necessario non prendersela troppo in fretta e che i gatti per la fretta partorivano i figli ciechi e quindi ci si mettesse l’animo a posto e si attendesse. Salutò perché era atteso da un milite a cavallo per raggiungere le domus de su Murrone dove giaceva  il cadavere di Giuanne Malta. Il sindaco diede la parola al pubblico e come al solito parlò tiu Nanneddu che disse francamente che secondo lui l’assassino era da ricercare tra gli appartenenti al mondo degli archeologos de Susu che avevano dimostrato di odiarsi e una competizione fuori della norma legale dello stato democratico, in attesa di quello anarchico per il quale lui propendeva. Qualcuno sorrise sotto i baffi, per le uscite strampalate dell’anima diabolica. Quindi, per concludere parlò il già sindaco Corsu sostenendo che poteva trattarsi anche di delitto passionale, legato forse ad amicizie particolari tra gli stessi aderenti al mestiere, per cui non era facile individuare gli assassini o l’assassino. Se fosse dipeso da lui avrebbe bandito dal paese tutti gli archeolos de Susu, una banda di nullafacenti pieni di presunzione . A questo punto uno dei tanti archeologos intervenuto all’assembela lo zittì dicendo che caso mai avrebbero dovuto impedire ai bottagai di imbrogliare i compaesani. Non si  misero le mani addosso perché bloccati da alcuni notabil che erano stati in silenzio. Il dr. Cassetta aveva verbalizzato tutti gl’interventi e la sala si svuotò presto. Il brigadiere Carrigni aveva fatto preparare un cavallo in caserma da un milite spedito poco prima, ma prima di raggiungere la caserma eccoti passare frettolosa Anghela Nigoleddu che si recava dalle cugine di Caminu de Litu. Il brigadiere la chiamò:- Signorina si fermi un attimo!- La ragazza si fermò facendo l’indispettita e dicendogli:- Lei con quegli occhiolini mi vuol prendere in giro, non lo faccia più!- Il brigadiere le rispose:- Signorina Anghela, io sono innamorato di lei, e siccome la vorrei sposare, se lei accetterà la mia mano, non ho nessuna intenzione di prenderla in giro!- La ragazza arrossì sorpresa dalla dichiarazione e gli rispose:- Brigadie’ se son rose fioriranno, mi lasci riflettere e rifletta anche lei, arrivederci!- Il brigadiere ebbe solo il tempo di risponderle:- A presto, signorina e mi scusi per la fretta!- Anghela, dal viso moro e dall’incedere rapido, rivestita del costume di tutti i giorni, si allontanò decisa senza rispondere.

Il Brigadiere, lasciò Miramonti al galoppo per raggingere l’altro milite e il pretore diretto alle domus de su Murrone. Certo il cuore gli batteva forte non certo per il morto, ma per quella bella mora che glielo aveva messo in subbuglio. Anghela non era molto alta, ma tra tante ragazze piccole di statura, dava una bella immagine di sé. Inoltre ai continentali di carnagione bianchissima, le more piacevano al primo colpo d’occhio. Andassero pure in malora le indagini di questo stupido omicidio, se Anghela le avesse detto si, avrebbe abbandonato l’arma e sarebbe tornato a lavori civili: grazie a Dio l’abilità manuale non gli mancava e lavorare nei campi come già aveva fatto prima di arruolarsi nella Val Brembana lo attirava come una calamita.

Martine Pidde, Bainzu Seddaiu e l’archeologo Andria Galànu, custodi del morto, salutarono il dr. Dello Vicario che , ispezionato il cadavere, diede ordine di portarlo al cimitero di Miramonti per l’autopsia. Scambiò qualche parola di cortesia con tutti e ripartì prima che il carro allestito per il trasporto del morto ammazzato, si muovesse per raggiungere a passo lento il cimitero di Miramonti.

Mentre il carro procedeva, attraversando la località di su Bullone e di Piddiu, puntando verso sa Punta de Bonanotte, il vicario e i miramontani si avviarono numerosi verso il morto ammazzato come di consuetudine: le donne rosariavano, ma gli uomini ciarravano di sospetti e di sospettati, indicando ancora una volta l’uno o l’altro de sos archeologos de Susu, in particolare l’ormai martoriato Andria Galànu che pareva diventato la sentina di ogni vizio e la fonte di ogni nequizia. La voce che lui fosse nella zona del morto ammazzato si era sparsa in paese e la moglie, poveretta, era in gran pena per il marito, indicato come probabile omicida. La solita santicca andò ad informarla che in compagnia del morto c’era anche Andria.

Il corteo che partì da Miramonti seguiva il vicario che con il piviale nero e la berretta col tricorno in testa e col pompone andava recitando requiem. Si erano fatte le tre del pomeriggio e il carro, superata la salita della chiesa di Maria Bambina detta anche Santa Maria de Aidos, raggiunse il corteo a Punta de Bonanotte. Il vicario benedisse la salma, intonò il requiem a testa scoperta e procedette verso la chiesa, mentre il carro continuò la sua strada verso Caminu de Litu e di lì, compiuta la discesa dell’oratorio del Rosario, si diresse verso Caminu de Cunventu dove il medico di Vulvu attendeva coi bisturi per effettuare l’autopsia e stilare un certificato ufficiale di morte. Il pretore, assistito da due militi e dal brigadiere, osservò l’esperta mano del medico che, spogliato il cadavere, notò la stilettata profonda al fianco e quella in fronte. La morte era avvenuta per un’emorragia interna e per di più con lo sfregio sulla fronte. Suturati alla bella meglio i tagli  e compiuti gli atti burocratici, il cadavere fu consegnato ai parenti. La madre e le due figlie, accompagnate da una prefica, intonarono il pianto funebre talmente alto che raggiungeva la parte nord ovest delle case del borgo.

Verso le diciannove la camera mortuaria fu chiusa e le donne, accompagnate in paese, piansero il morto a casa loro, mentre delle persone di famiglia furono incaricate di rivestirlo di tutto punto  e il falegname Ruju dovette passare la notte a preparare la bara di noce per il seppellimento del giorno dopo nella tomba di famiglia. I Malta, infatti, miramontesi da quattro generazioni si erano costruiti una tomba monumentale. Il giorno seguente nella chiesa del Carmelo, davanti alla Vergine e a Sant’Elia profeta, fu celebrata la Messa corpore presenti, ma senza le insegne dei confratelli della Santa Croce, dal momento che il defunto si era fatto cancellare dalla congrega. Il vicario, proprio per questo motivo, disse poche parole di circostanza e di conforto alla vedova e alle figlie e in poco più di mezz’ora chiuse le esequie. Tra gli astanti erano presenti alcuni acheologi di Murtis, di Zerfuga e di Laoru, di Miramonti soltanto Andria Galànu, accompagnato dalla moglie. L’archeologo sempre bello, con gli occhi verde corallo, divorato dalle donne, ma chiacchierato dagli uomini che gli imputarono anche questo delitto tra uno sguardo, un movimeto della bocca a destra e a sinistra tenendo le mani dietro la schiena.

Un’altra notte trascorse dall’omicidio e i diavoli che si erano annidati nella Rocca banchettarono fiamme e zolfo sussurrando: -Non c’è due senza tre!-
Il maestrale, provenendo dal costone nord ovest dalla località di San Pietro a Mare, cominciò ad infuriare per il paese. Tutti chiusero le porte dicendo che anche quella sera si erano si fint pesados sos dimonios, si erano mossi i diavoli!

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