VII. I funerali di Antonio Pedde, l’archeologo assassinato a Miramonti di Ange de Clermont

Il giorno successivo alla perizia medico – legale, tiu Giuannandria Movimentu preparò una bara grezza, per il morto Antonio Pedde e con l’aiuto del becchino BIrrocu, alla presenza di un parente inchiodò il coperchio sulla bara. Alle 9 del mattino giunse il vicario dalla parrocchiale preceduto da un corteo di dieci chierichetti, in tonaca rossa e cotta bianca, il più grandicello, portava tutto pomposo la croce di legno nera, mentre dopo il vicario seguivano il prof. don Grixone, il vice vicario don Arica e i due chierici maggiori Lucio Foe e Matteu Pedde. Dietro il clero seguivano la moglie e le due figlie del defunto con le consorelle delle Vergine del Rosario e i confratelli della Santa Croce. Tutti rispondevano ai versi del Miserere intonato dalla stentorea voce di don Grixone.

Miserere mei Deus, secundum magnam misericordiam tuam./ Amplius lava me ab iniquitate mea: et a peccato meo munda me…

Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; /nella tua grande bontà cancella il mio peccato./Lavami da tutte le mie colpe,/mondami dal mio peccato…

Davanti al convento carmelitano abbandonato altri miramontani erano in attesa del corteo, disquisendo sul morto, su chi l’avesse eliminato, sul mistero della protòme taurina, sugli altri archeologos sardos di Miramonti, ma soprattutto su Andria Galanu, additato come il sicuro assassino di Antonio Pedde. Tutti concludevano: si detestavano troppo, non può essere che Andria.

Nel frattempo il corteo, concluso l’irto cammino de Caminu de Cunventu, aveva occupato tutto lo spazio antistante alla camera morturia. Quattro parenti tolsero fuori la bara, ricoperta da un drappo nero con croce bianca, e mentre il vicario benediceva con l’acqua santa, la portarono nella chiesa del Carmine, accogliente anche se in degrado, per via della cacciata dei frati da parte del governo massonico italiano, scomunicato perché aveva soppresso gli ordini religiosi e confiscato tutti i i loro beni di cui molti lestofanti laici avevano abusato senza nessun vantaggio per il nuovo Stato, sorto sotto cattiva stella e la solenne scomunica dei Papi. I cattolici, lontani dal potere politico ed emarginati, lasciavano fare alle varie camarille liberaldemocratiche e massoniche anche se i protagonisti dell’Unità, fatta con i piedi, uno dopo l’altro abbandonavano questo mondo per presentarsi a San Pietro con una gran faccia di cartone. Tra gli ultimi a passare nell’oltretomba erano stati Garibaldi, eroe spadaccino, e il re Vittorio Emanuele II, rozzo e donnaiolo, ma d’intuito fino, un pò come i contadini di scarpe grosse e cervello fino.

Il vicario e il corteo, raggiunto l’altare, dopo un’altra aspersione al defunto, iniziò la Santa Messa funebre per l’archeologo. I fedeli seguirono la cerimonia con compunzione, ma parecchi uomini rimasero fuori, a mani in tasca, a bivaccare e a tesssere i difetti del morto: di buon famiglia ed educazione e come Giosi Balchi aveva trascorso cinque anni in seminario, poi si era dato a questa passione, trascurando il patrimonio e riducendo, per vivere, la sua proprietà, si mormorava,  grazie alla moglie gran mani bucate.

-Tutto sommato non era malvagio,  trattava bene con tutti, salvo con  i suoi riottosi e pestilenziali colleghi.-

Al momento della predica il vicario pronunciò poche, ma lusinghiere parole sulla fede del defunto.

-In questi tempi in cui tutti combattono Santa Madre Chiesa e la irridono, alcuni arrivano a maltrattare i suoi rappresentanti in modo sprezzante e subdolo, pensando che al di là di questa terra non ci sia né Dio né il Paradiso, né il Purgatorio e tanto meno l’Inferno. Questo nostro sfortunato fratello aveva una fede forte e robusta e certo non l’avrebbe venduta per trenta denari. Un altro suo pregio è stato l’attaccamento alla moglie e alle due figlie, che ha sempre amato teneramente. Un difetto, se tale può dirsi, era questa sua passione per le cose antiche e sicuramente per questo è stato soppresso da qualche anima posseduta dal demonio. Preghiamo per lui e stiamo accanto alla famiglia, oggi colpita da un lutto insopportabile, se non fossimo cristiani. Che Iddio porti Antonio Pedde in Paradiso e dia conforto alla vedova e alle due figlie! Amen.-

Ultimata la Messa, il feretro nuovamente asperso, fu portato via, mentre prof. don Grixone intonava il canto In Paradisum deducant te Angeli

I fedeli e il resto dei presenti che non avevano partecipato alla Messa, restando fuori della chiesa come somari, si accalcarono intorno alla vedova e alle figlie che, ammutolite dal dolore, ricevettero il caloroso abbraccio dei paesani che raramente mancavano ai funerali, tolto qualche scomunicato massone, che provava nausea per l’incenso come il diavolo.

Il morto, per sua stessa volontà, fu seppellito, nel campo destro all’interno del cimitero, in una fossa accanto ad un cipresso. Tiu Giuannandria Movimentu giunse all’ultimo momento con la croce di legno che fu issata sul tumulo. Sopra c’era scritto Antonio Pedde (1833-1889).

Come di consueto molti uomini andarono ad affollare il botteghino del vulvuese in Piatta, per non portare la morte a casa, le donne entrarono nell’oratorio secentesco della Vergine del Rosario, per allontanare la tristezza.

Le campane avevano suonato a morto fino alla fine delle esequie e finalmente tacquero.

Clero e chierichetti, tornati nella parrocchiale, si tolsero le tuniche e tornarono alle loro case, mentre il vicario restò in sacrestia, per sbrigare le pratiche del defunto e raccomandarlo alle Anime del Purgatorio che godevano di un altare con tanto di quadro ad olio da cui sembravano venir fuori anime e fiamme.

L’Arma andava predisponendo i documenti richiesti dal pretore e rinviava ad altro giorno le indagini che, iniziate, erano state subito interrotte. Il brigadiere però durante il pranzo frugale cominciò a chiedere agli altri cinque militi che cosa ne pensassero.

Questi non fecero che ripetere quanto si vociferava in paese: tra il detto defunto e il noto Andria Galanu non correva buon sangue, quindi le indagini potevano ben partire dal detto Galanu, persona in fumo di sospetto, e massimamente esperto archeologo. Si diceva anche che costui avesse avuto da Giuanne Ispanu una carta di tutto il territorio anglonese con l’indicazione criptata di tutti le domus, i nuraghi e altri siti preistorici dove i loro antenati selvaggi non solo sacrificavano al dio Toro e alla Grande Madre ogni tipo di animale, ma anche tenere fanciulle, delitto esecrando! Che forse, la disamistade tra il Pedde e  il Galanu era incominciata per via di questa carta segreta che quest’ultimo teneva nascosta in località inaccessibile. Solo il detto Galanu poteva accedervi non visto e man mano percorrere il territorio per indagare su questi siti segretati. A tutto ciò si aggiunga il carattere spigoloso del Galanu, buono e caro quanto vuoi, quando era di buon umore, ma iracondo e terribile se andava in ira. In più era in fumo di anarchia. Insomma, di che indagare ce n’era un carrettone. Bisognava però andarci piano, perché l’uomo era potente e se si girava sapeva anche chiedere aiuto al suo parente Brancone che disponeva di killer efficienti anche dopo la morte del marito di Maria Giusta Molinas notoriamente dedito a quella professione ed eliminato dal pretore lombardo maniaco.

Il discorso morì alla fine del pranzo senza ulteriori approfondimenti.

La giornata s’immalinconiva, mentre il frumento verdeggiante veniva mosso da un leggero venticello. L’asfodelo fioriva come un giglio pallido, mentre il cisto andava coprendosi di delicati fiorellini ed espandeva intorno  il consueto profumo agreste. Le rondini volteggiavano ovunque. Nel cielo limpido il vento cercava di spazzar via qualche nuvoletta impertinente che si attardava sul cielo di Miramonti.

Mudulesu e il porcaro Zulianu, arrivati a cavallo in paese, per partecipare ai funerali, si apprestavano a ritornare a casa, in Sassu Altu, dove qualcuno, colmo d’ebbrezza per il delitto compiuto, già architettava un altro colpo e pensava con piacere alla necropoli de su Murrone, nei pressi di Baldedu, in Sassu Giosso, dove i fratelli Oltei, laboriosi come somari, andavano pensando a maritarsi alla fine dell’estate.  Le domus de su Murrone, scavate nella roccia come ipogei, che avevano accolto un numero considerevole di cenere defuntoria, erano in parte impraticabili e stimolavano da tempo la curiosità de sos archeologos de su Cabu de Susu. Chi avrebbe per primo tentato l’impresa e che fine avrebbe fatto? Occorreva che due destini, di cui uno soccombente, s’incontrassero nello stesso luogo, nello stesso giorno e alla stessa ora.


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