Passioni d’infanzia: il “Cuore” di De Amicis – di Francesco Obinu

Francesco Obinu

Siccome ti piace leggere… Frequentavo la scuola da circa un anno, quando un amico di famiglia mi regalò il libro Cuore. Sapeva, naturalmente, della mia precoce passione per lettere e numeri, che già da qualche tempo mi spingeva a prendere in mano qualunque cosa li riproducesse, dai libri e giornali che si tenevano in casa fino al calendario appeso in cucina, che tiravo giù dalla parete (questa cosa del calendario, che faceva sorridere mio padre, a mia madre proprio non piaceva, ma oggi la capisco, perché per prendere il calendario m’arrampicavo sul tavolo e perché, qualche volta, non mi limitavo a guardarlo il calendario, ma ci facevo sopra degli scarabocchi…).

Tornando al Cuore di De Amicis, era forse il dono più scelto dagli adulti che volevano festeggiare l’iniziazione degli studiosi in erba. Infatti lo accompagnava la fama di essere una delle migliori opere italiane di “letteratura per l’infanzia”. Credo che si giocasse il primato con il Pinocchio di Collodi, anche se non mancavano i competitor stranieri (un paio d’anni dopo a mia sorella regalarono le Fiabe di Perrault).

In un certo senso, gli adulti si “fidavano” del Cuore, perché attraverso le sue pagine De Amicis sciorinava tutto il campionario delle virtù, dei buoni sentimenti e dei comportamenti esemplari che ogni fanciullo doveva tenere presenti per crescere rettamente. E poi i protagonisti del libro sono gli alunni di una classe elementare, e sono ragazzini pure i protagonisti dei racconti che quegli alunni leggevano a scuola. E infine, non si poteva certo trascurare il “consiglio per gli acquisti” dato dallo stesso autore nella premessa: «Questo libro è particolarmente dedicato ai ragazzi delle scuole elementari, i quali sono tra i nove e i tredici anni, e si potrebbe intitolare: Storia d’un anno scolastico, scritta da un alunno di terza d’una scuola municipale d’Italia. Dicendo scritta da un alunno di terza, non voglio dire che l’abbia scritta propriamente lui, tal è stampata. Egli notava man mano in un quaderno, come sapeva, quello che aveva visto, sentito, pensato, nella scuola e fuori; e suo padre, in fin d’anno, scrisse queste pagine su quelle note, studiandosi di non alterare il pensiero, e di conservare, quanto fosse possibile, le parole del figliuolo. Il quale poi, quattro anni dopo, essendo già nel Ginnasio, rilesse il manoscritto e v’aggiunse qualcosa di suo, valendosi della memoria ancor fresca delle persone e delle cose. Ora leggete questo libro, ragazzi: io spero che ne sarete contenti e che vi farà del bene».

 Non so se mi abbia fatto del bene, ma mi piacque. Il mio Cuore era l’edizione Malipiero del 1972, faceva parte della collana “Gli Aristolibri” ed era illustrato dai disegni del pittore Giuseppe Castellani, alcuni a colori, altri in bianco-nero, che raffiguravano i momenti topici dei diversi episodi.

Tra tutti i racconti forse mi colpì maggiormente Dagli Appennini alle Ande, la storia di Marco, il ragazzino genovese partito alla volta dell’Argentina per ritrovare la madre emigrata per lavoro, della quale non si avevano più notizie da molto tempo. Mi rapiva quella narrazione del tempo e degli spazi dilatati, i ventisette giorni di viaggio attraverso l’immenso Atlantico «tutto acceso come un mare di lava» e avvolto tra «quei meravigliosi tramonti dei tropici, con quelle enormi nuvole color di bragia e di sangue». Mi incuriosiva l’immagine di luoghi remoti e ignoti, Buenos Aires e le sue vie di case bianche e basse che «fuggivano diritte a perdita d’occhio, tagliate in fondo dalla linea diritta della sconfinata pianura americana»; il fiume Paranà, «rispetto al quale il nostro grande Po non è che un rigagnolo»; Rosario, Cordova, Tucuman… E l’inseguimento, che sembrava senza fine, della famiglia Mequinez, presso cui la madre di Marco lavorava a servizio, provocava dentro di me una sensazione di crescente attesa. Seguivo quasi con apprensione l’altalena frenetica degli stati d’animo, la speranza, la tristezza, l’angoscia, di nuovo la speranza e poi ancora le paure angoscianti sovrapposte alla sofferenza fisica, la gioia tante volte soffocata dal dolore nel petto del bambino, timoroso di non rivedere più sua madre quando pensava, invece, d’averla ormai raggiunta. E, in parallelo, lo sconforto della donna, caduta malata e ormai convinta di morire senza avere più notizia della sua famiglia e del piccolo Marco.

Poi, nascosto dietro questo fitto intreccio di laceranti contraddizioni, mi apparve il lieto fine, sperato ma mai indovinato, incerto fino all’ultima riga del racconto: Marco riesce a trovare la madre e lei, rivedendolo, ritrova la voglia di vivere, la forza e il coraggio di affrontare l’operazione chirurgica che la salverebbe dalla morte… Ma, aspetta, ancora un grido straziante di dolore della donna e Marco che urla disperato: «Mia madre è morta!»… Il medico che ha operato esce dalla stanza: «Tua madre è salva».

Wow! Liberi tutti!

 Valori. Crescendo, ho imparato a vedere il Cuore da prospettive nuove, che il bambino non poteva immaginare. Intanto ho potuto dare una spiegazione “scientifica”, diciamo così, al trasporto “emotivo” provato dal bambino per quei racconti. De Amicis era manzoniano, il suo modo di scrivere dunque rifletteva l’eleganza stilistica e la forza descrittiva del maestro, che avevo apprezzato più tardi, leggendo I promessi sposi.

Poi, ho potuto riflettere sui contenuti. L’amore filiale, l’amore genitoriale, il coraggio e lo spirito di sacrificio per una giusta causa, la bontà d’animo, l’altruismo, l’onestà… Le pagine del Cuore sono come una galleria di quadretti esemplari che ritraggono i buoni sentimenti. E, certo, chi negherebbe che quelli appena elencati lo siano?

Tuttavia, c’è anche qualcos’altro nel Cuore. Ad esempio, siamo tutti d’accordo (credo) che il riguardo per il prossimo sia un valore e che lo sia (così è per me) sulla base dell’uguale dignità umana che ci accomuna. Leggete, però, il “quadretto” de Il ragazzo calabrese, il quale arriva nella scuola torinese e viene introdotto fra i suoi nuovi compagni di classe: «Vogliategli bene – si raccomandava il maestro con gli alunni – in maniera che non s’accorga di essere lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli». E aggiungeva: «Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno, perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore».

Il ragazzo calabrese, insomma, merita il rispetto dei ragazzi torinesi perché anch’egli è “italiano”. È un messaggio, questo, che non poggia sul sentimento universale di humanitas, ma su quello particolare dell’appartenenza nazionale. È un messaggio politico. Mi rendo conto che per De Amicis, cantore di un’Italia fatta da poco tempo e con gli Italiani ancora da fare, il patriottismo e il nazionalismo fossero valori assoluti, da radicare nella società. Io, però, non posso fare a meno di considerarli come valori “relativi”, che possono essere addirittura distorsivi (specialmente il nazionalismo) del corretto processo formativo giovanile. Ancora di più ai tempi nostri, che, secondo me, non possono più essere quelli delle piccole patrie e delle tante bandierine.

Qualcos’altro, ancora. De Amicis, il quale fu anche un soldato, esalta il mondo militare, probabilmente sulla scia di quella retorica e di quella poetica ottocentesca che, in tutta Europa, declamavano l’eroismo guerriero e la suprema “bellezza”, la desiderabilità addirittura, della morte in battaglia. I “bei soldati” del Cuore sono magnificati come super-uomini di “eleganza ardita e sciolta”, “rosei e forti” oppure “bruni, lesti, vivi”, che passano “superbamente” come “ondata d’un torrente nero”, con “gli elmi al sole”, le “lance erette”, le “bandiere al vento”, “sfavillando d’argento e di oro”, pronti a morire per la patria e ad inscenare il macabro spettacolo di una terra “coperta di cadaveri e allagata di sangue”. Uno spettacolo che doveva suscitare un “evviva all’esercito” più profondo e convinto, un’immagine dell’Italia “più severa e più grande”.

E non voglio dire del Tamburino sardo, dell’impiego dei bambini nella guerra, che viene presentato senza una nota di vera disapprovazione, quasi fosse ancora un fatto normale (eppure De Amicis era un uomo del XIX secolo, non del Seicento!). Non voglio dire della Piccola vedetta lombarda, che prima di essere un ragazzo strappato alla vita nel fiore degli anni, era un ragazzo «morto da soldato», meritevole degli onori militari e di essere avvolto nella bandiera tricolore.

Come il nazionalismo, il militarismo non è, per me, un valore. Pur con tutto questo, anzi, anche per tutto questo, continuo a considerare il Cuore un buon libro. Perché ha contribuito, anch’esso, a stimolare il mio pensiero critico.

Allora, forse posso dirlo: sì, mi ha fatto del bene, il Cuore.

Commenti

  1. Anche Maria Athene, la mia maestra delle elementari (dai 10 1i 14 anni) lesse in classe il libro cuore. Più di una lacrima rigava il mio viso di adolescente in ritardo. Quanti buoni sentimenti e quante belle emozioni. Oggi può risultare come una canzone antica di fronte al frastuono di certi libri per bambini che si vogliono presto mentalizzare ai valori. A quali valori con insegnanti arrabbiate, sindacalizzate, scatenate che pensano al 27. Spero che ancora oggi si sappia apprezzare il libro di De Amicis insieme ai Promessi Sposi, dimenticati. Abbiamo invece il mondo fantastico di Aidi, della Pimpa e di cento altri cortoon americani. Non dico che si debba ritornare indietro, ma certi capolavori della nostra letteratura possono essere formativi anche oggi.
    Un caloroso grazie a Francesco per questa perla letteraria e meditativa.

    scriptor
    settembre 3rd, 2011
  2. Buongiorno a tutti. io ho letto cuore quando ero ragazza e cosi anche mio padre…adesso tocca a mio figlio…. Ritengo il libro ancora attuale in molte forme..i valori di famiglia e di rispetto per il prossimo, il senso di unità, l’amicizia..l’amore per il proprio paese..tutti questi valori sono ancora attuali e per me sacri. Vivo in Francia e adesso, mio figlio di 10 anni, deve scegliere un libro per ragazzi della sua età..ha scelto cuore. In francia non conoscono Cuore ma sono sicura attirerà l’attenzione della maestra e di molti per i valori imposti…

    Monica
    novembre 6th, 2011

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