Categoria : storia

Gesuiti sardi in terra di missione tra Seicento e Settecento di Raimondo Turtas

(Cliccando sulle immagini è possibile visualizzare le dimensioni originali; inoltre leggendo l’articolo per intero (vedi “Leggi tutto”) e cliccando sui numeri delle annotazioni sarete immediatamente spostati alla nota corrispondente, viceversa, tornerete al punto dell’articolo lasciato)  In “Bollettino di Studi Sardi” 2-2009

images-5Fu a partire dalla fine del Quattrocento e soprattutto dagli inizi del Cinquecento che, per la prima volta dopo secoli, alcuni gruppi appartenenti a congregazioni religiose operanti nella Gesuiti in SardegnaSpagna dei Reyes católicos (soprattutto Francescani, Domenicani e Agostiniani, ai quali nella seconda metà del Cinquecento si sarebbero aggiunti anche i Gesuiti), fino ad allora ben radicati nelle loro regioni di origine, non si contentarono più di svolgere le loro specifiche attività in quegli stessi luoghi, ma furono spinti da varie circostanze a guardare al di là dei loro confini, come se queste rendessero più impellente il comando di Cristo di annunciare il Vangelo (Marco 16, 15) ad un mondo che era d’improvviso cresciuto a dismisura ed era diventato più esteso e più popolato di quanto, prima di allora, non fosse stato possibile neanche immaginare.[1] Si trattava comunque di piccoli drappelli che si mescolarono a quell’inarrestabile flusso di uomini – marinai, soldati, artigiani, mercanti, cadetti e avventurieri, una varia umanità alla ricerca di fortuna – che veniva irresistibilmente attratto verso le nuove terre rese finalmente accessibili dalle recenti scoperte geografiche.[2] Un fenomeno che, a partire dalla seconda metà dello stesso secolo e relativamente alle congregazioni religiose, fu percepito anche in tutte le regioni della cattolicità postridentina. Queste ultime, ciascuna a suo modo, avrebbero partecipato a una straordinaria spinta missionaria che, dopo circa mezzo millennio di stasi, avrebbe rapidamente dilatato i confini mondiali della Cristianità.[3]

1. Fine ’500-inizi ’600: prime vocazioni missionarie tra i Gesuiti in Sardegna

In queste pagine si intende offrire una prima rapida informazione su come anche la Sardegna cristiana, e in qualche modo la sua stessa Chiesa, abbiano partecipato a quell’impresa. Una partecipazione che non poteva prescindere dal contesto politico – l’impero spagnolo – entro il quale la Sardegna si trovava allora inserita.

Ovviamente, siccome l’isola faceva parte di questo blocco e la sua Chiesa era posta sotto il patronato degli Austria,[4] era inevitabile che i missionari che ne sarebbero partiti sarebbero stati prioritariamente destinati verso le terre pagane acquisite di recente da quello stesso impero.[5]

A pochi mesi dal suo arrivo a Sassari, metà novembre 1559, il portoghese Francisco Antonio – uno dei due Gesuiti inviati nell’isola per fondare un collegio in quella città – non aveva esitato a paragonare le condizioni religiose della Sardegna a quelle delle terre pagane nelle quali lavoravano da alcuni anni i suoi confratelli missionari: i Gesuiti da mandare in Sardegna, così egli scriveva al superiore generale dell’ordine (detto anche preposito) Diego Laínez, dovevano sapere che «vi avrebbero scoperto un nuovo Giappone e un nuovo Brasile».[6] Il paragone veniva ripetuto di lì a poco dallo stesso Antonio quando parlava «delle grandi Indie presenti nei villaggi e nei paesetti dell’isola» e ancora quando chiedeva allo stesso preposito generale che venissero inviati altri Gesuiti «per queste nuove Indie sarde»,[7] come dire che da loro ci si doveva aspettare una dedizione pari a quella profusa dai loro confratelli in terra di missione.

È noto che questo modello ‘indiano’ conobbe larga circolazione e lunga fortuna all’interno della Compagnia di Gesù, che se ne servì come termine di paragone al quale raffrontare le aree marginali e religiosamente più arretrate dell’Europa cattolica, dove i Gesuiti svolgevano le loro attività di evangelizzazione o di riconquista postridentina: non fu un caso, dunque, che una peculiare forma di ministero religioso svolto in queste regioni nominalmente cristiane venisse tranquillamente qualificata col termine di missione, dal momento che faceva pensare a quella praticata nelle terre popolate soprattutto da pagani.[8]

Era perciò inevitabile che anche i Gesuiti presenti in Sardegna, che si dedicavano o desideravano dedicarsi a quella particolare forma di ministero religioso, alla loro portata nell’isola attraverso le missioni popolari, aspirassero a consacrarsi anche alla forma originale di quello stesso ministero nelle terre di missione vere e proprie, aperte in seguito alle recenti scoperte geografiche.

Per il calabrese Bernardino Ferrario, giunto nel collegio di Sassari all’età di 28 anni nel 1564 per insegnarvi le discipline del ciclo umanistico e di cui avrebbe finito col prendere anche la direzione con l’incarico di praefectus studiorum,[9] la scoperta delle missioni popolari in Sardegna era venuta, invece, dopo che egli aveva già fatto, a 24 anni mentre stava ancora a Napoli dov’era entrato nell’ordine alcuni anni prima, la richiesta di essere inviato nelle Indie come missionario: è vero che da allora egli aveva continuato ad esprimere questo suo desiderio quasi ogni anno ma, dopo il suo arrivo nell’isola e nonostante gli incoraggiamenti ricevuti per la sua futura destinazione indiana da parte dei superiori maggiori dell’ordine, [10] aveva appreso il sardo e, quando le sue incombenze scolastiche glielo consentivano, si dedicava alla predicazione e alle confessioni sia a Sassari che nei villaggi vicini; si dichiarava anzi «molto contento» se la Sardegna fosse diventata «la sua India» e se avesse potuto «per alcuni mesi […] peregrinare per questi monti di Sardegna dove si ritrova tanta necessità di persone che possino ascultare confessioni ».[11]

Qualche anno prima aveva scritto al preposito Francesco Borgia che non gli sarebbe dispiaciuta neanche la ‘commutazione’ della vera India «con un’altra [India] più vicina, la quale è la Corsica nella quale (come intendo da persone che allo spesso vengono qui) molto più regna l’ignoranza et altri vitii che in Sardegna »: in fin dei conti, la porta per entrare in quell’isola, Bonifacio, non distava più di mezza giornata da Sassari.[12]

C’è da pensare che Ferrario non avesse tenuto per sé le sue aspirazioni: in effetti, tra il 1568 e il 1575 – l’anno precedente egli aveva lasciato l’isola diretto a Lisbona per andare proprio nelle Indie orientali –[13] altri 7 giovani Gesuiti dei collegi di Sassari e di Cagliari, e tra essi 2 sardi, avevano chiesto di essere inviati alla stessa destinazione. Incominciava così la serie degli indipetae[14] sardi, quei giovani Gesuiti isolani delle cui domande presentate tra il 1568 e il 1704 per essere inviati nelle Indie (non sempre distinguevano se si trattava delle orientali o di quelle occidentali) ci sono state conservate nell’ARSI ben 401 attestazioni.[15] In un precedente studio avevo analizzato questo ricco materiale senza badare al fatto se le 275 richieste fatte tra il 1568 (anno dal quale datano le prime domande partite dalla Sardegna) e il 1652 (anno della grande peste che desolò la Sardegna settentrionale e che negli anni seguenti continuò la sua devastazione fino a Cagliari) avessero o no avuto un esito positivo con la partenza effettiva dei richiedenti verso le terre di missione;[16] prima di vedere, nelle pagine seguenti, quanti e quali furono coloro che riuscirono effettivamente ad esservi inviati, con quale cadenza e verso quali aree geografiche, sarà utile esporre rapidamente alcune acquisizioni di quella ricerca almeno nella misura in cui consentono di ricostruire il clima ‘missionario’ delle comunità gesuitiche sarde tra Cinque e Settecento.

2. Gli indipetae sardi

Anzitutto, non bisogna lasciarsi trarre in inganno dal numero delle richieste superstiti: molte, anzi moltissime, sono andate perdute (e non solo perché tra il 1568, anno della prima petizione e il 1622, circa 25 anni non sono coperti e ugualmente scoperti risultano un’altra quindicina tra il 1644 e il 1690; ancora più grave appare il vuoto totale che caratterizza gli anni tra il 1705 e il 1763, l’anno degli ultimi invii, un arco di tempo di 62 anni nel quale si colloca oltre il 62% delle partenze dei Gesuiti sardi in missione, come dire che ci mancano tutte le richieste di 70 missionari sui 111 effettivamente inviati); in compenso, invece, sono coperti quelli dal 1690 al 1702 (89 pezzi) e soprattutto quelli tra il 1621 e il 1643 (166 pezzi), che costituiscono il blocco più omogeneo e rappresentativo.[17]

Missione Gesuita in CinaDa questi ultimi dati appare chiaro che, sebbene la maggior parte degli indipetae non presentassero più di 1-2 volte la loro richiesta al preposito generale per essere inviati in missione, alcuni ritornarono alla carica 8, 9 e persino 22 volte, come fece Giovanni Paolo Pinna di Paulilatino tra il 1628 e il 1637. Nonostante questo, molte delle domande inviate sono andate perdute; lo dimostrano non solo gli anni scoperti di cui si è appena parlato e durante i quali è difficile pensare che non sia stata fatta alcuna istanza, ma anche le non poche allusioni a domande già inviate da un indipeta ma di cui, a parte questo cenno, non resta altra traccia, come pure i casi di persone inviate sicuramente in missione, come ad esempio Giovanni Antonio Solinas di Oliena, inviato in Paraguay nel 1674 e ucciso nel Chaco in un’imboscata tesa dagli indios il 27 ottobre 1683,[18] del quale purtroppo non è rimasta alcuna delle richieste che egli dovette spedire a suo tempo al preposito generale.

Al momento di redigere queste domande, buona parte degli indipetae erano già sacerdoti, ma non mancavano né gli scholastici,[19] quelli cioè che non avendo ancora terminato gli studi non erano stati ancora ammessi definitivamente nell’ordine, né i fratelli coadiutori che dedicavano completamente il loro tempo allo svolgimento di mansioni indispensabili per la marcia di una comunità (portinaio, spenditore, cuoco, refettoriere, calzolaio, addetto alle vesti, infermiere, ecc.): essi si dichiaravano disposti a trascorrere la propria vita come cuochi pur di aiutare i loro confratelli sacerdoti impegnati nell’evangelizzazione dei pagani;[20] un’altra espressione ricorrente nelle loro domande era che se essi si sentivano indegni di versare il sangue per Cristo, erano però decisi ad affrontare una vita di fatiche pur di collaborare all’estensione del suo regno.[21]

Tenendo conto del fatto che l’età media di coloro che facevano richiesta per diventare Gesuiti come sacerdoti era di circa 17 anni – ciò si verificava di solito dopo che lo studente aveva terminato il quinquennio umanistico e il triennio filosofico – e di 20-21 anni per coloro che aspiravano ad essere accolti nell’ordine come fratelli coadiutori, non vi erano dati costanti sull’età in cui veniva formulata la prima domanda per le Indie: si andava dai 2 anni dopo la loro ammissione nella Compagnia, cioè subito dopo il biennio di noviziato (ma poteva avvenire anche prima, come nel caso dell’algherese Salvador López che, al momento della prima richiesta nel 1608, era ancora novizio da pochissimi mesi)[22] fino ai 10 e persino 20 anni e più di vita religiosa: la prima richiesta del sassarese Gavino Biquisao è datata al 1625,[23] dopo 22 anni che era Gesuita e da tre insegnava filosofia nell’Università di Sassari, dove poi avrebbe insegnato teologia morale; sarebbe tornato alla carica varie volte, l’ultima a distanza di altri 15 anni.[24]

I luoghi di origine degli indipetae erano abbastanza equamente distribuiti nel territorio dell’isola, tenuto conto ovviamente del peculiare ruolo che vi avevano le città che erano sedi di collegi; per dare una qualche idea dell’ambiente da cui essi provenivano, dei loro luoghi d’origine verrà indicato tra parentesi anche il numero dei ‘fuochi fiscali’ nel 1627: 17 provenivano da Sassari (4099), 8 da Alghero (1003) e Iglesias (1381), 7 da Cagliari (3168), 3 da Tempio (926), 2 da Bosa (1093), Ozieri (1152) e Isili (295), 1 da Castellaragonese (318), Nulvi (771), Osilo (1100), Bonnanaro (186), Thiesi (394), Torralba (239), Scano (254), Orotelli (403), Fonni (307), Orgosolo (542), Aritzo (256), Desulo (219), Paulilatino (401), Oristano (935), Marrubiu (dati non reperiti), Nurallao (140), Barumini (271), Mandas (543), Arixi (63), Segariu (99), Lunamatrona (156), Serri (114), Orroli (221), Villagreca (52), Tertenia (125).[25]

Ne segue che da Sassari, Alghero, Iglesias e Cagliari provengono 40 indipetae sardi, il 54%; i restanti 34 provengono da 29 altri centri di solito molto piccoli, la metà con meno di 300 ‘fuochi’. Ovviamente l’idea di andare in India non poteva nascere in quelle comunità, fossero esse di villaggio o cittadine.

3. Dove gli indipetae pensavano fossero le loro ‘Indie’

Quali erano le destinazioni verso le quali gli indipetae chiedevano di essere mandati?[26] Se si tiene conto del fatto che in una decina di casi sono indicate due, tre e persino quattro aree geografiche diverse, abbiamo queste percentuali: nel 58,26% dei casi sono indicate genericamente le Indias, magari insieme con il Giappone [27] o con le Filippine e il «Nuevo Reyno» (quello di Nueva Granada),[28] o con Giappone, Brasile ed Etiopia,[29] mentre solo il 5,65 indicano più specificamente le «Indias orientales » o le «Indias de Portugal»; il Giappone, da solo o anche con altre aree geografiche, è richiesto dal 6,95%, le Filippine dal 6,08%, il Paraguay dal 3,47%, mentre la Cina o Giappone-Cina lo sono rispettivamente dal 2,60%; ancora meno richieste l’Etiopia, le Indie occidentali col Messico,[30] la Nueva Granada, ciascun’area con poco più del 2%; ancora meno il Brasile o i paesi toccati dall’eresia (Germania, Francia e Inghilterra).

Quale conoscenza si aveva in Sardegna dell’avanzata della Chiesa cattolica in quei territori? È noto che uno degli strumenti più importanti per realizzare la gestione centralizzata della Compagnia era stato voluto fin dall’inizio dallo stesso fondatore; seguendone lo spirito, il suo primo successore Giacomo Laínez aveva promulgato nel 1559 la Ratio scribendi, che fissava non solo le cadenze dello scambio epistolare tra la periferia e il centro, ma anche la costante informazione diretta a tutti i membri dell’ordine di quanto operavano i loro confratelli nelle varie parti del mondo.[31] Che anche la Sardegna fosse inclusa in quel circuito è dimostrato, in qualche modo, persino dalla lettera del rettore del collegio di Cagliari, l’oristanese Giorgio Passiu, che nel 1574 lamentava con il generale Everardo Mercuriano che quelle informazioni giungessero con due anni di ritardo, provocando in tal modo più amarezza che conforto.[32]

Ma c’è da chiedersi fino a che punto egli si rendesse conto della lentezza con cui viaggiavano le notizie provenienti dalle Indie orientali. Si può presumere che attorno a quegli anni Missione Gesuita in Giapponefossero giunte anche ai collegi sardi le Litere Iaponice anni 1574, 1575, 1576, stampate a Roma nel 1578, che sono menzionate nel catalogo nella biblioteca dell’arciprete del Capitolo di Sassari Giovanni Francesco Fara, elaborato attorno al 1585; vi si trovava anche l’opera del Gesuita portoghese Manuel da Costa, Historia rerum a Societate Iesu in Oriente gestarum, ad annum usque […] MDLXVIII, Parigi 1572.[33] L’anno seguente, nel collegio di Cagliari erano state lette le «lettere giunte dalle Indie» che stimolarono Francisco Noco di Aritzo, ancora novizio, a chiedere di esservi mandato.[34] Doveva averle apprese da uno stampato simile, le notizie («ciertas nuevas») di cui scriveva nel 1586 Antonio Montano, un Gesuita fiammingo del collegio di Cagliari, che parlavano della «porta che Dio sta aprendo per entrare in Cina»: forse alludeva al catechismo composto poco prima dal Gesuita pugliese Michele Ruggieri, primo autore europeo di un libro in cinese (stampato in Cina nel 1584).[35]

Alcuni anni dopo, una lettera del viceprovinciale di Sardegna che accusava la ricevuta dei «sei libri di lettere dal Giappone» lasciava intendere che l’invio e la lettura di quelle lettere erano diventati una prassi di routine.[36]

Come era presumibile, la maggior parte delle notizie sulle missioni giungevano di solito prima a Cagliari che a Sassari;[37] significativa a questo proposito la richiesta di Juan Augustín Castangia di Barumini, che nel 1591 scriveva da Sassari manifestando il suo desiderio di essere inviato in India: egli raccontava che prima di entrare nella Compagnia (1586), mentre frequentava le classi del ciclo umanistico nel collegio di Cagliari, probabilmente attorno al 1585, era rimasto colpito da «alcuni fogli dov’era raffigurato il felice martirio del padre Rodolfo Acquaviva e dei suoi compagni», avvenuto presso Goa in India nel 1583; l’anno seguente egli decideva di farsi Gesuita.[38] Rodolfo Acquaviva non era un missionario qualunque: oltre che nipote dell’allora generale Claudio Acquaviva, era stato per tre anni presso la corte dell’imperatore moghul Akbar, in vista di una sua piuttosto improbabile conversione al cristianesimo;[39] di sicuro, le notizie sulle missioni indiane che venivano diffuse in Europa dovevano averne parlato; era quindi comprensibile l’informazione tempestiva sul suo martirio, anche attraverso incisioni inviate ai collegi perché vi fossero esposte: una volta tanto, essa dovette giungere quasi ‘in tempo reale’ persino in Sardegna.

La posizione di Cagliari continuò incontestata durante la prima metà del Seicento e ancora in seguito: il 26 agosto 1624 Francisco Noco di Iglesias informava da Cagliari che nel collegio era stata letta una «relazione […] sugli avvenimenti del regno di Etiopia»;[40] due anni dopo, Juan Antonio Atzori di Iglesias parlava delle «notizie tanto attese a proposito della conversione di molte differenti nazioni che nei giorni scorsi giunsero a questo collegio»,[41]x notizie di non facile individuazione data la genericità dell’informazione. Due anni dopo, scrivendo da Cagliari, Francisco Coni gioiva per le «notizie tanto liete giunte quest’anno dal Giappone, di come cioè la potente mano del Signore vi aveva aperto una porta al suo Vangelo ».[42]

Questo non significava che a Sassari la comunità gesuitica fosse all’oscuro dell’attività dei confratelli delle Indias: nel 1625 Gavino Biquisao scriveva da questa città augurandosi che, dopo la partenza del p. Bernardo Tolu di Oliena (che aveva già raggiunto il Paraguay),[43] si aprisse per lui almeno «il passaggio verso le <Indie> Orientali»[44] (il Paraguay stava in quelle occidentali), e nel 1629 Juan Pablo Pinna, lo stakanovista della domanda, rinnovava la sua richiesta dopo avere udito la lettura del martirio di molti Gesuiti e cristiani bruciati vivi in Giappone nonché della «grande porta che si è spalancata in Cina per la sua conversione alla nostra santa fede».[45]

Una testimonianza dell’ammirazione e devozione per quei martiri suscitate allora a Sassari è costituita dai quadri che ne fece il pittore gesuita fiammingo Giovanni Bilevelt, vissuto per quarant’anni come fratello coadiutore in quel collegio e morto nel 1652 durante la grande peste: li si può ancora ammirare nella chiesa di Santa Caterina, attuale titolo della chiesa gesuitica allora dedicata a Gesù-Maria.[46]>

Un ulteriore motivo della posizione privilegiata di Cagliari come punto di partenza delle lettere degli indipetae stava nel fatto che in questo periodo vi risiedeva di solito il provinciale, l’autorità gesuitica più alta nell’isola; era naturale che le informazioni provenienti da Roma vi giungessero prima che a Sassari: esse riguardavano sia l’arrivo in Spagna – ciò si verificò alla fine di marzo 1634 – dei procuratori delle Filippine, del Messico e del Paraguay (nel giro di alcuni mesi partirono da Cagliari ben 12 domande contro le 2 da Sassari),[47] sia la crescente pericolosità della navigazione tra la madrepatria e le colonie americane a causa della guerra tra Spagna e Olanda, ciò che rendeva di fatto impossibile anche l’invio di missionari verso le province americane,[48] sia le richieste che arrivavano al provinciale sardo da quelle missioni lontane.[49]

Anche una nostra vecchia conoscenza sassarese, Gavino Biquisao – che era entrato tra i Gesuiti nel 1603, quando aveva 16 anni, e nel 1640 ne aveva 53 – rinnovava la sua richiesta perché aveva saputo (da chi?) che le missioni della Cina e delle Filippine chiedevano altro personale; la sua lettera, da Sassari, era partita una settimana dopo quella di José Quesada ricordata nella nota precedente,[50] forse una spia del lasso di tempo necessario perché la notizia vi giungesse da Cagliari.

Un’ultima notazione prima di passare ad una rapida analisi del contenuto delle domande. Fra i 12 indipetae dei primi 20 anni del primo blocco (tra il 1568 e il 1588), soltanto due erano sardi (Juan Garrucho di Tempio nel 1568, Francisco Noco di Aritzo nel 1573); gli altri 10 erano italiani (6), spagnoli (3) e 1 fiammingo. Solo a partire dal 1589, i Gesuiti sardi diventano largamente maggioritari sui restanti richiedenti del primo blocco: 23 su 29. Ancora più netta la preponderanza sarda nel secondo blocco: su [51] indipetae, solo 3 non sono sardi (Francisco Ferrer di Reus, diocesi di Tarragona,51 e – nonostante il suo cognome – Juan Baptista Zureddu,[52] sempre indicato come «Eldensis»),[53] mentre la domanda di un certo Miguel Andrés Genovay nel 1634 non porta indicazione del luogo di provenienza e non si sa se si tratti o meno di un sardo (la nota a tergo della segreteria del generale ne avanza la proposta, ma senza indicarne la ragione: «Pareçe de Cerdeña»).[54]

4. L’irresistibile deseo di essere mandato alle ‘Indie’

Il termine più ricorrente nelle domande degli indipetae è quello di deseo (= desiderio): [55] esso compare in quasi tutte le loro carte ed ha per oggetto quello di essere inviato nelle Indias o in una delle altre mete già menzionate. Erano più di 10 anni che si portava dentro questo deseo, scriveva nel 1632 l’algherese Juan Antonio Manquiano, ma non aveva insistito per non «dare fastidio» al generale; lo faceva ora che aveva terminato gli studi e la terza probazione; aveva persino fatto voto – con il permesso dello stesso preposito – di continuare a insistere fino a quando non fosse stato esaudito. E lo fu, di fatto; solo che, dopo essere stato destinato al Paraguay attorno al 1634-35, qualcosa era andata storta, per cui egli riuscì a partire solo con la spedizione successiva, che giunse a Buenos Aires il 28 novembre del 1640:[56] un’attesa di almeno 12 anni.

Ancora più lunga, e inesaudita, fu quella del sassarese Gavino Biquisao: dalla prima documentazione disponibile (1625) si apprende che già attorno al 1620 era stato scelto per una spedizione in Paraguay [57] insieme con Bernardo Tolu di Oliena, che effettivamente raggiunse Buenos Aires nel 1622.[58] Viene da pensare che le sue prime richieste fossero partite quantomeno attorno al 1614-15, cioè almeno 5-6 anni prima di quella scelta effettuata dal generale, essa stessa sottoposta però a tante contingenze non facilmente prevedibili; Biquisao le ricordava nella lettera appena citata: solo che, avendo conosciuto il permesso accordatogli per partire per il Paraguay, suo padre e uno dei suoi fratelli erano riusciti a bloccarlo; sempre in quella lettera del 1625, egli commentava cos’era accaduto in seguito: suo padre e suo fratello erano morti e uno dei Gesuiti che si erano opposti alla sua partenza era stato espulso dall’ordine: «Hanno ricevuto quanto meritavano», era l’amara riflessione che Biquisao consegnava a quella lettera; profittava però dell’occasione per chiedere ancora una volta «el paso para las <Indias> Orientales», visto che la destinazione verso quelle Occidentali era sfumata.[59] Una sua lettera di 5 anni più tardi mostra comunque che, non solo non aveva rinunciato ai suoi «desideri», ma questi erano diventati talmente invadenti che egli si sentiva spesso trasportato con la fantasia e col cuore in quelle terre lontane: «non riesco a trattenere le lacrime di piacere e di gioia quando immagino di stare in quelle regioni delle Indie; sono ormai molti mesi che ogni giorno, mentre prego, celebro la messa, studio e persino quando mangio mi trattengo in questi desideri e mi sembra che essi occupino la mia mente non soltanto per modum habitus sed per modum actus».[60]

L’ultima sua lettera conosciuta è del 1640; dopo aver ricordato le precedenti numerose richieste, diceva di aver saputo che dalle missioni della Cina e delle Filippine chiedevano rinforzi: a 53 anni suonati – ma egli sorvolava su questo particolare -, assicurava di trovarsi «con notevoli energie e buona salute», sempre pronto a partire; gli si concedesse «questa grazia tanto singolare che per me equivale ad una nuova vocazione», informava anzi di averne scritto anche al procuratore delle Filippine.[61]

Che il desiderio delle missioni equivalesse a una «nuova vocazione» è affermazione rara;[62] più ricorrente, invece, è il legame tra quel desiderio e la decisione di entrare nella Compagnia: per Juan Antonio Sanna di Alghero, il desiderio «di andare nelle Indie» era stato uno dei motivi che lo avevano deciso a farsi Gesuita;[63] una cosa simile è attestata anche da Ignacio Molarja (Mulargia?) di Iglesias nel 1631, che sottolineava anche il ruolo che essa aveva avuto nella sua perseveranza nell’ordine nel quale viveva ormai da 6 anni;[64] per altri, la vocazione alla Compagnia era legata al desiderio delle Indie, viste come luogo di probabile martirio: così per i già noti Juan Antonio Manquiano [65] e Juan Augustín Castangia di Barumini.[66]

Il fascino del martirio è talvolta l’unico motivo addotto per giustificare la richiesta di andare in missione: lo era stato per Cosme Natter di Cagliari, che sperava di «dare la mia vita e spargere il sangue delle mie vene al servizio del nostro buon Gesù»;[67] anche Juan Bravo aveva manifestato nel 1604 la sua «disponibilità e coraggio a ingoiare coltelli, spade e croce»; che non alludesse ad uno spettacolo da circo lo lasciava capire la sua aspirazione a «spargere tutto il mio sangue per lo stesso Signore che […] sparse il suo per amor mio».[68] Si è già detto come la prospettiva del martirio ricorresse come mèta alla quale i fratelli coadiutori non osavano neanche aspirare, tanto se ne reputavano indegni; si auguravano tuttavia di potere almeno surrogare lo spargimento del proprio sangue con quello del sudore delle loro fatiche.[69] A volte il desiderio del martirio era incluso in una più generica disponibilità a «patire tanti travagli et fatiche per amore di Cristo et di esporre la vita a tanti pericoli et incontri per servicio de Iddio», come scriveva il romano Biagio Mucante;[70] non molto dissimili i propositi di Sadorino Ursena di Bosa, che desiderava «trascorrere la vita in regioni lontane affrontando molte fatiche per amore di Cristo nostro Signore e aiuto delle anime».[71]

A fare scattare il desiderio delle Indie poteva essere anche il desiderio di emulare l’esempio di un confratello che vi era stato destinato,[72] come il sassarese Gaspare Cugia, destinato alle missioni del Nuevo Reyno dopo appena tre richieste:[73] al suo caso si appellavano vari indipetae per essere esauditi altrettanto rapidamente. [74] Altro motivo era quello di seguire le orme dei primi martiri gesuiti, da Rodolfo Acquaviva in India, a Edmund Campion nell’Inghilterra elisabettiana, ai martiri del Giappone. Si è già detto del martirio di Acquaviva, la cui raffigurazione, in un’incisione esposta nel collegio di Cagliari due anni dopo l’evento,[75] aveva stimolato la domanda di Agustín Castangia.

Forse non era casuale il fatto che fosse proprio costui, che nel 1634 era viceprovinciale, ad incoraggiare Baquis Lado a fare domanda per le Indie, dopo che questi aveva da poco ascoltato nel noviziato di Cagliari la lettura della Relación de los santos mártires del Japón e poco dopo quella della vita di s. Francesco Saverio,[76] che era ormai il modello di ogni Gesuita aspirante missionario. La lettura a tavola di una «relazione sull’Etiopia», secondo cui «quasi tutto quel regno era pronto ad abbracciare la santa e cattolica fede romana se ci fossero stati alcuni che avessero aiutato i 5 Gesuiti che vi lavoravano», aveva provocato la domanda di almeno 4 nuovi indipetae: Francisco Noco di Iglesias, Antonio Juan Sanna di Nulvi, Juan Baptista Piga di Cagliari e Juan Sanna di Torralba.[77]

Capitava che le motivazioni non fossero sempre così elevate. Ambrosio Tedde, originario di Castellaragonese, aveva aspettato fino ai 34 anni per presentare la sua prima domanda; due i motivi che l’avevano spinto a farla: il primo era «la constatazione del gran numero di padri che ci sono nella provincia»,[78] una circostanza che lasciava forse prevedere minori ostacoli posti agli indipetae da parte dei superiori locali; il secondo era che, nonostante la consapevolezza che la sua vocazione alle missioni non fosse così ardente, egli si era deciso a presentarla ugualmente perché convinto che essa fosse già implicita nella vocazione ad essere gesuita per davvero.[79] Non so dire invece quanto gli somigliasse il caso del sassarese Joseph Seque che, pur confessando di non avere avuto una specifica «vocazione per le Indie», era stato «sempre rassegnato e pronto anche per questa destinazione, se vi fosse stato scelto»: per motivi non ben chiari – almeno qualche lettera sul suo caso deve essere andata perduta –, egli finiva per chiedere «di essere mandato in una qualsiasi provincia», senza escluderne alcuna, «sea de Indias o otra qualquiera».[80]

5. Gli indipetae sardi: tra desideri e consapevolezza

Quali che fossero le circostanze in cui si sarebbe svolta l’attività missionaria, agli occhi degli indipetae essa appariva come un traguardo di portata eccezionale: non abbiamo motivo per dubitare della sincerità del cagliaritano Diego Porcell quando scriveva di reputarsi «sempre indegno di una vocazione tanto alta come quella delle Indie o del Giappone».[81] Dopo avere ricevuto due lettere dal generale (del 23 dicembre del 1625 e del 9 maggio 1626) che gli davano qualche speranza di essere inviato in Giappone, Francisco Coni di Isili affermava che ciò era «la cosa che io desidero di più al mondo»; riteneva, infatti, che «questa missione è quanto di più grandioso ed eccelso ci possa essere nella Chiesa; ci sono talmente attaccato che niente mi attira altrettanto: il giorno che potrò partire dalla Sardegna per il Giappone sarà per me pieno di indicibile gioia».[82] Non diversamente si esprimevano il sassarese Gavino Carta, che scriveva di avere molto riflettuto e pregato prima di chiedere «la missione delle Indie, l’impresa più ardua e di più grande importanza »[83] e un altro sassarese, Diego Sylvano, che aveva chiesto di essere mandato «dove il Cristianesimo non era ancora arrivato», un «compito degno di giganti, nella virtù, nello spirito e nella dottrina», pur essendo egli consapevole di non essere che «un misero pigmeo»; eppure, nonostante questo, sentiva di dover fare tutto il possibile per andarci.[84] Pablo Pinna di Paulilatino, gesuita da appena tre anni, parlava del suo «acceso desiderio di morire fuori della mia patria naturale […], morire nelle Indie per amore di quello stesso Signore che ora mi spinge a questo passo».[85] Ricevere una risposta positiva alla sua richiesta di andare in missione, per il già noto Diego Porcell, equivaleva ad avere «il maggior conforto (consuelo: di qui a un poco torneremo su questo concetto) che potrò ricevere in questa vita»; e aggiungeva: «ritengo che ricevere una garanzia sicura di andare nelle Indie sarà per me come avere una sicura garanzia per la mia salvezza eterna».[86]

In un periodo in cui la salvezza della propria anima o, meglio, la certezza del proprio destino eterno era uno dei temi che maggiormente appassionavano e angosciavano le coscienze di gran parte dei cristiani, quale che fosse la loro appartenenza confessionale, può sorprendere che il nostro Porcell avesse trovato tanto facilmente la soluzione: a sentir lui, la sicurezza dell’andata in India gli avrebbe dato la certezza della propria salvezza eterna. Ma non si trattava di un puro e semplice automatismo: per lui, come per tanti indipetae, l’andata in India o in qualsiasi altra parte del mondo «dove il Cristianesimo non era ancora arrivato» equivaleva a spendere interamente la propria vita nell’annuncio del Vangelo per la salvezza eterna di persone che, vivendo nella totale ignoranza di Cristo, unica via per raggiungere questa salvezza, erano destinate alla dannazione eterna: su una simile conclusione, cattolici e protestanti erano sostanzialmente d’accordo, anche se – fino a quel momento – erano molto pochi i protestanti che avevano avuto coscienza dell’obbligo missionario di ogni cristiano.

Non è un caso che proprio il desiderio di collaborare alla “salvezza delle anime” fosse il motivo più ricorrente nella penna degli indipetae per giustificare la propria richiesta: per lo spagnolo Balthazar de Sylva «andare alle Indie» significava mettersi a disposizione di Cristo in modo che questi potesse disporre di lui «per aiutare quella gente, a cui nessuno offre il vero pane di vita: la dottrina cristiana »;[87] vi si poteva leggere in filigrana un’allusione alla dichiarazione inappellabile del giorno del giudizio: «Avevo fame e mi avete dato – o, non mi avete dato – da mangiare». Anche il già noto Sadorino Ursena parlava del suo «desiderio di impiegare tutte le mie forze per aiutare le anime […] acceccate dal paganesimo»;[88] egli si serviva quasi delle stesse parole di Salvador Pala di Scano quando manifestava il suo «desiderio di spendere salute ed energie per aiutare le anime abbandonate del Giappone e della Cina, redente dal sangue de mi dulce Jesús»;[89] così tanti altri.[90]

Questa insistenza non deve sorprendere: fin dal primo giorno in cui l’aspirante Gesuita entrava nella ‘prima probazione’ per prendere contatto diretto con l’ordine, doveva essere avvertito che «il fine della Compagnia è non solo attendere, con la grazia di Dio, alla salvezza e perfezione delle anime proprie, ma, con questa stessa grazia, procurare con tutte le forze di essere di aiuto alla salvezza e perfezione delle anime del prossimo»:[91] si trattava di un’idea-guida presente negli snodi cruciali delle Costituzioni dell’ordine [92] e che veniva proposta senza posa alla riflessione e alla preghiera dei giovani religiosi durante la loro formazione, allo scopo di forgiarne l’identità.

È forse anche per questo che oltre la metà degli indipetae non si limitò a fare la domanda una sola volta: essi erano convinti di non corrispondere ad una «vocazione tanto santa se la domanda non fosse stata presentata di nuovo […] e con maggiore insistenza», come scriveva Francisco Noco di Iglesias, alla sua quarta richiesta.[93] Il già noto Manquiano non era il solo che, col permesso del generale, si era impegnato con un voto specifico a non porre alcun ostacolo alla partenza,[94] ma a «servirsi di tutti i mezzi possibili per riuscire ad essere mandato dove c’è da faticare di più: è così forte la spinta interiore che sento in questa direzione che avrei scrupolo se non facessi questo voto».[95] Faceva quasi tenerezza Antiogo Pira di Fonni quando, scrivendo per la settima volta, lamentava che, continuando così, «tutta la mia vita sarà fatta solo di deseos, senza mai riuscire a realizzarli»; nonostante le tante richieste egli temeva di restare «solo con desideri e in tal modo sarò soltanto un indiano de burlas y no de veras».[96] Nonostante queste delusioni, avrebbe insistito ancora almeno un’altra volta.[97] Infine, Juan Pablo Pinna, alla sua undecima richiesta nel marzo del 1634 assicurava – mezza promessa mezza minaccia – che avrebbe continuato a chiedere le Indie «fino alla morte» o fino a quando non avesse colto «un indizio della volontà contraria» del generale.[98] C’è da pensare che questo indicio non ci fu in alcuna delle lettere che Vitelleschi continuò a inviargli in risposta alle sue altre 11 richieste spedite da Cagliari fino al 15 agosto 1637:[99] egli avrebbe quasi sicuramente continuato a chiedere ancora per un bel po’ se la morte non l’avesse bloccato: dev’essere infatti proprio lui il «pater Ioannes Paulus Pinna», deceduto ad Alghero il 31 agosto 1638;[100] non c’erano altri omonimi nel catalogo del 1636 e il suo nome non compare più in quello del 1639. Un altro elemento per spiegare il fenomeno delle domande ed anche delle loro iterazioni sta nel fatto che tutta quell’operazione era fortemente incoraggiata dallo stesso generale, che non poteva far a meno di presentare le missioni come opera primaria della Compagnia. Dal romano Biagio Mucante, che nel 1583 insegnava teologia a Sassari, sappiamo che il rettore di quel collegio aveva ricevuto l’ordine da Fabio de Fabiis, che aveva appena terminato la visita canonica dello stesso collegio, perché tutti i Gesuiti residenti in esso scrivessero allo stesso de Fabiis per manifestargli «si ha sentito in sé o si ha desiderio di andare all’Indie», in modo che egli potesse «dare di questo relatione a nostro padre generale», Claudio Acquaviva (1581-1615);[101] nel 1608 Miguel Urru di Desulo scriveva da Cagliari che pochi giorni prima era stata letta a mensa «una lettera del padre generale nella quale si avvertivano quelli che avevano chiesto le Indie di tenersi pronti perché sarebbero stati avvisati quando meno se l’aspettavano»;[102] la lettera del preposito doveva aver fatto una certa impressione nel collegio, perché nello stesso mese vennero presentate altre 6 domande, di cui 3 erano di nuovi indipetae.[103]

Se sono ben note le lettere che il generale Acquaviva indirizzò a tutta la Compagnia per raccomandare le missioni e stimolare coloro che ne sentivano il desiderio a farsi avanti, non fu da meno il suo successore Muzio Vitelleschi (1615-1645), del quale si è già parlato a proposito della sua cura nel rispondere alle mi- gliaia di indipetae che scrivevano da tutta la Compagnia: le annotazioni sul dorso delle lettere spedite dalla Sardegna ne offrono una testimonianza indubitabile.[104]

Se poi si guarda al loro contenuto, numerosi sono i casi che sottolineano il suo ruolo nel mantenere desto, ma anche nel moderare l’ideale missionario tra i Gesuiti sardi. Le richieste superstiti degli indipetae sardi continuano ad attestare gli interventi dei prepositi generali anche durante la seconda metà del secolo XVII e gli inizi del nuovo secolo.[105]

Esse sono particolarmente interessanti perché richiamavano a tutti i Gesuiti le nuove necessità a cui dovevano fare fronte le province in terra di missione: come faceva ad esempio il preposito Charles de Noyelle (1682-1686) che esponeva quelle della provincia del Messico in seguito al «nuevo descubrimiento de las Californias ».[106] Molto più numerose quelle relative al generalato di Tirso González (1686-1705), le ultime attestate dai nostri indipetae sardi: si vedano, ad esempio, quelle che ricordavano i successi missionari in Cina, dove l’imperatore [suppongo K’angtsi (1662-1722)] aveva emanato un editto che consentiva la predicazione cristiana in tutto l’impero [107] e quelle relative alle domande di aiuto che provenivano dalle province del Perù e del Cile, che chiedevano altro personale.[108]

6. Difficoltà da superare prima della destinazione per le ‘Indie’

Se è vero che il termine più ricorrente nell’epistolario è quello di deseo, al secondo posto – vi si è già accennato – viene quello di consuelo (= consolazione, appagamento).

Esso compare fin dalle prime domande di cui si è conservato il testo: il 25 giugno 1607, Francisco Salba di Bonnanaro scriveva da Iglesias del «grandíssimo consuelo» che aveva ricevuto dopo la risposta del generale di 6 mesi prima; Acquaviva l’aveva assicurato che, «nonostante la difficoltà di prendere soggetti per le Indie» dalla provincia di Sardegna, «quando se ne fosse presentata l’occasione, sarebbe stato consolato».[109] Se quel termine il più delle volte indicava lo stato d’animo dell’indipeta dopo aver ricevuto una lettera del generale che gli faceva balenare la speranza di essere inviato alle Indie, esso si presentava anche come una sorta di dono che solo lui poteva concedere; ovviamente, la domanda di «essere consolato» equivaleva, per l’indipeta, a sollecitare una risposta positiva alla sua richiesta di Indias.

Tutti e tre i casi sono ben documentati, eccone qualche esempio: in risposta ad una sua ennesima richiesta di fine ottobre 1627 che Juan Pablo Pinna di Paulilatino gli aveva inoltrato, Vitelleschi aveva risposto consigliandogli di esporre il suo caso al provinciale che in quel tempo era Augustín Castangia; questi l’aveva esortato a perseverare nella sua domanda perché, se il Signore gli aveva ispirato quel desiderio, gliene avrebbe concesso anche la realizzazione: di qui l’«inesplicabile consuelo» che Pinna aveva sperimentato nel ricevere la risposta del generale.[110]

Per il secondo caso, attestato anche nella nota precedente, si veda la domanda di Antiogo Pira di Fonni, che aveva incominciato a chiedere da alcuni anni,[111] e nel 1634 ricordava al preposito di avere letto un brano di una sua lettera che riguardava proprio lui: vi era scritto che, «presentandosi l’occasione, sarebbe stato consolato ». Quale migliore occasione, soggiungeva Pira, ora che i procuratori delle Indie orientali e forse anche delle Filippine, del Messico e del Paraguay stavano per arrivare a Roma? «La occasión me parece muy buena», concludeva.[112] Infine, come terzo caso, quello del sassarese Jerónimo Ansaldo, gesuita da una quindicina d’anni: il 15 settembre 1629 egli inviava da Sassari la sua prima domanda rimastaci avvertendo di avere buona salute, forze sufficienti e disponibilità ad affrontare «travajos, incomodidades y peligros de mar y tierra»; aveva saputo che per la prossima primavera era prevista la partenza di una nave che avrebbe portato missionari alle Filippine e al Nuevo Reyno e supplicava «in ginocchio di essere consolato» con la destinazione «ad una qualsiasi parte delle Indie».[113]

La lunga attesa che precedeva il sospirato consenso del generale non era l’unica difficoltà da superare; vi erano altri impedimenti che potevano vanificare gli accesi desideri dell’indipeta: persino partenze già decise erano state bloccate. Quali erano questi ostacoli? Quelli provenienti dai genitori o dai parenti degli indipetae – almeno in Sardegna – sembrano piuttosto rari,[114] anche se non bisogna dimenticare che manca del tutto la corrispondenza tra le autorità gesuitiche locali e il generale, per capire come questi arrivava a formulare la sua decisione ultima; [115] la maggior parte delle difficoltà veniva dagli stessi Gesuiti, in particolare dai provinciali e, nei primi decenni del Seicento, anche dai superiori dei collegi.

Lo denunciava apertamente fin dal 1608 Salvador López di Alghero che, pur essendo ancora «novizio di pochi mesi» (come sappiamo già, il noviziato tra i Gesuiti durava 2 anni), si era accorto che «la scusa a cui ricorrevano di solito i superiori» per impedire agli aspiranti missionari di partire era che, «essendo la provincia povera ed avendo essa speso molto per la loro formazione», era giusto che ricuperasse quelle spese impiegandoli nei ministeri da svolgere nella provincia; per parte sua, López ribatteva piuttosto ingenuamente che, proprio perché novizio, egli non aveva procurato grandi spese, era quindi ben piazzato per avere presto il benestare dai superiori.[116]

Quelle di López non erano pure fantasie: il lamento di ostacoli posti più o meno scopertamente da alcuni superiori ricorre spesso negli anni Venti e Trenta di quel secolo: i padri Pedro Vico, Augustín Castangia, Juan Robledo e Andrés Manconi, che erano stati o provinciali o superiori di collegi prestigiosi, erano coloro di cui gli indipetae si lamentavano di più, o perché avevano promesso il loro aiuto presso il generale e non l’avevano dato [117] o perché si erano addirittura opposti.[118]

Per neutralizzare questo genere di difficoltà, gli indipetae ricorrevano a due tipi di argomenti. Il primo consisteva nel ricordare al generale che spettava a lui, soltanto a lui prendere la decisione e non al provinciale o a qualsiasi altro superiore locale: il precedente del p. Gaspar Cugia, per la cui partenza le autorità della provincia avevano mostrato una fortissima opposizione, ma che erano state zittite dall’energica decisione di Vitelleschi, doveva essere un gradito ricordo per gli aspiranti missionari, se vari di loro ne facevano menzione nelle loro lettere al generale. [119] Il secondo, invece, tendeva a minare la credibilità delle obiezioni dietro cui si trinceravano i superiori locali, che cioè la provincia non potesse privarsi di persone tanto preziose che chiedevano di lasciarla.[120] Se l’appena citato López insisteva che nella provincia non c’era «falta de obreros»,[121] Francisco Coni dichiarava nel 1626 che i collegi sardi «erano sovraccarichi di personale»,[122] al punto che – lo scriveva in un’altra sua lettera del 1628 – «si sarebbero potuti togliere 12 preti senza fare danno»;[123] nel 1640, Diego Sylvano di Sassari argomentava che mentre il provinciale, resistendo alle richieste provenienti dalle missioni, era «contrario a mandarvi personale che riteneva fosse necessario qui», i superiori locali, dovendo far fronte alla «poca comodidad» dei collegi, facevano di tutto per «alleggerirli dall’eccessivo carico di personale».[124]

Queste notizie sul sovraffollamento dei collegi trovano conferma in due tipi di dati offerti dai cataloghi dell’ARSI: il primo è quello della crescita dei Gesuiti nelle 7 case della provincia (diventate 9 entro il 1650):[125] i 196 religiosi del 1622 salgono a 225 nel 1634, a 244 del 1636, tornano a 232 del 1642 e precipitano a 203 del 1651;[126] a questi dati corrisponde la cadenza delle richieste degli indipetae: dalle 5,6 domande annue nel decennio 1621-1630 si passa alle 8,3 nel 1631-1640 per scendere alle 2,5 nel 1641-1650.[127] Il secondo tipo di dati è di carattere economico: dalla seconda metà degli anni Trenta in avanti i collegi sono sempre più indebitati sia per la crescita dei crediti inesigibili, sia per i debiti contratti per fare fronte all’aumento degli effettivi; a volte la situazione è drammatica come nel collegio di Cagliari, che nel 1639 conta 73 soggetti ma le sue rendite ne possono tenere correttamente solo 58.[128] Di lì a poco la peste avrebbe risolto tutto a suo modo, ma la situazione economico finanziaria dei collegi ne risultò ancora più aggravata, costringendo le autorità locali della Compagnia a scelte del tutto nuove rispetto alla concessione del loro benestare nei confronti di coloro che chiedevano di partire.

Se è vero infatti che la catastrofe dal 1652, che si concluderà con la marcia della peste fino a Cagliari nel 1656, portò la consistenza demografica della provincia verso il suo punto più basso con 182 unità nel 1660, da quel momento la ripresa fu sostenuta e costante: 202 nel 1685, 222 nel 1700, 253 nel 1717, 262 nel 1730, 304 nel 1758, 292 nel 1770, alla vigilia della soppressione. Si sa che a questa crescita demografica non corrispose la ripresa economica dei collegi; anzi, il malessere appena segnalato alla fine del capoverso precedente andò aggravandosi, ciò che spiega almeno in parte la maggiore facilità con cui i superiori concedevano il permesso sollecitato dagli indipetae: un mutamento che si può constatare ictu oculi sulla lista in appendice dei Missionari gesuiti dalla provincia di Sardegna: se per inviare i primi 56 missionari durante tutto il periodo spagnolo (1615-1718) ci vollero ben 103 anni, per inviare gli altri 55 nel periodo sabaudo (1726-1763) ne bastarono appena 37.

Torniamo ai nostri indipetae. A fronte di 166 domande presentate negli anni 1621-1643, si contano soltanto 48 indipetae; ora, se si tiene conto della sicura perdita di non poche domande anche durante gli anni appena citati e del fatto che durante 3 anni (1635-1637) si sono conservate solo iterazioni ma non domande di nuovi indipetae, è possibile che questi fossero leggermente più numerosi, forse poco più di una cinquantina. Se, d’altra parte, si raffronta questo gruppo con quello degli effettivi della Compagnia, che durante questi stessi anni è attestato mediamente attorno ai 220 individui, ne segue che, durante gli stessi anni, l’ideale missionario è condiviso da circa ¼ dell’ordine, nel senso che almeno una volta ognuno di questi Gesuiti ha fatto richiesta di andare in missione, un calcolo pur presuntivo che non è però altrettanto facile fare per gli ultimi anni del periodo spagnolo.

Tenendo tuttavia presente il fatto della forte crescita delle partenze durante il periodo sabaudo, mi pare si possa dire a maggior ragione che, anche durante questo periodo, all’interno di una congregazione religiosa che continuava ad essere molto impegnata nella promozione spirituale e culturale dell’isola (basti pensare al suo ruolo nel mantenimento delle missioni popolari fatte anche nei villaggi più sperduti, come pure nella fondazione e nel funzionamento di numerose scuole e delle stesse Università di Sassari e di Cagliari),[129] convive un’importante minoranza che, pur partecipando allo sforzo comune di tutto l’ordine, si presenta come culturalmente e spiritualmente più sensibile al richiamo di altre popolazioni, di altre culture, di altri mondi.

7. In quali condizioni la Sardegna partecipa all’epopea delle missioni

È tempo quindi che si lasci finalmente il discorso fino ad ora quasi sempre riservato agli indipetae, per dire qualcosa su coloro che dalla Sardegna partirono effettivamente verso quei popoli e quelle culture. Avvertiamo però che, in questa sede, ci limiteremo ad esporre soltanto alcune dimensioni del fenomeno: quanti e quali furono i partenti e quali le loro rispettive destinazioni. Forse è il modo migliore per rispondere senza retorica ad un’altra domanda che non può non affiorare quando si leggono certe petizioni dei nostri indipetae che, più di una volta, danno l’impressione di essere un po’ troppo entusiastiche e persino sopra le righe: quanto erano credibili quei sentimenti, quegli insuperabili deseos, quegli aneliti al martirio per amore di Cristo, che sembrano trasudare retorica da ogni riga?

È risaputo che, al fine di bloccare sul nascere lo scoppio di scontri tra Spagna e Portogallo per l’attribuzione delle rispettive zone di influenza derivanti dai progressi nella circumnavigazione dell’Africa da parte portoghese e dalla scoperta dell’America da parte spagnola, le due potenze marinare si erano accordate perché le terre scoperte o da scoprire situate per 180 gradi ad est dalla linea di demarcazione fissata prima da Alessandro VI (raya alejandrina) e poi ulteriormente arretrata verso ovest dal trattato di Tordesillas (1494) in modo da comprendervi anche la parte orientale del Brasile, cadessero nell’area di influenza portoghese, mentre le altre – situate negli altri 180 gradi fino ai 360 e comprendenti l’intero continente americano, eccettuato il Brasile e tutto il Pacifico fino alle Filippine – sarebbero state considerate spagnole.[130]

Ovviamente, tra gli accordi rientrava anche il divieto per le navi spagnole di navigare nelle acque portoghesi e, viceversa, per le portoghesi di addentrarsi in quelle spagnole. Un divieto non sempre rispettato tra il 1580 e il 1640, quando il re di Spagna fu anche re del Portogallo: in questo periodo poteva capitare che i Gesuiti sardi destinati alle Filippine (furono complessivamente 27), invece che partire da Siviglia, si imbarcassero da Lisbona con la flotta portoghese diretta verso oriente: dopo aver circumnavigato l’Africa doppiando il Capo di Buona Speranza, toccavano successivamente l’India, la Malacca e il Borneo per giungere finalmente alle Filippine. Di gran lunga più laborioso, invece, era il raggiungimento della stessa meta quando si osservavano alla lettera gli accordi del trattato di Tordesillas: partenza da Siviglia con destinazione Vera Cruz sulla costa orientale del Messico; di lì incominciava via terra il lungo attraversamento di quel nuovo regno verso ovest, fino ad Acapulco, sul Pacifico, dove, una volta l’anno e dopo un viaggio di 4-6 mesi, attraccava il galeón de Manila, che qualche mese più tardi ne salpava per tornare alle Filippine (in poco più di due mesi), estremo limite occidentale dell’impero sul quale non tramontava mai il sole.[131] Molto più facile, ovviamente, il raggiungimento delle altre mete degli aspiranti missionari, tutte collocate nel continente americano.

Non meno importante era il modo con cui, fin dall’inizio, venne realizzata la cristianizzazione delle nuove terre e il loro inserimento nell’organizzazione ecclesiastica cattolico-romana. Tanto il Portogallo che la Spagna non si erano limitate a scegliere il papato come arbitro per la delimitazione delle loro rispettive zone d’influenza, ma ne avevano ottenuto tutta una serie di privilegi per cui i rispettivi sovrani avevano finito per diventare veri e propri vicari del papa nella gestione delle nuove Chiese (ne erano stati dichiarati patroni, di fatto ne divennero veri e propri padroni): al papa non restava altro che approvare l’erezione di quelle di nuova costituzione e conferire la nomina canonica agli ecclesiastici presentati dal sovrano sia dopo il primo impianto di quelle stesse Chiese, sia quando queste fossero diventate vacanti. Il resto, dalla presentazione dell’unico candidato come titolare della diocesi, al numero dei canonici dei loro Capitoli e delle parrocchie in cui doveva essere suddivisa la diocesi, all’ammontare delle rendite di tutti gli ecclesiastici incaricati della cura animarum, all’erezione delle nuove università, all’insediamento in quei vastissimi territori dei conventi delle congregazioni religiose ammesse (inizialmente, come s’è già detto, solo Francescani, Domenicani e Agostiniani, seguiti dai Gesuiti nella seconda metà del XVI secolo), tutto dipendeva dalla mano regia, che agiva a corte per il tramite del Consejo de Indias e sul luogo di imbarco tramite la Casa de contratación: neanche un singolo religioso poteva recarsi alle nuove terre senza avervi lasciato le proprie generalità e le motivazioni del suo passaggio e averne ottenuto il permesso di salire a bordo a spese del Patronato regio.>[132]

8. 1615-1763. Filippine, Paraguay, Messico, Quito, Nuevo Reyno, Cile, Perù: chi erano e dove furono destinati i 111 Gesuiti sardi

Tornando alle richieste formulate dai Gesuiti viventi in Sardegna per essere mandati in missione, i sardi sembrano inizialmente piuttosto restii, anche se tra i primissimi si trova Giovanni Garrucho di Tempio che fa domanda fin dal 1568, insieme con Ferrario del quale però conosciamo i desideri missionari fin da quando stava a Napoli. Delle altre 20 domande presentate entro il 1590, solo 5 sono formulate da sardi, i quali però nell’ultimo decennio del secolo (dal 1591 al 1600) ne presentano 24 (Agostino Castangia di Barumini ne presenta quasi una all’anno) su 28; fra queste manca purtroppo quella del cagliaritano Lucio Garcet che tra il 1590 e il 1595 fu sicuramente destinato dal generale Acquaviva come «superiore di una residenza nell’India occidentale» nella quale si trattenne per due anni.[133] Dal modo, però, con cui questa notizia è stata trasmessa, si ha l’impressione che per lui le cose non fossero andate molto bene, sicché non meraviglia più di tanto il silenzio che circonda il suo nome e, forse, neanche la lunga anticamera che i Gesuiti sardi dovettero fare prima di essere accettati per l’invio in missione (nel primo decennio del nuovo secolo, nonostante le oltre 40 richieste, nessuna venne esaudita), come se nella cerchia del preposito generale (o da qualche altra parte?) queste domande venissero guardate con una certa diffidenza, come scarsamente affidabili.[134]

Le cose, invece, cambiarono col decennio seguente. Così, la pratica relativa all’invio del p. Salvatore Pischedda nelle Filippine, che si verificò nel 1615, doveva essere avviata da qualche anno se in una sua lettera dell’11 settembre 1612 Claudio Acquaviva avvertiva il provinciale di Sardegna Hernando Ponce de León, che avrebbe scritto al provinciale delle Filippine per sapere se fosse disposto a ricevere il Gesuita sardo, in modo da poterne avvisare quanto prima l’interessato.[135] Due anni dopo, i primi due missionari sardi, Salvatore Pischedda di Ploaghe e Pietro De Montes di Dorgali, partivano finalmente per le Filippine, una destinazione che si impose presto come una delle mete più sospirate: basti pensare che dei primi 20 Gesuiti partiti dalla Sardegna tra il 1615 e il 1655, i destinati a quelle lontane isole furono più della metà.[136]

Forse già durante quei decenni la provincia gesuitica sarda aveva incominciato ad elaborare un suo programma per partecipare al meglio delle sue forze alla diffusione del Vangelo di Cristo in tutto il mondo. Un programma che, pur non subendo variazioni di rilievo per ciò che riguardava la ripartizione dei Gesuiti sardi nelle colonie spagnole, sappiamo che conobbe una sorprendente accelerazione nel ritmo di invio, dopo che a partire dal 1720 la Sardegna venne definitivamente sottratta alla corona di Spagna per essere attribuita a quella dei Savoia.[137] In effetti, durante i circa 40 anni del periodo sabaudo (la prime partenze iniziarono col 1726, mentre le ultime si verificarono nel 1763; pochi anni dopo, nel 1767 Carlo III avrebbe disposto l’espulsione di tutti i Gesuiti da tutti i suoi regni) i missionari gesuiti sardi furono 55, con una media di un invio ogni 8 mesi; durante i 105 anni del precedente periodo spagnolo, invece, un quasi uguale numero di missionari era stato inviato ma con un ritmo più blando di uno ogni 16 mesi, una media pur sempre rispettabile.

A dire il vero non si conoscono documenti specifici che parlino di un programma predisposto dalla provincia sarda su come destinare i propri aspiranti missionari verso l’uno o l’altro territorio dell’impero spagnolo (va anche detto che, se ci fu, non poteva essere realizzato senza il consenso del preposito generale); viene tuttavia da pensare che con l’andare del tempo questo programma sia emerso in qualche modo dai fatti e si faccia sempre più preciso. Si prendano ad esempio i primi 50 anni, dal 1615 al 1665, periodo durante il quale i Gesuiti sardi partiti in missione furono soltanto 23; come si è già visto, la preferenza per la provincia delle Filippine risulta confermata con 12 presenze; incominciano però anche ad emergere quella del Paraguay (comprendeva anche l’attuale Argentina e l’Uruguay) con 4 presenze (tra il 1622 e il 1663) e quella del Messico (5, tutte nel 1647); appena abbozzate, rispettivamente con una sola presenza, le destinazioni alla provincia del Quito (attuale Equador) e verso il Nuevo Reyno de Granada (che copriva i territori delle attuali Colombia e Venezuela). Le scelte si fanno più precise dopo il 1720 perché, entro questa data, la metà dei Gesuiti sardi ha già raggiunto il proprio campo di lavoro: quelli destinati alle Filippine erano stati 20, quelli al Paraguay 14, quelli verso il Messico 10, 5 quelli destinati al Quito, 2 al Nuevo Reyno; era comparsa anche una nuova zona d’interesse, il Cile, con 4 presenze.

Se diamo uno sguardo alle cifre definitive del 1763 vi scopriremo tante conferme, ma non senza qualche importante novità: 27 per le Filippine, 24 per il Paraguay, 23 per il Messico, 12 per il Quito, 11 per il Nuevo Reyno, 6 per il Cile e, ultima scelta e piuttosto vigorosa, quella del Perù con 8 invii in appena 15 anni (tra il 1739 e il 1754), in tutto 111.[138]

Da un confronto sinottico delle partenze dei missionari e della loro ripartizione nelle varie province, inoltre, sembra venire a galla un altro elemento che rende plausibile l’ipotesi che esistesse davvero un programma preordinato già a livello della provincia sarda, come se questa regolasse il ritmo degli invii in modo che il gruppo gesuitico sardo costituito in una determinata provincia d’oltreoceano fosse posto in condizione di avere buone probabilità di sopravvivenza fino all’arrivo dei rinforzi: in tal modo gli ultimi arrivati avrebbero potuto giovarsi dell’esperienza dei confratelli che li avevano preceduti. Questo traguardo venne ottenuto in tre casi che presentano un numero di effettivi piuttosto consistente e una presenza sarda di oltre un secolo: sicuramente per le Filippine con 27 Gesuiti sardi tra il primo invio del 1615 e il 1770, quando – col noto ritardo fisiologico connesso al raggiungimento di questa lontana colonia – tutti i Gesuiti ne vennero espulsi; quasi certamente per il territorio del Rio de la Plata (24 sardi tra il 1622 e il 1768) e probabilmente anche in Messico (23 sardi tra il 1647 e il 1767).[139] Per quanto fino ad ora ne sappiamo, non sembra si sia pensato – né in Sardegna né all’interno di questi gruppi di sardi fuori della Sardegna – a stabilire tra questi ultimi e la loro provincia di origine un rapporto epistolare costante: scarsissime infatti sembra siano state le ricadute sull’isola, che pure si sottopose a un gravissimo dispendio di uomini protrattosi per quasi un secolo e mezzo.[140] Ancora più esiziale fu la rapidità con cui, al ritorno degli esuli dalle missioni in seguito al decreto di Carlo III nel 1767, seguì la soppressione dell’intera Compagnia per opera di Clemente XIV nel 1773: essa non permise che l’apporto dei nuovi arrivati incidesse su una provincia presto destinata all’estinzione.[141]

Per avere almeno un’idea sommaria di questi 111 Gesuiti sardi diciamo subito che, di solito, i presbiteri avevano già ricevuto gli ordini sacri prima della partenza; i fratelli coadiutori erano poco numerosi: 6 su 27 nelle Filippine, 3 su 24 nel Paraguay, 6 su 23 nel Messico, 2 su 12 nel Quito, 3 su 11 nel Nuevo Reyno, 1 su 6 in Cile e 1 su 8 in Perù. Non sembra invece molto significativo il fatto che, tra i sacerdoti, coloro che furono approvati dal preposito generale per la emissione dei 4 voti – effettuata per lo più nella nuova provincia di destinazione – rappresentavano la grande maggioranza, attorno all’80%, rispetto ai «coadiutori spirituali formati»:[142] la scarsa rilevanza di questa proporzione sta nel fatto che essa non è peculiare ai Gesuiti sardi ma si ritrova praticamente uguale anche in due altri gruppi che verranno esaminati tra poco e dove – insieme ai Gesuiti sardi – ce ne sono anche di quelli che provenivano dalle altre province geograficamente italiane della stessa Compagnia. Nonostante questo, si tratta pur sempre di un dato da cui emerge quantomeno che il grado di preparazione, affidabilità e capacità di adattamento dei missionari partiti dalla Sardegna non era inferiore a quello dei loro confratelli provenienti da altre province.[143]

Questo dato, peraltro, è confermato anche dalla loro età piuttosto matura al momento della partenza: si va dai quasi 32 anni di media per i 24 diretti in Paraguay, ai 33 e mezzo per i 23 diretti in Messico fino ai quasi 34 e mezzo per i 27 destinati alle Filippine. Nei vari elenchi di dimissi, i Gesuiti allontanati per motivi vari dalla Compagnia, presenti nei codici esaminati, non ho trovato il nome di alcun sardo. Uno solo, certo Salvatore Pes di Sassari, entrato nella Compagnia come fratello coadiutore nel 1709 all’età di 19 anni, e inviato nel Quito nel 1726, dovette essere rinviato in Sardegna nel 1740, ma per motivi di salute.[144]

Questo fattore dell’integrità fisica dei missionari dovette essere ben ponderato dai superiori locali al momento della scelta; se infatti si considerano solo quelli che lavorarono in un determinato campo di missione e vi morirono (non comprendendovi però quelli che persero la vita entro i primi dieci anni dopo il loro arrivo né quelli che, in seguito al decreto di espulsione di Carlo III del 1767, dovettero lasciare la patria che avevano scelto) abbiamo questi dati: i 15 delle Filippine che rientravano in questa forbice ebbero un periodo medio di operatività di 37 anni, i 14 del Paraguay di 38 anni, ma solo di 25 anni i 12 del Messico. In due studi apparsi nell’«Archivum historicum Societatis Iesu» vengono messi a raffronto i contributi missionari delle varie province italiane, compresa quella sarda – anche se questa era collocata allora all’interno dell’‘assistenza’, il gruppo di province linguisticamente omogenee, di Spagna – prima della cacciata dei loro membri e di tutti gli altri Gesuiti che lavoravano nei domini spagnoli nel 1767. Si desumono da qui alcuni altri dati che consentono di valutare meglio lo sforzo missionario profuso dalla provincia gesuitica sarda nell’inviare in missione soggetti tanto numerosi e di buona qualità rispetto a quanto, nello stesso periodo, fecero le altre province gesuitiche italiane.

Il più recente di questi studi (1979) rappresenta il catalogo di tutti i Gesuiti inviati dalle allora province dell’Italia geografica, compresa quindi anche quella sarda, nella provincia del Paraguay (o rioplatense) tra il 1585 e il 1768.[145] Ecco i dati: pur tenendo conto che dalla provincia di Sardegna i missionari gesuiti andarono in Paraguay solo a partire del 1622, dalla provincia di Milano vi furono inviati 11 soggetti, da quella di Napoli 24, da quella di Roma 21, da quella di Sicilia 4 e altrettanti da quella di Venezia (per un totale di 64 soggetti); a fronte di questi, i sardi furono 24:[146] non male per una regione che fino al 1755, quando vi inviò gli ultimi missionari, aveva tra i 250 e i 350.000 abitanti,[147] una popolazione che attorno al 1700 rappresentava appena il 3% di quella dell’intera Italia;[148] ben altro peso, invece, ha la percentuale dei Gesuiti inviati dalla Sardegna sul totale degli stessi inviati da tutte le province italiane: il 27%. Non meno interessanti sono i dati che emergono dallo studio di Gugliemo Kratz sui Gesuiti italiani impegnati nelle colonie spagnole quando ne vennero cacciati dal decreto di espulsione di Carlo III nel 1767.[149]

Quello che ne risulta immediatamente è la diversa proporzione acquisita dai Gesuiti sardi rispetto a quella occupata dagli italiani provenienti dalle loro rispettive province sia nella provincia del Paraguay sia nelle altre, al momento dell’appena citato decreto di espulsione. Nel primo caso, quello del Paraguay, a fronte di 24 Gesuiti sardi ci si trova davanti ai complessivi 65 provenienti dalle altre province italiane già nominate, mentre nel secondo i Gesuiti sardi cacciati dalle colonie spagnole furono 37 contro 56 italiani; in quest’ultimo caso, il vantaggio dei sardi risalta maggiormente se mettiamo a confronto la presenza dei Gesuiti sardi con quella dei loro confratelli italiani nelle altre province missionarie: si hanno appunto 37 sardi contro i 4 dalla Sicilia, i 7 da Napoli, i 17 da Milano, i 6 da Venezia e i 19 da Roma. Si è peraltro già notato che gli invii sardi durante il periodo sabaudo (1726-1763) avevano subìto una notevole accelerazione, raggiungendo in meno di quarant’anni lo stesso numero di effettivi realizzato durante gli oltre cento anni di periodo spagnolo.

Non può mancare, infine, una rapida rassegna sui luoghi d’origine di questi 111 Gesuiti missionari sardi. Come per quelli relativi agli indipetae bisogna tenere conto del ruolo importante che continuarono a svolgervi le città sedi di collegi: è tra gli studenti di queste istituzioni, infatti, che pescava la propaganda a favore delle missioni, come pure della stessa Compagnia. E, fra costoro, sembrano essere stati gli studenti di Sassari quelli che si mostrarono più sensibili al richiamo delle missioni. Ecco i dati: Sassari è patria di ben 18 missionari, Cagliari di 13, Alghero di 10, Iglesias di 7, Oliena di 3, Ozieri di 3, Bosa di 3 (nella seconda metà del XVII secolo anche questi ultimi due centri erano diventati sede di collegio); se a questi 57 si aggiunge anche Antonio Bensonio, nato a Genova ma diventato gesuita in Sardegna e quindi correttamente aggregato tra i sardi, constatiamo che oltre la metà dei Gesuiti sardi provengono da città o centri di un collegio gesuitico; i restanti 55 sono ripartiti in una quarantina di villaggi dell’isola che proponiamo disponendoli da nord verso sud: Castellaragonese (ora Castelsardo), Tempio (2 missionari), Osilo, Nulvi, Ploaghe, Cheremule, Cargeghe (2 m.), Thiesi (4 m.), Muros, Siligo, Florinas, Bonorva, Ittiri, Benetutti, Pattada (2 m.), Santulussurgiu (4 m.), Sindia, Cuglieri, Orgosolo, Dorgali (2 m.), Orani (2 m.), Gavoi, Mamoiada, Birori, Posada, Meana, San Vero Milis, Tramatza, Simala, Forru (ora Collinas), Tuili, Tortolì, Tertenia, Isili, Ruinas, Guasila, Gergei, Serramanna, Sestu, Gonnosfanadiga, Assemini, Quartu Sant’Elena. Sono presenti, salvo Oristano, tutti i centri urbani e quasi tutti quelli dei villaggi più importanti dell’isola.

Appendice 1

Appendice 2

Appendice 3

Appendice 4

Appendice 5

Abbreviazioni

3vv = professo di tre voti

4vv = professo di quattro voti

a. = anni

att. agr. = attività agricola

c.s.f = coadiutore spirituale formato

c.t. = coadiutore temporale

c.t.f. = coadiutore temporale formato

catt. = catturato: si tratta del p. Juan Bautista Sanna, di cui supra, n. 143

chir. = chirurgo

in es. = in esilio

ind. = indios, indigeni, nativi

ling. = impegno nell’apprendimento delle lingue

ma. el. = maestro elementare

ma. nov. = maestro dei novizi

miss. = missionario

nov. = novizio

NR = Nuevo Reyno, attuali Colombia e Venezuela

op. = operaio (operarius): esercita in prevalenza ministeri spirituali

p. = post

pred. ind. o spa. = predicatore per nativi o spagnoli

pref. stud. = prefetto agli studi

proc. miss., coll., prov. = procuratore d. missione, d. collegio o d. provincia

proc. Roma = inviato a Roma per riferire sulla provincia

prof. = insegna Scrittura, teologia dogmatica o morale, filosofia, lettere

prov. = provinciale

rett. = rettore di collegio

sac. scol. = sacerdote che non ha finito gli studi

scol. = Gesuiti ancora agli studi

SI = Societas Iesu (Compagnia di Gesù)

spa. = spagnoli

sup. = superiore di missione

univ. = università

visit. = visitatore di missioni

vve = volte

Note:


[1]Les Missions à l’époque des découvertes, in Histoire universelle des Missions catholiques, 1. Les Missions dès origines au XVIe siècle, Paris 1956, pp. 223-346; della stessa opera, cfr. anche il vol. 2. Les Missions modernes fino al XVIII secolo. Relativamente alla Spagna, si veda P.L. LOPETEGUI, La Iglesia española y la hispanoamericana de 1493 a 1810, in Historia de la Iglesia en España, III,-2°, La Iglesia en la España de los siglos XV y XVI, dirigida por José Gonzáles Novalín, Madrid 1980, pp. 363-441. Per una recente rivisitazione del problema, cfr. F. CANTÙ, La conquista spirituale. Studi sull’evangelizzazione del Nuovo Mondo, Roma 2007.

[2] Per i problemi politici, tecnici, economici e organizzativi della scoperta, cfr. P. CHAUNU, Conquête et exploitation des nouveaux mondes (XVI), Paris 1969 (Nouvelle Clio, 26 e 26 bis; di quest’ultima parte si veda in particolare: Les «justes titres» et la conquête spirituelle», pp. 385-400) e F. CANTÙ, Scoperta e conquista di un Mondo Nuovo, Roma 2007. Qualcosa di simile, sebbene non nelle stesse dimensioni e con modalità molto diverse, si stava verificando anche per il Portogallo e per le terre scoperte dai suoi navigatori, prima con la circumnavigazione dell’Africa, la scoperta del Brasile e poi con l’arrivo in India (1499) e la risalita della penisola indocinese fino in Cina, alla colonia di Macao (1557): a questo proposito si vedano gli appena citati voll. di Chaunu.

[3] K. LATOURETTE, Three Centuries of advance 1500-1800 (ID., A history of the Expansion of Christianity, New York and London 1939, III), passim; Les temps des confessions (1530-1620), a cura di M. Venard, in Histoire du Christianisme, Paris 1992, VIII, pp. 655-853; sullo specifico contributo dei Gesuiti a questa spinta missionaria, cfr. P. BROGGIO, Evangelizzare il mondo. Le missioni della Compagnia di Gesù tra Europa e America (secoli XVI-XVII), Roma 2004.

[4] R. TURTAS, Note sui rapporti tra i vescovi di Alghero e il patronato regio, in «Alghero, la Catalogna, il Mediterraneo ». Atti del Convegno di studi (Alghero, 30 ottobre – 2 novembre 1985), a cura di A. Mattone, P. Sanna, Sassari 1994, pp. 399-408.

[5] Finora si conosce ancora poco sull’apporto delle altre congregazioni religiose impiantate in Sardegna: il fenomeno non è stato ancora studiato; pare certo però che esse non lavorarono mai nelle colonie spagnole ma limitarono il loro ambito geografico, per ciò che concerne i minori e i conventuali, al vicino e medio Oriente e per ciò che riguarda i Cappuccini a missioni temporanee a contratto alle dipendenze della Congregazione de propaganda fide: debbo questa notizia al p. Ferdinando Tuveri, o.fr.cap., che mi ha anche fornito (2006) i nomi di circa 25 pp. Cappuccini che tra il Seicento e l’Ottocento lavorarono in vari luoghi dell’Africa, soprattutto in Congo, e in altre parti del mondo.

[6] Cfr. R. TURTAS, Missioni popolari in Sardegna tra ’500 e ’600, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», LXIV, 2 (luglio-dicembre 1990) p. 369, n. 1; sulle prime forme di questa attività gesuitica, vedi anche il recente studio di M.G. PETTORRU, «Indias sardescas». Forme della prima presenza gesuitica in Sardegna tra contesto urbano e realtà rurali (1559-1572), in «Archivio italiano per la storia della pietà», XIX (2006), pp. 284-334.

[7] R. TURTAS, Missioni popolari cit., n. 2.

[8] Ivi, n. 3, sulla molteplice valenza dei termini ‘Indie’ e ‘missioni’ nella letteratura sul nostro periodo.

[9] ARSI, Sard. 3, 1v (1565), 7r (1566), 29r (1571), 38r (1573).

[10] Ivi, Sard. 14, 102v, Sassari, 2 marzo 1568, Ferrario a Borgia.

[11] Ivi, Sard. 14, 467v, Sassari, 10 giugno 1573, Ferrario a Mercuriano.

[12] Ivi, Sard. 14, 102v, Sassari, 2 marzo 1568, Ferrario a Borgia.

[13] Sulla sua attività in terra di missione cfr. H. JACOBS, Bernardino Ferrari, in Diccionario histórico de la Compañía de Jesús, biográfico temático (= Diccionario), Roma-Madrid 2001, II, pp. 1404-1405. Durante il suo soggior no a Sassari, Ferrario dovette avere un notevole ascendente sugli studenti del collegio, tra i quali fondò una particolare associazione di studenti, detta Congregazione mariana in onore della Madonna, che si rifaceva a quella che egli aveva conosciuto a Roma nel Collegio Romano e che di lì si sarebbe diffusa tra la popolazione studentesca delle varie centinaia di collegi che la Compagnia avrebbe fondato nel mondo: sulla esperienza sassarese e sarda di questa associazione studentesca, cfr. R. TURTAS, Statuti della Congregazione mariana del collegio di Sassari (post 1574-ante 1580), in «Archivum Historicum Societatis Iesu», LXII (1993), pp. 129-158.

[14] Il termine è proprio della tradizione gesuitica e ha sempre indicato coloro che avevano fatto richiesta di potere svolgere la loro attività religiosa nelle Indie (= petere Indiam); una tradizione tanto tenace che quando, negli anni Trenta del secolo scorso, venne fondato il Russicum, i Gesuiti che avevano richiesto di frequentarlo vennero denominati russipetae.

[15] Fino ai primi del Seicento la maggior parte di queste attestazioni non è costituita da petizioni vere e proprie ma da nude liste di nomi di indipetae senza i testi delle relative richieste: vedi FONDO GESUITICO (= FG), custodito presso l’Archivum Romanum Societatis Iesu (= ARSI), 759, 1-2r, Catálogo de los que piden ir a las Indias de la provincia de Cerdeña. Da notare che tanto per A. CAPOCCIA, Per una lettura delle Indipetae italiane del Settecento: “indifferenza” e desiderio di martirio, in «Nouvelles de la République des Lettres», I (2000), pp. 7-43, che per A. GUERRA, Per un’archeologia della strategia missionaria dei Gesuiti: le indipetae e il sacrificio nella “vigna del Signore”, in «Archivio italiano per la storia della pietà», XIII (2000), pp. 109-191, il termine viene riferito alle lettere, non alle persone, ciò che dà luogo a qualche equivoco, come nel citato Guerra, p. 132, n. 69. La maggior parte delle petizioni degli indipetae sardi sono scritte in castigliano; piuttosto rari, invece, i casi dell’uso del latino. Quando, nelle pagine seguenti, esse verranno citate tra virgolette («…»), di solito si ricorrerà alla traduzione letterale in italiano; il testo castigliano verrà lasciato nei casi in cui l’A. l’avrà giudicato più significativo.

[16] R. TURTAS, Primi risultati di una ricerca in corso: gli indipetae sardi tra il 1568 e il 1652, in Sardegna, Spagna e Mediterraneo. Dai Re Cattolici al Secolo d’Oro, a cura di B. Anatra e G. Murgia, Roma 2004, pp. 403-424.

[17] Ivi, pp. 404-405 e n. 11.

[18] H. STORNI, Jesuitas italianos en el Rio de la Plata (Antigua provincia del Paraguay, 1585-1798), in «Archivum Historicum Societatis Iesu (= AHSI)», XLVIII (1979), pp. 1-64; la scheda dedicata a Solinas si trova ivi, p. 46, n. 106.

[19] Vedi, ad es., FG 759, 91r, il caso di Juan Antonio Atzori di Iglesias, che nel 1626 aveva terminato di frequentare il corso triennale di filosofia e da due anni insegnava grammatica; nel 1633 un altro iglesiente, Nicolás Cani, non aveva ancora terminato il terzo anno di filosofia; pochi mesi dopo, lo stesso Cani (ivi, 147) chiedeva di continuare i suoi studi al seguito del sassarese Gaspare Cugia, destinato al Nuevo Reyno de Granada. Sulle varie fasi di ammissione alla Compagnia, cfr. infra, n. 91.

[20] Cfr. FG 759, 87r e 107r, rispettivamente Francisco Coni di Isili nel 1625 e Antonio Juan Cadello di Cagliari nel 1628.

[21] FG 759, 52r, 138r, 162r, rispettivamente il già citato López, Juan Baptista Zureddu (o Sureddu: cfr. ARSI, Sard. 3, 351r) nel 1632 e Salvador Cedde di Alghero nel 1634 che insisteva ancora nel 1640 (FG 759, 246r).

[22]x Ivi, 52r

[23] Ivi, 88r: vi si diceva che egli sarebbe dovuto partire 4 anni prima, insieme con il p. Bernardo Tolu di Oliena, che era già arrivato in Paraguay; su quest’ultimo, vedi H. STORNI, Jesuitas italianos cit., p. 47.

[24] FG 759, 244r, Sassari, 15 maggio 1640; era diventato Gesuita nel 1603: ARSI, Sard. 3, 317r.

[25] G. SERRI, Due censimenti inediti dei «fuochi» sardi: 1583, 1627, in B. ANATRA, G. PUGGIONI, G. SERRI, Storia della popolazione in Sardegna nell’età moderna, Cagliari 1997, pp. 79-112. Tra i centri citati non compare Oliena, da cui proveniva Bernardo Tolu che raggiunse il Paraguay nel 1622; il motivo è dato dal fatto che la lista dei centri è stata stilata partendo dalle domande degli indipetae e, malauguratamente, la domanda di Tolu è andata perduta.

[26] Ovviamente, non si può tenere conto dei 61 nominativi per i quali non si dispone del testo della domanda e sui quali vedi supra, n. 15 e testo corrispondente.

[27] Ivi, 112r.

[28] Ivi, 123r. Corrispondeva grosso modo alle attuali Colombia e Venezuela.

[29] Ivi, 139r.

[30] Il Messico ridiviene interessante negli ultimi decenni del secolo XVII in seguito alle «nuevas tierras que se han descubierto», in particolare la California (cfr. infra, n. 104); a questo proposito si veda la scheda sul Gesuita trentino e noto esploratore della California Eusebio Francisco Kino (Chini, Chino), in Diccionario, III, pp. 2194-2195.

[31] M. SCADUTO, L’epoca di Giacomo Laínez. Il governo 1556-1565, in Storia della Compagnia di Gesù in Italia, Roma 1964, III, pp. 217-226. Il codice Sard. 13 dell’ARSI conserva copie di litterae quadrimestres recanti informazioni sui collegi sardi e destinate, quella del 1° settembre 1564, «para la provincia de las Indias», cc. 299-300; altra copia della stessa era destinata «para la provincia de Brazil», 303-304; alle cc. 307-308 vi è la copia «ad provinciam Romae»; infine, nello stesso codice, ma alle cc. 336-337, vi è la «semestre de Cerdeña» del 1° luglio 1565 «pro Italia et Sicilia» e alle cc. 338-339, quella «para las Indias»: come dire che tutti i Gesuiti dovevano essere informati delle attività più importanti di tutti i loro confratelli sparsi nel mondo.

[32] Si veda R. TURTAS, Alcuni rilievi sulle comunicazioni della Sardegna col mondo esterno durante la seconda metà del Cinquecento, in «La Sardegna nel mondo mediterraneo». Atti del secondo convegno internazionale di studi geografico-storici (Sassari, 2-4 ottobre 1981), 4. Gli aspetti storici, a cura di M. Brigaglia, Sassari 1984, pp. 203-227.

[33] Vedi IOANNIS FRANCISCI FARAE Bibliotheca, a cura di E. CADONI in ID. e R. TURTAS, Umanisti sassaresi del ’500. Le «biblioteche» di Giovanni Francesco Fara e Alessio Fontana, Sassari 1988, pp. 132 e 145, nn. 776 e 901. Sulla figura di Fara, vedi R. TURTAS, Giovanni Francesco Fara. Note biografiche, ivi, pp. 9-27. Tutti questi stampati e molti altri ancora, tra cui numerose Annuae litterae Societatis Iesu e lettere dei padri generali, si trovano nella Biblioteca Universitaria di Cagliari, provenienti presumibilmente dalla biblioteca del soppresso collegio gesuitico: cfr. Catalogo degli antichi fondi spagnoli della Biblioteca Universitaria di Cagliari, Pisa 1982-1995 (Collana di testi e studi ispanici, IV), I-III; vedi soprattutto il I vol. contenente Gli incunaboli e le stampe cinquecentesche, a cura di M. Romero Frías, alle pp. 36-37 e 377-378, ecc. Sono grato alla dottoressa Rosamaria Pinna della Biblioteca Universitaria di Sassari che, con la sua cortese acribia, partendo dagli ex-libris è riuscita a ricostruire buona parte della biblioteca del collegio gesuitico di Sassari trasformato poi nell’omonima università: è lei che, di quella biblioteca, mi ha fornito i seguenti titoli riguardanti la storia delle missioni durante il ’500-’700: G.B. RAMUSIO, Delle navigazioni et viaggi, Venezia 1587; J. DE ACOSTA, Historia natural y moral de las Indias, Sevilla 1590; F. BENCI, Quinque Martyres [tra cui Rodolfo Acquaviva, di cui infra, in corrispondenza alla n. 75], Roma 1592; GASPAR DE SAN AGUSTÍN, Conquistas de las islas Philipinas, Madrid 1698; P. LOZANO, Descripción chorográphica del terreno, rios, arboles, y animales de las dilatadíssimas provincias del Gran Chaco Gualamba, Córdova 1733; J. ORFANEL, Historia ecclesiástica de los sucessos de la Christiandad de Iapón, Madrid 1633; A. OVALLE, Histórica relación del Reyno de Chile, Roma 1646; A. RUIZ DE MONTOYA, Conquista espiritual hecha por los religiosos de la Compañía de Jesús en las provincias del Paraguay, Paraná, Uruguay y Tape, Madrid 1639; A. DE SOLIS Y RIVADENEYRA, Historia de la conquista de México, Madrid 1748.

[34] ARSI, Sard. 14, 507r, Cagliari, 5 dicembre 1573.

[35] Diccionario, IV, p. 3433; per la notizia di Montano sulla Cina, cfr. FG 758, 65r.

[36] ARSI, Sard. 16, 175r, Cagliari 15 settembre 1593, Olivencia ad Acquaviva.

[37] Sulla superiorità di Cagliari rispetto a Sassari nel campo delle comunicazioni: cfr. R. TURTAS, Primi risultati cit., p. 408. Non doveva essere perciò un caso eccezionale ciò che si verificò tra maggio e giugno del 1639, quando vi fece scalo Francisco Díaz, il procuratore della provincia del Paraguay: i Gesuiti di Cagliari dovettero avere occasione di ascoltare un’esauriente «relazione sulle missioni e reducciones del Paraguay »: FG 759, 232. Talvolta queste notizie venivano comunicate, oltre che al provinciale, anche agli indipetae, come quella del 18 settembre 1632 che informava Juan Baptista Zureddu che erano arrivati in Spagna i procuratori del Perù e del Nuevo Reyno, allo scopo di «llevar sugetos a aquellas partes»: ivi, 143.

[38] FG 758, 168r.

[39] Diccionario, I, pp. 12-13.

[40] FG 759, 78r; sull’attività dei Gesuiti in Etiopia in questo periodo, vedi Diccionario, II, pp. 1340-1341 e IV, p. 3433.

[41] FG 759, 98r: Cagliari, 13 ottobre 1626.

[42] Ivi, 116r: Cagliari, 2 ottobre 1628; si riferiva probabilmente al coraggio dimostrato dai numerosi martiri sia tra i missionari che tra i neoconvertiti giapponesi: Diccionario, III, pp. 2136 e, soprattutto, 2541-2545.

[43] Su Bernardo Tolu vedi supra, n. 15.

[44] Ivi, 88r: Sassari, 30 novembre 1625; nel 1640 (15 anni dopo!) avrebbe specificato meglio, indicando le Filippine o la Cina: ivi, 244r. Forse Sassari fu la prima città sarda visitata da un procuratore delle missioni in viaggio verso Roma: lo sappiamo da una storia manoscritta della provincia di Sardegna scritta attorno al 1604, dove si racconta che verso il 1600 vi passò il procuratore della provincia del Perù che portava alla città i saluti del p. Baltazar Pinyes, allora in Perù, ma che nel 1559 era stato il fondatore del collegio di Sassari dov’era ricordato ancora vivamente dopo oltre 40 anni; lo dimostrò la reazione di quanti udirono il suo sermone in duomo: «fue tanto el alboroço y alegria que se causó [negli uditori] que no se podían contener»: R. SANNIA, La storia della Compagnia di Gesù in Sardegna in un inedito degli inizi del ’600, p. 21, cfr. infra, n. 133.

[45] Ivi, 122r: Sassari, 15 settembre 1629.

[46] Vedi M.G. SCANO NAITZA, Pittura e scultura del ’600 e del ’700, Nuoro 1991, pp. 42-43; il titolo del quadro, però, andrebbe modificato: esso infatti rappresenta i tre martiri giapponesi nella gloria celeste, non il loro “martirio”, com’è detto ivi; il quadro in questione non era ancora terminato nel 1622, mentre lo era sicuramente nel 1640 (per la prima data, vedi R. TURTAS, Scuola e Università in Sardegna tra ’500 e ’600. L’organizzazione dell’istruzione durante i decenni formativi dell’Università di Sassari (1562-1635), Sassari 1995, p. 267; per la seconda: Relación de las fiestas que la antiguíssima ciudad de Sácer del reyno de Cerdeña ha celebrado en el grandioso templo de la casa professa de la Compañía de Jesús al primer siglo de su fundación dichosa, En Barcelona, por Gabriel Nogues, año 1640, § V); la scena del loro martirio, invece, compare nello sfondo, a sinistra di chi guarda, nel quadro rappresentante la cosiddetta Visione della Storta, un’esperienza mistica di S. Ignazio di Loyola prima di raggiungere Roma nel 1538, conservato nella chiesa di San Giuseppe; Bilevelt aveva già dipinto lo stesso soggetto – presente per altro in molte chiese gesuitiche – per l’allora chiesa gesuitica di Gesù-Maria, l’attuale Santa Caterina (ivi, p. 43); su Bilevelt, vedi Diccionario, I, p. 449.

[47] FG 759, 158r-171r; uno di essi, Antiogo Pira di Fonni che aveva già chiesto numerose volte, fin dal 1625, ribadiva la sua intenzione di non lasciarsi scoraggiare perché, altrimenti, rischiava di diventare la barzelletta della provincia: ivi, 171r. Come appena ricordato supra, n. 37, nel loro viaggio verso Roma, talvolta facevano scalo a Cagliari anche i procuratori delle province missionarie, come accadde anche al p. Diego Altamirano venuto dal Paraguay per partecipare all’elezione del nuovo preposito generale (Charles de Noyelle era morto il 12 dicembre 1686): così da una domanda di Francisco Roca, che da Cagliari informava (ivi, 421, 3 maggio 1687) il futuro generale (che sarebbe stato Tirso González, 1687-1705) di aver manifestato il suo deseo missionario proprio al p. Altamirano durante il suo passaggio a Cagliari: su questo personaggio si veda H. STORNI, Jesuitas italianos cit., passim e Diccionario, I, p. 84.

[48] Ivi, 203r: Matéo Dessena, un fratello coadiutore di Sassari, raccontava (Sassari, 12 maggio 1637) che quando stava a Cagliari aveva appreso da una lettera dell’assistente di Spagna Diego de Sosa che «por tres años no havía remedio ni pasaxe para passar a las Indias»; per un rapido cenno sulla guerra navale in Atlantico tra Spagnoli e Olandesi, vedi J. LYNCH, España bajo los Austrias. España y América (1598-1700), Barcelona 1975, pp. 243-250.

[49] Il sassarese Joseph Quesada scriveva da Cagliari (9 maggio 1640) che il provinciale sardo aveva ricevuto una richiesta dal procuratore delle Filippine per una spedizione di una decina di soggetti: ivi, 243r.

[50] Ivi, 244r: essa era datata al 15 maggio; aveva invece uno scarto di due settimane la lettera del sassarese Diego Sylvano (Sassari, 26 maggio), che riprendeva le notizie anticipate da Quesada (vedi nota precedente).

[51] FG 759, 99r, Sassari, 1° novembre 1626.

[52] Presenta ben 6 domande (1632: ivi, 759, 138r; 1633: 143r; 1635: 177r; 1636: 189r; 1639: 236r; 1640: 253r).

[53] Vedi ARSI, Sard. 3, 351r per il 1636 e Sard. 4, 6v per il 1639.

[54] FG 759, 163r. Di lui, però, non vi è traccia nei cataloghi del 1628 e del 1636 di Sard. 3.

[55] Non si riscontrano però allusioni esplicite all’importanza che attribuiva a questo sentimento interiore lo stesso fondatore della Compagnia di Gesù Ignazio di Loyola, sia nei suoi Esercizi spirituali (nn. 23, 98, 146, 167) che nelle Costituzioni: nn. 101, 102 (dove si parla anche di “desiderio del desiderio”), 638 (cfr. IGNAZIO DI LOYOLA, Gli Scritti, a cura di M. Gioia, Torino 1977). A proposito di deseos espressi da giovani Gesuiti cfr. G.C. ROSCIONI, Il desiderio delle Indie. Storie, sogni e fughe di giovani gesuiti italiani, Torino 2001.

[56] Sul significato di ‘terza probazione’ cfr. infra, n. 91. Ecco i docc. (i primi quattro sono sue lettere autografe) dai quali si può ricostruire la lenta incubazione dei suoi desideri missionari: FG 759, 115r (Cagliari, 2 ottobre 1628), 140r (Cagliari, 1° novembre 1632), 156r (Iglesias, 15 marzo 1634), 213r (Sassari, 25 gennaio 1638), nella quale egli ricordava al generale la sua mancata partenza per l’opposizione dei superiori locali; per il suo arrivo a Buenos Aires: H. STORNI, Jesuitas italianos cit., pp. 31-32.

[57] FG 759, 88r (Sassari, 30 novembre 1625).

[58] Su Tolu, vedi supra, n. 15.

[59] FG 759, 88r (Sassari, 30 novembre 1625).

[60] FG 759, 126r (Sassari, 15 gennaio 1630); anche il fratello coadiutore Pira Antiogo di Fonni scriveva nel 1628 (Cagliari, 12 settembre) che «estoy aguardando el día que el superior me diga: “Pártase para el Japón!”, donde a gloria de Dios se acaben mis días según mis desseos», ivi, 114r.

[61] Ivi, 244r (Sassari, 15 maggio 1640).

[62] Alquanto diverso il senso che gli attribuiva Juan Bravo di Cogolludo (Toledo), secondo il quale quel desiderio era stato per lui uno stimolo per una maggiore purificazione interiore («como una lima con la qual gran parte de mys imperfecçiones ha desapareçido», aveva l’aria di esserne soddisfatto: FG 758, 329r, Cagliari, 20 gennaio 1603).

[63] Ivi, 212r, senza data, dopo 3 anni di Compagnia; quindi, sicuramente del 1593, perché egli aveva appena finito il biennio di noviziato nel 1592 a Cagliari, nel cui catalogo è menzionato: ARSI, Sard. 3, 77r.

[64] FG 759, 134r, Cagliari, 13 agosto 1631.

[65] Ivi, 105r, Cagliari 20 febbraio 1628; il desiderio delle Indie e di entrare nella Compagnia gli era venuto leggendo la vita del «sancto martir Campiano»: prima di farsi cattolico e poi gesuita, Edmund Campion era stato brillante Junior Fellow del St. John’s College di Oxford e diacono nella Church of England; fu condannato a morte sotto Elisabetta I nel 1581: cfr. Diccionario, I, pp. 617-618.

[66] La vista della rappresentazione del martirio di Rodolfo Acquaviva gli aveva dato nuovo slancio («grande y vehemente impulso») per entrare nella Compagnia: FG 758, 168r, Sassari, 30 agosto 1591; un mese prima, in un’altra lettera al generale Acquaviva aveva chiesto che, «por amor de Aquel que por mi amor quiso morir, sea servido darme y conceder licencia para padeçer y morir por su santo amor y servicio»: ivi, 163r, Sassari, 13 luglio 1591. In queste battute ed altre simili di vari indipetae si poteva leggere un’allusione a quanto IGNAZIO DI LOYOLA, Scritti cit., p. 110, n. 3, suggeriva all’esercitante impegnato negli Esercizi spirituali per sollecitarne una risposta adeguata alla situazione: «Immaginando Cristo nostro Signore presente e in croce, fare un colloquio […] su ciò che ho fatto per Cristo, su ciò che faccio per Cristo, su ciò che devo fare per Cristo».

[67] Ivi, 759, 51r, Cagliari, 29 gennaio 1608; molto simile, la domanda di Salvador López di Alghero (ivi, 52r, Cagliari, 31 gennaio 1608), che forse poté vedere la precedente, datata 2 giorni prima: egli parlava del suo «grande deseo de morir y derramar sangre en servicio de mi buen Jesús en la conversión de la gentilidad de las Indias»; un concetto, quest’ultimo, presente anche nella domanda di Natter, che aveva chiesto «de yr a las Indias» per dedicarsi a la «conversión […] de aquellas almas tan arrinconadas, tan solitarias y tan desamparadas de socorro» (ivi, 51r, Cagliari, 29 gennaio 1608); cfr. anche le domande di Juan Baptista Zureddu, che presentava come un «singular beneficio», quello di «derramar mi sangre toda y dar mi vida por la salud de las almas» (ivi, 138r, Cagliari, 8 luglio 1632), di Diego Flores di Sassari che si offriva «para trabajar en la viña del Señor entre barbaros e infieles dando la vida y sangre en defensa de nuestra santa fe y conversión de la gentilidad» (ivi, 150r, Cagliari, 12 novembre 1633), e di Baquis Lado di Alghero, desideroso «de yr a este nuevo mundo de las Indias para derramar la sangre […] por el mismo Señor que la derramó por mí y por el bien y provecho de mis próximos»: ivi, 174r, Cagliari, 25 dicembre 1634.

[68] Ivi, 758, 380r, Sassari, 29 luglio 1604. L’esempio dei martiri del Giappone aveva spinto Antiogo Pira di Fonni alla cruda richiesta di esservi mandato «para ser despedaçado en essa carnicería»: ivi, 83r, Cagliari, 25 agosto 1625.

[69] Così Salvador Cedde (forse per Zedde) di Alghero (ivi 759, 246r, Sassari, 21 maggio 1640), che esprimeva il desiderio di «dar sino la sangre de mys venas, de lo que me jusgo indiñíssimo [così], ha [così] lo menos el sudor en los trabajos que se offrecieren»; vedi anche supra, in corrispondenza alla nn. 19-20.

[70] Ivi 758, 3r, Sassari, 16 aprile 1583

[71] Ivi 758, 3r, Sassari, 16 aprile 1583 Ivi, 125r, Cagliari, 30 giugno 1589. Nonostante la consapevolezza della propria indegnità, Francisco Coni chiedeva di essere incluso nel numero dei destinati alle missioni: era disposto a seguirli «no como sujeto de la Compañía, que no lo meresco, sino como esclavillo dellos, que como tal prometo servirles toda mi vida»: ivi, 116v, Cagliari, 2 ottobre 1628.

[72] Ivi 758, 3r, Sassari, 16 aprile 1583

Nelle richieste dei nostri indipetae, però, non si incontrano di frequente cenni precisi sull’attività dei loro confratelli sardi nelle missioni, ciò che fa pensare ad una scarsa corrispondenza tra costoro e la loro provincia d’origine. Non poteva tuttavia essere ignorata una notizia straordinaria come quella del ‘glorioso martyrio’ del p. Juan Antonio Solinas di Oliena avvenuto nel Chaco il 27 ottobre 1683 (H. STORNI, Jesuitas italianos cit., p. 46): ne parlava due anni dopo (quasi in tempo reale per quelle distanze) Francisco Roca da Cagliari il 18 agosto 1685. Anche Felice Cugia da Cagliari (8 giugno 1691) ricordava al generale le imprese missionarie dello zio Gaspar nel Nuevo Reyno e soprattutto nel Marañón: FG 759, 450: pure lui riuscì a farsi inviare nella stessa provincia, come consta dalla lista in appendice contenente i nomi dei Missionari gesuiti dalla provincia di Sardegna.

[73] Ivi 758, 3r, Sassari, 16 aprile 1583

Ivi, 139r, Cagliari, 12 luglio 1632; 145r, Cagliari 10 settembre 1633; 148r, Cagliari 19 ottobre 1633: in questa egli avvertiva che sarebbe partito per la Spagna con la prima occasione.

[74] Ivi 758, 3r, Sassari, 16 aprile 1583

Cfr., ad es., Antonio Capai di Osilo, un «pobre hermano coadiutor» al quale Vitelleschi aveva promesso che «a su tiempo se acordaría de mí»: ivi, 153r, Sassari, 22 novembre 1633; Jerónimo Ansaldo di Sassari rinnovava la sua richiesta per i «reynos de Japón»: il generale non poteva respingerla, quasi che egli fosse necessario per la Sardegna, dopo che ne aveva lasciato partire Cugia, di sicuro più necessario per la provincia sarda: ivi, 155r, Sassari 20 febbraio 1634; ivi, 174r, 25 dicembre 1634, Baquis Lado di Alghero chiedeva di essere destinato «a este nuevo mundo de las Indias».

[75] Ivi 758, 3r, Sassari, 16 aprile 1583

Cfr. supra, in corrispondenza a n. 48.

[76] Ivi 758, 3r, Sassari, 16 aprile 1583

Ivi, 174r, Cagliari, 25 dicembre 1634.

[77] Rispettivamente ivi, 78r, 79r, 80r e 81; le loro domande, che menzionano tutte la lettura «de las cosas del reyno de Aethyopia» erano scaglionate tra il 26 agosto 1624 e il 6 gennaio 1625; ciò che sorprende è che Noco fosse entrato nella Compagnia fin dal 1597/98, Sanna di Nulvi nel 1603, Piga nel 1615 e Sanna di Torralba nel 1602.

[78] Ivi, 113r, Sassari, 3 settembre 1628. Su un organico di 215 Gesuiti, nel 1628 la provincia sarda contava ben 79 padri: cfr. ARSI, Sard. 3, 274ss. Questo fatto emergeva anche da un postulato della congregazione provinciale di quell’anno (riportato in R. TURTAS, Scuola e Università in Sardegna cit., p. 287), secondo cui «in hac provincia multum excrevit sacerdotum numerus atque ideo cum in ministeriis Societatis non omnes plene occupari possint, tempus terunt, vanis colloquiis indulgent et, plusquam par est, domi egredi procurant » e si suggerivano i rimedi da adottare: ivi, Congr. 61, 131r-v. Presenta una certa analogia con la richiesta di Tedde quella di Francisco Salba di Bonnanaro, molto deluso per lo scarso apprezzamento che gli abitanti di Iglesias mostravano per le attività religiose dei Gesuiti: «no lo creyera sino lo tocara quan poco y nada se sirven y aprovechan de nuestros ministerios esta gente, con haverse tomado todos los medios que se han podido; resúmese todo el negocio en quatro mujercitas por donde nos occupamos todos»; chiedeva perciò di essere inviato «adonde haya mucha mies [= messe] y tantos trabajos que cayga abaxo la carga, imitando en algo a nuestros santos padres»; poco prima si era augurato che «ofreciéndose occasión para las Indias, vuestra paternidad me consolará»: FG 759, 38r, Iglesias, 25 giugno 1607.

[79] Significativa, questa richiesta “a freddo”: «por más que a mi parecer no he tenido vocación notable para tales missiones, de manera que haya sido causa impulsiva para hazerme en otros tiempos escrivir y suplicar esto a vuestra paternidad, con todo esso me ha parecido siempre aver tenido un ánimo aparejado para executar luego la partida con una mínima significatión»: FG 759, 113r, Sassari, 3 ottobre 1628.

[80] Ivi, 76r, Sassari, 28 settembre 1623. Sembrava tradire invece qualche problema di integrazione con l’ambiente gesuitico sardo il genovese Tommaso Maglione che, dopo avere chiesto nel 1573 per due volte le Indie (ARSI, Sard. 14, 503r), nel 1575 chiedeva di essere mandato in qualsiasi parte di Italia o di Spagna, purché fuori dalla Sardegna (ivi, Sassari 5 aprile 1575). Né troppo dissimili, in definitiva, sembravano le motivazioni di Juan Baptista Marras che implorava il generale di inviarlo in una qualsiasi missione pur di essere liberato dal tormentoso assillo dei suoi parenti: FG 759, 440, Cagliari 8 ottobre 1688.

[81] Ivi, 95r (Sassari, 10 agosto 1626).

[82] Ivi, 97r (Cagliari, 26 agosto 1626).

[83] Ivi, 151, Cagliari, 12 novembre 1633. A partire del 1635-1636, Gavino Carta avrebbe insegnato teologia morale nell’Università di Sassari e pubblicato il testo delle sue lezioni, Guia de confessores, che ebbe 3 edizioni a Sassari e 6 in America latina: R. TURTAS, Scuola e Università in Sardegna cit., pp. 323 e 325; è stato oggetto di uno studio di M. TURRINI, Una Guia de confessores per la Sardegna del Seicento, in «Chiesa, potere politico e cultura in Sardegna dall’età giudicale al Settecento». Atti del 2° Convegno Internazionale di Studi (Oristano, 7-10 dicembre 2000) a cura di G. Mele, Oristano 2005, pp. 493-531.

[84] FG 759, 215r, Sassari, 2 febbraio 1638.

[85] Ivi, 111r, Sassari, 25 agosto 1628.

[86] Ivi, 112r, Sassari, 1° settembre 1628.

[87] Ivi, 758, 121r, Cagliari, 29 dicembre 1588.

[88] Ivi, 125r, Cagliari, 30 giugno 1589.

[89] Ivi, 331r, Cagliari, 29 gennaio 1603.

[90] Vedi, ad es., le domande di Pedro Lacano di Alghero, che desiderava «ir entre aquellas barbaras gentes y inculta gentilidad» e mettersi a disposizione di Cristo «para ganalle las almas que él con su sangre comprò » (ivi, 759, 75r, Cagliari, 23 marzo 1623), di Augustín Dessí di Oristano che chiedeva di essere mandato in «alguna parte de las Indias, Japón o China» dopo che nel collegio era stata letta la lettera inviata dello stesso generale che invitava alla conversione dei pagani (ivi, 75r, Cagliari, 11 giugno 1623), di Juan Antonio Atzori di Iglesias che chiedeva di «passar a las Indias y en ellas emplearme en la conversión de quella almas» (ivi, 96r, Cagliari, 24 agosto 1626), e quelle riportate supra, alla n. 86.

[91] Vedi IGNAZIO DI LOYOLA, Scritti cit., p. 391, n. 3 dell’Esame generale. La prima probazione è la prima prova che l’aspirante Gesuita deve affrontare e dura qualche settimana: da una parte la Compagnia lo vuole conoscere e lo interroga, dall’altra la Compagnia risponde alle sue domande e gli fa conoscere tutto ciò che si pretende da lui. Se l’aspirante vuole andare avanti, inizia la seconda probazione o noviziato: due anni durante i quali si approfondisce la mutua conoscenza e alla fine emissione dei primi voti semplici ma già perpetui. Perché il legame con la Compagnia sia definitivo, è necessario che l’aspirante completi la formazione nello studio o nel lavoro che caratterizzeranno la sua occupazione sia all’interno della comunità sia dove egli sarà incaricato di svolgere la propria attività. Prima, però, di dedicarsi definitivamente al lavoro per il quale è stato preparato, dovrà affrontare la terza probazione, un periodo di una decina di mesi durante i quali l’aspirante è sollecitato a trovare una propria sintesi umana e spirituale alla luce degli Esercizi spirituali ignaziani: a insindacabile giudizio del preposito, sarà finalmente ammesso o alla professione solenne (per la quale si deve tenere conto anche delle sue capacità intellettuali), oppure verrà ammesso al grado di ‘coadiutore spirituale formato’ se sacerdote o di ‘coadiutore temporale formato’ se fratello laico.

[92] Cfr., ad es., ivi, i nn. 147, 204, 307, 351, 446, 547, 603, 813 delle Costituzioni.

[93] FG 759, 103r, Cagliari 15 settembre 1627.

[94] L’avevano fatto, tra gli altri, anche il sassarese Jerónimo Ansaldo: ivi, 168r, Sassari, 12 settembre 1634, e il cagliaritano Ignacio Molarja, ivi, 248r, il quale da Cagliari, 30 maggio 1640, informava di averlo rinnovato di recente.

[95] Ivi, 105r, Cagliari 20 febbraio 1628; erano otto anni, scriveva Antiogo Pira, che chiedeva «de yr a las Indias orientales», ma lo desiderava da almeno 10-12 anni: ivi, 118r, Cagliari, 10 novembre 1628; egli tornava alla carica nel 1634, facendo notare che «los años van creciendo»: ivi, 159v; Juan Pablo Pinna e Juan Antonio Atzori assicuravano il generale che, se anche non avevano scritto da qualche tempo, non per questo il loro desiderio era venuto meno: ivi, 129r e 130r, rispettivamente da Cagliari, il 14 settembre e il 13 novembre 1630; Gaspar Cugia assicurava che «no dexaré de picar muchas otras vezes las puertas, si forte pulsanti aperiantur. Pués, si Dios y vuestra paternidad me lo niegan por mi indignidad, por la importunidad siquiera podrá ser <yo> alcançe lo que no merezco»: ivi, 145r, Cagliari 10 settembre 1633.

[96] Ivi, 171r, Cagliari, 5 novembre 1634.

[97] Ivi, 184r, Cagliari, 8 ottobre 1635.

[98] Ivi, 157r, Cagliari, 29 marzo 1634.

[99] Ivi, 207r: egli parlava di «unas alegres nuevas para mí, que por aquí han sonado de que han llegago ya muchos procuradores de Indias»; esse lo spingevano a insistere.

[100] Cfr. J. FEJÉR, Defuncti primi saeculi Societatis Iesu. 1540-1640, Romae 1982, II, p. 181.

[101] FG 758, 3, Sassari, 16 aprile 1583.

[102] FG 759, 36r, 25 giugno 1608; vedi anche ivi, 47r, 18 gennaio 1608, Hierónymo Ledda di Orroli, che, in seguito alla stessa lettera e forse per avere chiesto le missioni già da 11-12 anni, era convinto di dover essere preferito ad altri («tengo derecho»).

[103] I tre erano Marco Piacente di Milano, ivi, 49r, 20 gennaio 1608; Cosme Natter di Cagliari, ivi, 51r, 29 gennaio e López Salvador di Alghero, ivi, 52r, 31 gennaio 1608.

[104] Per le lettere scritte da Acquaviva, vedi C. SOMMERVOGEL, Bibliothèque de la Compagnie de Jésus, nouvelle édition, Bruxelles-Paris 1890, I, 483, e supra, n. 31, nell’ivi citato Catalogo degli antichi fondi spagnoli; per quelle di Vitelleschi: supra, in corrispondenza alla n. 35.

[105] FG 759, 353, Oliena, 9 agosto 1672: Juan Antiogo Lay parlava di una lettera esortatoria del preposito generale Paolo Oliva (1661-1681); l’ascolto di un’analoga lettera del preposito Tirso González (1687-1705) nel refettorio di Cagliari aveva deciso il fratello coadiutore Thomas Loy a presentare la sua richiesta del 17 febbraio 1693: Fg 759, 470.

[106] Ivi, 415: ne dà notizia Francisco Roca da Cagliari, 6 febbraio 1686.

[107] Ivi, 549, Cagliari 15 agosto 1697; la lettera era di Juan José Guillelmo di Tempio, che chiedeva la missione cinese per consolarsi dell’apparente rifiuto di quella in Cile (ivi, Cagliari 28 dicembre 1695, n. 567), dove di fatto venne destinato nel 1701: cfr. in appendice la lista dei Missionari gesuiti dalla provincia di Sardegna.

[108]> Ivi, Cagliari, 22 dicembre 1700 (567) per il Perù, lettera di Salvador Solivera, e Cagliari 28 dicembre 1695 (567); quest’ultima, come pure quella contenente l’informazione sui successi della missione cinese (cfr. nota precedente), sono dovute al tempiese Juan José Guillelmo.

[109] Ivi, 38r.

[110] Ivi, 119r, Sassari, 13 marzo 1629 (la risposta di Vitelleschi è del 26 maggio: ivi); nella sua prima richiesta pervenutaci (ivi, 117r, Sassari, 27 ottobre 1628; Vitelleschi vi rispose il 3 febbraio 1629), Pinna aveva scritto che si trattava della terza domanda; altro caso analogo è quello di Salvador Zedda di Alghero (ivi, 204r, Sassari, 16 maggio 1637), che parlava dell’«harto consuelo» sperimentato dalla risposta di Vitelleschi che gli prometteva che «con la primera occasión me consolará».

[111] Ivi, 83r, Cagliari, 25 agosto 1625; egli ricordava che la sua prima richiesta risaliva al 1623.

[112] Ivi, 160r, Cagliari, 24 giugno 1634.

[113] Ivi, 123r; essa era stata preceduta da un’altra, andata perduta: ivi. Esprimeva la stessa richiesta anche Juan Pablo Pinna: «no deseo otro consuelo y otra alegria más que verme allá en las Indias, empleado en el servicio de Dios, que es aprovechar a aquellas almas»: ivi, 127r, Sassari, 1° febbraio 1630.

[114] Un caso, già menzionato, è quello del sassarese Gavino Biquisao: cfr. supra, in corrispondenza alla n. 74; un altro è quello di Diego Carnicer dei Cagliari, che il 29 giugno 1639 esprimeva il timore che i suoi parenti si sarebbero rivolti all’arcivescovo Ambrosio Machín: ivi, 232r; altro ancora quello del cagliaritano Pasqual Santjust che riferiva il commento del provinciale sardo quando venne a conoscere i suoi deseos missionari: i suoi parenti «lo llevarían mal»; normale che egli si rivolgesse al generale per essere protetto dalla disgrazia di «haver nascido de padres nobles»: ivi, 411, Cagliari, 16 agosto 1686.

[115] Il problema dell’opposizione dei familiari, invece, è molto presente nei casi esaminati da G.C. ROSCIONI, Il desiderio delle Indie cit.: il generale ne era minuziosamente informato, specie se l’aspirante missionario era figlio unico.

[116] FG 759, 52r, Cagliari, 31 gennaio 1608.

[117] Era il caso di Juan Antonio Manquiano di Alghero, ivi, 105r, Cagliari, 20 febbraio 1628, e di cui, supra, in corrispondenza alla n. 84, che accusava Vico, ma che riuscì a partire, supra, n. 73. Vedi anche FG 759, 112r, Sassari 1° settembre 1628, per Diego Porcello di Cagliari che faceva i nomi di Vico e Castaña.

[118] Era ancora Manquiano che questa volta chiamava in causa Manconi e Robledo: ivi, 213r, Sassari, 25 gennaio 1638.

[119] Vedi supra, n. 93; Juan Pablo Pinna (ivi, 180r, Cagliari, 29 giugno 1635) ricordava che, in quell’occasione, da parte delle autorità locali «no huvo réplica», mentre Francisco Coni di Isili invocava la «potentia absoluta » del generale per superare le difficoltà poste dai «nuestros padres tan zelosos del bien de la provincia »: ivi, 221r, Cagliari, 6 novembre 1638.

[120] Un indizio del buon livello culturale di quasi tutti quelli che partirono in missione può essere visto – ma senza insistervi troppo – nel fatto che la stragrande maggioranza dei sacerdoti fu ammessa alla professione di 4 voti.

[121] Ivi, 52r, Cagliari, 31 gennaio 1608. Alcuni superiori che tendevano a dare malvolentieri il loro consenso a lasciare l’isola, si trinceravano dietro il pretesto che così sarebbero venuti meno anche i missionari che si dedicavano alle ‘missioni popolari’ nella stessa isola: ivi, 444, lettera del tempiese Francisco Gabriel, Cagliari, 22 giugno 1689; l’osservazione di quei superiori è piuttosto interessante in quanto mostra come dalla pratica delle missioni popolari si passava facilmente ad deseo di dedicarsi alle missioni vere e proprie.

[122] Ivi, 97r, Cagliari, 26 agosto 1626

[123] Ivi, 116r, Cagliari 2 ottobre 1628.

[124] Ivi, 247r, Sassari, 26 maggio 1640.

[125] Sassari con Collegio, Seminario Canopoleno, Casa professa, Cagliari con Collegio, Casa di pronazione con Noviziato e Terza probazione, Seminario Cagliaritano, Iglesias, Alghero e Oliena.

[126] I dati sul numero dei Gesuiti sono tratti da ARSI, Sard 3-4. Quello del 1651 prelude alla catastrofe epidemica del 1652 (al mese di dicembre i loro effettivi erano 144, le perdite essendo circoscritte quasi soltanto alle case di Alghero e Sassari). In effetti, il 1652 aveva avuto “segni premonitori”: cfr. P. CAU, Prodromi della peste barocca: crisi di mortalità a Sassari nella prima metà del XVII secolo, in «Fonti archivistiche e ricerca demografica». Atti del convegno internazionale (Trieste, 23-26 aprile 1990), Roma 1996, pp. 313-330.

[127] A dire il vero, durante gli anni 1641-1643 si erano avute 23 domande, quasi 8 ogni anno; degli anni seguenti fino al 1651, però, si sono conservate solo 2 domande; si veda supra, n. 14 e il testo corrispondente.

[128] ARSI, Sard. 4, 41r.

[129] R. TURTAS, Missioni popolari cit.; ID., Scuola e Università in Sardegna cit.

[130] Per questo capoverso e quello successivo, cfr. P. CHAUNU, Conquête et exploitation des nouveaux mondes cit., 26 bis, pp. 119-243.

[131] Cfr. O.H.KH. SPATE, Storia del Pacifico (secoli XVI-XVII). Il lago spagnolo, Torino 1987, pp. 310-320.

[132] Cfr. C. SAÉNZ DE SANTA MARÍA, J. VILLALBA e J. M. VARGAS, Patronato español de Indias, in Diccionario, III, pp. 3059-3062 e A. SANTOS, Padroado portugués, ivi, pp. 1943-1945. Nell’antica biblioteca del collegio gesuitico di Sassari (cfr. supra, n. 33) figurava, oltre al sassarese P. FRASSO PILO, De regio Patronatu Indiarum, Madrid 1677, anche S. FREITAS, De iusto imperio Lusitanorum asiatico, Madrid 1623.

[133] Garcet era tornato (richiamato dallo stesso Acquaviva?) dalla sua esperienza americana (ma non si sa quale fosse la residenza di cui egli era stato superiore) già nell’aprile del 1595: così il Supplementum catalogi provinciae Romanae, mense aprilis 1595, in ARSI, Rom. 53, II, 207v; vi si dice anche che per 2 anni era stato superiore, senz’altra specificazione; che il luogo fosse «in India occidentali», lo si apprende da ivi, Sard. 3,103v, relativo al collegio di Cagliari nel 1600. Il suo nome non compare più nei cataloghi seguenti (1603, 1606, 1611), non è menzionato in J. FEJÉR, Defuncti primi saeculi Societatis Iesu 1540-1640, Romae 1582, II, e sorprende che non sia nominato neanche in una inedita cronaca annalistica della provincia gesuitica di Sardegna: Historia de las cosas que los padres de la Compañía de Jesús han hecho en el reyno de Cerdeña desde que entraron en ella, nella quale di solito viene ricordata, anno per anno, l’entrata nell’ordine dei Gesuiti della provincia meritevoli di menzione. Questa cronaca, debitamente trascritta, è stata oggetto di una tesi di laurea da parte di R. SANNIA, La storia della Compagnia di Gesù in Sardegna in un inedito degli inizi del ‘600, Università degli Studi di Sassari, Facoltà di Magistero, a.a. 1991-1992.

[134] Alludeva forse a questa situazione poco favorevole Francisco Salba da Iglesias, che nella sua richiesta (25 giugno 1607) parlava di una lettera speditagli dal generale Acquaviva, il quale si augurava venisse superata «la difficultad que ay de sacar sujetos de la provincia» di Sardegna: FG 759, 38.

[135] Hisp. 87, 120r.

[136] I dati riportati risultano dallo spoglio dai cataloghi della provincia delle Filippine in ARSI, Philip. 2,I; Philip. 2a; Philip. 2, II; Philip. 4.

[137] Nonostante questo mutamento politico, la provincia gesuitica sarda continuò ad appartenere all’assistenza di Spagna fino al 1766, quando passò a quella d’Italia in seguito alla richiesta inderogabile del governo sabaudo: cfr. A. MONTI, La Compagnia di Gesù nel territorio della Provincia torinese, Chieri 1915, II, pp. 236-250.

[138] Questo è quanto risulta dallo spoglio meticoloso dei codici relativi alle province citate conservati nell’ARSI.

[139] Così dai dati riportati nel repertorio per la provincia del Paraguay (o rioplatense), vedi H. STORNI, Jesuitas italianos cit., pp. 1-64, e da quelli dei codici Mexic. 4-6 dell’ARSI; in quest’ultimo caso è possibile che ci sia stata una cesura tra la morte di Felipe Esgrecho, avvenuta sicuramente il 25 marzo 1692, e l’arrivo di Antonio Perez, la cui prima attestazione – per quanto ne so – è documentata per il 1693; di solito, però, c’è sempre un certo ritardo tra la prima attestazione di un nuovo venuto, che ne indica l’inserimento in una precisa mansione affidatagli dalla direzione della nuova provincia, e il suo arrivo dall’Europa avvenuto solitamente qualche tempo prima: è quindi possibile che quella cesura non abbia avuto luogo.

[140] In qualche modo, invece, ci dovette pensare l’iglesiente Antonio Maccioni (che trascorse oltre 50 anni, dal 1698 al 1753, nel Paraguay e che, con un’appassionata dedica del suo libro Las siete estrellas de la mano de Jesús, lo offrì «a la muy docta, venerable, y religiosíssima Provincia de Padres y Hermanos de la Compañía de Jesús de Cerdeña», sottoscrivendosi «tu más amante Hijo y Siervo en Cristo, Antonio Machoni»); il libro in questione, da lui pubblicato per la prima volta a Córdoba (Spagna) nel 1732, è stato di recente ripubblicato dalla CUEC/Centro di studi filologici sardi nel 2008, a cura di T. Deonette, S. Pilia, L. Gallinari, G. C. Marras (la dedica citata sta alle pp. 2-8).

[141] Eppure, neanche in essa mancavano individui di grande intraprendenza e coraggio come il p. Antonio Luigi Sequi di Ozieri; di lui si sa che dopo la soppressione dell’ordine si recò a Roma e con grave rischio riuscì ad entrare a Castel Sant’Angelo dov’era carcerato l’ex generale della Compagnia Lorenzo Ricci e ad entrare in contatto con lui. Questi gli consegnò una lettera (18 luglio 1775) diretta agli antichi Gesuiti di Sardegna e, ben più importante, come consta da una lettera dello stesso Sequi (Sassari, 28 luglio 1794), «il testamento e processo originale di colui che era stato il nostro generale, il buon padre Ricci […] tutto scritto di sua mano, che si deve conservare come reliquia di un santo e come una grande difesa dell’innocenza della Compagnia»; pare abbia assistito, travestito da soldato, al viatico amministrato al p. Ricci: cfr. R. TURTAS, Antonio Luigi Sequi, in Diccionario, IV, pp. 3557-3558.

[142] Su questi termini, si veda supra, n. 91. Dal punto di vista giuridico, la Compagnia è costituita anzitutto dai professi di 4 voti (oltre i soliti di povertà, castità e obbedienza, anche quello di particolare obbedienza al papa); coloro che non sono stati scelti per emetterli sono considerati come ‘coadiutori’ (ausiliari) della Compagnia professa e possono essere sia ‘spirituali’ (se sacerdoti) che ‘temporali’.

[143] Benché questo non sia il luogo per un’esposizione dettagliata delle carriere di questi 111 missionari, non sarà male ricordare che tra loro sono numerosi quelli che furono rettori di collegi importanti (cfr. Pedro Delogu di Ozieri: H. STORNI, Jesuitas italianos cit., p. 21; Domingo Masala di Sassari, ivi, p. 32; Antonio Maccioni di Iglesias, rettore dell’Università di Córdoba, ivi, p. 31), superioni di intere regioni missionarie (ivi, p. 16: José Coco di Posada; Jaime Passino di Bosa, ivi, p. 37), autori di dizionari e catechismi delle lingue locali (Antonio Maccioni, già citato; Ignacio Cano di Iglesias: Diccionario, I, pp. 635-636), visitatori di missioni e spesso rettori di collegi (come Daniel Ángel Marras di Meana: ARSI, Mex. 5, 297v), maestri di novizi (Miguel Ángel Serra di Iglesias: ARSI, Chil. 2, 163v), designati dalla loro provincia come procuratori per andare a Roma ed esporne i problemi alla suprema autorità della Compagnia (Juan Bautista Múxica di Sassari: ARSI, Quit.11, 279v; Juan Basilio Locci, di Iglesias: ARSI, Phil. 3, 27v ), prepositi provinciali (come Gaspare Cugia di Cagliari: Diccionario, II, 1022-1023; Agostino Carta di Serramanna: ARSI, Mex. 8, 105r; Antonio Maccioni, già citato; Múxica, già citato); senza escludere qualcuno dalla vita piuttosto avventurosa come Juan Bautista Sanna di Cuglieri: partito per il Nuevo Reyno, mentre si trovava nel Marañón fu catturato dai portoghesi; condotto a Lisbona, da qui si imbarcò per la Cina; nel 1717 lo ritroviamo come missionarius cochinchinensis e medico personale dell’imperatore della Cocincina Nguyen Phuoc’Chu e implicato nella questione dei ‘riti cinesi’: Diccionario, IV, pp. 3498.

[144] Codice ARSI, Quit. 11, 355v.

[145] H. STORNI, Jesuitas italianos cit., pp. 1-64. Tra i Gesuiti sardi che operarono nella provincia del Paraguay almeno tre, gli stessi nominati supra alla nota 28, vennero dalla Sardegna in determinate spedizioni ma senza essere ancora gesuiti: le spiegazioni date da Storni non sembrano sempre molto convincenti.

[146] Benché nella lista ivi, p. 57, i nominativi dei Gesuiti inviati dalla provincia di Sardegna siano solo 21, in quella precedente (ivi p. 56) sono elencati anche quelli degli altri tre mancanti i quali, pur provenienti dalla Sardegna, entrarono nella Compagnia solo dopo il loro arrivo nel Paraguay: si tratta di Demetrio Calderón di Cheremule (n. 17 della lista di Storni, ivi, p. 14), di Juan Esteban Sebastián Demontis di Cagliari (n. 38, p. 22) e di Juan Bautista Xandra di Iglesias (n. 112, p. 48).

[147] Cfr. F. CORRIDORE, Storia documentata della popolazione di Sardegna (1479-1901), Torino 19022. Per un’utile raffronto con la popolazione di altre regioni italiane, cfr. L. MEZZADRI, L’Italia, in Le lotte politiche e dottrinali nei secoli XVII e XVIII (1648-1798), a cura di ID., in Storia della Chiesa, XIX/1, Roma-Torino 1981-1995, pp. 84-92: Sicilia (nel 1737), con 1.307.270 abitanti; Piemonte (1734), con 1.496.390 ab.; Toscana (1758), con 924.625 ab.; regno di Napoli (1804), con 5 milioni circa di ab.: ivi p. 85. Sul contributo della provincia gesuitica di Sicilia alle missioni cattoliche dal Cinquecento fino ai giorni nostri (circa 270 individui), cfr. A. LO NARDO, Missionari siciliani nella storia della Compagnia di Gesù, Palermo 2006 (Istituto di formazione politica Pedro Arrupe. Centro studi sociali).

[148] Così secondo i dati di A. BOLLETTINI, La popolazione italiana dall’inizio dell’era volgare ai giorni nostri. Valutazioni e tendenze, in Storia d’Italia, V., I documenti, Torino 1973, I, pp. 513-515.

[149] G. KRATZ, Gesuiti italiani nelle missioni spagnole al tempo dell’espulsione (1767-1768), in «AHSI», XI (1942), pp. 27-68. La documentazione conosciuta non lascia purtroppo intravedere ricadute culturali o pastorali in Sardegna, conseguenti al ritorno dei Gesuiti sardi nella loro terra d’origine; niente comunque di paragonabile – neanche lontanamente – a quanto produssero i Gesuiti spagnoli esiliati in Italia: Y en el tercero perecerán: gloria, caída y exilio de los Jesuitas españoles en el siglo XVIII. Estudios en homenaje al p. Miquel Battlori i Munné, a cura di Enrique Gimémez Lopéz, Alicante 2002, e N. GUASTI, L’esilio italiano dei Gesuiti spagnoli: identità, controllo sociale e pratiche culturali, 1767-1798, Roma 2006. A distanza di qualche anno dal loro ritorno in patria, anzi, anch’essi sarebbero stati travolti – pur con qualche mese di ritardo (dicembre 1773) – dal breve Dominus ac Redemptor di Clemente XIV.

Miguel Angel Serra di Iglesias dal Paraguay fu trasferito in Cile

Commenti

  1. Caro Angelino,
    molto interessante e documentato, come tutti i lavori di Raimondo Turtas. Ti ringrazio della segnalazione. Purtroppo però, forse per un difetto di lettura del mio PC, non compaiono i numeri di rimando in nota, quindi mi perdo un po’ della ricchezza del testo. Non c’è modo di rimediare?
    Ciao, a presto.
    Angelo

    Angelo Bianchi
    Gennaio 16th, 2010
  2. Ti ho mandato il file dell’intera rivista, quindi sei a posto.
    Contento d’esserti utile, ti saluto e ti ringrazio.
    Angelino

    scriptor
    Gennaio 16th, 2010
  3. A fronte di un’anomalia i rimandi alle note erano stati corrotti, ora sono stati ripristinati. Buona lettura.
    Carlo

    Carlo Moretti
    Gennaio 16th, 2010
  4. su googlebook ho trovato, poi è sparito “storia degli italiani in Argentina” un libro piu o meno del 1900 di un certo Giordano che parlava di gesuiti sardi che la hanno individuato le coordinate e altre opere basilari nel campo della cultura

    massimo zolo
    Gennaio 18th, 2010
  5. Gentile lettore,forse il il libro cui accenni lo potresti trovare in Sebina Sarda.
    Vedrò se riesco a rintracciarlo di farti avere i dati. Parlando con prof. Turtas ho appreso che l’Argentina faceva un tutt’uno con il Paraguay per cui i Gesuiti erano presenti. in particolare, se rivedi l’articolo, di sardi vi figura un certo Maccioni di Iglesias docente nella prima università fondata dai Gesuiti, quella di Cordova.
    Cordiali saluti
    Angelino Tedde

    scriptor
    Gennaio 18th, 2010

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