Categoria : storia

La produzione della soda in Sardegna dal secolo XVIII ad oggi di Paolo Amat di San Filippo

Dipartimento d’Ingegneria Chimica e Materiali

Università di Cagliari

Introduzione

imagesPoco si sa, sull’impiego della soda nell’isola prima del XVIII secolo, pur essendo però diffuso nel popolo l’impiego della liscivia calda di cenere di legna per il lavaggio dei panni di cotone e di lana. Il termine sardo “Sa lissia”, derivato sicuramente da quello latino di “Lixivia”, denominava indifferentemente sia il liscivio alcalino della cenere, che il trattamento di lavaggio della biancheria con lo stesso. La produzione e l’impiego del sapone nell’Isola, presumibilmente risalente alla dominazione spagnola, é documentato solamente nel periodo sabaudo. Regnante Carlo Emanuele III rientrano, nel tentativo da parte del conte Giovanbattista Bogino di Migliandolo, ministro per gli Affari di Sardegna, di fare “rifiorire” l’economia dell’Isola, una serie di provvedimenti intesi a promuovere il sorgere di svariate attività industriali prima di allora trascurate o del tutto inesistenti. In quest’ottica il Bogino fece stipulare dall’Intendenza Generale delle Finanze del Regno dei contratti di concessione per la realizzazione di vetrerie e di fabbriche di sapone.

Con il termine “Alcali Fisso”, fino alla seconda metà del‘700, venivano denominati indifferentemente sia il carbonato sodico che quello potassico, tuttavia, seppur su basi empiriche, si distingueva l’Alcali fisso preparato calcinando le fecce del vino, prevalentemente costituito da carbonato potassico, da quello preparato incenerendo alcuni vegetali spontanei, della famiglia delle chenopodiacee che allignano nei terreni paludosi costieri, costituito prevalentemente da carbonato sodico.

La soda da vegetali

Per il suo relativamente elevato tenore in carbonato sodico, che per alcuni di essi può raggiungere anche il 40%, la cenere di alcuni vegetali, cresciuti nelle zone umide costiere, veniva utilizzata, sopratutto nei paesi rivieraschi del Mediterraneo, per la produzione della soda. Il procedimento adottato è descritto da L. G. Thenard nel suo Traité de Chemie Elementaire [1], come segue:

“…Si tagliano le piante che debbono dare questa soda, si fanno seccare all’aria e si bruciano in alcune buche di circa un metro di profondità e larghe metri 1,3. Questa combustione che si fa all’aria aperta sopra un terreno bene asciutto, dura molti giorni, e dà invece di ceneri come danno le legna, una massa salina dura e compatta, semifusa, che si rompe e si pone in commercio sotto il nome di soda del paese in cui è stata fatta, o della pianta che l’ha data. La soda del commercio è composta in proporzioni diverse, di carbonato e di solfato di soda, di solfuro di sodio, di sal marino, di carbonato di calce, di allumina, di silice, di idrossido di ferro, di carbone rimasto non bruciato. Essa contiene ancora qualche volta del solfato di potassa e del cloruro di potassio. La più stimata è quella di Spagna: ella è conosciuta col nome di soda di Alicante, di Cartagena, di Malaga: si estrae da molte piante, ma particolarmente dalla barilla che si coltiva con attenzione sulle coste della Spagna, e che è la più ricca in alcali. Vi si trova dal 25 al 40 per cento di carbonato di soda.

images-1Le sode che si raccolgono in Francia sono molto meno stimate di quelle di Spagna. Se ne distinguono di tre specie: la salicornia o soda di Narbona, la bianchetta o soda d’Aigues mortes, ed il varec o soda di Normandia. La salicornia o soda di Narbona proviene dalla combustione della salicornia annua che si coltiva sotto il nome di salicor nei contorni di Narbona: questa pianta si semina e si raccoglie nel medesimo anno dopo la fruttificazione. La soda che ne proviene contiene, secondo il sig. Chaptal da 14 a 15 per 100 di carbonato di soda: si adopra particolarmente nelle vetrerie. La soda bianchetta o soda di Aigues mortes si estrae fra Frontignano ed Aigues mortes da tutte le piante salate che crescono naturalmente sulle rive del mare. Queste piante sono la salicornia europea, la salsola tragus, l’atriplex portulacoides, la salsola kali, e la statice limonium. Secondo il sig. Chaptal la prima di queste piante dà la maggior quantità di soda, e l’ultima ne dà di meno. Si falciano tutte alla fine dell’estate, si seccano, e si bruciano. Il prodotto di ciascheduna operazione somministra da 4 a 5.000 chilogrammi di soda. Questa soda non contiene che da 3 ad 8 per 100 di carbonato di soda. Il varec o soda di Normandia si estrae dai fuchi che crescono abbondantemente sulle coste dell’Oceano: ella è meno ricca e contiene pochissimo carbonato di soda, ma al contrario contiene molto solfato di soda e di potassa, e dei cloruri di potassio e sodio: vi si trova ancora un poco di ioduro di potassio….”.

I vegetali utilizzati per la produzione della soda sono, come si è visto la Salicornia europaea nella sue varietà S. herbosa e S. fruticoides Linn., la Salsola, nelle sue varietà S. soda, S. tragus, e S. kali Linn., lo Statice limonium Linn., e l’Atriplex portulacoides, una varietà del quale, l’Atriplex halimus Linn., in Puglia, viene chiamata salzolla.

A quanto risulta dai dati d’archivio, in Sardegna il vegetale prevalentemente usato per la produzione della soda era la salicornia denominata appunto in Sardegna genericamente soda, anche se però non si può escludere che questo nome comprendesse qualsiasi altro vegetale utilizzato per produrre soda.

Nell’ambito dei provvedimenti del conte Bogino, nel marzo 1750[2] vennero concessi, al duca di San Pietro ed al cavaliere Bonvini, alcuni benefizi ed esenzioni perché aprissero una o più fabbriche di sapone, sia nel Capo di Cagliari che in quello di Sassari. La concessione sarebbe decaduta se i concessionari, dopo dieci anni dalla data della concessione del privilegio, non avessero iniziato od avessero interrotto l’attività. Nel marzo 1751, nella concessione rilasciata ai fratelli di Chambery Giacomo e Giuseppe Peretti[3] per la realizzazione, a Cagliari, di una vetreria, è compresa anche l’esclusiva per l’estrazione della soda necessaria per la produzione del vetro. Nel luglio 1769[4], poiché il francese Giovanni Giuseppe Fornasier, pur avendo ottenuto il privilegio di aprire a Cagliari una fabbrica di sapone, per vari motivi non l’aveva realizzata, e per di più era defunto, la concessione fu trasferita in capo ad altri due francesi, Francesco Montmain di Monbuson in Favres, e Baquy Rey di Beiroburg in Provenza, che già avevano intrapreso questa attività nel capoluogo. Anche questa concessione autorizzava i concessionari a utilizzare i terreni ritenuti più idonei per la coltivazione della soda. Come conseguenza del sorgere di queste intraprese incominciarono a stipularsi, tra sardi proprietari di terreni ed imprenditori forestieri, contratti per la produzione della soda. Le clausole di questi contratti riguardavano la semina, la coltivazione, la raccolta, l’essiccamento del vegetale, il suo incenerimento, la lisciviazione delle ceneri, e la cristallizzazione della soda (denominata Soda fina, Cristal, e anche Barilla). In uno di questi contratti[5], stipulato il 21 gennaio 1781, il cavaliere dottor Salvatore Murgia, di Cagliari, s’impegnava a pagare 12 scudi al mese, al siciliano residente a Cagliari Giuseppe Prina, che gli era stato presentato dal conterraneo Alberto Gianquinto, mastro salinaro a Cagliari, perchè seminasse tutta la semente di “Cristal” che il Murgia gli avesse ordinato.

Al Prina, che s’impegnava a fare in modo che il “Cristal” venisse bene, e fosse ben bruciato in modo da estrarne tutta la soda, il Murgia avrebbe assicurato tutto l’aiuto necessario.

In un altro contratto stipulato, il 21 giugno dello stesso anno, tra il possidente d’Iglesias don Vincenzo Corrias de Espinosa, e l’avvocato Antonio Maria Pasella, della stessa città[6], il Corrias s’impegnava a conferire per la semina a soda, i terreni di sua proprietà in prossimità della Porta Nuova di quella città, mentre il Pasella s’impegnava a lavorare la terra, a seminare, nettare, raccogliere ed incenerire il vegetale, ad effettuare la lisciviazione e la cristallizzazione della soda, ed a trasportarla a Cagliari, in pasta o in cristalli. Il ricavato della vendita, detratte le spese anticipate dal Pasella, sarebbe stato diviso in parti uguali tra i contraenti. Il Corrias avrebbe dovuto tenere un libro-giornale, in cui sarebbero state annotate le giornate di lavoro effettuate, i nomi degli operai giornalieri e la loro paga, fino alla consegna finale del prodotto. Nel caso che la società avesse dovuto prendere in affitto, per la semina, altri appezzamenti di terreno, il canone d’affitto sarebbe stato concordato col socio. Il Pasella, avrebbe dovuto riservare un appezzamento di terreno coltivato a soda, esclusivamente alla produzione della semente.

La produzione della soda riscosse in breve tempo, nell’Isola, un grande successo; la coltura della salicornia si espanse a tal punto che molti agricoltori abbandonarono le tradizionali colture per dedicarsi a questa che appariva loro più redditizia. La riduzione della produzione di granaglie, conseguente a questa situazione, indusse l’establishment sabaudo a prendere dei provvedimenti per fronteggiare la situazione. Il successo di questa coltura era senza dubbio dovuto al fatto che essa assicurava un consistente introito immediato, non richiedendo per contro il grande impegno e dispendio d’energie che invece richiedeva quella del grano che, inoltre era gravata, fra balzelli feudali e regi, di una tassa pari al 35% del valore. Inoltre stante la trascurabile richiesta interna di soda, rispetto a quella del mercato estero, in considerazione anche del prezzo più basso del prodotto sardo rispetto a quello siciliano e spagnolo, l’esportazione di tale genere risultava, per coloro che la praticavano, molto redditizia.

images-3Nel 1780 la quantità di soda ufficialmente esportata, trascurando quella di contrabbando, fu di 4227 cantara (circa 169 ton.) di soda fina e di 1720 cantara (quasi 69 ton.) di soda rustica, che procurò presumibilmente, ai proprietari dei terreni, un introito pari a 15.000 lire di Piemonte.

L’incremento nella coltura della salicornia, fece registrare un sensibile calo nelle tradizionali colture orticole e granarie, che si ripercosse nella riduzione degli introiti fiscali. L’establishment cercò di porre rimedio a questa situazione con provvedimenti restrittivi. Si limitò, pertanto, la coltivazione della salicornia ai reliquati di terreno delle fortificazioni, ed a quei terreni considerati inadatti alle colture tradizionali, ma si constatò che questo provvedimento veniva costantemente aggirato dichiarando semplicemente che l’appezzamento coltivato a salicornia era inadatto ad altro tipo di coltura. Il Vicerè Carlo Francesco Valperga conte di Masino, interpretando anche le preoccupazioni del sovrano, incaricò il Censore Generale dottor Giuseppe Cossu[7] di indagare sul problema e di fargli una relazione in merito. Il Cossu, il 5 marzo 1781[8] presentò la seguente relazione:

“…Il piantamento del kali da naturalisti chiamato salicornia da qual pianta si fa la soda, che principiato in cagliari nelli rampari delle fortificazioni da dieci anni circa, si è disteso ne’territori della medesima vicini all’abitato, e l’anno scorso praticato in più ville, pare che per parte del Governo non richiamerebbe altra attenzione, che quella di promuoverne la coltivazione perché produce una derratta, che entrando in molte manifatture, e non alignando detta pianta in tutte le terre, che in luoghi quantunque vi cresca non contiene una adatta quantità, ed egual bontà d’Alkali volgarmente soda, attiva al paese, che la provvede gran denaro, e siccome nostro clima sendo caldo salino ed avendo una parte di terre marine per le fatte esperienze ha dimostrato, che produce tal erba marina anche senza coltivazione, dall’eseguimento di questa avverrebbe un ramo di commercio proprio ad introdurre denaro nel Regno; oppure l’eseguimento avendo dato luogo a diversi richiami gionsero questi ne’primi momenti, che S.E. intraprese il governo del Regno a farli deliberare di prenderli in considerazione, e volle onorare il mio debole talento coll’incaricarlo della distesa di una memoria, sopra i vantaggi, e disavvantaggi della coltivazione della soda nella maniera come viene eseguita, con posteriormente accennare i mezzi di donde praticare con vantaggio del pubblico e particolare.

Avendo la Sardegna molti terreni gerbidi, che ne coltivasse una parte a Kali, massime i luoghi salsi, e arenose rive del mare sarebbe bene inteso, mentre si renderebbero fruttiferi terreni creduti inutili, si darebbe un trattenimento a’ragazzi, e donne per piantare i semi, e sarchiare le piante, e poi bruciate a dovere le piante non dissipandosi un quantitativo de’sali, che contiene, si ricaverebbe una maggior quantità di soda di egual bontà a quella di Alicante, quantunque questa nazione creda esser solamente al suo terreno riserbato il produr il Kali, che sia più impregnato di Alkali; e nel Regno mediante tale commercio s’introdurrebbe una mole di nummario, che arricchirebbe nostro commercio. Se però questa coltivazione facesse cessare quella del grano, e li terreni occupati in granaglie, orti e vigne si destinassero a detto oggietto, certamente scapiterebbe il Regno, e la massima parte de’particolari, mentre avendo la propria sussistenza diverrebbe a mendicarla altrove per poco sia scarsa la raccolta de’grani, onde invece d’un vantaggio ne diverrebbe uno svantaggio allo Stato. Ciò che si pratica presentemente si è appunto di seminar questa pianta non in terreni gerbidi, ma in terreni per lo addietro coltivati, onde non si deve riguardar stesa la coltivazione, ma soltanto variata, e questa variazione, se ha prodotto vantaggi all’individuo coltivatore produce scapiti al pubblico, e al regio Erario, ed all’individui generalmente che manca l’alimento meno costoso, e deve consumar più pane.

Quei terreni in prima coltivati a ortaglie davano un’abbondanza di viveri alla Capitale città, che non ostante contenga la decimosettima parte della popolazione del Regno, mediante questi prodotti per esser a buon patto la povera gente si alimentava con poco pane, e come al presente ne’ristretti territori di Cagliari, appena si seminano fave, e piantano altre ortaglie, dovendo portarne da fuori riesce più costoso quest’alimento qualor se ne ha, e per conseguenza,se innoltrato Marzo si consumava minor quantità di grani; al presente se ne consumarà di più, e tanto meno se ne estrarrà.

Quei altri terreni delle ville piantati a soda erano per l’addietro seminati a granaglie, e quei che rendevano di più, contasi al presente per 5/m starelli circa terre occupate in questo piantamento, quali terre essendo delle migliori possono dare 5.000 starelli, ma quando non rendono che 35/m questi estratti fuori dal regno alla Cassa Regia portarebbero da 36 in 40/m lire Sarde, ed al Regno da 100 e più mila scudi.

Ne arrestasi il preggiudizio nelle minorazioni del seminerio, e prodotto delle granaglie; come la coltivazione di questa pianta marina porta un lavorio maggiore delle terre nel tempo appunto, che debbono coltivarsi le vigne, e prepararsi le terre per i futuri seminerj, spossati li buoi, né ristorar potendosi per mancanza di foraina a qual scopo in più luoghi sostituirono il piantamento del Kali, e stanche eziandio le persone, o trascurarono di fare i lavori del preparamento delle terre, e vigne, e di nettar dalle nocive erbe i grani natti, o se li fanno non è certamente a dovere, al che sieguesi un minor prodotto di questi raccolti, e che riconoscano più vantaggioso il coltivo del Kali di quei altri articoli di necessità primaria, tanto più che è sciolto questo genere da quei legami, che tiene il grano, a sapere di non andare a godere delli alti prezzi di fuori, mentre l’estrazione non è che di una menoma parte, e questa non di quella per lo più, che tiene il coltivatore, qualora è aperta la tratta, ma il benestante, commerciante, o decimatore. Della soda nel regno poco se ne impiegherà, mancando fabbrica di vetri, e non prosperando quella del sapone, per esser morto l’impresario, onde essendo oggetto di estrazione libera, il coltivatore aproffitta dei prezzi alti di fuori; Il grano paga decima, e questo genere pretendono, ne vada esente. Il grano paga diritto d’estrazione, ed un diritto, che eccede il terzo del valore suo materiale; la soda non paga diritto alcuno presentemente, onde lucrando il coltivatore di soda la decima, e il diritto d’estrazione, che in tutto si ragguaglia ad un 43 e 1/3 p% certamente truoverà più suo conto in coltivar soda che grano. Questo però vantaggio è un vantaggio in gran parte morale dipendendo di non esservi su questo articolo regole, e sin al presente è ricaduto presso il padrone di terre, ed coltivatore, che crede migliorare sua condizione non contribuendo i diritti Reali (…)Ecclesiastici destinati i primi al sostentamento dello stato, ed i secondi alla manutenzione delle chiese, de’Ministri dell’Altare, ed al sovenimento de’bisognosi, e concorso a’paesi dello stato col donativo, posta, e sussidio, che pagano, oltre quella gran parte, che forma il terzo de’redditi delle mense vescovili, e di altri benefici di regia nomina lasciata a disposizione del Sovrano per premiare sudditi grati ad esso, e distinti in servizio dello Stato, la quale sminuendo il totale priva il Sovrano del dolce contento di rimunerar suoi sudditi.

I rapidi progressi, che va facendo questa coltivazione stesa già sino alla città di Oristano con essersi in Sinnai a stirpare le fave nate per seminare soda, ed in altri a far pascolare l’orzo, come fece qualcheduno anche in Quarto per seminar poi la soda, convincono, che i villici sono entrati nella considerazione di aver un utile maggiore in coltivar un genere non circoscritto per estrazione, né sottoposto a detrazione; e pertanto vi è luogo a temere, che anderà sempre più prendendo maggior piede, vedendo massime sostenitori di questa coltivazione,e propagatori persone cospicue, come pure dal lusingarsi perciò, che continuerà ad andare tale derrata, esente de’diritti surriferiti. All’oggetto poi d’arrestare questi pregiudizi senza interdire la coltivazione dovrà primieramente fissarsi un diritto di estrazione alla regia Cassa, che per andare in proporzione a quello del grano non dovrà essere inferiore del terzo del valore, andando in Spagna il dazio a L. 8.8 di Piemonte per cantaro oltre l’altro peso di essere anche esclusiva la vendita, quale prerogativa rende alle finanze 3/m doppie, e , se non ostante così rigorose gabbelle d’uscita si vende con vantaggio nelle piazze di Genova, Venezia, e Marsiglia, maggior sarà il vantaggio, anzi più considerevole quello della soda di Sardegna, che si vuol libera da cotali diritti. Quindi dovrà sottoporsi alla decima ecclesiastica nella quale avendovi il Sovrano il divisato interesse mi sembra, che non deve lasciarsi, che vengano da Tribonali a questo condannati, sul riflesso ancora di non aprir una strada di discordie tra Parochi e Figlian, che durano a perpetuità regolarmente, trattandosi massime d’un frutto nuovo, e che in Sardegna per Regj stabilimenti, e concordati si pagano decime rigorosamente non tanto de’frutti di terra, ma anche di miele, api, cera, e dell’industriali come si è il vino, come pure d’un frutto succeduto ad altro, che li dava la decima, e che gli è cessata, ordine che non riuscirebbe nuovo nel regno, mentre simili Sovrani Ordini trovansi registrati per le decime delle granaglie, e diritti da pagarsi delle medesime. Fissati questi due punti, coi quali si egualizza nella massima parte, ne’pesi la derrata alle altre, siccome ciò nonostante per la libertà dell’estrazione che nelle granaglie non si può fissare, prepondararà sempre la preferenza della coltivazione della soda, che misura i prezzi de’Paesi, che ne fanno un commercio manifatturato, dovrà venir a fissarsi diverse regole, che nel tempo, che lascieranno la libera coltivazione del Kali produrranno il desiderato effetto del (…)mire di S.M. di non restringere la coltivazione delle granaglie, ma bensì di fare, che la coltivazione del Kali sia oltre quella delle granaglie, perciò però è d’uopo aver presenti le seguenti massime da addatarsi a seconda delle circostanze delle ville, che al mio credere saranno come infra:

Si interdirà di seminar soda ne’tancati per l’addietro seminati a granaglie di qualunque genere.

Simil proibizione si darà per seminar soda nelle vidazoni l’anno, che toccherà il seminerio del grano.

Per le controvidazoni dovrà distinguersi, o queste servono di pratto, o pavorili, ed in tal caso si vietterà assolutamente; o restar sogliono vacue per riposo, avendo la villa distinto pratto, e pavorili, ed in tal caso sarà permesso il lavoro della soda sempre che prima s’ingrassi il terreno a segno, che coltivato l’anno seguente in grano col poco frutto l’agricoltore resterà scoraggito, e prenderà ribrezzo alla coltivazione de’grani; qualora però il terreno sia ingrassato il preceduto piantamento di soda renderà fertile l’anno seguente la raccolta de’grani come addiviene in Trapani.

La soda pure potrà permettersi di lavorare in terreni gerbidi fuori di vidazoni, osservate però le leggi agrarie per quei, che seminano fuori vidazoni senza chiudere.

Il far dipendere i permessi di lavorare da una dichiarazione che dica il terreno infruttuoso alle granaglie, e aprir la strada a falsità, e ad evadere con pagamenti il fine della legge. Così l’esperienza l’insegna a Cagliari, ove essendosi adottato tale sistema si osserva, che li terreni, che erano tanti belli orti, e campi di fave fresche e di cardi veggonsi verdeggiare di soda condannati a non produr più frutti da mangiare per non seminarne, non però per esser divenuti infruttiferi; ciò che però mi consola si è, che in queste dichiarazioni che altro non han prodotto, che spese alle parti; l’Uffizio Censorio non vi ha avuto parte, dovendo però in simili riviste non andarne escluso. In Cagliari il piantamento della soda si deve restringere alli rampari della fortificazione, ed alla spiaggia della Scaffa alla Maddalena, ordinando, che in avvenire i campi debbono destinarsi al seminerio di granaglie, e legumi, o ad orti; in cotal guisa, a chi vuol seminar soda se li da terreni incolti, e si rimette l’abbondanza, e buon patto dell’erbe, e fave, alimenti della povera gente nei mesi più critici, né a ciò fare deve stentarsi, poiché altrimenti si riempiranno le fontane delli orti, e finiranno a logorarsi gli ordegni, e sarà dispendioso il pulir le fontane e rimetterli in essere. Nel tempo stesso, che si debbono fissar le regole per pagare i diritti, come questa coltivazione richiede un mettodo, anzi dal tempo, e modo di bruciar l‘erba dopo seccata dipende un maggiore, o minor prodotto di queste ceneri, ed una minor svaporazione de’sali al Kali, che contiene, si crede opportuno suggerire, che dovrebbe compilarsi una istruzione della coltivazione, taglio dell’erba, con distinzione di quella si lascia per seme, dissecamento, e brucciamento, avvertendo di non mescolarla colla soda burdina, come presentemente fanno quei di Cartagena, motivo pel quale la loro soda è d’inferior credito a quella di Sicilia, d’Egitto presso Alessandria, Cartagine, Cherbourg, ed a quella di Alicante di puro bariglio detto d’agua asul, peculiare sin’ora di detto paese, che rende molto di più di tutte le specie di soda; come pure dello sperimento da farsi per saper la quantità di sali, che contiene, all’oggetto di non essere ingannati nel prezzo al tempo della vendita, mentre da questo si regolano i commercianti in pagarla a Marsiglia, Genova, e Venezia. Questo è quanto mi dà l’onore di rassegnare intorno al punto, che si compiacque S.E. onorarmi di chiedermi mio sentimento, non avendo stimato diffondermi sopra li articoli di dover procedere dalla Regia autorità la fissazione de’diritti, mentre al mio credere, in vista di qualche altra simil Regia Pramatica, non può cadervi dubbio, stante la convenienza, utilità, e necessità di dover fissare, temendo, che se si ritarda in provvedere, risicherà di veder rovinate in breve le finanze nell’articolo di estrazione di granaglie, e la situazione del Regno…”.

images-6 Questa relazione fu recepita dal Viceré che la tradusse, pressoché interamente, nel Pregone dell’8 maggio dello stesso anno, intitolato: “Provvedimenti per la semina della salicornia detta volgarmente soda e pel diritto d’estrazione della medesima”[9], la cui emissione fu giustificata al Sovrano nel dispaccio dal seguente tenore:

“…Cominciatasi da dieci, e più anni la coltivazione dell’erba salicornia detta comunemente Soda, nei Plassi, e Rampari della fortificazione di questa città, le di cui ceneri formano una derrata, della quale, se ne fa grand’uso sia per il vetro, e il sapone, che per altre manifatture, dopo qualche anno sentendosi da taluno, che rendeva al Seminatore un utile non ispregievole, anzi di riguardo, invogliaronsi diversi ad un simile piantamento, e cominciossi ad impiegare in esso diversi terreni di queste vicinanze, che per l’addietro formavano orti o si seminavano ad orzo, fave, e grano, ed altri legumi.

images-4Sembra che sia effettivamente scemata l’abbondanza, che di questi ultimi generi si sperimentava, soliti ricavarsi dai suddetti terreni massime nel mese di Marzo, in cui la maggior parte di questo Pubblico si nutriva coi legumi suddetti, e giunse la cosa a segno che sui diversi riscontri avutisi dal sig. conte Lascaris si radunò la solita Giunta d’annona per concertare una provvidenza, che servisse di riparo ai pregiudicj suddetti;

Tenutasi questa li 28 Settembre 1779 si deliberò, che non dovendosi, a cagione dei pregiudicj prefati lasciare la coltivazione di tal genere ad arbitrio in qualunque sorte di terreno, e massime in quelli, che si ravvisavano più propri, ed adatti per il Seminerio de’summentovati generi, venisse con Pregone prescritto, che chiunque volesse seminare soda in qualunque parte del territorio di questa Città, dovesse ottenerne il permesso dal Vicere, che verrebbe accordato dopo d’essersi fatta riconoscere la qualità de’terreni da’periti.

Questa provvidenza non produsse però l’effetto, che si ebbe in mira, mentre, oltre la gran copia de’raccorrenti per ottenere il permesso, riuscì loro, (come ha dato luogo a sospettare l’esperienza, e l’osservazione fattasi di essersi seminati terreni atti alle produzioni suddette) di guadagnare segretamente i Periti in modo, che rari furono quelli, ai quali fu in grado il Governo, in vista del giudicio d’essi Periti, di denegarlo, anzi si verificò che diversi, abusando del permesso suddetto portarono la coltivazione ad un’estenzione maggiore della contenuta nel medesimo; ed altri non curaronsi di ottenerlo, o seminarono in sito non compreso in essa.

Un tale abuso, giunto alla maggiore distesa di terreno occupatosi nello stesso anno 1779, fece risolvere la summentovata Giunta nel luglio 1780, ad una provvidenza più cautelata, epperò li 20 detto mese suggerì la pubblicazione di altro Pregone, in cui s’impose la penale di scudi 10 per ogni Starello a qualunque avesse seminato soda senza permesso, od in maggiore distesa di terreno dell’accordata nel decreto.

Fu di fatti detto pregone pubblicato nello stesso giorno, ma neppur questo bastò per contenere i proprietari de’terreni, e diversi affittavoli de’medesimi, allettati dal considerevole lucro, che ricavavano dalla suddetta coltivazione mentre, oltre di non recare loro questa, se non che spese tenui, non essendo un tal seminerio soggetto agl’incidenti, che si sperimentano negli altri generi non erano obbligati nell’estrazione della soda a pagamento di alcun dritto Regio, e l’esitavano a prezzi più che ragionevoli, e con considerevole loro vantaggio.Cominciossi quindi nel Pubblico a sparlare di detta coltivazione, ed a formare doglianza dei pregiudicj, che già s’erano previsti, e che si ebbero come sopra presenti, e si credette perciò il Magistrato Civico in dovere di farli presenti al Vicere col Ricorso, che a tale oggetto gli rassegnarono sui principj di 7-mbre dell’istesso 1780; affine di ottenere una provvidenza adattata alle circostanze.

images-8Messosi pertanto l’articolo nuovamente in disamina della stessa Giunta credendo la medesima di non convenirsi la proibizione assoluta del piantamento di detta Soda, pensò, che l’unico spediente di restringere, e moderare la coltivazione prefata, fosse quello di denegarsi il permesso ai nuovi postulanti, e di condizionarsi la facoltà già accordata ne’tempi precedenti, e nel resto di osservarsi le regole già prescritte, coll’aggiunta soltanto, che si dovesse dai Periti spiegare ne’loro giudizj in ordine a’terreni già stati coltivati a Soda, se fossero state in qualche tempo impiegati in altri generi, od in Ortaglia da pochi anni notabilmente scemata e di cui erasene incarito di molto il prezzo, e ciò tutto in conformità del risultato di Giunta di Annona dei 18 settembre 1780 rimesso dal Vicerè con dispaccio dei 22 detto mese stato dalla M.S. approvato, come dal dispaccio di corte de’18 successivo Ottobre.

Il sistema adottatto coll’accennato provvedimento pareva, che almeno nei contorni di questa Città sarebbe dovuto essere proficuo, mentre al tempo stesso, che non vietavasi con esso la coltivazione della soda, si procurava insieme di ottenere l’impiego de’terreni fertili di loro natura nelle produzioni, a cui per l’addietro erano destinati, e con ciò riparare i pregiudizj, che poteva risortirne il Pubblico non meno che il regio Erario.

L’esperienza però ha dimostrato d’essere l’esito stato molto diverso dell’aspettativa mentre nel principio del 1781 apparisce che frequenti ricorsi per l’ottenimento del suddetto permesso, e tali erano le ragioni de’Postulanti nel rappresentare che difficilmente poteva loro denegarsi sull’esempio di quanto era già stato accordato ad altri: un cotale però numeroso concorso di postulanti eccitò in allora il governo a riflettere sopra un oggetto, che compariva in aspetto di molta importanza, e che pareva dovesse meritare tutta la più matura ponderazione a fronte massime de’diversi riscontri quasi contemporaneamente pervenuti d’essersi il Seminerio della Soda esteso, et introdotto in molti altri Luoghi del Regno. Essendosi quindi il V. Conte di Masino procurate tutte quelle notizie, e lumi, che parevano necessari per darsi sull’oggetto suddetto uno stabilimento che potesse essere vantaggioso al Pubblico ed al Regio Erario, si osservò dal medesimo e si rappresentò in un suo Dispaccio dei 18 Maggio 1781:

images-7Primo di essersi nel precedente anno 1780 estratti per fuori Regno tra soda rustica, e fina cantara 5947, cioè 4227 fina e 1720 rustica, come dallo Stato trasmesso; tuttochè non si sieno introdotti in questa Città per la semenza che soli starelli 367; essendo poi stata di gran lunga superiore l’introduzione della medesima nell’anno 1781 come si fece constare da altro Stato si ebbe luogo a fare l’osservazione che potesse essere egualmente superiore in quell’anno 1781 l’estrazione.

2° di non avere sul totale in esso anno 1780 reso meno ai Proprietari di 15/M franchi, e che nell’anno 1781 doveva per necessaria conseguenza ricavarsene più del doppio, essendovi anzi diversi che credevano, che il quantitativo della Soda, che occorrerebbe estraersi potesse eccedere di 50/M cantari grossi sardi.

3° che questa coltivazione si è considerevolmente estesa in ambi i Capi del Regno, e quasi in tutte le Diocesi del medesimo come venne assicurato il Vicerè dal Sig. Censore Generale stato incaricato di procurarsene accertati riscontri.

4° che i terreni occupatisi da detta Soda nell’anno 1781 si crede che eccederebbero la superficie di 5/M starelli, da cui si sarebbe potuto sperare il prodotto di 35/M starelli grano, tanto più per essere dette terre delle più fertili, e con essi quindi avvantaggiare la Regia Cassa per ragione del dritto di estrazione di 40/M e più lire sarde, ed il regno di poco meno di cento mila scudi, nel che qui sembra che sia occorso qualche equivoco.

5°deve essere tale l’applicazione di non pochi agricoltori a questo nuovo Seminerio, che in diversi luoghi fossero i medesimi giunti perfino ad estirpare le fave già nate, ed a far pascolare l’orzo dagli armenti per essere in tempo di seminare Soda, il che persuadeva sempre più a credere, che la coltivazione predetta andasse maggiormente estendendosi, sul riflesso massime di non essere tal genere sottoposto a peso, e di essere molte persone rispettabili, che vi impiegavano i loro poderi, colla fiducia di poter continuare ad andar esente dal pagamento de’dritti d’estrazione.

6° che la coltivazione predetta non può fare a meno di aver fatto scemare quella del grano, orzo, fave, ed altri legumi, sia perché i terreni soliti occuparsi da tali derrate si fossero impiegati nella soda, ragione per cui non si sarebbe potuto considerare nel Regno distesa più di prima l’agricoltura, ma variata, qual variazione, sebbene avesse potuto produrre e produce vantaggio positivo, ne scapitarebbe però considerevolmente il Pubblico, a cui mancando l’alimento meno costoso, era costretto a consumar più pane, il che non potrebbe lasciare di far scemare l’estrazione de’grani per fuori Regno, sia perchè portando il Seminerio della medesima un lavoro maggiore alle terre nel tempo appunto che devono coltivarsi le vigne, e prepararsi i terreni per i Seminerj, spossati li buoi per non esser stati al tempo solito ingrassati col pascolo dell’orzo in erba volgarmente detto foraina, a qual Seminerio si era, come sopra si è detto, sostituita la Soda, e stanche le persone da tale lavoro, né potrebbero né si curerebbero di seminare, e coltivare le vigne; poco d’altra parte premendo ai proprietari un maggior seminerio per il lucro certo, e considerevole, che con minor fatica, senza rischio di pericoli ed incidenti, ai quali sono soggette le altre suddette derrate, e senza peso, nè detrazione alcuna, risentono della soda, con cui essi pure fatto presente al governo, che anche nel caso di farsi dagli agricoltori l’uno, e l’altro Seminerio, l’allettativo del maggior lucro della Soda gli fa negligentare quello de’grani, o non isgombrandoli a tempo debito dell’erbe nocive, o non curando di eseguire a dovere una così necessaria operazione.

7° di non potersi la derrata suddetta impiegare nel Regno in cosa alcuna, mentre oltre di essere affatto mancante di Manifatture, non vi è fabbrica di vetri, e non prospera quella del Sapone.

In vista de’sovraccennati riflessi si vietò dal Vicerè in senso non già di proibirsi intieramente la summentovata coltivazione…”.

A seguito di questi atti, Vittorio Amedeo III[10] vietò categoricamente che si coltivasse la salicornia in quei terreni, dei dintorni di Cagliari, già adibiti alla coltura del grano e degli ortaggi, e ordinò che questa venisse coltivata esclusivamente nei ripari, negli spalti delle fortificazioni e nella striscia di terreno compresa tra la Scaffa e la Maddalena, dove risultava fosse stata coltivata con successo già dal 1767.

Un’indagine condotta nel 1781, presso le Diocesi sarde, mise in evidenza che gli starelli di terreno seminati a salicornia o a Kali (salsola?), assommavano a:

Nella Diocesi di Cagliari: 400. In quella d’Oristano: a Laconi 150; a Nurallao 1; a Barumini 57; a Villanovafranca 7; a Genoni 6; a Siamaggiore 4; a Cabras 240; nella città d’Oristano 130. Nella Diocesi di Sassari: superfici non note a Siligo, a Sorso, a Banari, e nella città di Sassari. Nella Diocesi d’Alghero: a Ozieri 30. Nella diocesi d’Iglesias: nella città d’Iglesias 50; a Teulada 50; a Porto Botte 40; a Porto Pino 24.

A Castelsardo ne erano stati seminati solo alcuni starelli per prova.

images-9I semi di salicornia provenivano da Trapani; nel 1781 ne furono importati ben 916 starelli.

La coltivazione della salicornia nei terreni della Plaja era iniziata, nel 1767, a cura del nipote dell’allora arcivescovo, lo Scolopio don Giuseppe Agostino Delbecchi, alla morte del quale parte dei terreni era stata trasformata in salina.

Il Sovrano vietò ancora la semina di questo vegetale nei terreni recintati destinati a grano, nelle Vidazzoni e nei Paberili[11], nell’anno in cui si doveva seminare il grano, permettendola, invece, in questi ultimi quando dovessero venir lasciati incolti per la rotazione agraria, e nei terreni gerbidi al di fuori delle Vidazzoni non recintate.

Come si apprende dal dispaccio viceregio, la quantità di soda ufficialmente esportata nel 1780, trascurando quella eventualmente esportata di contrabbando, fu di 4227 cantara (circa 169 tonnellate) della qualità fina, e di 1720 cantara (quasi 69 tonnellate) della qualità rustica, che procurò, presumibilmente, ai proprietari dei terreni, un introito pari a 15.000 lire di Piemonte.

Nel 1781 il Viceré stimava che, visto che erano stati seminati a salicornia circa 5.000 starelli* (un po’ meno di 200 ha), ne sarebbero state esportate almeno 50.000 cantara (circa 2.000 tonnellate).

Una siffatta superficie, se coltivata a grano, avrebbe reso, invece al Fisco, non meno di 40.000 lire sarde solo di diritti d’esportazione, ed all’Isola poco meno di 100.000 scudi.

Contro il provvedimento regio che limitava la coltivazione della salicornia, specificando esattamente dove e quando questa potesse venir seminata, venne presentato un ricorso, firmato da 22 cittadini cagliaritani, nel quale venivano contestate, punto per punto, le prescrizioni contenute nel Pregone. I firmatari erano: il cavaliere Antonio Giuseppe Angioy, per se e per il marchese di San Saverio, il cavaliere Gerolamo Pitzolo, il cavaliere Giuseppe Olivar, Agostino Arthemalle, Francesco Novaro, L. Leger Arthemalle, Gaetano Pollini, Paolo Moreschi. Il cavaliere Francesco Giuseppe Armeria, il cavaliere Lorenzo Zapata, il conte di Villanova e Monte Santo, Maurizio Arthemalle, Luigi Cordella, Baldassarre Saettone, Alessandro Paul, Agostino Agnese, Francesco Dei, Antonio Francesco Franchino, Giorgio Vallacca, Pietro Scoffiè

Come si vede, a parte un paio di feudatari, la maggioranza dei firmatari apparteneva a quel ceto mercantile forestiero ormai perfettamente integrato nell’Isola. Essi negavano che la coltura della salicornia negli orti di Cagliari e dintorni avesse ridotto la produzione di ortaglie e di fave, costringendo le classi meno abbienti della popolazione della città e appendici (che al tempo contava 25.000 abitanti), ad aumentare il consumo di pane, anzi sostenevano che la coltura del vegetale nei terreni circumvicini, avrebbe potuto essere una fonte di lavoro e di guadagno per vecchi, donne e ragazzi, ai quali ultimi, impegnati in una attività lavorativa non pesante e fuori dal centro urbano, sarebbe stata tolta qualsiasi occasione per delinquere, e fornita invece un’occasione di guadagno onesto.

images-10All’accusa che la coltura della salicornia potesse praticarsi a spese di quella del grano, i firmatari controbattevano che analogamente a quanto veniva praticato in Sicilia. Anche in Sardegna la salicornia, coltivata nei terreni tenuti a riposo per rotazione agraria, avrebbe potuto costituire una sorta di sovescio fertilizzante, oltremodo favorevole alla successiva coltura a grano.

I firmatari si dichiaravano, inoltre, disposti ad accettare di pagare un diritto d’esportazione della soda, purché non eccessivamente gravoso, in considerazione degli oneri e delle spese connessi con la produzione di questa merce.

Da 300 cantara di soda “fina” (barilla), vendute, nell’isola, a 6 lire e 5 soldi la cantara (di 100 libbre), si sarebbero ricavate 1.875 lire, ma da questa cifra si sarebbero dovuti detrarre dei diritti pari ad un terzo: 1 lira e 3 soldi e 4 denari alla Regia Cassa, più 10 soldi alla Regia Segreteria di Stato, più una altra lira e 10 soldi per cantaro, più altri 8 denari alla Segreteria di Stato, più un altro diritto di un terzo alla Regia Cassa, più 13 soldi e 4 denari, e altre 2 lire e 10 soldi alla Segreteria del Real Patrimonio per la cauzione per la visita al bastimento, e dopo il caricamento altre 2 lire e 16 soldi per la trasferta del Procuratore Fiscale Patrimoniale che soprintendeva alla pesata della soda, più una lira e 10 soldi per la trasferta del Pesatore, più altre 15 lire (pari ad un soldo per cantara) allo stesso pesatore, più una lira e 10 soldi allo Scrivano del Peso, più altre 4 lire e 10 soldi ai facchini del peso, (un soldo e 6 denari ogni 5 cantara) e ancora una lira e 10 soldi per la vacazione della guardia che assisteva alla esportazione, più15 lire (pari ad un soldo per cantaro) per il trasporto dal magazzino al molo, ed ancora 7 lire e 10 soldi di diritto di trasporto dal molo al bastimento spettanti al gremio dei sant’elmari (6 denari per cantaro), più ancora: 3 lire e 10 soldi di diritto di Visita, più 2 lire e 10 soldi allo scrivano per il verbale di Visita, più una lira e 5 soldi al Procuratore Fiscale Patrimoniale, più una lira e 5 soldi alla Guardia Reale, più un’altra lira e 5 soldi all’Alguazile del Mare, più una lira e 10 soldi al Consolato della Gatta, più 10 soldi all’Intendente Generale per il biglietto di Partenza, più altri 10 soldi, infine, allo Scrivano.

Un cantaro da cento libbre sarde di soda, corrispondente a 104 libbre francesi, veniva pagato, a Marsiglia 14 franchi; il franco francese corrispondeva a 10 soldi e 6 denari sardi; 5 lire sarde, pari a 20 reali, corrispondevano a 9 franchi[12]. Per confronto veniva presentata la situazione in Sicilia. Qui i terreni destinati alla coltura della salicornia, venivano affittati a 7-8 onze la salma**. In Sicilia una salma di semi di salicornia, che costava 16 Onze, seminata in 6 tomoletti e mezzo di terreno, forniva circa 50 cantare siciliane di cenere (corrispondenti a circa 100 cantarelle sarde), che venivano pagate a 55 Tarì la cantara (di Catania). In Sardegna, da uno starello di semi di salicornia seminati in circa tre starelli di terreno, si ricavavano 10 cantara (19 cantarelle sarde) di soda, che veniva venduta a 2 scudi circa il cantarello, in quanto di qualità inferiore a quella siciliana. In Sicilia, dove le spese per la coltivazione della salicornia assommavano a 10 Onze la salma, ogni starello di semente veniva gravato di una ulteriore somma (che in moneta sarda corrispondeva a 5 scudi e 2 reali) e, pur non essendovi diritti feudali né decime ecclesiastiche, sulla soda gravava un diritto di esportazione di 2 Tarì ogni Onza di 3 ducati, mentre la soda veniva venduta a 2 Onze e 20 Tarì il cantaro siciliano. Tuttavia per l’eccessivo incremento nella coltivazione della salicornia in quell’isola, e conseguentemente nella produzione di soda, il prezzo di questa era calato a 1 Onza e 5 Tarì la cantara. Il trasporto dalla Sicilia a Marsiglia incideva per 6 Tarì ogni cantara (corrispondenti, in moneta sarda, a 3 reali il cantarello sardo).

Molti dei firmatari dell’esposto producevano soda. Coltivavano infatti la salicornia: Andrea Sevellin, Antioco Giuseppe Angioy, Maurizio Arthemalle, Carlo Martin, i carrettieri Giovanni Saba e Gaetano Suveis, e l’ortolano Sebastiano Fois.

Coltivavano salicornia e non grano:

I fratelli Arthemalle (starelli 413,8); Teresa Brunet (starelli 26); i fratelli Franchino (starelli 78,8); il signor Durand de las Bordas (starelli 110); Luigi Cordella con Baldassarre Saettone (starelli 44); e ancora monsieur Ugas; monsieur Paul; Carlo Martini; il notaio Manconi; il dottor Cossu-Madau; Francesco Novaro (starelli 57); Pietro Scoffier (starelli 57,8); don Antioco Giuseppe Angioy (starelli 109); Francesco Dei (starelli 80); Salvatore Pasco (starelli 52); Filippo Bellino (starelli 12,8); Giuseppe Terris (starelli 124); Luigi Mereu (starelli 47); Giorgio Vallacca (starelli 28); Ambrogio Conti (starelli 17); Giobatta Porcella (starelli 70); i fratelli Armerin (starelli 22); Agostino Agnese (starelli 52); Giobatta Vaglio (starelli 42); Giuseppe Martin (starelli 30); Giuseppe Fancello (starelli 30); Agostino Bonato (starelli 6); Gio Francesco Cossu (starelli 30); e Andrea Savellino (starelli 100).

I campi, già coltivati a granaglie e legumi, ma ormai coltivati a salicornia erano: il campo di Giuseppe Antonio Sedda, di 12 starelli; quello di Giuseppe Marramau di 18 starelli; quello di Carlo Martin, di 15 starelli; quello del mastro Antioco Lixi, di 30 starelli; i due campi del Capitolo Metropolitano, di 24 starelli; i due campi del Convento del Carmine, di 20 starelli; il campo di Giuseppe Saba, di 25 starelli; quello del medico Tavena (o Tarena), di 27 starelli; quello dell’Arcivescovo, di 35 starelli; quello di Giuseppe Antonio Baxiu, di 8 starelli; quello di Francesco Ignazio Putzu, di 30 starelli; quello dei fratelli Carboni Borràs, di 5 starelli; il campo di San Michele, di 6 starelli; quello di don Giovanni Puggioni, di 30 starelli; quello di Antioco Macis, di 15 starelli; il campo di frà Bonifacio, di 20 starelli; quello di Francesco Scoffier, di 30 starelli; ed il campo di Cupeta, di 8 starelli.

La contestazione fatta, per mano del Censore Generale Cossu, punto per punto, a tutti i paragrafi dell’esposto dei 22 cagliaritani, confermò in sostanza la ratio del pregone, ma non impedì che la produzione di soda continuasse, stante, come si è visto la diffusione di questa coltura.

Un’indagine espletata dal Censorato Generale, accertò, infatti, che la quantità di soda esportata dall’Isola, era stata:

Anni Cantara

1775 1.336

1776 1.850

1777 1.731

1778 1.635

1779 2.640

1780 5.880

1781 370

Il calo nell’esportazione del 1781 fu sicuramente dovuto alle limitazioni governative, e l’incremento della quantità esportata negli anni successivi a queste limitazioni potrebbe attribuirsi all’esigenza, da parte dei commercianti, di smaltire le riserve di soda, immagazzinate dopo il provvedimento regio in attesa di eventi più favorevoli.

Le quantità di soda “fina” e “rustica” esportate negli anni successivi al Pregone ed al provvedimento regio, furono (in cantara e libbre* ):

Anno Soda “fina” Soda “rustica”

1782 107, 23 323,25

1783 929 40

1784 3.335,20 1.231,60

1785 50 150

1786 1.691 1.639

1787 996 1.366

1788 1.241 2.887

images-11Nel 1791, constatato che la coltivazione della salicornia non avveniva più a scapito delle altre coltivazioni più importanti, lo stesso Vittorio Amedeo III[13] ne autorizzò la coltivazione in deroga alle precedenti ordinanze restrittive, riducendo, inoltre, il diritto di sacca per l’esportazione della soda, a due reali la cantara, per la fina o Barilla, e di 5 soldi la cantara per quella rustica o burdina**.

Probabilmente gli stessi coltivatori si erano resi conto che, essendo la salicornia una pianta alofila, non tutti i terreni erano adatti alla sua coltivazione e che anzi la salicornia cresciuta nei terreni lontani dal mare produceva meno soda di quella cresciuta nei terreni salmastri.

Nel 1794, essendosi interrotta a Cagliari la produzione di sapone per la morte del concessionario francese Basilio Rei, l’Intendenza Generale trasferì la concessione, limitata a tre anni, al negoziante Domenico Picinelli, di Ozieri[14]. Questi, che avrebbe potuto impiantare altri opifici nell’Isola, fu autorizzato anche a produrre la soda, a condizione che indennizzasse i proprietari dei terreni eventualmente utilizzati per coltivare la salicornia. Le materie prime quali, soda, olio etc, provenienti d’oltremare sarebbero state esenti da dazio.

A Cagliari il terreno compreso tra la Scaffa e la Maddalena menzionato nel provvedimento regio, ossia quella striscia di terreno compresa tra il mare e lo stagno di Santa Gilla, viene espressamente menzionato in un contratto stipulato, il 9 dicembre 1795, tra il canonico dottor Nicolò Navoni[15], a quel tempo prebendato di Muravera e Procuratore Generale dell’Arcivescovo, il piemontese frà Vittorio Filippo Melano di Portula, e il negoziante cagliaritano Bernardo Dugoni. Con quel contratto l’Arcivescovo s’impegnava ad affittare per 4 anni, una porzione di terreno “…esistente al di là del passo della Scaffa spettante al lodato Monsignor Arcivescovo, che incomincia dal secondo Ponte sino al quarto Ponte (ad eccezione di tutto quel terreno occupato dal Sig. Giorgio Vallacca), e dal quarto Ponte sino a quello di Maramuda…”*, al negoziante cagliaritano Bernardo Dugoni il quale, a sua volta, s’impegnava a pagare 2 reali per ogni cantara di soda rustica che avesse potuto raccogliere nella Plaja, in ciascuno dei quattro anni del contratto, decorrente dal primo gennaio 1796 sino al 31 dicembre del 1799. Il Dugoni avrebbe avuto la facoltà di raccogliere e bruciare tutta la soda rustica prodotta nella citata zona della Plaja, escluso un pezzo di terreno, ben delimitato, già concesso dal sovrano al commerciante Vallacca perchè vi costruisse una salina[16]. Il Dugoni, che si sarebbe accollate tutte le spese relative alla raccolta ed alla combustione della salicornia, garantì il pagamento pattuito di 2 reali per ogni cantara di soda recupererata bruciando il vegetale raccolto, con l’ipoteca su tutta la soda rustica, impegnandosi, inoltre, ad informare il canonico Navoni, l’Arcivescovo Melano o la persona da lui incaricata, sulla quantità di soda bruciata, il cui prodotto sarebbe stato pesato appena introdotto a Cagliari. Il Dugoni, inoltre, si sarebbe fatto carico delle spese per l’abbruciamento e la raccolta della soda, mentre il canonico Navoni si impegnava, sempre a nome dell’Arcivescovo, a non revocare, nel corso dei 4 anni, la locazione, anche nel caso di una maggiore offerta da parte di terzi, ed a tutelare l’utilizzo esclusivo del terreno da parte del Dugoni.

La soda veniva considerata una merce pregiata, alla stregua di moneta sonante. Nel 1798 infatti il segretario dell’Intendenza Generale, Luigi Mereu, propose, a sconto di una cambiale per 1122 lire, 18 soldi e 8 denari, da lui emessa a favore di certo Domenico Giraud rappresentante della ditta marsigliese Cortese e Rossi, e da questi passata a certo Giovanni Feraud, di fornire a quest’ultimo, 195 cantara di soda “fina” di prima qualità del prossimo raccolto, che veniva valutata 23 reali, corrispondenti a 5 lire e 15 soldi la cantara[17].

Nel 1811 fu stipulato un contratto tra il commendatore mauriziano don Gioacchino Grondona Lopez[18] ed il commerciante francese residente a Cagliari Antonio Rousset, socio, a sua volta del reggente la Real Cancelleria don Giacomo Alessio Vichard di San Real e del negoziante cagliaritano Antonio Cilloco, per la coltivazione della soda, per la durata d’otto anni, nel villaggio di Pula, nello stagno denominato di Agumu. Le spese per la coltivazione, anticipate dal Rousset ogni anno, gli sarebbero state restituite dai soci contraenti, a raccolto effettuato, garantendole con un’ipoteca sul vegetale seminato.

Nel 1813 il prezzo della soda oscillò fra i 16 ed i 19 reali la cantara. Nel 1815 non si coltivò salicornia; negli anni compresi tra il 1816 ed il 1822 il prezzo oscillò tra i 10 reali e 11 soldi, e i 18 reali. Nel 1822 il mastro-saliniere capo di Cagliari Sebastiano Gianquinto, continuava a seminare salicornia. Egli aveva iniziato nel 1794, nel 1809 aveva venduto la soda a 28 reali, 30 soldi e 33 denari la cantara, nel 1811 l’aveva venduta ad alcuni negozianti inglesi operanti a Cagliari a 4-5 scudi la cantara[19].

Negli anni compresi tra il 1821 ed il 1828 il consigliere di stato don Giovanni Maria Mameli, nell’intento di stimolare l’establishment sabaudo ad istituire nell’Isola l’industria vetraria[20], stilò un progetto per la realizzazione di una siffatta industria, descrivendo alcuni procedimenti per la preparazione dell’Alcali fisso, fra i quali menzionava la preparazione della soda dalla salicornia[21].

Il 5 febbraio 1844 il problema della soda venne, ancora una volta, affrontato dal vicere don Gabriele De Launay che, resosi conto dell’inefficacia delle precedenti ordinanze governative intese a controllare, limitandola, la coltura della salicornia ed il commercio della soda, revocò le precedenti restrizioni con il seguente Pregone[22]:

“…Le industrie specialmente agricole più prosperano all’ombra di una ragionata libertà, che sotto le minute discipline, che ne inceppano la produzione.

Quelle contenute nel Manifesto 25 Luglio1809 rispetto all’abbruciamento della soda non sarebbero perciò più applicabili alle presenti circostanze. L’adulterazione della sostanza, che esse presero di mira, non si può impedire ad onta di qualunque più rigorosa sorveglianza a quei proprietarj o negozianti che non sanno, o non vogliono sapereche il commercio prospera, e si estende là, ove la buona fede e la lealtà presiedono alle contrattazioni.

D’altronde le discipline che formano l’oggetto del detto Manifesto, essendo di malagevole esecuzione, facilmente vengono deluse nel loro scopo senza che però cessino d’essere gravose, ed inceppanti i produttori di buon conto.

Per le quali considerazioni S.E. il Primo Segretaro di Stato per gli affari del Regno Ci faceva conoscere con dispaccio del 9 Gennaio prossimo passato, che in seguito agli ordini di S. M. presi in udienza del 2 dello stesso mese, si dovesse da Noi dichiarare affatto libera la coltura, e l’abbruciamento della soda.

In conseguenza prescriviamo quanto segue:

Art. 1 – Dalla pubblicazione del presente cessano tutte le discipline prescritte nel succitato Manifesto sulla coltivazione, abbruciamento, ed imbarcazione della soda, salvo ai tribunali competenti di provvedere come di ragione in caso di frode.

Art. 2 – Resta fermo il leggiero dritto doganale di estrazione a cui lo stesso genere trovasi sottoposto.

Art. 3 – Restano parimenti in vigore le prescrizioni relative alla stagione ed al luogo in cui per provvedimento di buon governo, e di polizia sanitaria si può permettere l’abbruciamento suddetto senza recare soverchio calore agli abitanti.

Art. 4 – Il tempo ed il luogo di tale abbruciamento verranno indicati, mediante permesso in iscritto, che si spedirà gratis dal Vicario di Polizia, o dal rispettivo Giudice di Mandamento nei villaggi dove coltivasi la soda.

Mandiamo pertanto a chi spetta di osservare e far osservare le presenti disposizioni che saranno pubblicate nei modi e luoghi soliti, e di prestarsi fede alle copie impresse nella Reale Stamperia come all’Originale….”.

Per eliminare gli inconvenienti, denunziati anche dal Consiglio Comunale di Cagliari, derivanti dai fumi della combustione della salicornia, ai quali si attribuiva persino di causare l’Intemperie, si ordinò che la combustione del vegetale secco venisse effettuata, a seconda dei venti dominanti, ad ovest della città, nella zona della Scafa e vicino alla chiesetta di San Pietro o ad est, nel colle di Bonaria.

Di soda, in Sardegna non se ne parlò più, anche se risulta che vetrerie operarono, per un certo periodo nella seconda metà del XIX secolo, a Macomer, a Montevecchio, a Cagliari ed a Iglesias. E’ probabile che la soda utilizzata fosse d’importazione.

Nel marzo 1877, riconoscendosi l’importanza dell’industria della soda prodotta in Francia ed in Belgio col procedimento Solvay, sollecitato dall’ingegnere Eugenio Marchese, stretto collaboratore di Quintino Sella, e fondatore della famosa scuola per periti minerari di Iglesias, l’ingegner G. Axerio pubblicò un articolo[23] nel quale, con considerazioni tecniche ed economiche, motivava l’opportunità della realizzazione e le possibilità di sviluppo di una tale industria nell’Isola. Il progetto non fu, però, realizzato.

La soda, nell’Isola, fu merce d’importazione fino al 1964, quando la Rumianca installò a Macchiareddu, nello stagno di Cagliari un impianto elettrolitico cloro-soda. L’impianto, dotato di celle De Nora a catodo di mercurio, permetteva di ottenere idrossido di sodio ad elevata purezza; tuttavia la scoperta dell’inquinamento dello stagno di Santa Gilla da parte di alcuni sottoprodotti mercuriali, indusse l’ENI, che era divenuta proprietaria degli impianti, a sostituire le celle a mercurio con celle a diaframma, che però producevano un idrossido di sodio meno puro.

Recentemente, la concentrazione delle soluzioni alcaline, e la produzione dell’idrossido di sodio in scaglie, è stata trasferita in Sicilia.

[1] Thenard L. G., Trattato di Chimica Elementare, traduzione di A.T.T., Guglielmo Piatti Editore, Firenze 1827, Vol. III, pag. 95.

[2] Archivio di Stato di Cagliari, (in seguito A.S.C.), Fondo Regie Provvisioni, Vol. 1, carta 99 bis.

[3] A.S.C., Ibidem, Vol. 1, carta 107.

[4] A.S.C., Ibidem, Vol. 7, carta 57 bis.

[5] A.S.C., Atti Notarili Legati, Tappa di Insinuazione di Cagliari, Vol. 2459, pag. 440.

[6] A.S.C., Ibidem, Vol. 2460, pag. 16.

[7] Giuseppe Cossu, avvocato, appassionato studioso dell’agricoltura, della pastorizia, e della storia della Sardegna, nominato dal Bogino per i suoi meriti Censore Generale dei Monti granatici dell’Isola, operò fattivamente perché venissero realizzati i provvedimenti agrari ed industriali previsti dai re di Sardegna per l’isola. Onorato della dignità equestre, e di quella dell’Ordine Mauriziano, fu giudice della Reale Udienza; scrisse le ”Notizie compendiose sacre e profane di Cagliari e Sassari” e la “Descrizione geografica della Sardegna”.

[8] A.S.C., Fondo Segreteria di Stato II serie, Vol. 1275, passim.

[9] A.S.C., Atti Governativi ed Amministrativi, vol. 8, n. 503

[10] A.S.C., Fondo Regie Provvisioni, Vol. 11, fasc. 12

[11] Le Vidazzoni erano degli appezzamenti di terreno, in prossimità delle ville, che per antica consuetudine i feudatari mettevano a disposizione delle comunità dei vassalli delle rispettive ville, mentre i Paberili erano quegli appezzamenti ad esclusiva disposizione dei poveri delle stesse ville perché li utilizzassero secondo la tradizione.

* Lo starello sardo corrispondeva a 39,867 are.

10 A.S.C., Segreteria di Stato II Serie, vol. 1275, passim.

** La salma, in Sicilia di 16 Tomolelli, era come lo starello in Sardegna, una misura sia di superficie che di volume; come misura di superficie, ogni Tomolello corrispondeva a 32 canne quadre; ogni canna corrispondeva a 8 palmi; una salma siciliana corrispondeva a 5 starelli sardi e 1/4.

* Un cantaro, detto anche cantara, in Sardegna di cento libbre, corrispondeva a circa quaranta kilogrammi.

[13] A.S.C., Fondo Regie Provvisioni, Vol. 19, carta 13, (19 aprile 1791).

** Il termine sardo Burdu, derivato dal catalano Bordo, dal significato letterale di Bastardo, viene anche utilizzato, relativamente ai vegetali, nel senso di Selvatico.

[14] A.S.C., Fondo Regie Provvisioni, Vol. 22, carta 6 (18 febbraio 1794).

[15] A.S.C., Atti Notarili Sciolti, Notaio Nicolò Martini, Cagliari, Vol. 592, (1795-1798), Fasc. 45.

* I ponti menzionati erano quelli che permettevano il passaggio, sulla Strada Reale che conduceva a Capoterra, Sarroch, Pula, e Teulada, (l’attuale S.S.195 Sulcitana), attraverso le bocche che collegavano, a quel tempo, lo stagno di Santa Gilla al mare .

[16] Della salina Valacca, forse la prima realizzazione privata in quel genere di attività fino ad allora di esclusiva pertinenza regia, rimane ancor’oggi il tracciato di qualche casella salante.

[17] A.S.C., Atti Notarili Sciolti – Notaio Nicolò Martini, Cagliari (1795-1798), Vol. 592, fascicolo 194 (n. 68).

[18] A.S.C., Atti Notarili di Cagliari città (1811), carte 422-423 v.

[19] A.S.C., Segr. Stato II Serie, Vol. 1275, passim.

[20] Biblioteca Universitaria di Cagliari (in seguito B.U.C.), Fondo Manoscritti Coll. S.P. 6 bis – 1,8; P. Amat di San Filippo: Un progetto dei primi decenni del 1800 per l’instaurazione di una vetreria in Sardegna; Rendiconti della Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL, Serie V, Vol. XVIII, parte II, 1994, Memorie di Scienze Fisiche e Naturali, VoL. 112, pagg.69-163

[21] Prec. cit. pagg. 114-128.

[22] A.S.C., Atti Governativi ed Amministrativi, Vol. 21, doc. 1537.

[23] B.U.C. Per. Est. 334 – Rivista Economica della Sardegna, Anno I, Fasc. IV e V, 1 e 15 Marzo 1877, pagg.39-46.

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