II. La maledizione dei Nuragici di Ange de Clermont

 

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Secondo sos archeologos de su Cabu de Susu, in Anglona, e in primo luogo  a Miramonti, il mistero del passato era facilmente riscontrabile scavando dentro e fuori dai Nuraghi, costruzioni ciclopiche a tronco di cono in trachite colorata che andava dal grigio al rossastro e raramente al bianco come i balzi rocciosi rimasti sfregiati dopo tante costruzioni. Certo, secondo le ipotesi più accreditate questi nuraghi dovevano un tempo essere arredati di scale e camminamenti in legno di cui non era rimasta più traccia. Si scoprono presso questi resti ciclopici bronzetti di guerrieri e di oranti,  navicelle con marinaio dell’epoca del bronzo, anfore, lance e spade, spesso causa di morte per gli scopritori. Una mistura di oggetti che lasciano intendere tribù primitive che avevano giocato alla guerra e che come tutti i popoli antichi mischiavano perfettamente segni sacri e profani, oggetti di culto e depositi di armi e dei loro simboli.

Il ritrovamento di questi oggetti di bronzo spesso portavano male: i pastori lo sapevano, ma altri ignari, credendo d’aver trovato un tesoro da contrabbandare, erano finiti male. Si raccontava che alcuni fossero scomparsi in voragini apertesi all’improvviso, mentre attraversavano vaste tanche d’asfodelo con i bronzetti nelle bisacce, altri fossero precipitati in immense forre presso i cui costoni dove camminavano per richiamare qualche pecora, altri fossero morti bruciati, svegli o addormentati, nelle pinnette presso cui avevano nascosto i misteriosi tesori.

Il grande archeologo Giuanne Ispanu, prima di raccoglierli e portarli nel suo grande museo di Càlleri, li sottoponeva ad esorcismi, a benedizioni con l’acqua santa, a veri battesimi di olio e acqua santa, le cui ampolle,  non mancavano mai nella sua bisaccia. I suoi allievi lo sapevano e conoscevano anche le formule di esorcismo e di benedizione, tuttavia spesso ricoprivano la terra dove li rinvenivano, lasciando che questi simulacri di un popolo defunto, continuassero a riposare in pace con i loro proprietari.

C’erano archeologi, venuti da fuori, che non conoscevano i riti e con leggerezza li mettevano in bisaccia per portarli via. Costoro non avevano tempo d’imbarcarsi, perché qualche voragine li  inghiottiva chiudendosi misteriosamente su di  loro.

-Il mistero del passato va lasciato  in pace.- Sussurravano i pastori.

– Questi oggetti dei morti antichi sembrano stregati.- Mormoravano le donne parlandone nei lavatoi dei paesi dell’Anglona ad ogni annuncio di morte.

– Sarebbe come togliere il pasto agli affamati, a portar via quei bronzetti, quelle anfore, quelle navicelle mortuarie- Aggiungeva  sentenzioso il vicario.

– Anima mia libera. Sant’Antonio abate. Santa Giusta e  santa Enedina, pregate per noi- Esclamavano le pie sorelle della Vergine del Rosario a sentire questi racconti e altrettanto ripetevano i confratelli della Santa Croce.

Sos archeologos dell’Anglona, da soli o in compagnia, prima di andare a tastare palmo a palmo il territorio si procuravano una boccetta d’acqua santa e d’olio benedetto , un rosario e almeno tre piccoli crocefissi con le consuete formule tramandate loro da Giuanne Ispanu che li aveva ammoniti spesso dicendo:

-Potete dimenticare gli arnesi del mestiere, ma mai l’acqua e l’olio santo, il rosario e i tre crocefissi. Ho sempre avuto la sensazione che le anime di queste popolazioni giacciano ancora e giaceranno per millenni in umbra mortis e godano il privilegio nefasto di danneggiare coloro che toccano gli oggetti di culto  o di guerra lasciati presso le loro ceneri dopo la morte.-

A dieci anni dalla morte di questo grande barraghese sos archeologos invece di aumentare erano diminuiti. Di alcuni, misteriosamente scomparsi, non si sapeva niente.

Non si parli poi delle vecchie ville medievali, abbandonate tra il XIII e il XIV secolo presso cui erano sorti monasteri con monaci dalla condotta non sempre esemplare. Recarsi in qui luoghi era come votarsi alla morte. Giustamente Giuanne Ispanu aveva preferito lasciar perdere, per non attirarsi le maledizioni e le conseguenti disgrazie anche di quelle popolazioni vissute nel tardo medioevo.

Pronunciare Orria Pitzinna, Erva Nana, Bidda Noa, Santu Zulianu, Santa Caderina senza farsi il segno della croce era come attirarsi le disgrazie una dopo l’altra.

 -Parent chi ti pijent sos dimonios- Dicevano i beneinformati. Bisognava stare alla larga da quei luoghi nefasti, bastava ricordare le due donne strangolate da un maniaco, poi scoperto, dal piemontese maresciallo Zavattaro che era ripartito portandosi come sposa Linda Ruju, la miglior ragazza del paese.

C’erano stati altri morti ammazzati tra il 1883 e il 1887, ma gli autori erano stati individuati subito dai militi della Benemerita e il paese si era data una ragione di questi reati tradizionali compiuti  per gelosia, o per questioni di confini o per questioni di abigeato. I colpevoli, ammanettati erano finiti a San Sebastiano in Zassari e tutto era finito lì.

I miramontani, scoraggiati dalla salita al monte, avevano fatto erigere,  a partire dal 1880, la chiesa parrocchiale nell’area di sedìme di quello che era stato l’Oratorio della Santa Croce. I lavori, li aveva portati avanti un impresario zassarese ed  erano stati ultimati nel 1886, mentre  la consacrazione era avvenuta nel 1888.

Per circa due anni, infatti, la statua di San Matteo della chiesa del monte, portata a valle, nella nuova chiesa, durante la notte, scompariva e l’indomani veniva ritrovata di  nella sede del  monte.

Clero e popolo restò impressionato e si temette qualche catastrofe. Sembrava che il santo non gradisse, o si sentiva indegno, di occupare lo spazio che era stato per secoli della Santa Croce. Il vicario, dopo varie volte che quest’episodio si era verificato, pregò e fece pregare a lungo, e finalmente, dopo essersi consultato col vescovo, aveva deciso di intestare la parrocchiale in primo luogo alla Santa Croce e a San Matteo così come diceva la voce del popolo che sembrava avesse capito il desiderio del santo.

L’arcivescovo turritano, convinto dai fatti,  emise il decreto che diceveva che la parrocchiale di Miramonti era contestualmente intestata alla Santa Croce e a San Matteo.

Fissato il giorno della consacrazione, tutto il paese, tolti i massoni, si recarono in processione al Monte e presero la statua di San Matteo, che stranamente si fece pesante come il piombo. Con gran fatica i confratelli della Santa Croce la portarono nella nuova chiesa parrocchiale al centro della quale era stata issata la Santa Croce de s’Iscravamentu. San Matteo, a quella vista si fece più leggero e si lasciò condurre nella nicchia appositamente preparata in cui fu collocata e chiusa, con una finestrella a vetri. I miramontani, dalla fede leggera come la pula nell’aia, non si fidavano e l’avevano quasi imprigionato nella nicchia.

Il vescovo, quando giunse il momento solenne della consacrazione cantò in latino: –Hoc sacrum templum dicamus Santcae Cruci Domini Nostri Iesu Christi et  Sancto Matheo Apostulo et Evangelistae Domini Nostri Jesu Christi.-

Questa sacro tempio dedichiamo alla Santa Croce di Nostro Signore Gesù Cristo e a San Matteo Apostolo ed Evangelista di Nostro Signore Gesù Cristo.

Il vescovo volle passare la notte col clero e col popolo miramontano in veglia di preghiera. Il Santo, imperturbabile, non si mosse e da allora ha voluto restare nella nicchia, eccetto i giorni della sua festa, quando lo facevano scendere, lo collocavano vicino alla balaustra, per poi portarlo in processione. In quei giorni però, la notte, i confratelli della Santa Croce, vegliavano a turno, temendo che al santo venisse voglia di riprendere la via del monte.

La facciata della chiesa fu completata in stile gotico lombardo,a capanna, con due bifore che rappresentano la natura umana e quella divina di Cristo e dentro in  stile neoclassico dove il tetto poggia su quattro colonne corinzie che separano la grande navata principale dalle due navate laterali, più anguste. Sia il tetto dell’aula sia il tetto delle navate si sviluppa su leggerissime vele, tinteggiate a volta celeste, con stelline dorate, e così le pareti della chiesa. Solo il presbiterio si sviluppava più elevato di tre gradini dal pavimento dell’aula, con volta  a botte, con altare ottocentesco, con due archetti laterali  dove poggiavano da una parte una grande statua del Sacro Cuore e dall’altra una grande statua della Vergine Maria, mentre dall’arco del presbiterio scendeva un immenso lampadario che dava solennità alla chiesa. Il campanile riecheggiava motivi architettonici romanici nella severa fattura a conci di trachite.  Un  pulpito marmoreo  fu edificato intorno alla seconda colonna destra della navata centrale. In ogni navata laterale stavano due altari in marmo grigio di gusto  neoclassico.

L’anziano vicario e i suoi collaboratori, che aveva officiato sia sul monte come nell’oratorio di Santa Croce, era soddisfatto anche se la trovava troppo spaziosa. Le confraternite maschili e femminili, che andavano man mano ricostituendosi dopo la soppressione del governo massonico, la trovavano invece più adatta alla popolazione che si andava avvicinando alle 2000 anime, anche se non tutti erano pecorelle bianche, anzi si diceva che a Miramonti abbondassero le pecore nere, anzi i caproni neri, tra gli uomini. Tutta gente che sarebbe andata a sinistra del Redentore al Giudizio Universale e poi, anima mia libera, direttamente all’inferno. A meno che come ripeteva il vicario, in punto di morte, non ci fosse stato il pentimento dei peccati con una bella confessione e il Santo Viatico.

Dall’inaugurazione della Chiesa, secondo quelli del rione de sa Niéra, non era più comparsa l’anima penitente di donna Fulgentia Pidde, quasi preannuncio di morte per qualcuno. Forse, ripetevano le beghine, dato il lascito fatto per la costruzione della chiesa con i suoi beni, la nobildonna amazzone aveva trovato finalmente la pace. L’unica anima che ancora girovagava nei vicoli bui del paese e sotto gli archivolti era l’anima di Antoni Chiribàu, sempre irrequieta e malefica. Del resto bastava non avventurarsi nei vicoli bui per evitare malefici, specialmente la notte.

Certamente sos dimonios conchi rujos non avevano abbandonato il borgo, costruito rubando pietre all’antico castello, specialmente quelle vie che osano sfidare col naso all’insù il monte: carruzzu longu, carruzzu ‘e ballas, carrela longa e piatta, qualcuno aggiungeva anche Carrela de su Putu dove viveva e lavorava l’anima irrequieta de tiu Nanneddu che in quanto a cattivo esempio e a parole contro la chiesa, secondo le beghine, parlava come uno scomunicato. Anima mia libera! Quello si che rischiava l’inferno con tutto quello che combinava tra orologi, fotografie e alambicchi nel suo strano laboratorio! Il peggio è che dava anche il cattivo esempio ai ragazzi. Ce n’era uno che, a bocca aperta, lo seguiva in ogni mossa e cercava anche d’imitarlo.

Il cugino, Giosi Balchi, per fortuna, rappresentava l’altra parte della medaglia familiare: calmo, saggio, pio quanto basta per non dubitare della sua fede profonda, ma molto attento alla condotta e allo stile di vita del parroco e dei suoi coadiutori. Dei notabili, quest’uomo generoso e affabile che amava conversare con la folla variopinta che affollava lo stradone, rappresentava il meglio. Gli altri suoi parenti, particolarmente i Brancone, amavano troppo la vita dissipata con le migliori donne del borgo, mettendosi in situazioni talora di concubinato talaltra di evidente adulterio. Le donne erano arrivate a soprannominarlo su caddu biancu, il cavallo bianco. Anima mia libera, si può dire e non si può dire, che ad ogni strada avesse un figlio naturale!

Con buona pace dei cornuti, del resto  ben protetti, a Miramonti di cavalli ce n’erano un po’ di tutti i tipi: non mancavano quelli bai, quelli pezzati e qualche cavallo nero, quello solo era bianco.

Un alone di peccaminosità lussuriosa pareva sovrastare come una nuvola nera sul borgo dei Doria che, anche loro, non avevano scherzato in amanti e concubine. La loro intromissione con le famiglie del resto, dopo secoli, era scolpita sui capelli biondi e gli occhi azzurri di molte ragazze e giovanotti, alti e decisamente belli, rispetto ai numerosi paesani bassi ed olivastri, che parevano decisamente i discendenti degli antichi profughi cristiani africani, quando la mezzaluna li aveva falcidiati o costretti a rifugiarsi nelle isole più estese  del mediterraneo. E poi anche questi olivastri africani non scherzavano con le donne. Non per niente quelle che li avevano sperimentati dicevano: – Coma’ sono di sangue caldo, anima mia libera!-

Le feste per la solenne benedizione della parrocchiale erano finite come si suol dire a tarallarucci e vino. Specie quelli che non avevano partecipato alla cerimonia erano quelli che facevano più chiasso. San Matteo però, di notte, si levava dalla tasca un’agendina e segnava tutto, non si sa mai che quel distratto di San Pietro facesse entrare in paradiso anche certi anarchici anticlericali e in peccato mortale. Eh, si, da tempo immemorabile tra morti ammazzati e suicidi e relativi killer mezzo paese si portava in giro l’anima come il carbone, benché ad ogni festa del patrono, per misericordia impetrata dalla Vergine del Rosario si riusciva a ripulirle tutte. Passata la festa i malvagi ricadevano nelle stesse colpe: i mandanti davano ordini ai killer di uccidere i nemici; gli abigeatari di pecore, capre, maiali ruspanti e chiusi sovrabbondavano in bardane. Era più la carne rubata che si mangiava che non quella comprata, anche se qualche  macellaio, anima mia libera, a detta di tutti, ordinava bardane e si procurava la merce per la vendita dai ladro-carnivori. I carabinieri chiudevano non solo i due occhi, ma si tappavano anche le orecchie per non sentire.

Da un anno, per fortuna non succedeva niente a Miramonti, e la gente era in ansia.

-Qualcosa capiterà.- dicevano a s’istradone gli oziosi: questo silenzio, questa pace, non è una cosa bella. Quando mai si era visto che a Miramonti non avevano rubato in un anno manco una pecora. Non è che all’improvviso tutti si siano fatti santi!

Il diavolo, che faceva buona compagnia all’anima de tiu Nanneddu, all’inizio di Carrela de su Putu, non stava nella pelle e chiamati i suoi seguaci in su Molinu de su Bentu li preparò a compiere qualcosa di orribile, anima mia libera!

 

 

 

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