Categoria : storia

Il teol. Antonio Manunta (Osilo 1776-Cagliari 1867)

Questa breve monografia a cura di Giovanni Spano sul canonico Antonio Manunta offre uno spaccato sia su come i Savoia utilizzassero gl’intellettuali sardi per le riforme sia sulla loro libertà di attingere presso il Lombardo Veneto più avanzato forme e contenuti delle riforme da attuare in Sardegna.

Giovanni Spano

La Gazzetta Popolare, nel numero 23 del mese di Gennajo del corrente anno, annunziava la morte del cav. canonico Antonio Manunta, accaduta nella mattina del 22 dello stesso mese, in età di 90 anni, mesi 9, e giorni 2, chiamandolo uomo di grande ingegno, di esperienza e tutto filantropo. E soggiungeva che la sua operosa vita meritava una distesa biografia che non si addiceva alle colonne di un giornale. Non credo che mal si appose, perché se avesse voluto descrivere minutamente la vita operosa e straordinaria di questo benemerito e filantropo cittadino, non sarebbero state sufficienti tante colonne d’esso giornale.

Ecco dunque che io compio i suoi voti, esponendo in semplice stile quanto di più virtuoso e straordinario brillò nella lunga vita di quest’uomo singolare, vissuto sempre in movimento per veder migliorata la sua patria. Ed intanto mi vi accingo in quanto che io lo avvicinava più degli altri, e fui testimonio ed ammiratore del suo fare, del suo vivere e dei suoi pensieri.

Egli nacque in Osilo nel 20 del mese di Aprile dell’anno 1776 dai coniugi Matteo ed Antonina Crispo, persone agiate ed oneste, e quanto savie altrettanto religiose . Fu il primo figlio, e perché aveva sortito da natura ingegno svegliato e precoce, mente aperta e memoria sorprendente, che conservò sino agli ultimi giorni di sua vita, la cura dei genitori fu intenta alla di lui prima educazione letteraria e religiosa.

Dopo che nelle domestiche mura, da un dotto suo zio, dello stesso di lui nome , apprese i principj di lettura ed i precetti di grammatica, fu inviato a Sassari per intraprendere il corso degli studj classici nei quali si distinse sempre fra i suoi compagni, con molta soddisfazione dei precettori, i quali si auguravano grandi cose da lui per la sua vivacità e prontezza d’intuito.

Terminati gli studj filosofici, fu indeciso nella carriera da prendere, attesa la volubilità che dimostrò in ogni suo proposito. Applicò allo studio della medicina, della teologia, della fisica, delle matematiche dell’agronomia, del commercio; ma appena faceva in queste scienze qualche progresso, se ne infastidiva, e ruminava qual’altra via avesse da prendere formando castelli nella sua mente, e mostrando fin d’allora che doveva riuscire un vero progettista e riformatore della società. Finalmente una fortuna di mare che lo colse, volendo trasportare certe mercanzie nella Corsica, lo decise di seguitare gli studj, facendo voto d’iniziarsi nella via sacerdotale. Fu ammesso per allievo nel Seminario Tridentino di Sassari, ultimò il corso della Teologia nella R. Università, fu in essa laureato nel 1799, e poco dopo fu elevato al sacerdozio.

Ma la di lui anima irrequieta non poteva contenersi in quella sola scienza che sentiva d’esser troppo positiva, cosicché dalla natura era inclinato a slargarsi in più astratte sfere, quindi si applicò esclusivamente alla fisica ed alle matematiche in cui riusciva valente ed ammirato: perlochè, senza esser ammesso nel corpo dei dottori del collegio filosofico, il Magistrato sopra gli studj lo invitava sovente a supplire quelle scuole in assenza, o per malattia dei titolari, ed alle sue lezioni intervenivano molti dotti estranei, ed alcuni degli stessi membri del Magistrato, facendo plauso alla vastità della sua dottrina.

Ma né manco la cerchia di quelle scienze progressive era sufficiente per soddisfare le mire del suo vasto intuito. Perciò è che non vi fu scienza o arte che egli non tentasse. Dava mano a tutto, egli musico e cantante, perché dotato dalla natura d’una sonora e simpatica voce che conservò sino agli ultimi anni della vecchiaja: egli economista, meccanico, statista, umanitario, frenologo, pubblicista, ed agronomo: intelligente di tutto e dando mano a tutto, ma infelicemente mai fissava in una determinata cosa; che se lo avesse fatto, fosse pure nella musica, sarebbe riuscito un raro professore di Orchestra, ed il suo nome avrebbe fatto special onore alla patria, ed anche fuori rinomato.

Egli conosceva e parlava la lingua francese e spagnola. Amava i comici e le loro opere: da giovinotto scrisse una graziosa comedia sullo stile del Moliers, nella quale con vivi colori aveva dipinto l’ignoranza dei medici del suo tempo. La faceva recitare ed era applaudita, ma gli procaccio molti nemici, particolarmente dei figli d’Esculapio.

Ma dopo che aveva provato tutto, la città di Sassari era diventata troppo ristretta per poter in altri modi sviluppare il suo genio: quindi abbandonò il Seminario di cui, oltre la direzione degli studj, teneva pure l’amministrazione, e si portò in Cagliari.

Quivi trovò un suo vecchio parente, l’ex-gesuita Giovanni Battista Senes, uomo pio e molto ricco, il quale vedendo l’ingegno e l’animo intraprendente del suo nipote, onde farlo fissare nella Capitale, intendeva di fondare per lui un canonicato nel duomo di Cagliari, ma che non ebbe effetto, a causa di gare municipali di quei tempi . In allora lo provvide d’una Cappellania che poi doveva esser riversibile in famiglia, ma che pure andò male, e negli ultimi anni amareggiò la sua vita per la lunghissima e dispendjosa lite, la quale non ha molto ch’ebbe la fine in di lui favore.

Voler descrivere e raccontare le fasi ed aneddoti della lunga vita di quest’uomo singolare, ci vorrebbe un volume ed un poeta, perché prenderebbe quasi l’aspetto di un romanzo. Eccone intanto un riepilogo, e poi farò succedere le abitudini, il miscuglio delle virtù e della mutabilità della sua vita privata per migliorare la sua patria.

Dopo che spese gli anni giovanili in chimere e progetti, volendo provar tutto, secondo l’avviso di S. Paolo, abbracciò la vita sacerdotale. Per nove anni scolastici fu ripetitore di Filosofia e di Teologia nel Seminario Tridentino, allo stesso tempo ch’era Vicerettore, e ne teneva l’amministrazione. In questo frattempo, come di sopra ho accennato, mancando per motivi di malattia, o di altro, i Professori di Fisica, Matematica, Etica e di Logica, egli ne suppliva le cattedre di cui terminò ad essere supplitore fisso. Allo stesso tempo si rese vacante la cattedra di Teologia morale, ed il Magistrato lo incaricò di quella supplitura. Gli venne esibita una cattedra, ma per non esser incatenato ad una scienza, che volea esser libero, non volle accettarla. Il suo genio era far di tutto, ma d’esser obbligato a nulla, e poi tutto a buon mercato, senza cerare, né aver mai compenso. Così si vedeva continuamente in moto, dallo studio alla cucina, dalla cucina all’oratorio, all’Università, al Duomo, all’ospedale in cui faceva pure da cappellano, ed a tutti gli atti comuni degli alunni: egli dava lezione di canto gregoriano, di musica, di ballo, di cavallerizza, di ginnastica, di galateo, di declamazione, di agricoltura, di cerimonie sacre e tante altre cose della vita cui erano destinati quegli alunni che in alcuni anni montavano pure sino al numero di 80; e così passò gli anni sino al 1809.

Aveva pure dato mano a studiare la frenologia con ispeciale attenzione. Ricordo che in un tempo aveva il tavolino pieno di teschi umani, nei quali aveva segnato le diverse protuberanze cerebrali, indicando le propensioni che ognuno doveva avere ed aveva sortito dalla natura, e ciò secondo il sistema dei moderni frenologi, e conforme quello che egli coll’esperienza si aveva formato. Soleva perciò tasteggiare le teste dei ragazzi, come in atto di accarezzarli, e trovando qualche protuberanza che, secondo il suo sistema, gli indicasse alcuna tendenza viziosa morale, o intellettuale, prendeva l’occasione di raccontare destramente qualche esempio sulla virtù contraria, affinché restasse impresso nella memoria del fanciullo.

Niente gli sfuggiva di ciò che accadeva nel Seminario, esaminava il carattere dei giovani ed era severo con tutti. Ciò fece che si formò una congiura per toglierlo di mezzo. Si indettarono alcuni dei grandi, si procurarono una pistola, e verso la mezza notte in cui egli stava scrivendo assiso al tavolino, perché dormiva che poche ore, e lavorava e studiava nell’ora che tutti erano a riposo, dal buco della serratura della porta, uno ch’era il più ardito, gli scatto la pistola, e la palla gli tolse la penna dalla mano. Egli non si turbò, inseguì il malcapitato giovine, lo sgridò del suo malfare, e lo perdonò. Questo bastò per confonderlo, si emendò e riuscì uno dei buoni Magistrati dell’isola .

Ma Sassari era ristretto per lui, come di sopra ho detto, quindi nel 1810 si trasferì in Cagliari, come egli diceva, per motivi di famiglia. Appena che arrivò fece la conoscenza delle primarie persone. S’introdusse in molte case: pregiavano la sua visita il Viceré, l’Ordinario, e gli alti ufficiali, perché col suo spiritoso conversare con quei paragoni, con quei esempj, tutti citati a tempo, divertiva chiunque. Fece amicizia coll’avv. cav. G. Maria Siotto, uno dei più distinti giureconsulti di quell’epoca. Si proferì educatore ed istruttore dei figli, e la città di Cagliari sa quanto questi progredirono, e fecero onore alle lettere, all’Università ed alla toga. Basti nominare il vivente senatore e Consigliere della Corte di cassazione D. Giovanni Siotto-Pintor .Leggi tutto

Per il suo fervido ingegno fu conosciuto da tutti e lo apprezzò il celebre e famoso Teol. Felice Botta che lo incaricò di dare lezione quotidiana di Teologia Dommatica e Morale agli allievi Sacerdoti, così detti Sacri Operai, ed in altro termine Michelotti, perché vivevano vita comune nel Collegio di S. Michele, antica casa di noviziato dei Gesuiti. Ciò che fece sino al 1814, in cui il re Vittorio Emanuele I gli assegnò la pensione di 50 scudi sardi sulla vacante Pievania di Mores. Ecco l’unica volta che in età di 38 anni toccò denari, come frutto delle sue svariate occupazioni .

Nel 1820 si porto in Torino per agevolare la lite interminabile di sui ho accennato sopra. Anche li fu subito conosciuto per quello spirito che mostrava intraprendente.

Entrò in relazione colle persone più dotte, e quelle colle quali più si tratteneva erano il Prof. Dettori , il Pres. Musio. il Cav. Simon, e l’Abb. Sineo di cui raccontava tante belle virtù, e sentenze.

Il buon re Carlo Felice desiderava di rigenerare la Sardegna coll’istruzione popolare. Quindi il Manunta fu incaricato dal Ministero degli affari di Sardegna per coordinare ed attendere alla stampa del Regolamento delle Scuole Normali per cui si recò a Milano a proprie spese per apprendere il metodo d’istruzione, frequentando la scuola di Metodica, diretta dal Prof. Francesco Cherubini col quale sostenne un carteggio mai interrotto sino alla morte di questo intelligente e famoso filologo .

In allora egli fece ritorno in Sardegna per aprire queste Scuole, che per incanto sorsero in ogni Comune. La direzione per la provincia di Sassari fu data al Rett. Di S. Donato Maurizio Serra, di Osilo , e da quel tempo si manifestò il più caldo promotore dell’istruzione primaria. Stampò a sue spese la Metodica del Cherubini , ne fece tirare numerose copie, e le distribuiva gratis a tutti i Maestri dell’isola, ed agli studenti, come pure portò a sue spese lavagne e cartelloni che regalò alle scuole dei comuni. Ogni volta che veniva in Sassari la prima sua visita era alle due scuole normali. Io che per tre anni fui precettore in una di quelle Scuole, di San Carlo, mel vedeva comparire d’improvviso, e subito mettersi alla lavagna per provare quei figli del popolo, se avessero fatto progresso. Mi incoraggiava, e mi esortava alla pazienza ed al dovere, dicendo – noi andiamo, toccandosi i capelli che gli principiavano a diventar biondi, e lasciamo queste piante per rigenerare la società. Chiamava i maestri in casa del direttore, e lì dava private istruzioni, conforme aveva appreso dal sullodato Cherubini, e conchiudeva, Guardatevi dal battere in testa i teneri fanciulli! .

Allo stesso tempo non lasciava di suggerire precetti agrarii, perché già conosceva che la fonte della ricchezza della Sardegna era l’agricoltura. Al governo non furono ignote tutte queste sue idee versatili in ogni genere di scienze ed arti, quindi è che nel 1826, dal Ministero, a nome del Re Carlo Felice, fu pregato di aprire in Cagliari l’Orfanotrofio per ricoverarvi orfani, non maggiori d’anni 10 ed istruirli cristianamente, onde formare una generazione di agricoltori e di artisti più laboriosi e temperanti. Sostenne quest’arduo incarico per anni continui, con indicibile fatica e generale soddisfazione.

Per tutti questi suoi buoni servizi prestati alla società era tempo che ne riportasse uno stabile guiderdone. Nel 1830, nel 3 Novembre, gli fu conferito un seggio Canonicale in questo Duomo di Cagliari, colla Prebenda di Muravera, che tenne sino al 9 Agosto 1836, in cui passò all’altra più pingue Prebenda di Serramanna. Finalmente nel 1859 fu decorato, sebben troppo tardi, della Croce di S. Maurizio e Lazzaro . In quell’epoca egli aveva fatto cessione della casa paterna, che gli era per toccata in Osilo, alla Scuola femminile nel piano inferiore, ed alla casa comunale nel piano superiore: come pure cedette un terreno assiepato per l’istruzione pratica agraria per gli allievi di quella scuola Normale. Nel novennio che dirigeva l’Orfanotrofio di S. Lucifero, la popolazione di Cagliari è a notizia di come abbia disimpegnato il difficile e faticoso incarico. Egli fu l’unico direttore che comprese lo spirito di quell’istituto, e la mente del pio e munifico fondatore, quello cioè, non di farne tanti signorini, ma di formare tanti artieri istruiti e moralizzati; e può dirsi che tutti riuscirono, e ritornarono al paese natio col proprio mestiere, capaci, buoni cittadini, e morigerati nella società. Egli studiava il genio dei ragazzi per saperli applicare a questo o quell’altro mestiere, soleva dire – il cuore dell’uomo tende a quello che ama. Era severo, ma la disciplina di quel tempo lo richiedeva. Niente di meno era amato da tutti, e lo fecero vedere nel quotizzarsi tutti per fare il di lui ritratto in telo, che resterà in quel locale come un perpetuo monumento . Tutti i giovani gli erano affezionati. Uno di questi gli fu fedele sino che visse, che fu un tal Efisio Cocco, di professione sarto, e che negli ultimi anni di sua vecchiaia, questo solo poteva combinar con lui, ed adattarsi all’umor severo che mostrava colla bassa famiglia .

Addestrò una colonia di tessitori nell’Ospizio coll’introduzione del telajo alla Jaquard, e faceva girare in tutta la Sardegna i più periti, raccomandando ai Parrochi di ciascuna villa, perché introducessero i nuovi ed economici telaj, addestrando le donne per tessere tutte le diverse qualità della tela, onde emancipare la Sardegna delle telerie continentali. Ne dava egli l’esempio comprando il cotone, e facendo filare il lino sardo per occupare le donne delle carceri, e le povere dei villaggi.

Nell’orto attiguo allo stabilimento pose mano a coltivare il cotone, facendo eseguire macchine per isgranarlo, tutto per opera dei suoi allievi. Introdusse sistemi d’agricoltura, perfezionò gli stromenti agrarj, ne introdusse dei nuovi, dava precetti pratici di orticoltura, introducendo nuove piante e semente, e provando e riprovando, solendo dire – provate tutto in piccola scala, e se ne vedete il vantaggio, proseguitelo. Studiava i segreti di conservare fuor di stagione frutta ed altre derrate, per averle fresche in ogni tempo, sebbene con frequenza gli fallissero.

Se parliamo poi dell’educazione morale non era indifferente la cura che se ne prendeva. Dormiva sempre vestito, il qual’abito lo conservò sino alla morte, per poter accudire ad ogni piccol bisogno di quei poveri orfani. Si alzava la mattina a buon’ora, assisteva alle orazioni, ed in tutti i giorni festivi, all’ora della messa, faceva la spiegazione del vangelo, adattandola con esempi morali, alla capacità di quelle tenere menti.

Appena entrato a fruire la prebenda di Muravera procurò di far progredire in quel Delta della Sardegna l’agricoltura. Tenendo ancora la direzione dell’ospizio, dei piccoli frutti decimali ne partecipavano gli allievi dello stabilimento. La di lui casa era un museo di attrezzi: là vomeri ed aratri, là ruote e carriole, là vanghe e marroni, la pettini e scardassi, là misure e zangole, stromenti, filo, canape, crine e che so io.

Egli visitava con frequenza la villa, incoraggiando coll’esempio i contadini al lavoro. Comprò nel primo anno 20 paja di buoi, a più delle 14 paja del legato Sulis , che distribuì gratuitamente a tanti braccianti colla dotazione del frumento e delle civaje, per cui sorsero 34 famiglie di utili agricoltori alla società, e così pure vi trovò il suo interesse, perché accrebbe il reddito del prebendato.

Traslocato poi alla pingue prebenda di Serramanna, come di sopra ho detto, sarebbe potuto diventare ricco come altri canonici che lasciarono un asse di quasi mezzo milione di franchi: ma egli penso a viver bene, e far ben viver gli altri. La prima sua cura fu di promuover l’agricoltura e le arti. Visitava sovente quel villaggio per conoscerne i bisogni. Vide innanzi tutto la mancanza di progredita cristiana educazione nel popolo, e subito istituì una scuola quotidiana di dottrina cristiana che produsse effetti salutari, specialmente perché promise una dote di 100 scudi a 25 spose che fossero uscite da quella scuola ben istruite nella dottrina cristiana e nelle faccende donnesche.

Per facilitare questi lavori donneschi vi introdusse subito nuovi telaj, conducendo a sue spese un capo mastro di tessitura, di quelli che aveva formato nell’ospizio, per insegnare col più economico metodo a tessere la lana ed il lino per uso dei paesani.

Vedendo che per lo straripamento del fiume, vicino al villaggio, nella stagione invernale s’interrompeva la comunicazione tra la popolazione e le possidenze territoriali di essa, diede cento starelli di grano per aiutare a fare il ponte. Fece un tratto di stradone a sue spese, conducendovi un suo nipote Ingegnere, perché nell’inverno si rendeva la via impraticabile . Sussidiò molte volte il fondo mortuario nelle cattive raccolte, comprando il grano da altri negozianti di Cagliari.

Negli anni di fallito raccolto, oltre alla distribuzione di pane e d’indumenti ai poveri invalidi, distribuì il grano della sua prebenda agli abitanti meno qualche lira del prezzo corrente. Specialmente si distinse nell’anno fatale 1847, facendo tante limosine a quella popolazione, provvedendo pane, civaje e vestiari, e medicine agli ammalati. Di tutti questi atti di beneficenza io conservo le note originali, che potei raccogliere nelle sue carte, le quali gli spediva a saldo il fu Vicario Teol. Antonio Francesco Uda, Parroco di essa villa . Fra questi sussidj temporali non mancava poi di pensare alla salute della anime facendo fare qualche volta il corso di sacre missioni.

S’impegnava anche di provvedere buoni viceparrochi per ajutare il Vicario nel disimpegno dalla Chiesa, tra i quali il suo prediletto era un mio nipote, teologo Giovanni Spano di Ploaghe, giovane istruito e di angelici costumi. Morì nel venerdì Santo, Aprile 1855, nella florida età di anni 30, compianto da tutta la popolazione, e da tutti quelli che ne conoscevano le doti della mente e del cuore.

Ora passiamo ad altre fasi della sua vita intraprendente, sfiorando solamente i fatti più significanti. Egli era membro della Società agraria, ed era sempre il primo ad intervenire alle sedute, ed a far conoscere i progressi e vantaggi che si ottenevano dalle varie e nuove colture che si facevano in tutta l’isola . Il suo libro privilegiato era la grand’ Enciclopedia di Parigi, che finalmente regalò alla Biblioteca della detta Società : a quella aveva attinto le cognizioni agrarie e gli utensili di ogni mestiere che faceva vedere e spiegava ai suoi allievi.

In ogni luogo che si portava, specialmente nei villaggi, non faceva altro che predicare la coltivazione delle patate, del tapinambur, delle barbabietole e del maiz, ossia granturco, solendo dire a tutti, che se Cristoforo Colombo, non avesse fatto altro bene colla scoperta dell’America, questo solo basterebbe, perché aveva sbandito la fame dall’Europa. Quindi è che istruiva gli allievi dell’ospizio del modo di coltivare questi generi, e gli introduceva nelle prebende che occupò, e ne spediva pure ad altri villaggj .

Incoraggiò sempre la pastorizia, e la fabbricazione del formaggio: avversò la vita nomade del pastore, del quale diceva – il pastor sardo quanto vede coll’occhio, e fin dove s’estende la vista, tutto vuole suo. Perciò è che predicava le chiudende dei terreni, e colla voce contribuì alla legge che da Carlo Felice si emanò, gridando sempre colla spiritosa sentenza del compianto Alberto Della-Marmora – Proprietà propria – per rendere i pastori stabili ed agricoli, senza di che non si avrebbe mai in Sardegna ricchezza e benessere.

Predicava ed introdusse il semenzajo dei gelsi, e dei pioppi bianchi che meravigliosamente attecchiscono nei terreni paludosi del campidano, convincendo con ragione i proprietarj che avevano bisogno di legna d’ardere, ed allo steso tempo di migliorare il clima coll’alberatura. Nell’orto dell’ospizio tutto provava, faceva e disfaceva, piantava fagiuoli di diverse qualità che acquistava da diverse parti, grano siciliano, cardo romano, e riuscì di dare i gobbi di molte libre, che soleva regalare al vicerè, e ad altre persone, come frutto del suo esperimento. Analizzava terreni, tinture, concimi, foraggi di ogni sorta, ma cosa mai egli non provò? Non aveva mai riposo dall’alba alla notte, sempre camminando, osservando pane, farine, derrate nel mercato, assaggiando tutto, suggerendo mezzi economici, sempre in azione, si trovava ovunque, nel caffè, nella spezieria, in Chiesa: il movimento era la sua vita, per cui uno dei suoi più illustri discepoli in tre parole ben descrisse il suo carattere e l’esistenza – Cujus cogitatio est ambulatio!

Amò la sua patria Osilo che visitava quasi ogni anno per incoraggiare l’istruzione primaria e l’agricoltura, concimando orti e facendovi eseguire i metodi da lui studiati. Parlava di ulivi, di agrumi, di varie potature e d’innesti di alberi. Si occupava della viticoltura e d’introdurre delicati generi di frutta, e quando gli riferivano che gliele rubavano, soleva dire, – lasciate così, che trovandole buone, ne pianteranno anch’essi: ma pur s’ingannava, perchè il ladro se ruba, è perchè non vuol lavorare, ma arricchirsi dall’altrui lavoro e sostanza.

Viveva in allora l’unico fratello, nato dopo di lui, al quale fece di maestro e di Nestore nella sua giovinezza, Gavino Manunta, uomo di gran senno, più sodo forse del suo maestro, promotore di opere pubbliche nel suo paese, occupò per molto tempo il posto di sindaco, era il consigliere di tutti, di carattere dolce, e l’oracolo della popolazione di cui sostenne con coraggio i diritti, non curando l’offerta della croce di S. Maurizio . Dopo la di lui morte, volendo esser informato di tutto, ebbe corrispondenza col suo parente il Teologo Colleg. cav. Antonio Sanna Tolu, arciprete di quell’insigne Collegiata: e perchè in questi ultimi anni gli venne meno la vista, soleva chiamare me per leggergli le lettere con uno scherzo a tempo, dicendo – prestatemi gli occhi per leggere questa lettera: e siccome era pure grave d’orecchi, quando si accostava a qualcheduno che leggeva o parlava a voce bassa, alzi la voce, ripeteva, perchè, scire tuum nihil est, si alter nesciat. Quando sapeva e vedeva che alcuno si occupava di soverchio in qualche lavoro, lo ammoniva dicendo – lavorar poco per lavorar molto, e se vedeva alcuno che leggeva dopo tramontato il sole, ripeteva – la poca luce guasta gli occhi! Di giorno leggete, di notte scrivete.

Se ora si guardano le virtù di cui era adorna la di lui anima, bisognerà riandare tutta la sua vita per riprodurre i suoi pensieri e le sue sentenze. Riceveva tutti con bontà e sincerità d’animo. Fu sempre esemplare e religioso. Non mancò mai di celebrare la santa messa, anche negli ultimi mesi di sua età cadente. Egli era soggetto a cadute, ed il Capitolo Cagliaritano l’aveva perciò dispensato di intervenire in chiesa, ma egli disubbidì, dicendo. Voglio morire in Chiesa. Mi volete mandar via, non iscacciate i cani, e volete mandar via me?

Prediligeva la musica, come quella che segna la sensibilità dell’animo, e ripeteva a quelli che gli davano baja, – la musica dispiace solo ai cani. Fin da giovine, da quando era in Sassari, fu intimo amico del celebre Maestro di Cappella, Sigismondi, di cui raccolse e copiò molti componimenti di messe e di Salmi che furono adottati in questa cappella civica di Cagliari, e tuttora si cantano. Stando in coro colle orecchie tese, alla prima strappata del violino soleva ripetere, – questa musica l’ho portata io il primo. Strinse sempre e conservò l’amicizia con tutti i maestri di Cappella e coi musicanti.

In questi ultimi tempi di sua vecchiaja era diventato veramente nojoso, e qualcheduno gli lanciò aspri rimproveri; ma egli mai si scomponeva sapeva tacere, o rispondeva con qualche motto o esempio arguto, preso da qualche fatterello del popolo per far ridere, e prendeva tutto con buon animo e sofferenza, abborriva fin da piccolo la vendetta . Più presto mostrava segni di sdegno allorchè vedeva o sentiva che qualche instituzione o nuova industria non andasse propizia a quelli che la tentavano – Possibile, esclamava, che in Sardegna anche il balsamo si converta in veleno!

In ogni tempo avvicinò gl’illustri viaggiatori che si gloriavano di lasciare in Sardegna questo gentil amico. Li accompagnava, li rendeva informati di tutto, e si prestava, perchè avessero occasione di parlar bene della Sardegna. Il Valery nel suo Voyages ed altri dotti viaggiatori fecero menzione onorifica ed elogi di lui .

Nei discorsi piaceva il sentirlo, t’infilzava delle similitudini e degli esempj che tutti calzavano a proposito. Era l’uomo dei paragoni. Nel dar consiglj aveva tatto fino, perchè aveva esperienza e conosceva gli uomini ed i tempi. Quando io mi trovavo a reggere il Convitto Nazionale mi visitava con frequenza, e mi dava molti consiglj per la cura dei giovani. Io me ne prevalsi quasi fosse il mio maestro, e me ne trovai bene. Era buono per gli altri in tutto, eccitava a fare, a scrivere; dava precetti d’igiene ai letterati, citando l’esempio del Dettori che si alzava con frequenza dal tavolino. Eccitava a comprar libri che diceva, essi sono tutti buoni, e servono a tempo come le forme agli scarpari.

Se qualcheduno gli osservava qualche errore di libro soleva, dire, un sol libro è senza errori, la Bibbia. Predicava l’economia in tutto, e dimandato una volta perchè egli facesse economia di carta, rispose, perchè non abbiamo fabbrica Nazionale.

Predicava a tutti la polizia. Ai ragazzi sempre diceva la testa polita per pensar bene. Era il tormento dei sacristi per la nettezza della chiesa, ripetendo loro il versicolo 8 del salmo XXV, dilexi Domine decorem domus tuœ.

Riguardo ai principj politici fu di sentimenti liberali. Lo dimostrò fin da quando era giovine, perchè fu preso di mira come Giacobbino, e fu avvolto nei movimenti Angioini nel 1796, ma fu così destro che non gli poterono trovare alcuno scritto che lo compromettesse. In ogni tempo avversò il feudalesimo, come contrario allo svolgimento dell’industria, e ne profetizzò i mutamenti che indispensabilmente dovevano accadere. Egli mi raccontava tanti fatti di quei tempi, adattandoli con esempi all’epoca in cui principiarono le nostre moderne libertà, e soleva ripetere, scottato dalle persecuzioni del 1796, – Guai il tornar indietro! Conosceva la storia sarda, e sapeva pure a memoria tutti i cambiamenti che si succedettero specialmente nei tempi feudali.

Quando il Re Carlo Alberto ci diede lo Statuto, egli ne fu così contento che non potea contenersi, era il sentimento che fin da giovine conservava celato in petto, e fu tale che alcuni gli davano la taccia di ultraliberale e qualche cosa di più: ma si dica la verità, era l’uomo dell’ordine e della vera fratellanza.

Con questi sentimenti liberali la durò fino al 1852, in cui furono abolite le decime ecclesiastiche, ma egli fu mal compensato in proporzione di quanto perceveva da esse decime. Da questo tempo si fece laudator temporis acti, non fu più largo e generoso cogli amici che sovente invitava a mense discretamente laute, anzi si restrinse a modo che ormai menava più la vita da filosofo che da distinto ecclesiastico. Non si privava però del necessario, anzi soleva far parte agli amici dei regali che con frequenza gli mandavano i parenti .

Egli era d’una tempra patriarcale, non li mancava un dente come a Mosè, e digeriva bene i cibi più pesanti. Non si è inteso mai lagnarsi del caldo e del freddo, prendeva il tempo come Dio lo mandava. Quando sentiva mancanze o traviamenti di qualcheduno dei suoi discepoli o alunni, soleva esclamare colle mani incrocicchiate ed alzando gli occhj al Cielo – oh povere mie fatiche! Non si scomponeva nelle sventure, solendo ripetere, – come dobbiam benedir Dio nella prosperità, così lo dobbiamo adorare nelle sventure.

Da alcuni anni gli si era indebolita la vista, perciò si fece venire l’indulto di dir la messa della Vergine. Aveva una discreta libreria che regalò, porzione al seminario Tridentino di Sassari, agli amici, al casino d’Osilo, e ad altri pubblici stabilimenti. Aveva segnatamente una Biblioteca agraria che lasciò nel Testamento al nipote Tenente, avv. Giovanni Manunta, ma colla condizione che l’abbia dopo l’abbandono del servizio militare che non dà luogo a poterla leggere.

Ora, oltre le Gazzette si faceva leggere qualche libro moderno, specialmente gli andava a sangue il Thiers, ed i libretti della Pia opera della propagazione della fede, alla quale lasciò un legato.

Amava la filologia, ed apprezzava i vocabolaristi, dei quali soleva dire – ogni nuova voce che essi registravano era una idea di più che accrescevano.

Poco però apprezzava l’archeologia, perchè, diceva, non era scienza produttiva, ed in vece di andare innanzi tornava indietro. Citava a proposito la comedia del suo favorito Moliers, intorno agli antiguarj. Eppure era un errore, perchè il passato è maestro del futuro, ed era riservato ad un antiquario lo scrivere la di lui vita e tutti i suoi atti di progresso! Una sola volta si occupò di praticare scavi nel piazzale ed attorno ad una chiesa antica rurale in vicinanza di Serramanna, in cui comparivano ruderi di antico edifizio. Vi spese 200 scudi circa, ma fu per occupare i poveri braccianti nel 1844, nei mesi che non potevano lavorare nella campagna, e per estrarre una gran quantità di massi riquadrati che vi erano seppelliti, che gli servivano per uso della Chiesa e d’un ponte progettato. Era probabilmente un tempio, non un Nuraghe, come si aveva per tradizione nel villaggio. Vi si trovarono moli vasetti di terra cotta, ed alcuni ex-voti dei quali me ne fece un dono.

In tutte le cose predicava il dovere. Non era scrupoloso, eppure, vedi contrasto! Sebbene dall’Ordinario fosse sempre nominato esaminatore Prosinodale, mai volle intervenire a dettare un caso morale per concorso di Parrocchie, o assistere ad esperimenti o esami parrocchiali, solendo ripeter che non voleva andare a casa del diavolo per colpa altrui. Eppure sapeva il suo dovere, ed era molto assiduo al coro ed a tutte le sacre funzioni.

Quando ei voleva riprendere un difetto, mai lo faceva di proposito e direttamente, ma prendeva occasione di raccontare qualche fattarello, e così faceva in modo che ne fosse avvertito. Ricordo uno che nella conversazione aveva il malvezzo di batter colle dita il tavolino che gli stava innanzi, ed egli fece sentire ai circostanti che quell’atto, in lingua latina dicevasi, alternis digitis tabulam pulsare: e tanto bastò a colui per intendere la mancanza del Galateo.

Soleva evitar gli equivoci. In Serramanna aveva dato ad una povera donna un asinello perchè si campasse la vita macinando grano altrui: ma siccome i belli spiriti che vedevano quella bestia la chiamavano – su molenti de su canonigu (l’asino del canonico), egli, per toglier quell’equivoco, gliene comprò un altro, per poter dire gli asini del canonico .

Io l’aveva vicino nella sedia corale, e se qualche volta gli dirigeva alcuna parola, mi rispondeva Qui in choro fabulatur cum diabolo conversatur. Quando scendeva le scale, e sentiva ragionare, avvertiva – badate di non ragionar mai scendendo le scale. Perciò in questi ultimi anni aveva preso un appartamento cui si entrava a pian terreno, per non salire scale, ma ai canonici che lo visitavano soleva dire scherzando che ciò aveva fatto per evitar l’incomodo al capitolo, per quando sarebbe venuto per condurre il suo cadavere in Chiesa.

Abbominava il bugiardo, perciò ai piccoli faceva recitare la comedia del Goldoni, e soleva dire che un bugiardo è ladro, citando un proverbio sardo – Sa jura est facta pro coberrer sa fura. Avveva un trasporto per il teatro che chiamava Scuola di costumi: quando però l’Ordinario proibì il clero d’intervenirvi, fu il primo ad astenersene: ma in casa ne costrusse un piccolo per trattenere ed esercitare i nipoti e compagni.

Era tanto contrario dei sacerdoti che menavano la vita in ozio, che non poteva soffrire, come egli diceva i preti messajoli: ma voleva che tutti si occupassero o esclusivamente nella salute delle anime, o in qualche industria, specialmente nell’agricoltura. Egli lodava sempre e metteva in cielo un mio fratello, sacerdote Antonio Maria Spano, che lo ebbe discepolo nel Seminario, e riuscì al par di lui intraprendente e filantropo, introducendo nuovi generi di coltura e d’industrie che non si conoscevano. Mentre che, per esempio, nella Società Agraria di Cagliari si studiava il modo d’introdurre un mulino per estrarre l’oglio dal lentisco che tanto abbonda nei terreni incolti dell’isola, quegli, già da due anni prima, l’aveva messo in pratica nel villaggio di Uri con gran vantaggio della popolazione.

Egli fu il primo che diede l’esempio in rapporto alla Legge sulle chiudende, per cui soffrì incendj, danni e persecuzioni dalla classe dei girovaghi pastori e degli invidi del comune: ma colla sua costanza e ferrea volontà, perchè ne prevedeva il bene generale, riuscì a migliorare la razza del bestiame, ad introdurre il taglio del fieno, il sistema delle cascine, ed altre opere d’industria. Diede quindi l’esempio e l’impulso agli altri che poi lo imitarono, crescendo sempre la ricchezza del paese.

Se anche il Manunta fosse stato capito e secondato nelle sue vaste e filantropiche proposte, l’agricoltura e l’industria avrebbero fatto giganteschi passi in Sardegna . Ma egli non poteva far altro che insinuare al Clero colla voce questi suoi pensieri. Per metterli in opera ci voleva l’autorevole impulso. Se a vece di essere un semplice ecclesiastico fosse stato vescovo, la sua diocesi sarebbe stata un Eden, e glia altri l’avvrebbero secondato.

Egli perciò era l’amico rispettoso di tutti i Vescovi dell’isola. Egli era amico dell’arcivescovo d’Oristano G. Maria Bua , suo collega di studio e del Vescovo d’Alghero Filippo Arrica, suo discepolo . Professava una sviscerata divozione alla virtù del dotto decano Dom. Agostino de Roma, non ostante che questo l’avversasse qualche volta nelle sue idee . Quando ritornò dall’esilio il nostro ottimo arcivescovo, D. Emanuele Marongio-Nurra, il Manunta piangeva di consolazione e, così mal fermo di salute, andò a visitarlo, offerendogli colle proprie mani un regaluccio di frutta del suo paese in segno di contentezza .

Si mostrò sempre benefico coi poveri e cogli infelici: coi parenti, e specialmente coi nipoti, fu largo; ma di questi ne formò ottimi cittadini ed utili alla patria . Chiamò anche abili precettori dal continente, e basti citare il prof. C. Bajetta, mandato dal Cherubini per istruirli quando erano nelle scuole inferiori.

È stato sempre conservatore delle consuetudini popolari e domestiche. Ora vecchione era esigentissimo, e quando gli si contraddiceva, soleva rispondere – non facciate mai opposizione ai vecchj. Se gli rifiutavano qualche cosa, ammoniva che – non si deve rifiutare nè dimandare. Del suo padre ricordava i consiglj e le ammonizioni che gli dava essendo piccolo; e quando nello scorso anno lo condussi con preghiera per farsi prendere il ritratto, ch’è lo stesso che si vede in fronte di questo scritto, esclamò colle lagrime agli occhj – oh! Quanto pagherei per aver il ritratto del mio genitore!

Morì pieno di fiducia in Dio, e con mente chiara e serena, dimandando i sacramenti con edificazione di tutti. Conservò sino agli ultimi momenti di vita una prodigiosa memoria. Si lasciò un legato d’una messa anniversaria per la sua anima, oltre le lire cento che in vita aveva depositato nella cassa dell’archivio capitolare perchè si celebrassero in messe da tutti i soggetti del corpo, appresso seguito il suo decesso.

Egli era alto di persona e diritto; fronte spaziosa con una profonda cicatrice nella parte destra della fronte, per una caduta da cavallo quando era studente in Sassari, labbra turgide, occhj semiaperti, palpebre sporgenti, orecchie protese, e naso aquilino. La malattia sua dominante era la sonnolenza mentre quando era sano, non dormiva che parcamente!

La sua innata passione in ogni tempo era la curiosità di saper ogni cosa che accadeva: si accostava a tutti dimandando notizie ed informandosi di tutto. Soleva dire, – apprendete da tutti, perchè Dio ha dato la scienza in generale, e l’ignoranza in particolare. Questa sua mutabilità ed indole la mostrò anche nel testamento che rifece molte volte, cambiando sempre la sua volontà. Si ricordò di tutti gli amici e domestici, legando quelle poche vecchie mobiglie che modestamente aveva in casa. Legò pure molte limosine, a più che raccomanda al suo Procuratore, avv. Giov. Bianco, di soccorrer quelle persone che egli soccorreva mensilmente (artic. 11). Lasciò ai poveri di Castello L. 250 da distribuirle il can. Parroco: L. 250 al vicario di Serramanna per lo stesso oggetto, e più altra ingente somma da distribuirla ai poveri di essa villa, qualora non possa applicarsi alla strada provinciale di Villasor. Più L. 500 alla Pia opera della propagazione della fede, da consegnarsi per la trasmissione al can. Paolo Giua. Lasciò pure altri legati in Osilo, proibendo all’erede il taglio di qualunque pianta (art. 17): e così via via, fece altri piccoli legati, ma gli sfuggì il suo caro, ed altrettanto vecchio amico, poetastro Simone Vacarezza, che lo visitava con frequenza, lo esilarava con le letture dell’Armonia, e gli recitava delle poesie da lui composte, del quale più volte a mia presenza fece l’elogio dicendo – guardate, io quasi non mi ricordo manco delle parole, perchè la mia mente è diventata un crivello, ed egli, a quest’età, si ricorda anche delle rime! A me poi che scrivo la di lui vita, lasciò la sua memoria, cioè che mi ricordassi di lui; ed io l’ho eseguito puntualmente, e perchè fui il primo che porsi suffragio all’anima sua, giacchè, nell’atto che io faceva la messa Conventuale nel duomo, sentii l’agonia, cosichè mi venne bene al Memento dei morti, e perchè sono stato il primo a tesser questa ghirlanda di fiori sulla di lui onorata tomba, quasi con iscreziati tasselli di mosaico, come fu tutta la di lui lunga e travagliata vita.

 

Cagliari, 2 Febbrajo 1867.

 

Can. G. Spano

 

Ecco la fede battesimale che mi ho procurato. << Die vigesima Aprilis anno a nativitate domini millesimo septingentesimo septuagesimo sexto. Osilo. Ego infrasciptus D. et canonicus hujus insignis collegiatæ sub titulo B. M. V. Conceptionis de Osilo baptizavi infantem hodie hora sexta matutina natum ex conjugibus Matthaeo Manunta-Sarda et Antoniana Crispo-Santino, cui impositum est nomen Antonius Maria Franciscus Raymundus. Patrini fuere conjuges Gavinus Canalis-Manunta, filius q.m Ioannis Manunta, et Mariæ Marongiu q., et Albina Manunta-Sardu filia q.m Gavini Manunta et Catharinæ sardu. Omnes istius oppidi. – D.m canonicus Anotonius Manunta – concordat etc. Archipresb. Antonius Sanna-Tolu. >>

Il Teologo ed Avvocato Antonio Manunta che fu deputato in Roma per difendere i diritti della Collegiata. Ivi si fece conoscere, e fu mandato Vicario Generale in Nocera di Umbria. Indi nel 1775 fu eletto, dall’Arciv. Incisa, Can. Teologale nella sua patria dove morì nel 1789. si ricordava sempre di questo suo Zio, e gli eresse un monumento nella Chiesa collegiata di Osilo. Di questo insigne ecclesiastico fa onorata menzione il Siotto nella sua Storia Letteraria, vol. 2° pag. 385.

 

Di questo benemerito suo Zio, nato in Osilo egli ricordava sempre con compiacenza le virtù di cui era adorno, e raccontava di lui molti curiosi aneddoti. Fu confessore delle monache Cappuccine per lo spazio di 29 anni, e morì secchione nel 27 agosto 1815.

Io conobbi questa persona. Era di Uri, ed ogni volta che incontrava il Manunta, soleva dire – Io debbo la mia vita sociale alla generosità di questo uomo.

Questo illustre scrittore si recò sempre a vanto che il Canonico Manunta gli fu istitutore ed educatore (V. Apologia,1849). Da piccolo gli aveva messo in mano il libro dei Proverbi di Salomone, e glielo spiegava: da ciò è da ripetersi che il Siotto ha fatta dalla sacra Bibbia sua lettura prediletta, picchè qualche Ecclesiastico!

Questa pensione la godette per pochi anni, indi la rinunziò in favore del Seminario Tridentino di Sassari.

Ecco uno squarcio di lettura autografa, posseduta dal nipote avv. Prof. A. Manunta, che gli scriveva il Dettori, << – poche ore di conoscenza mi legano indissolubilmente a voi. Il vostro tratto libero, franco, senza affettazione, mi pacque. Vi accordai la mia amicizia, e mi credei in diritto d’esigere la vostra. Epperò vi scrivo senza cerimonie che debbono riservarsi a coloro cui ci è più caro di accordare un gergo misterioso che la minor confidenza ecc. >>

Anche il celebre Lodovico Baille, Vice-Presidente della Società Agraria, gli era amico, sapeva apprezzare il suo merito e la sua attività in tutte le cose.

Morì in Milano nel 4 Giugno 1851, in età di anni 61. era pure ottimo mio amico e dei sardi tutti che a gara lo visitavano. È autore di molti vocabolari di dialetti, sapeva anche la lingua sarda. Uomo sapiente, intemerato ed infaticabile. Lasciò molte opere inedite. V. la sua vita premessa al sua postumo Vocab. Patronimico Ital. Milano 1860.

Questo distinto ecclesiastico morì in Sassari nel 12 Luglio 1834. Ance esso fu avvolto nei movimenti popolari del 1796 contro i Feudatari.

Guida per insegnare ai fanciulli italiani i primi elementi gramaticali, ecc. proposta da Francesco cherubini, professore di Metodica, e direttore della scuola normale. Cagliari 1836. Tip. Monteverde.

Ciò inculcava perché già sapeva l’educazione che ci davano i manigoldi maestri di quel tempo. Io meli ricordo con raccapriccio.

Quando io mi congratulai con lui di questa sovrana onorificenza, rispose – Farò come l’abb. Sineo che, allor quando gli fu conferita la croce, rispose, gli sarebbe servita in campagna per farsi rispettare dai contadini.

Di questo chiuso ne fa menzione nel testamento all’art. 19, ed ordina << che vi facciano la coltivazione di granone, patate, barbabietole e frumento, di farlo sarchiare dagli allievi con paragonare il prodotto del zappato, e ciò per introdurre questo vantaggio di zappatura sconosciuto al capo superiore>> Per tal’oggetto aveva provveduto anche stromenti agrarj.

Per l’iscrizione che vi apposero, vedi la nostra Guida di Cagliari pag. 296. Fra i suoi allievi più distinti mi sia lecito nominare l’attuale direttore della Banca Nazionale di Cagliari, il sig. Raimondo Chessa, di Mores.

Dopo che gli mancò questo strano servo, ne cambiava uno ogni poco tempo, in quanto che nelle ore di notte li faceva alzare qualche volta per dir con lui il rosario e giaculatorie: ma i servi non avevano bisogno di pregare, ma di dormire e di mangiare, e perciò, fatto giorno, lo piantavano. Se qualcheduno poi gli era fedele, e mostrava capacità lo avviava negli studi. Basti citare l’architetto G. I. Vargiu di S. Pantaleo, ora Professore di matematica in Oristano, ed altri che avviò in diverse carriere.

Questo legato si deve ad una pia matrona, Donna Francesca Sanna-Sulis, che legò tutti i suoi beni per opere di beneficenza alla sua patria.

Gio-Maria Cherosu, morto in Sassari nel 27 Febbrajo 1854 nel fior degli anni. Era figlio di sorella, e da lui educato ed avviato agli studj matematici. Eseguì alcune opere in Sassari ed in altri punti dell’isola.

Questo zelante e distinto Ecclesiastico, mio buon amico e discepolo, era di Silanus, e morì nel 16 Luglio 1856.

Era pure membro della società agraria di Torino fin dal 1836, nel cui diploma è chiamato benemerito della sarda agricoltura.

Di questo legato ne fa anche menzione nel testamento (artic. 29)

Desiderava che i Parrochi non dovessero riscuotere decime di questi nuovi generi, perchè altrimenti non facilitavano nè promuovevano l’industria del cittadino, ma la soffocavano.

Questo savio uomo morì il 6 gennajo 1866. V. l’articolo necrologico che fu riportato nella Gazzetta Popolare: al quale soggiungo che consumò la vita lavorando per il pubblico bene, perchè fu sorpreso da apoplessia nella sua sala del consiglio ove presiedeva alla commissione della ricchezza mobile. La sua morte fu reputata come una pubblica calamità. Poveri e ricchi assistettero alle sue esequie.

Era benefattore e divoto dei Cappuccini per cui la religiosa comunità di Sassari si portò allo stesso tempo in osilo per celebrare i suffragj alla di lui anima. Vi andò anche il superiore, definitore, Padre Rafaele Spano da Ploaghe, giovine di molte virtù, predicatore e Teologo rinomato, non guari mancato ai viventi, nel dì 18 Agosto 1866, compianto dai suoi fratelli, dai parenti e dagli amici!

In questi mesi che non poteva dire la santa Messa, nei giorni solenni prendeva la santa Comunione: e siccome poi se ne stava nel corpo della Chiesa, seduto in abiti canonicali, un sacrista lo riprese, perchè così vestito non poteva stare in Chiesa, come! rispose, or ora mi sono comunicato, e voi mi volete scomunicato?

Intanto si prestava di far da cicerone a questi dotti viaggiatori, in quanto che sapeva e parlava la lingua francese e spagnuola, come di sopra ho accennato. Intendeva e capiva pure la lingua tedesca che studiò nei pochi mesi che attese alla Metodica quando fu in Milano.

Fra questi mi sia lecito di far menzione del colonnello Cav. Ant. Gavino Campus di Osilo, comandante in questa Piazza di Cagliari, il quale gli tenne sempre affettuosa compagnia sino agli ultimi momenti di vita. Lo stesso debbo dire dell’altro suo parente avv. Francesco Pittalis di Sassari, Vice-Cancelliere in questa Corte d’Appello.

Un altro per esempio che fosse stato piccolo e dispettoso, avrebbe tolto a quella povera vecchia l’asinello, ch’era occasione del motteggio.

Morì in Sassari il 27 Ottobre 1854, in età di 68 anni.

Il ministro della pubblica istruzione, Domenico Berti, non ha guari, ha istituito le scuole elementari agricole in tutti i cospicui Comuni dell’isola, per mezzo d’un ispettore deputato, che fu accolto da tutti con impegno. Era il progetto e l’instituzione che il Manunta predicava già da 40 anni! Ma egli non fu secondato, o non fu capito! Se oggi fosse vissuto, avrebbe anch’egli applaudito, e ne sarebbe stato contento, vedendo compiuti i suoi voti. Io però temo che alla fine avrebbe esclamato col suo motto del balsamo e del veleno! (pag. 26)

Morì in Nuoro nel 24 Ottobre 1840, col quale divideva le sue opinioni di riforma e di progresso.

Morì in Alghero nel 29 Gennajo 1838.

Questo insigne ecclesiastico, nato in Alghero, morì nel 1 Aprile 1858. Quando prese il Magistero nell’Università di Sassari, il Manunta fu uno degli esaminatori, e perciò lo chiamava suo discepolo.

Questo dotto ed illustre Prelato, nato in Bessude, morì in Cagliari nel 12 Settembre 1866, dopo sette mesi e 12 giorni dal ritorno del suo esilio di 15 e più anni in Roma. Al suo arrivo, la diocesi, come l’Italia al Santo Vescovo Eusebio, vestes lugubres mutavit. Ma Dio, meglio lo mostrò che lo restitui alle pecore del suo spirituale Ovile!

Oltre il sullodato ingegnere Cherosu, figlio di sorella, basta nominare il cav. Antonio Crispo-Manunta, attuale Professore di Patologia speciale e Clinica Medica nella R. Università di Sassari, al quale dopo che fu laureato in Medicina fece prender la laurea anche in Chirurgia, in quel tempo troppo avvilita, solendo dire che in Sardegna si aveva più bisogno di chirurghi che di medici.- L’avv. Antonio Manunta attuale prof. Straord. Di Diritto Commerciale nella stessa Regia Università, e l’avv. Giovanni Manunta, Tenente nel corpo dei Carabinieri Reali, figli ambi del fratello Gavino, di sopra menzionato.

 

Commenti

  1. Ispantosa e galana puru custa idea de s’acadèmia sarda de istòria e cultura sarda chi però, bae tue e chirca, impreat comente limba veicolare s’italianu e non sa nosta su sardu!
    Unu consìgiu dae sa dischente tua chistiona, faedda, allega e iscrie in Sardu, si nono podes mudare nùmene a custa acadèmia e bogare a foras sas paràulas “sarda”!
    Saludos
    Tilly

    Tilly
    ottobre 17th, 2008
  2. S’academia, cara Tilly, est bilingue. Chie cheret iscriere in italianu iscriede in italianu e chie potet iscriere in sardu ada a iscriere in sardu. Aisetta a bidere, peristantu mandami su profilu tou cun calchi fotografia si cheres e pustis tratta sos arrejnos chi cheres, inue sese ispecializzada e gai semus a postu. Deo so istudiendemi sa Limba Sarda Comuna, eppas passientzia e poi as’a bidere.
    Anghelu de sa Niera (asa idu c’appo iscrittu segunda sa regula de e non ‘e.
    S’imbaglio curreggemi, comente naraiat su Paba Juanne Paulu Segundu.
    Amezusvidere
    .

    angelino
    ottobre 20th, 2008
  3. Sono un pronipote del Professor Antonio Crispo Manunta; la mia famiglia si è trasferita in Puglia dal 1884 e, nonostante da allora non siamo più tornati in Sardegna, continuiamo ad essere orgogliosi delle nostre origini Sarde. Buon lavoro.

    Alfredo Crispo Longo
    ottobre 22nd, 2008
  4. Carissimo sig. Alfredo, grazie per il suo intervento prezioso. Gli sarei grato se potesse darci un breve profilo di questa famiglia benemerita
    che dai colli suggestivi di Osilo si è spostata in Puglia. Qualcosa abbiamo letto sulla storia di Osilo del Liperi, ma vorremmo saperne di più. In attesa di una sua risposta, gradisca il mio più cordiale saluto.
    Angelino

    Angelino Tedde
    ottobre 26th, 2008
  5. Carissimo Angelino, la famiglia Crispo si trasferì in Puglia perchè il Generale dell’esercito Alberto Crispo Cappaj, figlio del Prof. Crispo Manunta alla fine dell’ottocento si sposò e mise dimora nella città di Modugno (Ba). La famiglia risiede ancora oggi a Modugno. Saluti cordiali Alfredo

    Alfredo Crispo Longo
    ottobre 30th, 2008
  6. La ringrazio vivamente mentre vado verificando sempre più che la nostra aristocrazia e borghesia dell’Ottocento, prestata alla Nazione che andava formandosi, ha servito con onore l’Italia. Le sarei ulteriormente grato se potesse inviarci un profilo del Generale Crispo Alberto Cappai su cui sicuramente l’Istituto di Storia miliare ha certamente tracciato. Queste genealogie sono gradite dai sardi amanti della loro storia.
    Grazie, a presto
    Angelino

    angelino
    ottobre 31st, 2008
  7. Caro Angelino, Alberto Crispo Cappaj (Sassari 1851- Modugno 1940) diede inizio alla propria carriera, quale sottotenennte nell’8° reggimento bersaglieri il 20 Settembre 1870, partecipando all’assalto a Porta Pia. La missione più importante alla quale egli fu destinato, con il grado di colonnello, fu certamente il comando delle truppe di terra (bersaglieri) nell’occupazione internazionale dell’isola di Creta nel 1897. Comandò inoltre col grado di Generale l’Accademia di tiro di fanteria di Parma (1910). Fra le tante decorazioni ricevute da Alberto Crispo, la più importante è la legione d’onore francese; egli concluse la carriera militare, durata circa 50 anni, durante la Grande Guerra, con il comando di vari corpi d’armata.
    Grato per l’attenzione Vi saluto, Alfredo

    Alfredo Crispo Longo
    novembre 1st, 2008
  8. Anch’io sono un pro-pro nipote del can. Antonio Manunta. Abito a Cagliari ma sono di Sassari.Credo sia opportuno precisare che il Nostro era nipote di un altro Antonio Manunta (1722-1787) vicario generale della diocesi di Nocera e noto perchè aveva discusso e vinto a Torino la causa della Collegiata osilese che si voleva sopprimere. Il fratello del Nostro era stato per molti anni sindaco di Osilo ed era marito di donna Baingia Manca nonchè padre di Antonio Manunta Manca (mio bisnonno) avvocato e professore di diritto commerciale, e di Antonina Manunta, sposata con don Gregorio Segni, nonno del Presidente della Repubblica.Un altro fratello, Giovanni,era generale dei CC sposato con donna Caterina Martinez dei marchesi di Montemuros. Posseggo decine di lettere del Canonico e di Giovanni Spano, compresa la lettera, da quest’ultimo inviata ai nipoti, in cui è contenuta la dicitura da porre sulla lapide del canonico A.Manunta nella sua tomba a Cagliari.

    Giancarlo Pinna Parpaglia
    gennaio 10th, 2010
  9. Carissimo Dottor Giancarlo, per noi che siamo assetati di conoscenza del nostro illustre e illuminato canonico, la notizia della corrispondenza , ci calma un pò la sete. Pensi che il prof. Pruneri ha scovato all’Archivio di Brera varie lettere scritte dal canonico al Cherubini: lettere che servono a conoscere meglio l’ideatore delle prime scuole popolari della Sardegna. Lei ci farebbe cosa grata se ci permettesse di consultare questa corrispondenza proprio nel momento in cui sta per essere ultimato un saggio sulla storia della scuola in Sardegna dal 1720 al 1848 dove si parla ampiamente del Manunta. Illuminarlo maggiormente è cosa sommamente gradita. Nei contatti del sito troverà il mio l’indirizzo e il telefono.
    Io conosco il suo parente, emerito funzionario del Banco di Sardegna. Non tarderò a cercarLa se riuscirò ad avere il telefono. Un cordiale saluto. Angelino Tedde

    angelino
    gennaio 12th, 2010

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