“Fra draghi e grilli, il pd è il leone che dorme” di Massimo Nava

Draghi e Grillo

La settimana delle consultazioni di Mario Draghi è l‘ennesima conferma che anche in politica, come nella vita, la realtà può superare, e di molto, la fantasia. Non tanto per l’immagine, che ci conduce in un immaginario regno animale, di un incontro fra <draghi> e <grilli>, quanto per l‘incredibile affollamento di possibili partecipanti al futuro governo, come se tutti i partiti (Fratelli d‘Italia escluso) avessero, come gli italiani, tanti <draghi> e sempre meno <grilli> nella testa.

Tutto bene, dunque, per la rinascita del Paese, la gestione del Recovery Fund, il rapporto più stretto e benefico con l‘Europa, la considerazione dell‘Italia nel mondo, il calo dello spread e via elencando attese e speranze che si moltiplicano di pari passo con meriti, medaglie, sostegni, adulazioni e fede nella funzione miracolistica di Mario Draghi, quando invece basterebbe il miracolo di una riconquistata normalità. L‘Italia, come società civile, qualità intellettuali, spirito di sacrificio, se la merita, ben oltre lo specchio spesso deformato dai media. Ovvero un governo che gestisca bene le risorse, avvii le riforme di cui il Paese a bisogno, restituisca dignità e consenso alle forze politiche, compia alcune scelte strategiche che, al di là di divisioni pregiudiziali e ideologiche, dovrebbero davvero andare bene a tutti, o a quasi tutti. Chi non sarebbe d‘accordo nella lotta all‘evasione fiscale? Chi non sarebbe d‘accordo sul controllo dell‘immigrazione, accompagnato da un serio progetto sociale di integrazione che, fra l‘altro, risponderebbe alla nostra drammatica emergenza demografica? Chi non sarebbe d‘accordo su una riforma delle pensioni che tenesse conto dell’allungamento della vita? E chi non sarebbe d‘accordo su un reddito d‘inclusione che protegga i lavoratori licenziati e le famiglie, i poveri, i giovani disoccupati?

Domande ingenue o retoriche? Forse, ma basterebbe guardare oltre i confini, per scoprire che un Paese – la Germania – ha superato enormi difficoltà dopo la fase della riunificazione e ha riconquistato primati economici e sociali grazie a governi di coalizione in cui forse politiche contrapposte e ideologicamente incompatibili hanno deciso di collaborare per il bene del Paese, lasciando che all‘estremismo politico si dedicassero forze davvero marginali.

Nel frattempo, Draghi un miracolo lo ha già fatto. Ha costretto tutte le forze politiche a guardarsi allo specchio e a misurarsi con le reali aspettative degli italiani (il consenso per Draghi è infatti altamente trasversale) e a mettere da parte le quotidiane iniezioni di propaganda strumentale. Il primo a prendere al volo questa opportunità è stato Matteo Salvini, finalmente all‘ascolto di quanti, nella Lega, hanno capito che il vento è cambiato, che l‘Europa è anche casa nostra, che la prospettiva di governo del centro-destra è realizzabile soltanto in un contesto di principi e valori condivisi in Europa. Quello dei Cinque Stelle, più che un bagno di realtà, è un‘inversione a U di linguaggio, obiettivi, posizioni, programmi che sembra più dettato da una logica di sopravvivenza. Ma anche nel cielo pentastellato i miracoli possono avvenire.

Resta da capire ciò che si sta muovendo nel PD, il partito che nella metafora della natura, ricorda il vecchio leone, sempre re della foresta, ma dormiente, mentre i membri del branco vanno a caccia. Il PD è stato fondamentale nel governo Conte e si è candidato subito ad essere la colonna portante del governo Draghi, insistendo su una più stretta alleanza con i grillini nella prospettiva di rifondare un ampio centro sinistra che includa LEU e recuperi una parte dei renziani. Ma, a ben vedere, sono tutte mosse di un partito preso ogni volta in contropiede, costretto a rispondere alle mosse degli altri (prima il piccone di Renzi, poi la resistenza di Conte, quindi l‘ingresso in campo di Draghi, infine un imbarazzato semaforo giallo alla Lega „che la pensa come noi“) e a calibrare la strategia rispetto all‘evoluzione della politica contingente. Manca un progetto di largo respiro, che si costruisce andando nella foresta e non rimanendo nel perimetro del Colosseo. Il che è limitante e in prospettiva perdente, come si vede in tante realtà locali. E‘ anche un po‘ triste, nel centenario della fondazione.

 

Nota: Pezzo ripreso da “Mente politica” dove scrive Massimo Nava politologo.

 

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