Categoria : narrativa

“Lo strangolamento di Maria Giusta” di Ange de Clermont

I benemeriti dell’Arma di Miramonti discussero fra loro le varie ipotesi sull’omicidio: questa volta non volevano rifugiarsi di nuovo nel mistero, dovevano a tutti i costi trovare l’assassino, a rischio di perdere non solo la faccia davanti al paese come tutori dell’ordine, ma anche di essere trasferiti nella zona delinquente dell’Isola.

I militi di Vulvu sostennero che il territorio di Miramonti aveva una tipologia di criminalità diversa da quella del territorio della loro stazione. I vulvuesi morivano per il troppo bere e gli assassini si perpetravano nelle bettole e nelle feste frequenti attraverso il gozzovigliamento. 

Morivano quindi di malattia al fegato senza creare problemi ai militi, al massimo qualche volta ci scappava qualche coltellata, ma niente più.

A Vulvu si era scoperto il sistema di mandare un nemico all’aldilà in modo lecito: bastava far bere a più non posso i nemici, vini e superalcolici di gradazione diversa. Nelle feste, infatti, tazzoni, al posto di normali bicchierini, di rosoli vari con filu ferru, mescolati, erano il miglior viatico per mandare all’altro mondo i nemici: un po’ come a Zerfuga facevano le zanzare, grazie agli acquitrini che il Coghinas formava nella sua pigra e nefasta discesa verso il mare della costa ampuriense. 

Gli stessi carabinieri di Vulvu compiangevano i militi di Miramonti, impegolati in omicidi troppo frequenti, perpetrati peraltro in modo incivile, con fucilate alle spalle, il massimo dell’offesa per il morto che se ne dipartiva col dispiacere di non conoscere chi lo avesse spedito all’altro mondo. 

Da lì forse la credenza popolare che, anche dopo la morte, le anime dei morti ammazzati restassero lì per almeno mille anni, a rodersi il fegato e a danneggiare uomini e greggi nonostante la presenza sul territorio della benefica influenza di due sante: Santa Giusta, la martire giovinetta, all’inizio della valle, e Santa Maria Maddalena, la peccatrice convertita, con una chiesa medievale alla fine della stessa. Due modelli di santità proposte da ottocento anni alle pie donne anglonesi.

A Miramonti si diceva anche che nelle notti senza luna si vedeva scorrazzare come un’ombra per il borgo l’anima in pena di Antiògu Chiribàu come annuncio di morte imminente. Chi fosse questo Chiribau, nelle sere estive, i fanciulli lo chiedevano alle nonne, ma queste dicevano che era un’anima dannata che si nascondeva nei vicoli bui.

In effetti, specie le donne, ma anche un certo numero di uomini, sostenevano di aver notato, prima della morte di un caro, un’ombra gigantesca attraversare le strade del borgo. Nessuno dei facondi narratori giurava però sulla verità di questi fatti, perciò se uno moriva ammazzato era perché qualcuno in carne ed ossa lo aveva inviato all’aldilà.

I militi, infatti, questa volta cominciarono a chiedersi chi avesse avuto interesse ad eliminare Maria Giusta e il marito. Certo qualche diceria impertinente e bugiarda sosteneva che la donna si concedesse qualche libertà, ma per questo non si ammazzava, altrimenti il paese, sempre secondo le dicerie malevoli, si sarebbe ridotto a un cimitero: chi era senza peccato scagliasse pure la prima pietra!

Si eliminasse pure il movente passionale che non sembrava contrastare con lo strangolamento. Qualcuno forse era venuto da fuori, ma doveva essere continentale anche se di continentali in quel momento a Miramonti c’erano solo i tre carabinieri, il segretario comunale dr. Antonio Cassetta, veneto, che viveva solo, non essendo riuscito a trovare moglie, perché le donne dicevano in paese non b’at omine (non c’è l’uomo) e l’ostetrica triestina che doveva correre da una casa all’altra e da una campagna all’altra a piedi o a cavallo, dal momento in cui i miramontesi s’erano dati a prolificare, specie nelle campagne, piuttosto generosamente. 

Si escludevano i carabinieri perché al di sopra di ogni sospetto, anche se qualche carambola da parte di ciascuno dei tre non era mancata, ma solo con vedove, irreprensibili e fidate: la nequizia dei tempi la capivano bene i tutori dell’ordine che oltre tutto erano costretti alla continenza come i preti, per fortuna solo fino a ventott’anni. D’altra parte, queste innocenti evasioni dei militi, scusabili con il remedium concupiscentiae, portavano frutto abbondante per le loro indagini sui piccoli furti di bestiame. Il quadro dei due delitti andava chiarendosi. 

Questi erano press’a poco i loro argomenti di discussione:

-Ad uccidere Maria Giusta poteva essere stato qualche amico che frequentava la casa dei Cibresu, il quale vistosi respinto alle profferte, pensò bene di strangolare la donna che sicuramente avrebbe potuto parlarne col marito, ed il marito miramontesu, ad ogni ogiada colpu ‘e balla, (miramontese ad ogni sguardo colpo di fucile) lo avrebbe fatto fuori, ecco il movente, ecco la quadra. 

Ma chi era questo soggetto? Poteva essere stato anche Nigola Biddu che, fuggendo da Miramonti, in quella notte tempestosa e conoscendo i compari-sicari di Matteu Brancone, quindi anche Zinubiu, magari aveva voluto vendicarsi anticipatamente del suo probabile inseguitore.

Questa ipotesi ci calzava a pennello, del resto il dr. Nigola era vissuto in continente per alcuni anni e – chi ti dice che non avesse assunto modi e forme di vita di quei luoghi?- ecco l’elemento straniero, lo strangolamento senza violenza carnale. Però, giustamente, il brigadiere calabrese contrastava la tesi con i connotati morali e religiosi del soggetto del quale si ipotizzava il reato: uomo mite, imprevedibile si, ma non dedito ai reati, anzi soggetto religioso e amico di Giosi Balchi, uomo di elevata statura morale, culturale e religiosa del paese. Il dr. Nigola, inoltre, aveva trascorso ben cinque anni in seminario, per cui era soggetto alieno dal compiere non solo misfatti, ma durante l’anno d’insegnamento nella scuola elementare aveva brigato di brutto (discusso animatamente) col sindaco Corsu per un miglior funzionamento della scuola popolare patriottica, perché teneva all’igiene e all’elevazione morale e culturale dei ragazzi dell’ispido borgo.

L’ipotesi cadeva totalmente e andava scartata. 

-E che! una persona intelligente si fa la vendetta in anticipo, e una tale vendetta!- 

– L’altra ipotesi, quella del marito, poteva anche andare: il soggetto era criminogeno, tra l’altro aveva la dentatura larga, il cranio abbastanza piccolo, rispetto alla corporatura, notoriamente sicariava, magari mentre era all’inseguimento del dr. Nigola, aveva trovato la moglie in adulterio fragrante: il soggetto adulterino era riuscito a mettersi in fuga, ma la Maria Giusta non vi era riuscita. Il marito, il detto Zinubiu, con fredda determinazione, l’aveva condotta sul luogo dell’imminente delitto e con disprezzo, dicendole:

-Non ti dò manco l’onore della fucilata , pudida!- l’aveva strangolata e lasciata lì sutta Su Crastu Biancu. 

Anche questa soluzione cadeva a piombo, mancava però la conoscenza certa del soggetto induttore del reato d’adulterio. 

Nessuno aveva abusato della donna che peraltro, secondo la perizia medica, non presentava effrazioni, segni di violenza e resti biologici intimi del reato di adulterio.- 

Anche questa ipotesi cadeva miseramente sebbene occorresse tenerla calda. Ad entrambe le ipotesi mancava qualche elemento risolutore che bisognava attendere col proseguo delle indagini.

Intanto i militi estesero le richieste di notizie su Nigola Biddu alle varie stazioni dei carabinieri.

-Forse si poteva indagare sul mandante del delitto del Cibresu, Matteu Brancone, ma qui era come gettarsi negli acquitrini di Zerfuga nei periodi di calura. Delitto non ne aveva commesso, almeno fino a nuove notizie, mancava il reato e mancava il corpo del reato, poi, indagare su un tale notabile era come farsi trasferire nella zona delinquente. Correvano mormorii, parole monche, cenni, ma nessuno apriva bocca, benché la spostasse tenendola chiusa a destra e a manca, e senza testimonianze non si potevano avviare le indagini.-

La stazione di Miramonti della Benemerita era in panne, ai magistrati di Sassari non si potevano fare che striminziti rapporti per due delitti: ignoti i colpevoli, ignoti i corpi dei reati, eccetto il fucile del Cibresu, ignoti eventuali mandanti; le indagini proseguono con perizia e scrupolo, a piedi e a cavallo, nel centro abitato e nelle campagne dove metà degli indigeni vivono abitualmente purtroppo incontrollabili.Il territorio comunale del resto con i suoi oltre cento chilometri quadrati non lo si poteva presidiare 

Dal romanzo inedito “La maschera dalla gonna capitani” di Ange de Clermont

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