“La vita quotidiana nell’Orfanotrofio delle Figlie di Maria a Sassari dal 1899 al 1910, al tempo della Beata Giuseppina Nicòli, Figlia della Carità” di Angelino Tedde

L’orfanotrofio venne fondato nel 1932 dal nobile Vittorio Boyl con le prime 7 orfane ad istruire le quali furono chiamate  le suore Fieschine di Genova, esperte di cucito e ricamo e altre arti domestiche.

L’istituto ottenne nel 1834 dal viceré Giuseppe Maria Montiglio  l’ex convento dei Domenicani, sito nella parte alta della città tra via Cesare Battisti, Via Turritana, Via Arborea e Piazzetta del Rosario, negli attuali locali ristrutturati delle Poste Centrali.


Le Figlie della Carità arrivarono alla gestione educativa e formativa delle ospiti dell’Opera Pia nel 1856.

Il periodo che stiamo cercando di ricostruire è quello che va dal 1899 al 1910. Dagli storici detta epoca giolittiana. Sassari aveva abbattuto oltre il castello aragonese anche le mura cittadine e andava espandendosi nell’agro intorno alle vecchie mura sia nella parte bassa verso le Conce sia in quella alta su per il Monte detto dei Caappuccini.
Nel 1855 era stata toccata dal colera e occorreva personale per l’ospedale civile Santissima Annunziata, per l’Orfanotrofio delle Figlie di Maria e per i poveri della città.

Si convenzionarono con l’amministrazione dell’Istituto che iniziarono a gestire, sorrette anche da una ventina di Dame della Carità.
Nel 1879, giunsero  a Cagliari e a Sassari i confratelli Preti della Missione. In quegli stessi anni del loro arrivo il nobile Carlo Tealdi Rugiu, cattolico fervente, darà vita all’ Ospizio Cappuccini, per accogliere gli orfani e avviarli verso un’attività agricola o artigiana.  Nel 1906 verrà istituito anche il Rifugio Gesù Bambino per le bambine abbandonate.
Nel 1910 istituirono un ospizio, detto Casa Divina Provvidenza, per i cronici e derelitti dove accolsero prima donne e più tardi uomini in quello stato. Dal 1931 anche orfani e orafane diventando una specie di villaggio.

Lo stesso Rugiu, dopo l’incontro a Livorno ,nel 1855, con lo storico della Sorbona Federico Ozanam, (ora beatificato) italo-francese, che aveva dato vita ai Signori delle Conferenze di Carità a Parigi, istituirà analoga associazione anche a Sassari.

La sinergia dell’intera famiglia vincenziana cominciava a rispondere ai bisogni degli strati sociali più indigenti di Sassari.

Una Figlia della Carità girava mattina e sera per i vicoli e per le strade del centro storico per soccorrere a domicilio i bisognosi e segnalarli alla Conferenza settimanale della Dame della Carità.

Bisogna dire che in questo decennio giolittiano San Vincenzo de’ Paoli e Santa Luisa di Marillacc fecero capolino in città con il loro piccolo esercito maschile e femminile, religioso e laico.

Nel 1899, arriva suor Giuseppina Nicoli, come suora servente o ma soeur o superiora presso l’Orfanotrofio menzionato.

L’amministrazione dei nobili laici ed ecclesiastici dell’istituto era invisi alla cittadinanza per le rette troppo alte che faceva pagare all’educande esterne che frequentavano asilo, scuola elementare, scuola complementare ed educandato interno ed esterno.

Alla nuova superiora il presidente disse:

– Cerchi lei di sistemare la situazione altrimenti dall’anno prossimo chiudiamo scuole e ci limitiamo a tenere soltanto le orfane|.-
Suor Giuseppina coadiuvata dalle consorelle e dalle Dame, dai Signori della Carità e dai Preti della Missione compose i malumori  tra la cittadinanza e gli amministratori e così, iniziando l’anno scolastico poteva scrivere ai suoi:

“Qui siamo 18 suore: abbiamo 40 orfane, 10 sordo-mute, 14 educande, quattro sale d’asilo con circa 400 bambini, scuola esterna, che comprende le cinque classi elementari e due classi complementari, scuola domenicale maschile e femminile.”

A noi non interessa ripetere quanto abbiamo già scritto nei vari  libri e contributi pubblicati nella collana dell’Associazione Culturale Alcide De Gasperi, ma piuttosto ricostruire sia pure schematicamente la vita quotidiana dell’istituto in questo undicennio in  cui fu suor servente Giuseppina Nicoli.

La giornata per le Figlie della Carità aveva inizio alle quattro del mattino. Si levavano al suono della campanella nei loro cameroni riservati i cui letti erano separati da una tendina per la salvaguardia della privatezza personale.

La suora della sezione delle orfane e delle educande dormiva in un lettino del camerone, separato da una  semplice tendina dai letti delle ospiti.

Verso le 4.30 le Figlie della Carità raggiungevano la Cappella dove alle preghiere del mattino seguiva la meditazione e poi via come colombe, con le loro ali bianche, raggiungevano i loro cosiddetti uffici, per il risveglio delle ospiti col “Viva Gesù” e queste rispondevano “Viva sempre nei nostri cuori.”
 Con loro verso le 6 raggiungevano la Cappella dove il missionario di turno, arrivando dalla Casa Missione, celebrava la Messa,  
Tutte le ospiti, orfane ed educande indistintamente pregavano seguendo la liturgia sotto lo sguardo vigile delle suore.

La cappella era costituita da un ampio locale rettangolare e  accogliente con la Vergine della Medaglia Miracolosa sulla parete absidale e da una parte e dall’altra dell’altare la statua di San Vincenzo de Paoli  e quella di Santa Luisa de Marillac anch’essa con bimbi e bimbe in braccio, secondo
il modello frasncese di Rue du Bac dov’è ancora oggi ubicata la Casa Madre delle Figlie della Carità.
Nei giorni feriali il celebrante non rivolgeva l’omelia alle ospiti. Essa era d’obbligo  sia nelle domeniche e nelle altre festività solenni dell’anno liturgico in cui cercava d’illustrare con linguaggio adeguato alle ragazze il Vangelo, la pratica delle virtù da parte dei santi ricordati, specie quelli vincenziani.

Un certo spazio, prima e durante la Messa, era lasciato ai canti in onore della Vergine e dei santi, canti che illustravano le virtù della Vergine, quale modello da imitare.

Accompagnate dal suono dell’armonium, suonato dalla  suora esperta di musica, si levavano i canti alla Vergine Maria.

“Ti salutiamo Vergine, colomba tutta pura, nessuna creatura è bella come te. Prega per noi Maria prega pei figli tuoi, madre che tutto puoi abbi di noi pietà”.

Oppure l’altro bel canto “Dell’aurora tu sorgi più bella coi tuoi raggi fai lieta la terra e fra gli astri che il cielo rinserra non v’è stella più bella di te.”

Al momento della Comunione coloro che volevano  si accostavano alla balaustra per ricevere con le suore la Santa Comunione, ritornando ai banchi in raccoglimento.

Una volta terminata la Messa le ragazze, previo canto finale, uscivano ordinatamente dalla cappella e  tornavano  nelle varie sezioni per riordinare i cameroni con assistenti laiche, mentre le suore, si recavano nel loro refettorio per consumare  in silenzio e speditamente la colazione, per raggiungere presto le sezioni delle ragazze suddivise in piccole, mezzane e grandi.
In effetti c’erano fanciulle, preadolescenti e adolescenti.

Il refettorio era vasto e riservato a tutte le ospiti  e spesso le grandi dovevano dare una mano alle piccole.
La suora faceva il giro del tavolo dialogando con tutte. Il nutrimento era in genere a base di latte e pane e per le mezzane e grandi talvolta con un pò di caffè d’orzo.

Come al solito c’erano quelle che poco gradivano il menu, allora le suore per quanto potevano cercavano di accontentarle se il rifiuto del cibo era dovuto ad un  cappriccio con esortazioni varie le costringevano a consumarlo.
Non era ammesso che andassero a scuola senza aver fatto colazione.
Ultimata la colazione occorreva tornare nei vari reparti e provvedere a vestire le piccole per l’asilo, le mezzane per la scuola elementare  le adolescenti per la scuola complementare.

Sistemate queste cento ragazze, in parte orfane e in parte educande, alle 8, iniziava per almeno mezzora, l’arrivo di altre cento educande esterne per raggiungere l’asilo e le varie classi elementari e complementari per le adolescenti che avevano ultimato le scuole elementari e dovevano conseguire in tre anni le complementari per poter con altri tre anni, nelle scuole normali esterne conseguire la patente inferiore o superiore di maestre elementari.
Le suore-maestre e le maestre laiche dovevano dare inizio alle 8,30, ordinatamente, alle lezioni fino alle 13.

I programmi d’insegnamento dovevano essere quelli della scuola pubblica riformata da Michele Coppino nel 1877.
Il laicissimo e sinistroso ministro Michele Coppino, aveva licenziato sia il direttore spirituale previsto dalla Legge Casati sia l’insegnamento della religione dai programmi di studio, per introdurvi l’educazione civica.  

Del resto le maestre religiose e laiche dell’Orfanotrofio provenivano dalla scuola pubblica , compresa suor Giuseppina Nicoli che proveniva da una famiglia borghese di sette figli dove quasi tutti conseguirono diplomi e lauree, mentre il padre era un magistrato di ispirazione liberale, probabilmente cattolico conciliatorista.

Le lezioni avevano inizio o con un canto d’ispirazione religiosa o con una preghiera. La scuola cattolica aveva lo scopo di formare non solo il cittadino, ma anche il cristiano, in questo caso le cristiane.

Seguendo ancora l’iter della giornata del collegio, alle 13 le scolaresche interne, orfane ed educande, raggiungevano il refettorio, dove giungevano i pentoloni di pasta o di minestrone o di altro pasto, che la brava suora della cucina si era preoccupata di preparare secondo la disponibilità finanziaria conferita dall’amministrazione.

I proventi giungevano sia dalle rette delle educande interne sia da quelle esterne e dal buon cuore dei commercianti del mercato civico nonché dalle azioniste Dame della Carità che s’impegnavano al versamento di una quota mensile, detta azione o azioni che un’incaricata andava a ritirare ogni mese a domicilio.

Altri proventi provenivano da numerosi lasciti, donazioni testamentarie, legati e simili devoluti all’Orfanotrofio.

Il cibo come anche il vitto non doveva mai mancare alle orfane e tanto meno all’educande paganti. Gli storici, nel periodo giolittiano di cui stiamo parlando, ammettono un certo progresso economico in Italia, Sardegna compresa. Non certo per tutti gli strati della popolazione.

Ma torniamo al pranzo.
Le scolaresche interne ed esterne dovevano essere seguite e servite nel refettorio.
 Sia prima come dopo i pasti si recitava la breve preghiera: “Dateci o Signore la vostra santa benedizione a noi e al cibo che ora prenderemo e manteneteci fedeli nel vostro santo servizio. Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.”

Esplodevano dopo il pranzo le grida festose delle orfane e delle educande che nell’ampio cortile, vigilate dalle assistenti, si davano ai giochi allora frequenti nel mondo delle bimbe, delle adolescenti e delle preadolescenti, mentre le suore  potevano per una mezzora concedersi il pranzo nel loro refettorio le cui finestre davano nel cortile di ricreazione. Insomma gli occhi  al cibo e le orecchie alle ospiti.

L’impegno era faticoso sia per il numero delle ospiti sia per l’indole delle ragazze che durante la ricreazione simpatizzavano e facevano giochi a gruppi senza badare alla differenza sociale, quasi un esercizio d’inclusione delle orfane che non dovevano sentirsi penalizzate dal loro stato di ragazze senza famiglia.
Le suore vigilavano che tutto procedesse senza problemi, cercando di risolverli qualora ne sorgessero.

 Terminato il  pranzo le suore rientravano nei loro reparti per controllare che tutto procedesse normalmente e intervenendo se durante la ricreazione fossero successe zuffe o malumori, cercando di appianare  i soliti litigi delle fanciulle più raramente delle grandi.

Ultimato questo doveroso controllo, raggiungevano la sala della comunità in cui finalmente potevano dialogare scambiandosi idee e problemi dei loro uffici e dedicando anche in quest’ambiente qualche spazio alla lettura, ma contemporaneamente sferruzzando e ricamando o cucendo.

La lettura, fatta a turno, riguardavano i testi classici vincenziani con cui si mettevano in chiara luce la pratica della semplicità. dell’umilta e della carità delle figlie di San Vincenzo e di Santa Luisa de Marillac.

Era necessario mettere in chiaro il significato della loro attività di donne consacrate, ma anche di donne attive, diligenti, caritatevoli e materne nei confronti delle ospiti che andavano educando e formando.

En passant possiamo dire che  San Vincenzo proveniva da una famiglia povera e  volle farsi prete per conseguire uno status sociale prestigioso, ma una volta conosciuta la miseria dei poveri abbandonò quelle aspirazioni per essere povero coi poveri e soccorrerli come se questi fossero i suoi padroni diceva spesso, questo servizio non gl’impediva di essere confessore di Luigi XIII e di molte Dame di Corte.

Santa Luisa de Marillac proveniva da una famiglia nobile non ricca, ma colta, che, essendo rimasta orfana, avendo come tutore uno zio, questi ne aveva curato una buona educazione  culturale, con lo studio delle discipline umanistiche e scientifiche. Lo stesso zio,  a cui lei aveva manifestato il desiderio di consacrarsi alla vita religiosa, che allora significava claustrale le impose, come d’uso  il matrimonio con un uomo nobile d’origine, ma anche buono, che morì lasciandola vedova con un  figlio che da adolescente entrò in seminario. Allora si sentì libera di dedicarsi ad opere di bene e la sua scelta fu determinata dall’incontro con Vincenzo de’ Paoli come direttore spirituale.

Era tormentata dai dubbi, ma il santo glieli fece passare incaricandola di formare le cosiddette filles de la Charité, ragazze della Carità che aveva bisogno di arruolare, siamo nel 1633, per soccorrere i poveri non essendo le nobildonne coi loro impegni a corte sempre libere per soccorrere i poveri personalmente.

Luisa de Marillac scelse così con entusiasmo questa via e seppe formare queste ragazze di origine contadina con spirito materne tanto che, conoscendo ogni genere di erbe officinali si prendeva cura di loro anche quando erano ammalate. L’intelligenza di Vincenzo de Paoli lo spinse a far emettere i voti semplici e privati alle sue figlie che, se considerate religiose consacrate, Roma avrebbe imposto la clausura. Nella trappola c’era cascato San Francesco de Sales, ma con grande finezza formale, non ci cascò San Vincenzo.

Ma torniamo alla sala di comunità delle suore.

Tra queste letture passava l’ora e alle 15 le suore lasciavano la sala di comunità per recarsi in Cappella per una buona mezzora, per pregare comunitariamente e per una breve meditazione.

Alle 16 si tornava nei reparti assegnati, per le ripetizioni e per risolvere i problemi sorti all’interno delle varie sezioni.
Altre suore accoglievano in base agli orari settimanali, le numerose educande esterne per la catechesi e per le varie attività quali cucito, rammendo, ricamo, pittura, musica, lingua francese e tutte quelle abilità di cui dovevano dotarsi  per diventare un domani sagge spose, buone madri di famiglia, buone amministratrici e illuminate educatrici dei loro figli, secondo i modelli che all’epoca vigevano con evidenti influssi dei programmi scolastici ispirati dai pedagogisti consulenti dei vari ministri. Le suore, tuttavia, impartivano formazione civile anche quella   cristiana, seguendo le loro finalità vocazionali.

Del resto i frammassoni così numerosi e potenti in Sassari, con i loro riti e liturgie segrete nelle  logge impartivano ai loro figli e adepti una diversa visione della vita, mentre le prime avvisaglie del socialismo facevano altrettanto nel loro ancora debole proselitismo negli opifici cittadini. In mancanza di grosse fabbriche, pare che a Sassari il mondo operaio fosse poco presente.
Massoni e socialisti in comune coi cattolici coltivavano gli uni la fratellanza, con le cooperative, e la solidarietà per il bracciantato sfruttato, ma non potevano certo interessarsi alla formazione cristiana.

 La lotta tra le varie correnti di pensiero era accesa, ma impari, prevalendo decisamente i primi economicamente, politicamente e culturalmente.

 All’ Orfanotrofio nel pomeriggio, a giorni alterni, si svolgevano queste attività con maestre-suore e all’occorrenza anche con maestre-laiche.
La  suor servente doveva vigilare su tutto, fare in modo che tutto procedesse regolarmente, tenere i rapporti con gli amministratori non sempre garbati e non sempre disinteressati; ricevere le suore almeno una volta la settimana a colloquio e sentire i loro problemi e le loro difficoltà nell’ambito del lavoro, ma soprattutto della loro vocazione.

Tutte queste attività settimanali non cessavano nemmeno la domenica, quando in assenza delle scuole si svolgeva l’attività d’istruzione particolare per l’associazione delle Figlie di Maria e di tutte quelle numerose esterne che le famiglie mandavano per riceve l’istruzione religiosa domenicale accanto all’assistenza alla Messa, alle istruzioni delle omelie dei Preti della Missione.

Suor  Nicoli, donna squisita, culturalmente preparata, semplice e umile  nelle relazioni doveva svolgere la mattina le funzioni di direttrice didattica e la sera visitare i vari reparti per fare in modo che tutto si svolgesse in modo adeguato alle finalità dell’opera pia.

Dal suo epistolare, abbastanza consistente  emergono sia le problematiche dei rapporti con l’amministrazione sia le disarmonie che potevano emergere nelle varie attività sia i momenti critici delle singole consorelle, a volte prese dallo scoraggiamento, a volte tentate di lasciare la comunità. Le filles de la Charité rinnovavano i voti privati tutti gli anni il 25 marzo, festa dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria Vergine e se avessero voluto potevano lasciare definitivamente la comunità.

Suor Giuseppina Nicoli, oltre a questa gestione doveva tener conto dell’andamento dell’Asilo di Sant’Apollinare, frequentato da circa 400 fanciulli di famiglie povere e gestito da 4 suore che talvolta mal sopportavano questa dipendenza direzionale dalla suor servente dell’Orfanotrofio oltre che dall’amministrazione economica.

.La solida preparazione familiare e culturale, quella spirituale fecero
si che suor Giuseppina Nicoli dovesse curare non solo l’ordinato andamento delle attività dell’opera, ma anche le dinamiche relazionali delle consorelle che cercava di curare con spirito materno, ma anche fermo di fronte a rilassamenti o crisi.
Nel pomeriggio le suore delle sezioni erano impegnate in parte per vigilare sui compiti delle ragazze e in parte sulla ricreazione che si svolgeva prima e dopo la cena.

A queste attività di carattere scolastico, in alcuni giorni della settimana ci si occupava del catechismo o dello studio anche mnemonico di alcuni passi della Bibbia, particolarmente della Genesi.

Verso le 18 le ragazze venivano accompagnate a cena e successivamente dopo una breve ricreazione, tra le 19 o 19,30 dovevano andare a dormire nei cameroni previe le preghiere e “l’angelo mio vieni vicino a me e tu Santa Maria coprimi col tuo manto, fammi la tua santa benedizione e così sia. Io dormo nel cuore di Gesù e di Maria, buona notte Gesù buona notte Maria da parte mia.”
Quest’orario poteva variare a seconda delle stagioni.

I periodi più piacevoli della vita quotidiana si svolgevano nelle feste sia  di San Vincenzo sia di Santa Luisa de Marillac, quando tra i consueti canti si aggiungeva il canto per il Santo dei diseredati che iniziava così:
“San Vincenzo del puro tuo cuore /carità fu il sospiro fervente/ fu il costante diletto pensier/. Tutti i poveri tutti gli afflitti /a te intorno si stingon plaudenti/ e patrono t’invocan /fidenti come padre ripieno d’amor.”

Il giorno della festa dei santi patroni degli orfani non poteva mancare la frutta e il dolce a tavola.

Si aggiungano a queste attività le cosiddette accademie per la festa della suore e della superiora: una serie di canti, eseguiti dalle ragazze e qualche piccola rappresentazione teatrale seguita da baci e abbracci e dal dolce a tavola.Ecco la testimonianza di un’ospite:

 “Suor Nicoli organizzava nei giorni festivi commedie e festicciole per tenere le giovani lontane dai divertimenti profani e pericolosi (…) Inculcava il dovere della santificazione della festa, tanto che noi, educande, sentivamo due Messe alla domenica; ma lo facevamo con gioia, appunto per l’influsso della sua educazione. Ci faceva poi tanto divertire che noi non solo non desideravamo di andare a casa, ma ci nascondevamo per non uscir fuori e poter assistere alle feste che essa ci preparava”
Prima di concludere dobbiamo riportare tuttavia la situazione dell’opera pia, quando suor Nicoli fu chiamata a Torino come economa prima e come maestra delle 80  novizie dopo.
Ecco le cifre delle ospiti che per un insegnamento o per l’altro circolavano quotidianamente  nell’Orfanotrofio nel 1911: 36 orfane, 24 sordomute, 50 pensionanti interne, in totale 110 ospiti interne, alle quali occorreva aggiungere 100 esterne, 150 bambini poveri presso l’asilo, 50 bambini paganti, 50 partecipanti a lezioni particolari, in totale 400 esterne alle quali occorre aggiungere 200 Figlie di Maria, 300 partecipanti alla Scuola di religione, 500 al catechismo domenicale, anziane 14, 4 classi elementari, 3 classi complementari, 19 suore impegnate.
L’orfanotrofio era diventato una fucina di educazione, di formazione umana e cristiana negli undici anni in cui fu diretto da suor Nicoli nella qualità di suor servente. La città di Sassari ebbe davvero benefici dal lavoro di squadra con le consorelle che suor Nicoli seppe svolgere, tenendosi per quanto possibile dietro le quinte.

Grazie

Commenti

  1. Si tratta di figure interessantissime di questo pianeta Terra, a volte ingarbugliato da tutta una serie di nodi, dai quali non è facile uscire.Storicamente, le suore della carità hanno contribuito a dipanare molti nodi e sanare molte situazioni a dir poco inquietanti. Nel mio paese, la figura delle suore di carità è legata alla storia della seconda metà del Novecento, tuttavia il loro ricordo è sempre vivo, i loro nomi sempre impressi nei nostri cuori, in una soprta di amarcord felliniano che non vuole e non può cancellare il passato.

    Giovanna Elies
    aprile 5th, 2019

LASCIA UN COMMENTO

RSS Sottoscrivi.