I nostri sardi a Panama (1907-1915) in un saggio di don Giovannino Pinna nella rivista Ammentu

Da anni andavo cercando uno studio sull’emigrazione sarda in Panama dal momento che dal nostro ameno paese nel 1907 ne partirono ben 130 come avvenne anche da Oschiri, da Ozieri, da Ittiri da Orotolli e sicuramente da altri paesi della Sardegna. Quest’emigrazione del periodo giolittiano, a leggere alcuni articoli della  Nuova Sardegna, era contrastata probabilmente a causa dell’emorragia che avrebbe causato nel Nord Sardegna di manodopera utile per la produzione agraria.  Del resto fu contrario anche il nostro annalista Giorgio Falchi. Indubbiamente le motivazioni non erano solo queste come vedremo, ma altre.
Chiaramonti non è registrato nello studio, ma cercheremo di aggiungerlo noi anche se abbiamo la difficoltà d’identificare i partenti dal momento che l’archivio comunale è da tempo inconsultabile  in quanto ben conservato nelle casse che hanno fatto ritorno dall’ammasso degli archivi della zona industriale di Muros. La fonte che utilizziamo è pregna di notizie sull’emigrazione sarde dell’epoca. Vorremmo aggiungervi Chiaramonti anche se dobbiamo farlo servendoci soltanto della memoria annalistica e orale per quanto riguarda i nomi di alcuni partenti. Per i Tedde ci soccorre la memoria familiare, ugualmente per gli Unali come si può notare nel sito di Mario Unali, archeologosardos.it, mentre per gli altri dobbiamo accontentarci della memoria degli anziani, in particolare di qualche nonagenario. Non ci fermeremo qui e nel tempo continueremo a scavare per completare il discorso iniziato nella speranza di trovare prima o poi l’elenco dei partenti presso le carte comunali o i passaporti dell’archivio della Questura di Sassari dal momento che ci dicono che l’Archivio di Stato non li contiene.

Nel n.13 della rivista storica Ammentu, luglio-dicembre 2018, Bollettino storico archivistico del Mediterraneo e delle Americhe, diretto dallo storico dell’emigrazione Martino Contu, Aipsa, Villacidro, si tratta ampiamente dell’emigrazione dei sardi, non per niente il volume ha per titolo:

Martino Contu Giovannino Pinna (a cura di) L’emigrazione dalle isole del Mediterraneo all’America Latina fra il XIX e XX secolo, Atti del Convegno storico internazionale, Centro Studi Sea, Monastir, 20o9 pp. 502  €. 32,00

I contenuti del bollettino riguardano Cuba e Sardegna due isole lontane e vicine; l’emigrazione italiana pre-unitaria in Uruguay attraverso le fonti  consolari uruguayane (1850-1851); fonti per la storia dell’emigrazione in America Latina, specialmente in Argentina, conservate negli archivi comunali sardi; emigrati sardi a Panama nei primi anni del Novecento.
Gli  autori sono rispettivamente Martino Contu, Carlo Pillai, Roberto Porrà, Giovannino Pinna (15 giugno 1944-29 gennaio 2011).
Il testo è corredato di varie tabelle e diagrammi e meriterebbe una recensione in varie puntate che ci auguriamo di fare nel tempo, visti i più svariati impegni che non sempre ci permettono di fare quanto vorremmo. Il volume è corredato dall’indice dei nomi e dei luoghi.

Di tutto questo abbondante materiale storiografico c’interessa in particolare l’emigrazione dei sardi in Panama dal momento che ha interessato la famiglia di mio padre e anche di varie famiglie chiaramontesi.

Autore di questo capitolo è il compianto don Giovannino Pinna. Del lungo articolo riportiamo soltanto un florilegio  allo scopo di invogliare alla lettura, con un’esposizione giornalistica, quindi senza riportare le note che sono molte e che si possono leggere nel bollettino succitato.

Cenni storici sull’idea e i progetti della realizzazione del Canale.

“L’idea di collegare i due oceani (Atlantico e Pacifico), all’interno del territorio di Panama, risale al periodo della colonizzazione spagnola, agli inizi del ‘500. Il primo ad ipotizzare una simile impresa fu lo spagnolo Vasco Núñez de Balboa nel 1513 con una proposta al re Carlo I (Carlo V). Dopo di lui, l’opportunità di dare corso al progetto fu ribadita da molti altri uomini d’affari, ingegneri e visionari.
Curiosa l’intuizione del francese Martin de la Batiste che nel 1790 preconizza che se non si farà avanti la Spagna o qualche gruppo privato, il canale avrebbe finito per costruirlo l’astro nascente tra le nazioni americane e cioè gli Stati Uniti.
Da ricordare che Panama era rimasta colonia spagnola fino al 28 novembre 1821, quando accettò volontariamente di fare parte della nazione colombiana.” [La foto è di Giacomo Unali, padre di Salvatore, noto Foeddu]

“Intanto nel 1848 in California vennero scoperti grandi giacimenti d’oro e questo sensibilizzò ancora di più le autorità governative degli USA a prendere in considerazione il progetto.
La prima approvazione ufficiale per la costruzione del canale si ebbe nel 1879 al Congresso di Parigi organizzato dalla Società Civile Internazionale del Canale.
Cinque anni prima, nel 1874, era stata fondata la “Compagnie Universelle du Canal interoceanique”. L’incarico di dirigere la realizzazione del progetto venne affidata al Conte De Lesseps. I lavori iniziarono il primo gennaio del 1881 e da subito si incontrarono difficoltà pressoché insormontabili a causa della disorganizzazione, della corruzione e, soprattutto, delle sfavorevoli condizioni climatiche che provocarono tra le maestranze impiegate un’altissima mortalità per la presenza nella regione della febbre gialla e della malaria. Per anni questa realtà si riuscì ad occultarla, poi non fu più possibile e nel 1885 ci si determinò a rendere pubblico il fallimento. La Compagnia cessò di esistere il 15 settembre del 1889.
Come si vede, l’avventura francese si concludeva dopo dieci anni in modo disastroso con costi in vite umane e in denaro impressionanti. Si calcola che i lavoratori che persero la vita abbiano raggiunto il numero di 20/22 mila, mentre gli investimenti inutilmente profusi si sarebbero aggirati intorno ai 1400 milioni di franchi. Al di là di questi risultati pesantemente negativi, l’impegno francese fu comunque davvero grande. Scrive infatti Alonso Roy:

[la foto è di Salvatore, noto Foeddu e Angelo Unali figli di Giacomo]

Contrario a la opinión generalizada los franceses hicieron un gran trabajo en Panamá, construyendo buenas instalaciones hospitalarias, centros de convalecientes, dispensarios para atencíon de urgencia a lo largo del ferrocarril, puertos y excavaciones en el Corte de Culebra, por más de 30 millones de metros cúbicos de tierra, dejando también una buena cantidad de equipo .

 

“Nel 1894 (20 aprile) viene fondata la “Compagnie Nouvelle du Canal Interoceanique”. La sua aspirazione più grande non era certo quella di riprendere i lavori del canale, quanto piuttosto di vendere – cercando il maggior utile possibile – agli Stati Uniti tutte le pertinenze in suo possesso nella regione dell’istmo. Dalla loro, gli statunitensi, compresero ben presto che la nuova Compagnia non aveva alcun interesse a portare a termine i lavori e decisero di farsi avanti per acquistare tutti i diritti sulla striscia di Panama interessata al canale, sfruttando al massimo il bisogno della Compagnia di alienare il proprio patrimonio. [[e foto postate sopra sono di Angelo e Lorenzo Unali figli di Giacomo]

Non tutti, però, si espressero a favore. Il più agguerrito oppositore fu l’ingegnere Godin de Lepinay a motivo delle sfavorevoli condizioni ambientali che avrebbero frenato la realizzazione del progetto con altissimi costi in vite umane.”

“Lo storico Giaccone annota: [La foto è di zio Peppe Tedde, ripreso in Panama, compagno di viaggio di mio nonno tanto in Panama quanto in Francia ]

«Nel 1899 un’offerta della Compagnia francese di Panama aveva indotto gli Stati Uniti ad inviare al Centro America una Commissione, l’Isthmian Canal Commission […]. Questa Commissione, nel suo rapporto del 30 novembre 1901, di fronte alle richieste della Compagnia francese, che domandava cento miliardi di dollari, concludeva in favore del canale attraverso il Nicaragua.”
Ma poi per 40 milioni si dichiarò disponibile a cedere «[…] ogni diritto, lavoro, disegno e materiale».
L’offerta venne subito accolta anche perché la via di Panama risultava tre volte più corta della concorrente. E così, nel 1902, il Congresso americano votava l’acquisto, per quella somma, della «proprietà della Nuova Compagnia del Canale di Panama.»
In questo modo gli Stati Uniti diventavano proprietari di un territorio vasto circa 1500 Km2 e anche delle principali città di quella regione che si trovavano tutte ubicate all’interno di quella striscia. Acquistavano, inoltre, «diritti, privilegi, proprietà e concessioni, come pure la ferrovia di Panama […] il diritto di costruire il canale e di possederlo e di utilizzarlo per un periodo di cento anni, rinnovabile a loro volontà». In cambio di questi vantaggi gli USA si impegnarono a versare alla Colombia dieci milioni di dollari allo scambio delle ratifiche e un canone di 250 mila dollari annuo a partire dal nono anno dello scambio. Il Parlamento della Colombia, però, si rifiutò di ratificare tale convenzione. L’imbarazzo e la delusione del governo statunitense fu molto grande. ”

“Qualche mese più tardi, a Panama, scoppiò una rivolta e il gruppo promotore della ribellione scelse di staccarsi dalla Colombia e di proclamare l’indipendenza, ribattezzando la regione “Repubblica di Panama”-

[Foto storica scavi del Canale]

La Colombia si trovò nell’impossibilità di intervenire e a nulla valsero le sue rimostranze. La marina militare di Washington, sia nell’Atlantico che nel Pacifico, ebbe «l’ordine di opporsi allo sbarco delle truppe colombiane dirette al Panama come pure di impedire il bombardamento della città ribelle». Inutile ricordare che gli Stati Uniti riconobbero da subito (3 novembre 1903) l’indipendenza della nuova repubblica. Il progetto poteva dunque decollare. Al termine dei lavori, il Canale risulterà lungo 82 Km. La prima nave lo attraversò nel 1914 Il costo complessivo raggiunse i 350 milioni di dollari.”

La manodopera per la costruzione del Canale [Foto storica scavi del Canale]

“I vari artefici della costruzione del canale furono le migliaia di lavoratori che resero possibile, con la loro fatica e tenacia, la realizzazione di questa grandiosa opera. La festa di inaugurazione, avvenuta il 15 agosto del 1914, non può non riportare alla memoria il sacrificio di tantissimi di essi che, per incidenti sul lavoro o a causa delle malattie contratte (febbre gialla, malaria, tifo e tubercolosi soprattutto), persero la vita decimando, di anno in anno, la forza lavoro e costringendo la direzione a continue e massicce nuove assunzioni. Si avanzò con grande sforzo metro dopo metro con il contributo di parecchie decine di migliaia di operai provenienti da varie parti del mondo.”

[La foto è di Salvatore Unali, noto Foeddu]

“In un primo momento si pensò di reclutare i lavoratori tra i neri degli stessi Usa, ma l’idea venne presto accantonata sia perché il personale proveniente dalle isole del Centro America si dimostrò forte e resistente e poi anche per ragioni economiche. Infatti il trasporto di questi ultimi risultava di gran lunga più vantaggioso.

Si pensò anche di attingere manodopera dalla Cina attraverso avvisi pubblicitari nei periodici e nei giornali di quella nazione. Si richiesero 5000 lavoratori. Il numero sarebbe poi potuto aumentare in base al loro rendimento. Alla fine, l’appello venne raccolto soltanto da pochissimi.
I lavoratori provenienti dall’Europa, invece, man mano che andavano migliorando le condizioni sanitarie aumentarono in modo consistente. La febbre gialla venne debellata grazie alla «ciencia, determinación, dinero y una estupenda cantidad de arduo trabajo».”

“Nel 1908, a Panama, risultano presenti circa 12.000 europei: 8.200 spagnoli (saranno 2000 in più nel 1910), 2.000 italiani, 1.100 greci, 20 francesi. Il numero complessivo di lavoratori impiegati, dal 1905 al 1914, oscillò dai 17.000 iniziali ai 56.654 del 1913. [Foto storica del Canale]

I dirigenti che coordinarono i lavori ebbero la felice idea di convocare, ogni settimana, la mattina della domenica, tutti i lavoratori per ascoltare i loro suggerimenti e le loro richieste. Cento rappresentanti della base venivano, di volta in volta, a confronto con l’ingegnere capo. Inoltre i lavoratori vennero organizzati in leghe nazionali, in base alla lingua, alla religione e ai costumi, con l’obiettivo di aiutarli a non sentirsi soli e di salvaguardare meglio i loro diritti, anche salariali. Le differenze legate al colore della pelle si rivelarono sempre piuttosto nettamente e non solo per i pregiudizi legati alle differenti culture e società di origine, ma anche per le discriminazioni consumate in loco sia nei salari che nel trattamento (i bianchi erano sempre avvantaggiati). Una volta conclusi i lavori, gli operai che lo vollero vennero rimpatriati gratuitamente dagli Stati Uniti. C’è da ricordare che un numero significativo di questi lavoratori però preferì stabilizzarsi in qualcuno degli Stati del nuovo continente.

In quel decennio, negli Stati Uniti si avvicendarono tre presidenti. Tra questi il merito maggiore fu quello di Roosevelt ritenuto il vero costruttore del canale.”

 

[Fratelli Unali: Giacomo e Lorenzo]

Gl’italiani a Panama

“A Panama gli immigrati italiani incominciano ad arrivare intorno alla metà dell’Ottocento, al tempo in cui venne costruita la ferrovia. E infatti, «non a caso, già nel 1883, risulta costituita una “Società italiana di beneficenza”».
L’afflusso più consistente si avrà proprio in coincidenza con l’avvio dei lavori per la costruzione del canale. Ad esempio, dal Cappelli si viene a sapere che «Tra i circa 40.000 operai che mediamente vi lavorano, nel periodo compreso da il 1905 e il 1914, numerosi sono gli italiani (2.000 nel 1908) che affrontano un lavoro durissimo in condizioni assai difficili, in cui è facile ammalarsi di malaria, febbre gialla, tifo e tubercolosi».”

Gli emigrati  sardi a Panama

“Anche la Sardegna, dunque, fu interessata al flusso migratorio verso Panama nel periodo in cui fervevano i lavori per la costruzione del canale. I centri più coinvolti, in base ai documenti rinvenuti, furono soprattutto Orotelli, Oschiri, Ozieri ed Ittiri.[Aggiungiamo per quanto ci riguarda anche altri paesi come Chiaramonti]”

Orotelli

” Le notizie più significative le fornisce il sacerdote don Salvatore Marche, morto nel 1943, nativo appunto di Orotelli, parroco a Oniferi e appassionato ricercatore storico. Di lui, lo studioso Agostino Saba scrisse: «Dobbiamo essere grati al solitario parroco di Oniferi che trova modo, nel silenzio delle sue campagne, di attendere a severi studi di critica storica». È stato lui a conservarci la notizia che nel 1913, da Orotelli, emigrarono verso Panama, l’Argentina e gli Stati Uniti 138 persone, circa il 7% della popolazione totale.”

Oschiri

“Per quanto riguarda Oschiri, la grande migrazione verso le Americhe, raggiunse la punta massima tra il 1909 e il 1913. Si stima che nei primi tredici anni del Novecento i sardi che emigrarono nel nuovo continente (USA, Canada, Panama, Argentina e Brasile soprattutto) siano stati poco più di 30,000. Di questi, ma si tratta di un calcolo approssimativo, 150 circa sarebbero partiti dalla sola Oschiri (pari al 7,5% della popolazione totale). [ da Chiaramonti, secondo il Falchi, circa 130]”

“In entrambi i casi (Orotelli e Oschiri) si trattava quasi sempre di lavoratori precari, giornalieri e braccianti agricoli. Non mancavano tuttavia neppure i piccoli e i medi proprietari che tentavano la fortuna.
 Di Oschiri si ricorda un certo Giuanne Maria Fogu detto Pistacanna. La sua permanenza a Panama ha quasi dell’inverosimile per i risvolti romanzeschi che la caratterizzano. Questo il racconto della sua vicenda:

“[…] partì verso il 1910 lasciando al paese la moglie e tre figli già grandi; finì a Panama a lavorare all’apertura del canale; scampò alla febbre gialla e finì per sistemarsi nel villaggio di Quirojito. Quindi diventò amico dei frati del convento, dove fu impiegato per un certo periodo come lavorante. Ben presto diventò, per gli abitanti del villaggio, don Mario acquistando prestigio e benevolenza, tant’è che una ricca vedova di sangue indio se lo prese come marito di fatto e gli affidò una prospera piantagione di caffè. Ma è probabile che il rimorso per la famiglia abbandonata non gli desse pace, visto che,- molti anni dopo e ormai vecchio – don Mario chiese ai suoi amici religiosi di rintracciare i figli abbandonati nell’isola lontana. Uno dei frati venne in Italia, in occasione del giubileo del 1950 e riuscì a mettersi in contatto col figlio maggiore.
Il compito di recarsi dal padre e tentare di riportarlo a casa fu affidato al secondo nato, Roberto, che si recò a Quirojito, ma non riuscì a convincere il vecchio a rientrare, per quanto il desiderio lo struggesse. Dovette anzi sottrarsi alla gelosia di diversi fratelli meticci nati nel frattempo che pare lo minacciarono di morte e costrinsero anche lui a cercare rifugio nel convento dove a suo tempo il padre era stato accolto. Roberto tornò al paese solo dopo la morte del padre che, dopo aver chiesto perdono, nel delirio della fine, parlava in sardo ai parenti e agli amici di un tempo che non aveva più rivisto da decenni […].”

I servizi  de “La Nuova Sardegna” contro la partenza dei sardi.

“Intanto, nel quotidiano di Sassari «La Nuova Sardegna» vengono pubblicati alcuni articoli tutti finalizzati a scoraggiare la partenza dei sardi per Panama. Il primo di questi servizi è del 10-11 agosto 1905. Alle pp. 1-2, un articolo di fuoco a firma del noto Salvator Ruju, mette in guardia gli isolani dal partire a Panama. L’occasione gliela offre la notizia che da lì a qualche giorno (il 15 dello stesso mese), «la Commissione per il canale di Panama aprirà […] l’arruolamento di oltre sei mila lavoratori.
La manodopera richiesta all’Italia è di 2.000 uomini. «Un suicidio collettivo» – afferma lo scrivente, ricordando che anche i giornali italiani d’America hanno dato un avvertimento chiaro: «Non andate a Panama! A Panama si muore!». Mette in guardia dal credere alla propaganda di parte che parla di lavoro ben remunerato e assicurato, ma tace sugli altissimi indici di mortalità presenti in quella inospitale regione. Quello che interessa non è l’incolumità delle persone, ma la realizzazione del progetto. Alla falcidia di vite umane sapranno come rimediare. Andranno «attraverso le regioni meridionali d’Italia, nell’Abruzzo, nella Calabria, in Sardegna, dove la miseria è più nera, la popolazione più ignorante e superstiziosa […]». Chi sceglie di recarsi in quella regione va incontro a una pesante sofferenza, a una morte certa, a una partenza senza ritorno. E conclude ricordando quanti sono decisi a emigrare che «L’America è grande: qualche regione di quella lontananza è ancora vergine e non è nefasta … A Panama, però, no. Meglio morire in Italia con la maledizione più cupa […]».
Due anni e mezzo dopo, nel numero del 18-19 gennaio 1908, il medesimo quotidiano riporta, in sunto, il contenuto di una lettera che un bracciante della provincia di Sassari scrive alla sorella sulle sofferenze che condizionano la vita a Panama raccomandandole «di adoperarsi per distogliere qualunque persona dall’idea di recarsi al Panama, dove oltre a terribili malattie infettive, si soffre anche la fame».
Successivamente, nel numero del 7-8 settembre di quello stesso anno, il quotidiano sassarese riporta il comunicato del Ministero degli esteri italiano che ordina la sospensione della concessione dei passaporti per Panama «perché manca assolutamente il lavoro»45. Tale provvedimento, come era facilmente prevedibile, creò disguidi talvolta anche molti gravi e dolorosi tra chi il passaporto lo aveva già ottenuto. Ne fa fede una cronaca apparsa nello stesso giornale del Nord Sardegna il 6-7 ottobre di quello stesso anno. Centinaia di sardi, dopo essersi dissanguati per racimolare la somma occorrente per il viaggio verso Panama (200 lire), una volta giunti a Genova dall’isola, per ordine del Governo, vennero fatti sbarcare con il perentorio divieto di non proseguire la traversata verso Panama «perché colà non vi è alcuna domanda di lavoro».”

Le conseguenze di questa proibizione furono che i poveri emigranti rimasero in balìa di se stessi, senza alcuna via di uscita. Scrive infatti il giornale: «non possono ritornare nell’isola, perché non hanno più un soldo: la compagnia di navigazione non vuole restituire le duecento lire pagate da ciascun imbarcato, perché sostiene che non è colpa sua se il viaggio non può effettuarsi».

Sempre la Nuova Sardegna del 6-7 ottobre 1908, nell’articolo già citato, riporta il seguente fatto: «Un reduce proprio dal Panama ci diceva l’altro giorno che egli venne con qualche migliaio di lire in tasca; però gli altri due [compaesani], coi quali era partito, sono morti laggiù!».
In un dispaccio di quattro giorni dopo, lo stesso quotidiano dà notizia di 82 emigranti che da Portotorres sono partiti alla volta dell’America. Dunque, si tratta di persone diverse da quelle che bivaccavano a Genova e nulla si sa del successo o meno della loro scelta. Può darsi che abbiano ingrossato le fila dei disperati, oppure che fossero diretti in nazioni delle Americhe diverse da Panama.

Un altro emigrato di cui si hanno notizie è Sedda Agostino di Orotelli. Si sa che arriva a Panama nel 1910 dove lavora alla costruzione del canale. Dal 1914 si dedica alla meccanica automobilistica e dieci anni dopo costituisce la società Sedda & Valle, che gestisce officine meccaniche, stazioni di benzina e ricambi d’auto. Nel Panama è la principale impresa del suo genere.

Da Ittiri, infine, proviene Giommaria Dedola emigrato a Panama durante la costruzione del canale in due distinti periodi, entrambi abbastanza lunghi (1907-1911 e 1912-1915). Nacque nel giugno del 1884 da una famiglia che godeva discrete condizioni economiche. Frequentò le scuole elementari rivelando fin da piccolo una certa predisposizione per la poesia e per i componimenti patriottici (per tutta la vita fu un grande estimatore di Garibaldi). A 23 anni, nel 1907, una volta adempiuto il servizio militare, un po’ per sfuggire alla miseria del suo ambiente e un po’ per avventura, decise di emigrare nel nuovo continente. Il viaggio, per il Dedola, non fu né facile, né semplice. Dopo numerose disavventure e umiliazioni, si stabilì a Panama dove fu assunto da un’impresa americana a lavorare per la costruzione del canale. La sua permanenza a Panama si interrompe una prima volta nel 1911, dopo quattro anni. Rientra in Sardegna per sposarsi, ma il suo sogno svanisce per l’improvvisa morte della fidanzata. Riparte l’anno seguente (1912) sempre a Panama per rientrare poi definitivamente nel 1915 allo scoppio della prima guerra mondiale. Dopo il trionfo di Vittorio Veneto, fa ritorno a Ittiri, «decorato per diversi fatti d’arme». Agli inizi degli anni ’20, con la famiglia si trasferisce a Sassari «dove si dedicò alla coltivazione di un oliveto». Muore nel 1949 a 65 anni.


Il Dedola emigrato rimane importante per un manoscritto in cui si trovano conservate lettere inviate a parenti e amici e per alcuni componimenti poetici composti nei circa sette anni di permanenza a Panama. Si tratta di un registro di circa 200 pagine. Di queste, 109 dovrebbero risalire al periodo iniziale della sua permanenza a Panama, le restanti 91 pagine risultano scritte partendo dalla fine del registro e, quindi, nel senso inverso. Il documento contiene parte della corrispondenza epistolare che inviava in Sardegna, anch’essa in forma poetica e poi vari componimenti in versi «che gli dettavano la nostalgia».

Dopo un lungo viaggio e varie peripezie con indicibili umiliazioni e disagi, spesso in balìa di faccendieri che lucravano sulle difficoltà degli emigranti italiani e di altri paesi poveri d’Europa, poté farsi assumere da un’impresa americana impegnata nella costruzione del Canale di Panama».Questo suo manoscritto è stato definito «un’interessante testimonianza della vita e delle condizioni di lavoro dei nostri emigrati in America»”

I Chiaramontesi a Panama [ a cura di Angelino Tedde e di Mario Unali]

Giorgio Falchi, annalista chiaramontese, vissuto tra il 1843 e il 1922, a proposito dei partenti a Panama in una sua scheda, scrive che da Chiaramonti partirono circa 130  aspiranti a lavorare nel taglio dell’istmo di Panama. [Foto  di Giovanni Matteo Tedde 1873-1927, presumibilmente del periodo francese]

“(…) lusingati dai notevoli profitti che avrebbero a ritrarre recandosi nelle lontane Americhe e col prendere parte al taglio dell’istmo di Panama, vi si recarono. E siccome il clima micidiale dei luoghi e i frequenti incidenti sul lavoro obbligarono gli imprenditori a elevare i salari giornalieri persino a lire nove, perciò in breve tempo vi affluì tanta gente da che parecchi di essi, merce il frutto del proficuo lavoro riuscirono a fare  acquisto di un campicello e di una casa di abitazione ma il maggior numero  i fatti guadagni disperse nel giuoco e nei bagordi. Per cui l’emigrazione nelle Americhe e in Francia produsse più danni che vantaggi, giaccchè per causa di essa i vincoli familiari e sociali del tutto ebbero a cessare, la miscredenza nella religione acquistò numerosi proseliti, fu disconosciuta l’obbedienza dovuta alle legittime autorità, irrisa l’osservanza dele leggi, vennero introdotte malattie schifose e fino allora dai più sconosciute e finalmente furono diffuse massime sovversive rivolte a turbare la pace sociale a mezzo della lotta di classe, dei frequenti tumulti e delle sanguinose rivolte”.

Secondo il nostro annalista i compaesani furono spinti a partire dalla promessa degli alti salari, noncuranti dei pericoli connessi al duro lavoro, [ovviamente con la loro partenza, ma questo non lo dice, diminuì la manodopera del paese che certamente poteva far comodo ai proprietari terrieri]. Secondo lui, inoltre, a parte alcuni che saggiamente seppero risparmiare e quindi investire questi guadagni in paese al loro ritorno, costruendo una casa o comprando un paio di buoi o acquistando del terreno, la maggior parte si lasciò traviare dalla vita allegra, spendendo i buoni guadagni, procurandosi [la sifilide] e altri malanni, ma soprattutto lasciandosi influenzare ideologicamente dalle idee anarchiche sovversive [ del nascente socialismo].

Per dire di alcuni reduci da Panama secondo la memoria familiare

Giovanni Matteo Tedde (1875-1927), mio nonno, fu tra coloro che si lasciarono lusingare sia dall’emigrazione temporanea in Panama e sia da quella in Francia, secondo la memoria storica familiare. In Panama si recò quasi certamente nel 1907, dopo aver messo in cinta mia nonna Chiara (1873-1935) che l’anno dopo partorì mia Zia Maria Lucia, assente il marito. Dovette sicuramente rientrare verso  il giugno del 1910 e ripartire immediatamente dopo aver concepito mio padre Angelino, che nacque nell’aprile del 1911 e per conoscerlo fu richiamato da mia nonna che a detta di mio zio gli mandò i soldi per questo viaggio del 1915, per conoscere mio padre che aveva compiuto cinque anni senza mai vedere in faccia il padre. Ripartì prima che potesse essere richiamato in guerra, rientrando nel dicembre del 1917, quando fu richiamato tra i finanzieri fino al novembre del 1818 alla fine del conflitto.
Sempre dalla memoria familiare ho appreso che partiva in compagnia di un suo cugino, Giuseppe Tedde, noto Peppe, sposato, ma senza figli. Di quest’ultimo disponiamo di una fotografia  in posa con l’inconfondibile cappello panamense, di nonno disponiamo di una fotografia a colori che all’epoca poteva farsela fare in Francia perché non vi è nessun segno di Panama. Nonno comprò un paio di buoi e fini mezzadro coi Baravaglia-Madau, legati da comparatico, come coi Grixoni era legato da comparatico il padre Antonio Tedde, sposato con Filomenea Malta che portò al ménage una vigna di un ettaro in agro di Chiaramonti (Bidda Noa).

Altri personaggi panamensi furono gli Unali, Giacomo, che partì con quattro figli: Salvatore, Giacomo, suo omonimo, Lorenzo e Angelo, ma rientrò poi con Salvatore e Angelo mentre  Giacomo e Lorenzo, non rientrarono più e preferirono rimanere in America, spostandosi nel Nuovo Messico.
E’ noto agli anziani, che altro chiaramontese, commerciante, si recò a Panama e ritornò dopo aver fatto fortuna.
Partì e tornò anche Antonio Luigi Cossu, altro commerciante e a quanto sembra anche Antonio Luigi Budroni.
Altra memoria storica familiare ce la fornisce il prof. Giovanni Soro, il quale asserisce che il nonno materno Giovanni Cattina-Annibale, sposato con Maria Salvatora Satta il 12.2.1909, morto a Chiaramonti nel 1932, partì  col cognato Giorgio Satta, anche lui per il Panama, ancora minorenne a 16 anni, (10.12.1893) del quale abbiamo la fotografia di nozze in Argentina dove si spostò, ultimato il Canale e dove contrasse matrimonio prendendo residenza  nel  paese di Camillo Aldao, provincia di Cordoba.[La fotografia è di Giorgio Satta con la sposa nel giorno delle nozze].
I familiari tennero i contatti fino al 1939. Mentre Giovanni Cattina-Annibale rientrò a Chiaramonti nel 1915 e fu richiamato in guerra da cui ritornò a Chiaramonti dove visse fino alla morte avvenuta nel suo cinquantesimo anno,
Man mano che raccogliamo testimonianze le inseriremo in questa recensione. [Giovanni Cattina-Annibale]

Ringrazio il prof. Mario Unali per avermi fornito alcune fotografie storiche del Canale, altre le ho riscontrate in Immagini di Google. Le foto degli Unali fanno parte invece del contributo che lo stesso professore e blogger ha inserito nel suo blog archeologosardos.it.
Un ringraziamento anche a al prof. Giovanni Soro per averci fornito l’identità di altri due partenti per il Panama dei quali uno è 
tornato, mentre l’altro è rimasto in Sud America spostandosi in Argentina.

Interessantissimo il contributo di Giuseppina Sanna, L’emigrazione della Sardegna, vedi su Google.
“Il Crespi afferma a proposito che l’emigrazione abbia rappresentato per l’isola “un fenomeno di scarso rilievo sino all’ultimo decennio dell’Ottocento”. Prima di questa data, la media annua degli espatri non raggiunge le 100 unità, mentre nei cinque anni successivi si registra un incremento che nel 1899 arriva a 1.110 unità. Nel venticinquennio fra il 1876 e il 1900 il totale degli emigrati sardi viene calcolato in 8.132 unità (con una media di 325 emigrati l’anno).
Nei primi anni del Novecento si continua con un andamento ascendente (tra il 1901 e il 1915 gli espatri dall’isola raggiungono le 89.624 unità), fino ad arrivare nel 1913 a 3.988 emigrati verso l’Europa, 7.130 verso l’America e 1.147 verso Africa. Le terribili annate di siccità che colpiscono l’isola negli anni 1912-1914 e l’afta epizootica (cui fece seguito una forte moria di bestiame) accelerano un processo già in atto.”

Bibliografia sul tema

Maria Luisa Gentileschi, Il bilancio migratorio, in Sardegna emigrazione, a cura di Ead., Cagliari, Edizioni della Torre, 1995, pp. 12-36; Nereide Rudas, L’emigrazione sarda: caratteristiche strutturali e dinamiche, “Studi emigrazione”, 34 (1974), pp. 169-262; Pietro Pinna, La Sardegna e la questione agraria, Cagliari, Edizioni della Torre, 1983, pp. 33-40; Antonella Pinelli, L’emigrazione, in La Sardegna, I, Storia della popolazione, a cura di Manlio Brigaglia, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, pp. 165-175.
Pietro Crespi, Analisi sociologica e sottosviluppo economico: introduzione ad uno studio d’ambiente in Sardegna, Milano, Giuffrè, 1963, p. 186. Cfr. inoltre Marcello Vinelli, La popolazione ed il fenomeno emigratorio in Sardegna, Cagliari, Tip. Dell’Unione Sarda, 1898.
 Carlo Murgia, L’industria che provoca l’emigrazione in, I rapporti della dipendenza, a cura di Anna Deriu, Sassari, Libreria Dessì, 1976 pp. 63-80.
Alberto Merler, L’emigrazione, in La Sardegna, Enciclopedia, II, I segni del cambiamento nel trentennio autonomistico, cit., pp. 171-175.
 Margherita Zaccagnini, L’emigrazione sarda in Argentina all’inizio del Novecento. Popolazione e territorio attraverso la stampa isolana, in Sardegna emigrazione, pp. 140-166: p. 149.
 G. M. Lei Spano lega l’inizio dell’emigrazione alla guerra tariffaria italo-francese e alla conseguente rottura dei trattati commerciali che avrebbero penalizzato in modo particolare la Sardegna. “L’emigrazione – scrive – non era nota nell’isola se non come forma sporadica di una latitanza in Corsica o altrove, per parte di qualche ricercato o condannato dalla Giustizia (…), per il tradizionale attaccamento dei sardi alla propria terra e par la condizione di insularità della Sardegna. (…) Sino al 1884, cioè tre anni prima della rottura del trattato di commercio con la Francia, la provincia di Sassari, che, secondo i dati ufficiali, maggiormente esportava in bestiame per i porti della Repubblica, non segna verun emigrante; quella di Cagliari ne conta 119 in complesso. Ma quando prima e dopo il 1890 cominciò da noi a imperversare la filossera; quando per mancanza di esportazioni all’estero, il latte pecorino si vendeva a meno di centesimi quindici al litro e i formaggi sardi, non avendo credito, erano alla mercè nel porto di Livorno; quando, per mancanza del dazio di protezione, il prezzo del grano discese e restò al di sotto di L. 20 per quintale, senza coprire neppure le spese di semina e di raccolto; allora si abbatté sugli animi nostri la desolazione ed il dolore” (Giovanni Maria Lei Spano, La questione sarda, Torino, Fratelli Bocca, 1922, pp. 19-61: p. 48).
 M. L. Gentileschi, Il bilancio migratorio, cit., p. 26. Della stessa opinione è anche Lei Spano che commenta: “Nel 1900-1904 comincia a farsi sentire la corrente migratoria sorta dalla reazione contro l’impianto dei caseifici, i quali dando l’incremento all’industria dei formaggi determinavano i sardi all’abbandono delle culture terriere aleatorie, per il reddito sicuro della pastorizia; ma sempre limitata o quasi ai porti coloniali francesi, tunisini o di Bona” (La questione sarda, cit., p. 50).
 M. Zaccagnini, L’emigrazione sarda, cit. p. 150. Anche M.L. Gentileschi commenta a riguardo che “in concomitanza di una fase di sviluppo dell’economia si verificano così disordini sociali, miseria e crescente emigrazione, chiara denuncia dei modi in cui si attuavano l’industrializzazione di alcuni settori produttivi e la partecipazione dell’isola ai mercati internazionali” (Il bilancio migratorio, cit., p. 22).
14 N. Rudas, L’emigrazione sarda, cit., p. 180. La teoria del fenomeno migratorio come fuga da una condizione di forte arretratezza economica dell’isola, convince tutti gli studiosi. Francesco Pais Serra afferma in proposito che i flussi migratori sono composti principalmente da braccianti poveri “che partono alla ventura, senza affidamento alcuno di occupazione nei paesi in cui vanno, ove solo la disperazione li spinge. (…) Questa è forse la più terribile prova della miseria in Sardegna, perché è indizio che comincia a mancare in modo assoluto il mezzo di vivere comunque, anche con stento! Perché il sardo e specialmente il contadino, non abbandonerebbe l’isola, sol se potesse con un cibo qualsiasi e con il più faticoso lavoro, sfamarsi!” (Relazione d’inchiesta sulle condizioni economiche e della pubblica sicurezza della Sardegna, promossa con decreto Ministeriale del 12 dicembre 1894, Roma 1896).
che provoca l’emigrazione, cit., p. 70.
 Così recita un articolo de “La Nuova Sardegna” del 6-7 ottobre 1908: “Noi comprendiamo che dove è esuberanza di popolazione, è un bene l’emigrazione. Ma in Sardegna, dove la popolazione presenta la percentuale più bassa? (…) Quel che più sorprende è l’esodo dai comuni più cospicui, dove fino a pochi anni or sono vi era una relativa agiatezza, come Ozieri, Pattada, Plaghe, Ittiri. Non basta: emigrano anche i possidenti quelli che potrebbero trarre dalle loro terre non disprezzabili cespiti e concorrere ad accrescere la produzione”.
 Una delle metodiche maggiormente utilizzate è quella che si serve dei dati relativi alle cancellazioni e iscrizioni anagrafiche. La precisione del saldo anagrafico risultante da questa modalità di analisi è messa in discussione da molti studiosi, e in modo particolare da Rudas che ne evidenzia risultati quasi sempre al di sotto del valore reale. Due i motivi principali: il primo è sicuramente la presenza di una corrente immigratoria che rende le iscrizioni non omogenee alle cancellazioni (la quota di iscritti non sardi è maggiore di quella registrabile per i cancellati); il secondo è dato dal fatto che chi emigra non sempre trasferisce la propria residenza, o lo fa con ritardo, mentre chi rientra vuole generalmente riacquistarla immediatamente. “Il saldo anagrafico, nella sua nuda espressione numerica, non tiene conto della diversa struttura qualitativa dei due gruppi demografici, emigrati (cancellati) e immigrati (iscritti); da una parte, emorragia di forze giovani ed elevate potenzialità produttive, dall’altra acquisto di contingenti spesso invecchiati e logorati dalla stessa esperienza emigratoria”. L’altro metodo d’indagine spesso impiegato è costituito dal saldo migratorio calcolato sulla base della differenza fra l’eccedenza naturale e l’incremento netto della popolazione residente. N. Rudas,
 “L’abrogazione della legge sull’urbanesimo (che ha consentito l’emigrazione di interi nuclei familiari) insieme alla accresciuta distanza economica, sociale e civile tra il Nord e il Sud, la cui coscienza si è andata diffondendo per la influenza di mezzi di comunicazione di massa e per il propagarsi di esperienze dei lavoratori già emigrati, spiegano, probabilmente, insieme ad altri fattori non tutti facilmente enucleabili, il confluire nel processo migratorio di altre componenti, interessanti sempre nuovi strati di popolazione agricola” (N. Rudas, L’emigrazione sarda, cit., p. 201).
 Il 41% dell’emigrazione sarda in Piemonte si concentra a Torino e nei capoluoghi provinciali, mentre il restante 59% si distribuisce nei centri industriali della cerchia torinese e nel resto del territorio regionale. Genova presenta, rispetto a Torino e Milano, una dinamica migratoria più debole. Sin dal 1955 si registrano andamenti ascendenti, che raggiungono i massimi livelli intorno al 1963. Poi il fenomeno è ridimensionato negli anni 1964-1967 per il calo dell’occupazione industriale nella città. La corrente sarda in Liguria è comunque prevalentemente diretta verso la provincia di Genova e il capoluogo, dove si inserisce nelle attività portuali o afferenti al porto. N. Rudas, L’emigrazione sarda, cit., p. 218.

Oltre ad interessare la zona di Civitavecchia e del viterbese le direttrici pastorali hanno penetrato la Maremma toscana e il senese. Rudas quantifica la presenza sarda nella provincia di Siena in 5.000 unità nel periodo compreso fra il 1955 e il 1969. Invece i capi di bestiame trasferiti, sempre negli stessi anni, sarebbero stati 100.000.

 N. Rudas, L’emigrazione sarda, cit., p. 235; Anche Gentileschi sembra condividere questa posizione: “Di fronte all’evidenza della motivazione sostanzialmente economica che ha costretto i sardi ad allontanarsi dalla loro terra in cerca di lavoro, passano in secondo piano le cause non-economiche e tra queste la volontà di sfuggire al controllo imposto all’individuo dalla famiglia patriarcale e dalla comunità del villaggio, cui danno invece la preminenza coloro che, come il Crespi, interpretano l’emigrazione sarda del secondo dopoguerra come un fatto di natura eminentemente socio-culturale” (Il bilancio migratorio, cit., p. 35).
Considerazioni di Angelino Tedde
Si emigra dall’Isola per tanti motivi oltre le motivazioni economiche. Spesso i fratelli emigrati chiamano quelli non ancora emigrati, talvolta la sicura accoglienza da parte di qualche parente e conoscente, a volte per la curiosità di conoscere il Continente per un isolano. Si emigra e si torna a volte subito. Ricordo di due miei cugini che tornarono presto dall’emigrazione e seppero crearsi un lavoro, uno di falegnameria e l’altro con macchine di movimento terra. Io stesso ebbi offerte di lavoro  a Bergamo quando non avevo alcuna opportunità dopo l’uscita dal seminario, ma volli rientrare ugualmente in Sardegna dove per alcuni anni mi mantenni con le ripetizioni.  Del resto molti continentali emigrano in Sardegna dato che le nostre istituzioni offrono loro opportunità di lavoro nell’istruzione (università e scuole di ogni ordine e grado, aziende oppure opportunità matrimoniali per i militari stanziati nell’isola). Si emigra anche perché ci si vuole sottrarre ad un controllo sociale eccessivo. Gli emigranti chiaramontesi oltre a Panama emigrarono in Argentina, a volte l’amante sposato con l’amante non sposata e naturalmente in tutte le due Americhe.

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Commenti

  1. Caro Angelino, sento in coscienza e per questo te lo dico, che hai fatto un ottimo lavoro di ricerca e di analisi storica. Non avevo mai letto un contenuto cosi forbito e pieno di notizie interessanti, a cui attingerò volentieri per integrare la mia modesta ricerca che pubblicai qualche anno addietro su archeologosardos. Narat unu diciu antigu a d’onzunu s’arte sua e, tu come storico ma, anche come narratore e romanziere, sai il fatto tuo e l’hai dimostrato ampiamente in questo ottimo lavoro. Mario

    mario unali
    febbraio 13th, 2019
  2. Mario carissimo, grazie per gl’immeritati complimenti. Sono semplicemente un cultore di storia e faccio quello che posso. L’età non mi permette di andare a frugare negli archivi e ad affrontare lavori di un certo impegno. Ciò che ho fatto è nei saggi singoli o collettanei e riguardano la storia della scuola e delle istituzioni educative. Il resto è passatempo. Dei romanzi uno non finisco di sistemarlo e l’altro per l’incidente che conosci l’ho lasciato a metà. Mi diverto maggiormente a correggere i lavori altrui e ad incrementare i libri sul borgo. Comunque grazie per la tua stima.
    Angelino Tedde

    angelino tedde
    febbraio 25th, 2019

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